Un abile marinaio?

Non è un segreto che io consulti quotidianamente un oracolo virtuale che ogni volta mi elargisce una frase e che non di rado – per pura coincidenza o chissà per cos’altro – questa risulti essere proprio quella più adatta al momento. Il mio mentore cibernetico oggi m’ha suggerito che la navigazione in acque tranquille non produce lupi di mare: pare, dunque, che debba essere grata delle mie peripezie che, se non altro, sarebbero utili a rendermi più competente nell’attraversare la vita.

Prima ancora d’iniziare a pensare a quali possano effettivamente essere le capacità che ho acquisito tra inciampi e iatture, è scattato il solito riflesso, quella disfunzione che porta la mia mente a tirare subito fuori una canzone, il brano adatto all’occasione (qualunque essa sia); ché per me nulla può essere sprovvisto di un opportuno sottofondo. Fulmineo è emerso un David Gray d’annata – 1998, ma 2000 per me, che ho scoperto “White Ladder” solo all’epoca della sua fortunata riedizione – che, però, più che sulla crociera vera e propria, è concentrato sul salpare.

Non è un caso, o almeno mi piace pensare che l’inconscio ancora una volta m’abbia assistita con discrezione, pescando strategicamente dal mio eterogeneo archivio musicale mentale l’alternativa più propizia per innescare una riflessione costruttiva. Perché si ha un bel parlare di acque da solcare, ma a cosa mai può servire l’eventuale destrezza nell’affrontare bonacce e tempeste, se innanzi tutto non si leva l’ancora? L’abilità di un marinaio non si misura all’asciutto. L’imperativo categorico, pertanto, è quello di mollare gli ormeggi e toccherà darsi da fare per escogitare un pretesto, se si ha voglia davvero di soppesare le ipotetiche qualità guadagnate di traversia in traversia.

Se solo fosse facile liberarsi dalle gomene che tengono legati alla banchina, quando si è allettati dall’idea del viaggio ma non si riesce a immaginarne la meta!

Listening to:
Sail away – David Gray

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