I never saw a wild thing
sorry for itself.
Cosa è meno interessante dell’autocommiserazione? E cosa c’è che possa risultare più disdicevole, in un mondo in cui osceno l’orrore di una pulizia etnica spacciata per legittima difesa si dilata di giorno in giorno, al punto che la parola “efferatezza” pare essere diventata ormai blanda e striminzita?
Bisognerebbe avere, se non la dignità, per lo meno la morigeratezza di ricondurre tutto alle giuste proporzioni, guardare la propria vita spassionatamente e accettare che le sue traversie sono solo contrattempi, non sventure. Si dovrebbe avere il ritegno di mostrarsi, se non grati, per lo meno impassibili, ché nel quadro generale il proprio dolore è ridicolo. L’autenticità di un’emozione o un sentimento non ne riscatta l’indecenza né ne mitiga l’insignificanza e farsi vittime, trovare irresistibile piangere per le proprie miserie, ha come sola conseguenza di restringere e imbruttire lo spirito. Bisognerebbe mettere le redini alla sconcezza della rabbia che si prova, ché non esiste vincolo che imponga siano remunerate la buona fede e la buona condotta, dunque non si ha motivo di sentirsi traditi o defraudati.
Ma non s’è consumati a sufficienza nel mestiere di vivere da poter avere il controllo dello stile con cui lo si fa. O forse è il talento a difettare, l’alchimia misteriosa tra grazia e istinto che permette di navigare con stoica ed elegante sopportazione i giorni di burrasca. Oppure – chissà! – la freddezza è un muscolo da allenare e oggi si paga meritatamente lo scotto d’essersi fin qui concentrati all’eccesso sul suo antagonista.
Listening to:
Between the bars – Elliott Smith
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