Il privilegio dell’acquiescenza

Ogni volta che scrivo e mi accorgo di non sapere mettere in fila che parole bolse e vacue, mi viene in mente “September 1, 1939” di W.H. Auden e mi prende quel tipo d’invidia che può prendere solo chi straripa di ammirazione: pensa essere capaci di buttar giù versi come “the error bred in the bone/ Of each woman and each man/ Craves what it cannot have,/ Not universal love/ But to be loved alone”, oppure “All I have is a voice/ To undo the folded lie,/ The romantic lie in the brain/ Of the sensual man-in-the-street/ And the lie of Authority/ Whose buildings grope the sky:/ There is no such thing as the State/ And no one exists alone;/ Hunger allows no choice/ To the citizen or the police;/ We must love one another or die”, e metterli da parte, giudicandoli non degni di pubblicazione! Non riesco nemmeno a immaginare come ci si possa sentire a sapere d’essere tanto eccezionali da poter giudicare insufficiente la “semplice” grandezza.

Quant’è urticante e insieme affascinante l’idea che l’universo conceda – vai a sapere con che criterio, ammesso che vi sia un criterio e non sia mero accidente – tali investiture! Un oscuro meccanismo d’elezione distingue nella massa i meritevoli e li chiama in modo imperativo, così che ai vocati non resta altra libertà che accondiscendere; l’obbedienza di un arreso «eccomi!» come unica opzione possibile.

Non che m’illuda che ricevere questo onore renda più docile l’esistenza: sono certa, anzi, del contrario. Sospetto, tuttavia, che debba essere per lo meno corroborante sentire d’avere una missione a questo mondo, a differenza di noialtri vagabondi, rabdomanti del nulla che accumulano un capitale di quisquilie, convincendosi siano tesori preziosi per non ammettere il dramma della propria insignificanza.

Listening to:
Nowhere fast – The Smiths

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