Ma perché, se è possibile trascorrere questo po’
d’esistenza
come alloro, il verde un po’ più cupo
di tutto l’altro verde, le piccole onde ad ogni
margine di foglia (sorriso di brezza) – perché
costringersi all’umano e, evitando il Destino,
struggersi per il Destino?…
Oh, non perché ci sia felicità,
quest’affrettato godere di cosa che presto perderai.
Non per curiosità o per esercizio del cuore,
questo, anche nel lauro sarebbe…
Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste
effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
Ogni cosa
una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
E anche noi
una volta. Mai più. Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile.
La Terra è un sistema chiuso, che ciascuno di noi abita piegato dalla coercizione delle briglie con cui la biologia l’assoggetta, e ogni vita umana non ne è che una versione più angusta: un microsistema con assai meno variabili e, dunque, assai più determinismo.
E la cultura dominante e una certa tracotanza intrinseca all’umano ci illudono, tuttavia, d’avere noi in mano i fili e che li si possa tirare a piacimento, che la questione non sia quanto arbitrio ci è dato, semmai quanto si sia scaltri e determinati nell’usarlo, e che se il destino, specie quello ultimo, appare ineludibile è solo perché ancora la scienza e la tecnica non hanno escogitato il modo di dominarlo; ma quel giorno – ci assicurano – verrà.
Il supremo esercizio di libertà appare, dunque, l’affannarsi quotidiano per divincolarsi da ogni limite, il tentativo d’imporre l’egemonia della ragione sulle cause e le conseguenze, in modo da piegarle al proprio volere. Ma da dove viene il nostro volere? Qual è la sua natura? Si può pensarlo come entità disgiunta dal fitto reticolato di lacci che fisiologicamente ci costringe?
Somiglia maggiormente all’illusione che alla forma più alta d’autonomia, questa libertà che tentiamo di rivendicare, ché forse il solo modo di trionfare davvero sulla cavezza è acquisire la piena consapevolezza di non poter far altro che portarla. E nel mentre impegnarsi a non essere distratti e apprezzare la necessità delle cose, la loro fugacità, la loro bellezza, che è tale proprio perché sono caduche e irripetibili, e così comprendere la portata immensa del dono d’essere testimoni e partecipi di quello che, al pari noi, è morituro.
Listening to:
Blue morpho – Ed O’Brien

Lascia un commento