
For all there is to give I offer:
Crumbs, barn, and halter.
Era una mattina d’estate, forse di luglio. Avrò avuto nove o tutt’al più dieci anni. Seduta al tavolo della cucina, telecomando alla mano saltavo da un canale all’altro, cercando qualcosa per passare il tempo, ché all’epoca mio padre in spiaggia ci portava al pomeriggio e le ore antimeridiane d’attesa a volte erano infinite.
Su Rai Tre due figure in un bianco e nero leggermente sgranato stavano dentro uno spazio buio, che solo più tardi si rivelò essere il vagone di un treno. Lei d’una bellezza non convenzionalmente candida e rassicurante, con quei suoi occhietti scuri puntuti e il musetto da roditore, che le davano un’aria vagamente esotica e blandamente maliziosa. Lui semplicemente ineffabile. Bello, sì, decisamente bello, ma non fu quello che catturò la mia attenzione. Fu la pelle che pareva per davvero palpitante e s’increspava impercettibilmente di sottili rughe attorno agli occhi e sugli zigomi. Fu lo sguardo febbrile, urgente, che dava l’idea d’essere capace di illuminarsi dall’interno. Furono le mani tremule ed esitanti, che sembravano raccontare a un tempo smania e vergogna. Fu il senso sommesso di sconfitta e greve malinconia, che trapelava tra le maglie di un desiderio che pure era ben distinguibile.
Lei recitava d’essere imbronciata e se ne stava a fare smorfiette enfatiche, avvolta nella morbidezza di un effetto flou, che le dava l’aspetto da diva. Mentre lui, invece, parlava e si muoveva proprio come uno che stesse vivendo e pensando sul serio. L’impressione era che non stesse abitando la caducità di uno spazio-tempo artefatto, bensì che fosse stato colto in un giorno qualunque della vita e fosse, come accade nel quotidiano, impegnato a escogitare lì per lì cosa dire o ad assecondare l’impeto del momento. A guardarlo, pareva assolutamente inverosimile che per tutta quella situazione esistessero battute già scritte e mandate a memoria…
L’uomo che vidi per la prima volta sullo schermo in quella remota mattina d’estate – scoprì consultando la guida TV su Il venerdì di Repubblica – si chiamava Montgomery Clift. Per me, bambina che capiva quel che può capire una bambina e sapeva pressoché niente, fu un’esperienza sconvolgente, quasi iniziatica. La mia immaginazione s’infiammò e ne fui subito irretita. Intanto per via di quel nome insolito, articolato e nasale, che a me faceva venire in mente solo i cappotti con gli alamari e “I Simpson”, e che però messo vicino a quel cognome rapido, che culminava abbattendosi sui denti, suonava indimenticabile: perfetto per una stella del cinema classico. E poi, in particolar modo, perché in quell’uomo c’era qualcosa d’irresistibilmente speciale, qualcosa che io intuivo e che, sebbene non avrei saputo spiegare esattamente di cosa si trattasse, ero certa che fosse raro e importante.
Continuai a pensarci per tutto il resto del giorno a quell’attore, che aveva il viso cangiante come i riflessi iridescenti sulle bolle di sapone e al pari di quelle pareva etereo e fragile, così diverso da tutti gli altri visti in precedenza. Ci pensai pure in spiaggia e fino alla sera, prima che mi sorprendesse il sonno.
Non avevo strumenti per comprendere, tantomeno lessico e profondità di pensiero sufficienti per spiegare quel che mi affascinava, per dire perché quella – per molti versi, oggi lo so, avventata – assenza totale di simulazione mi sembrasse già allora così miracolosa. Non avevo idea di cosa volesse dire “creare pericolosamente”, secondo il precetto di Camus, e neppure di quali enormi responsabilità occorresse accettare senza riserve o condizioni, per avere facoltà d’esercitare il grande potere che è esclusivo dell’artista. Né mai avevo constatato l’autentica vertigine che un attore può regalare, quando gesti e parole si asciugano fino a farsi scarni e quel che resta da guardare è solo un’anima disarmata, esposta senza titubanze allo sguardo altrui. Soprattutto, in quel momento non sapevo, perché non avevo visto altro che quello spezzone di “Stazione Termini”, che Monty ogni singola volta (e purtroppo non furono che appena diciassette) se n’era stato là davanti alla macchina da presa accessibile e indifeso come un corpo oblativo, che si offriva con abbandono e temerarietà al proprio personaggio e al di lui mondo, affinché noi spettatori potessimo essere toccati intimamente dal senso di verità lancinante ed esatto, che ci abbaglia quando ci capita d’imbatterci nell’amore, nella morte, nella grazia o nella poesia.
Scevro di qualsiasi narcisismo, Clift si omogeneizzava perfettamente nel tessuto delle scene: facendosi più ricettivo che attivo, si consegnava con disponibilità totale all’atmosfera. Guardarlo è come osservare, rubando le parole del sommo poeta, una “cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare”: tanto era straordinaria la sua capacità di non farsi inibire né forzare dall’occhio gigante e affamato della macchina da presa e di riuscire, tuttavia, a restare alieno al naturalismo più ovvio e insignificante. Perché, per quanto appaiano fluide e spontanee, nelle interpretazioni di Monty – ed è qui che sta la sua vera singolarità – non c’è mai nulla d’istintivo o di casuale. Ogni performance è pensata meticolosamente e ha in sé una costellazione di dettagli estremamente minuti, che non risultano mai teatrali, e che colpiscono in maniera più subliminale che cosciente. Dettagli che non sono lì per fingere realismo, o per lo meno non solo, ma assumono significati simbolici e forniscono scorci sulla vita interiore del personaggio. Senza timore d’essere smentiti, si potrebbe affermare che il gesto psicologico cechoviano non abbia mai avuto un interprete migliore.
Fa davvero male al cuore vedere come un attore del genere sia quasi dimenticato dal pubblico e così spesso snobbato (in favore di altri assai meno dotati) anche dagli addetti ai lavori, quando si fanno quelle sciocche classifiche dei più grandi di tutti i tempi, che sono una delle manie più pervasive e obbrobriose dell’età attuale, che ha l’arroganza di voler dire la parola definitiva su ogni cosa.
Ciononostante, forse non tutto è perduto e – chissà! – la memoria permane ed è destinata a perpetrarsi, magari inconsapevolmente. Qualche settimana fa, infatti, in maniera del tutto fortuita e nel contesto di un “prodotto” che mai avrei immaginato potesse dar spazio a qualcosa del genere, sono incappata in un’interpretazione che m’è parsa debitrice – non so se e quanto volutamente – dell’esempio di Clift (specialmente del George Eastman di “Un posto al sole”). E, per di più, non debitrice in un modo furbescamente imitativo, bensì come se fosse frutto di un’adesione programmatica dettata da una naturale consonanza del sentire.
È stato confortante notare che sembra resistere ancora un fronte che si oppone all’oblio e che potrebbe perfino essere un poco meno sparuto di quanto appaia a prima vista. Ed è da quel momento che, con curiosità e un misto di sollievo e fiducia, non riesco a smettere di pensarci.
Listening to:
O grande amor – Stan Getz & João Gilberto (feat. Antônio Carlos Jobim)