A volte, se non parlo di qualcosa, non è perché mi sia sfuggita o non mi piaccia. A volte è solo che mi ha stregata così tanto che non ho parole per descriverla. Si tratta di una specie di afasia, che mi assale quando sono sopraffatta dalla bellezza, e chissà che non si possa classificarla come una variante della sindrome di Stendhal. Invero, Andrew Bird mi ha causato parecchi di questi attacchi di mutismo estatico, non ultimo quello attuale.
Si può tranquillamente dire che il post di oggi sia del tutto inutile (ammesso che gli altri non lo siano…): qualsiasi cosa scrivessi di “Noble Beast” non gli renderebbe giustizia. È un album pieno di sfaccettature, che soggioga già al primo ascolto e al decimo riesce ancora a sorprendere. Gli arrangiamenti sono stupendi e ogni pezzo è pervaso dalla grazia lieve e pensosa tipica del cantautore di Chicago (grazie anche al solito sapiente uso del violino e del suo famoso fischio), con un pizzico di folk in più rispetto ad “Armchair Apocrypha” e “Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs”, come si evince fin dalla copertina. Se sia oggettivamente migliore o peggiore dei precedenti, non saprei; di certo è diverso, pure se qua e là emerge comunque una certa continuità (l’attacco di “Masterswarm”, per esempio, secondo me ricorda un po’ “Action/Adventure”) e ogni tanto si sente perfino qualche eco di musica altrui (vedi “Tenuousness”, che a tratti, a mio avviso, richiama vagamente la ritmica di “Do the whirlwind” degli Architecture in Helsinki).
È un vero peccato che in Italia quest’artista non abbia nessun mercato e che, di conseguenza, sia impossibile vederlo dal vivo.
Listening to:
The privateers – Andrew Bird
P.S. Stefano, come avrai capito, il post di oggi è una risposta al tuo commento di stamattina.
P.P.S. Per un piccolo assaggio del disco, cliccate qui.
