…yet, it seems like something is happening – unexpectedly, inexplicably. And it feels, oh, so fine!
Listening to:
If you’re feeling sinister – Belle & Sebastian
…yet, it seems like something is happening – unexpectedly, inexplicably. And it feels, oh, so fine!
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If you’re feeling sinister – Belle & Sebastian
Un consigliere che ascolto sempre con piacere mi ha invitata a non lambiccarmi troppo, a non pensare che a tutti i costi si debba conoscere la propria destinazione o le tappe del percorso, a non cercare di capire e a prendere una strada qualunque, perché quando ci sentiamo persi tutte le strade portano magicamente a destinazione. Sorprendentemente, il romanzo a me più caro – sfogliato durante il fine settimana – parrebbe spronarmi a fare la stessa cosa, ad aprire la porta al caso e alle coincidenze. Perfino un film rivisto giovedì scorso suggeriva un analogo comportamento. Che sia dunque un messaggio? Pare di sì e pare che debba ascoltarlo. Mi chiedo solo se non si possa lasciare la porta socchiusa, invece di spalancarla, giusto per non essere troppo indifesa nel caso in cui tutti i consigli fossero sbagliati…
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Get me away from here, I’m dying – Belle & Sebastian
Sento cose e dopo qualche ora non le sento più. Penso cose e dopo qualche ora, o qualche giorno, non le penso più o mi viene da pensare l’esatto contrario. Lo stato dei fatti sembra mutare a una velocità frenetica – a volte per contingenze esterne, altre senza apparente motivo – e quello che un momento sembrava favorevole e incoraggiante, poco dopo appare misteriosamente diverso e quasi ostile. Non ho idea di come agire e qualunque cosa decidessi non saprei come portarla a termine senza danno. Come posso mantenere una rotta, se non ci sono punti di riferimento? Forse avrei bisogno di una bussola, ma cosa sarà la mia bussola? Cosa, se il nord sembra cambiare continuamente posizione?
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Male in polvere – Afterhours
La paralisi del pensiero mi spaventa sopra ogni cosa. Il palpito del cuore che sembra andare al galoppo e il conseguente blackout, il vuoto, l’attimo di afasia che andrebbe colmato e non con una risata isterica, se possibile. La costante impreparazione, che mi sorprende nonostante abbia immaginato tutto e studiato frasi e situazioni e provato e riprovato come se la vita fosse una messa in scena, mi terrorizza e mi rende incapace di comportamenti classificabili sotto l’etichetta di “normalità”.
L’unica medicina, quasi peggiore del male, è come sempre l’inazione forzata nell’attesa che tutto passi senza sfiorarmi, eppure – proprio per questo – scalfendomi. Ed è così che il non-nome che do alle non-cose che accadono solo nella mia testa non riesce mai a tradursi in sillabe che possano pronunciarsi a un prezzo abbordabile anche nel mondo reale. La mia vita è puramente immaginaria e quelle non-parole muoiono silenziosamente d’inedia negli angoli in cui le lascio per il tempo necessario a dimenticarle e si tramutano in spettri, che a volte ballano in circolo nella penombra della mia stanza, come monumenti dinamici a imperitura memoria della mia inettitudine.
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La canzone che scrivo per te – Marlene Kuntz
You sit there in your heartache,
waiting on some beautiful boy to
save you from your old ways.
You play forgiveness…
watch it now: here he comes!
He doesn’t look a thing like Jesus,
but he talks like a gentleman,
like you imagined when you were young…
La verità è che, soprattutto nei momenti di difficoltà o prostrazione emotiva, tutti noi aspettiamo di essere salvati da un’incarnazione della perfezione che metta piede nella nostra vita e per magia sistemi tutto quello che non va. La cosa curiosa è che poi, il più delle volte, ci accorgiamo che la perfezione non ha le spoglie che immaginavamo e risiede dove non avremmo nemmeno sospettato. Reale e ideale non coincidono (quasi) mai. Per fortuna.
Listening to:
When you were young – The Killers
Da lontano, dietro un vetro, tendo l’orecchio per cogliere anche il minimo segno, per rubare anche un solo sguardo. Aspetto. Questo è decisamente il momento migliore: non si è ancora messo niente sul tavolo e c’è poco o nulla da perdere. Ed è bello, come la maggioranza delle cose che accadono senza preavviso. Come un inciampo che non fa capitombolare al suolo. È solo la vertigine inebriante della perdita di equilibro, un attimo prima del dolore.
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Crash into me – Dave Matthews Band
Adesso capisco molte cose e sono in grado di giustificare scelte che fino a qualche anno fa avrei bollato come azzardate. A venticinque anni, con un abisso d’incertezza come unico orizzonte, mi rendo conto che a un certo punto non è più il momento dell’adrenalina e dell’eccitazione, della sorpresa e dell’imprevedibilità. Arriva un momento nel quale ti rendi conto che tutto quello di cui hai bisogno è una mano sinistra che intervenga a girare dolcemente lo sterzo per evitarti di andare a sbattere contro un ostacolo o di accentrarti troppo sulla carreggiata, quando tu non hai i riflessi sufficientemente pronti. E che è bello sapere che, oltre al tuo, c’è un altro freno di servizio e qualcuno accanto a te pronto a usarlo. E apprezzi la voce che ti dà istruzioni sulle procedure da eseguire e ti rassicura quando sbagli.
Arriva un’età nella quale diventa inutile tentare di afferrare una saponetta bagnata, perché mille volte ti è già sfuggita di mano e inizi a comprendere che dovresti dedicarti, invece, a stringere quello che puoi agguantare. E che la sicurezza, in fin dei conti, non è così terribilmente noiosa come giuravi che dovesse essere.
Listening to:
Roses from my friends – Ben Harper
Immaginatevi la scena: cerottino di quelli che aiutano a respirare attaccato al naso (perché con gli spray nasali a suo tempo rischiai di giocarmi per sempre la possibilità di inspirare, fregandomene colpevolmente del fatto che non dovrebbero essere usati per più di tre o quattro giorni consecutivi), pigiama e plaid di pile buttato sulle spalle in stile profugo/terremotato del Terzo Millennio. Come sottofondo un incessante, fastidioso e – diciamoci la verità! – pure un poco stomachevole rumore, di quelli che si emettono solitamente tirando su con il naso quando si ha una narice tappata (o tutt’e due: non poniamo limiti alla Provvidenza). Insomma, una via di mezzo tra la pernacchia e il risucchio…
Affascinante, vero?
Listening to:
Sparring partner – Paolo Conte
Giusto per ammazzare il tempo, scrivo un post sul blog. Ormai faccio qualsiasi cosa giusto per ammazzare il tempo. Ci si lamenta sempre di non avere un momento libero, ma quando i momenti liberi diventano giorni interi e poi settimane e poi mesi e ci si già è tolti lo sfizio di dormire fino a mezzogiorno durante la settimana, di stare in pigiama fino alle 14.00, di leggere un romanzo intero in due giorni, di rivedere tutti quei film che si sperava sempre di riuscire a rivedere e dopo che si è messa mano ai cassetti e agli armadi per ripristinare finalmente l’ordine e che, insomma, si è fatto tutto ciò che si rimandava sempre per mancanza di tempo, ecco che si piomba in un triste stato depresso-vegetativo. Si inizia a fissare il telefono sperando che squilli e a controllare la casella e-mail mille volte al giorno e, non potendo fare altro, si aspetta che qualcuno ti dia qualcosa da fare. Anche pelare una patata in questi casi è meglio che niente…
Listening to:
Mrs. Macabrette – A Toys Orchestra
Il gioco è qui,
ludicamente sporco.
Sai, io potrei affogarmi
la morale dentro un pozzo,
convivere con rigurgiti,
cadaveri,
residui di
stati umorali.
Avere donne e denari,
coscienze come mazzi di chiavi.
Avere donne e denari,
sapere molto di più,
sapere molto di più.
Ed ecco il trasformismo della società:
mette le mani su tutto.
Un’anima di plastica,
ed io non sono il più adatto.
Ed ecco il trasformismo, l’elasticità.
Mettono mani su tutto.
L’anima è un giocattolo,
l’anima è un giocattolo,
ed io,
no, io non sono il più adatto.
L’anima è un giocattolo,
l’anima è un giocattolo,
ed io,
no, io non sono il più adatto.
Incontro il diavolo ogni sera,
ma ora so
che è il primo cornuto della terra.
L’anima è un giocattolo,
l’anima è un giocattolo
ed io,
no, io non sono il più adatto.
L’anima è un giocattolo,
l’anima è un giocattolo
ed io,
no, io non sono il più adatto.
L’anima, l’anima, l’anima, l’anima…
Tutto è merce di scambio e tutti cambiano maglia e bandiera alla velocità della luce. Davvero non si deve mai dire mai, soprattutto se entrano in ballo potere e denaro. Restare puliti in questi tempi melmosi è un’impresa da titani. Gli accusatori diventano accusati e viceversa, e una condanna diventa quasi un’onorificenza invece che un’ignominia, come se si trattasse di una sorta di valore aggiunto. Nel frattempo ci raccontano favole sulla fine imminente della crisi economica e i tg ci rimbambiscono con i servizi sui saldi e le settimane bianche…
Questo non è il mio mondo, non può esserlo.
Listening to:
L’anima è un giocattolo – Fumisterie