Any man’s death diminishes me,
Because I am involved in mankind.
And therefore never send to know for whom the bell tolls;
It tolls for thee.
Non ho voglia, né competenze e nemmeno la prosopopea necessaria per dire la mia sul fatto di cronaca nera che da giorni ha scatenato la solita cacofonia del gallinaio di politici, giornalisti, femministe, influencer, psicologi, sociologi e chi più ne ha più ne metta, che sanno sempre esattamente scovare le cause, identificare coloro ai quali distribuire le colpe e proporre rimedi infallibili, affinché ciò che è stato non si ripeta. Inoltre, questo genere di scrittura mi pare non si addica molto al mio “stile”. Tuttavia, l’idea che in ragione di quanto accaduto ci si debba vergognare a prescindere di essere maschi proprio non ce la faccio a lasciarla passare così, senza commenti.
In primis perché questa cosa dei maschi contro le femmine, coccarde azzurre contro fiocchetti rosa, come se esistesse un modello assoluto, granitico e imperativo del maschile e uno altrettanto rigido e inevitabile del femminile, mi è parsa sempre una sonora fesseria. L’idea che i maschi vengano tutti da uno stesso stampo è semplicistica e settaria. E ancora più inaccettabile è quella che questo fantomatico stampo sia disgraziatamente fallato, mentre la matrice da cui provengono le femmine sia impeccabile.
A me le generalizzazioni non sono mai piaciute, tantomeno quelle di questo tipo. Sarà che sono cresciuta tra due fratelli, di cui uno talmente vicino d’età da essere praticamente un gemello, al punto che dalla nascita alla prima giovinezza ho condiviso con lui sostanzialmente tutto: i giochi, gli amici, le uscite e alle volte perfino i vestiti. E quindi, sì, sono una femmina, ma i maschi (non solo quelli con i quali sono imparentata) li ho frequentati assiduamente, in maniera approfondita e nelle situazioni più disparate, e per lo più senza implicazioni che andassero oltre la semplice e innocente amicizia, per cui ho potuto constatare in prima persona che non sono per nulla una categoria omogenea, che ciascuno (come pure le femmine) è un essere a sé.
In secondo luogo, perché credo di poter avere un poco più di voce in capitolo rispetto ad altri per parlare delle dinamiche tra maschi e femmine, avendone conosciuto le rose e – ahimè! – non essendo digiuna delle cicatrici, quelle profonde e indimenticabili, che lasciano le spine. E, a maggior ragione, avendo sperimentato tanto il buono quanto il cattivo, non riesco ad accettare di dover ammucchiare nella stessa catasta, per via di un presunto peccato originale, coloro da cui sono stata benvoluta e che hanno sempre usato riguardo nei miei confronti e chi mi ha offesa e umiliata, negandomi finanche il più elementare rispetto umano. Né posso tollerare che siano i maschi a sentirsi in obbligo di doversi apporre in toto, inclusi quelli che hanno come unica colpa il non essere portatori di un doppio cromosoma X, un marchio d’infamia.
La verità è che, al di là delle ovvie differenze anatomiche e fisiologiche, ci accomuna il fatto di essere tutti persone. Persone e basta. Individui, ciascuno nel proprio modo unico e irripetibile. Dunque il problema non è educare i maschi o le femmine, o i maschi e le femmine; né esecrare un genere oppure l’altro. Il problema è ricominciare a pensare in termini di esseri umani tout court, ricusando l’ossessione sistematica attuale, che vuole solo distinguere e classificare, distribuendo etichette e titoli e lettere negli acronimi, affinché si sia sempre più scissi in gruppi e fazioni e circoli via via più striminziti e l’un contro l’altro armati. Sebbene ci abbindolino, raccontandoci che questa minuziosa catalogazione sia portata avanti con l’intento di farci sentire tutti “inclusi”, di fatto, a forza di racchiudere ciascuno nello steccato della propria definizione iper-specifica, le comunità si stanno polverizzando e noi ci ritroviamo tutti più isolati, indifesi e sradicati. Mi sbaglierò, ma non mi sembra affatto straordinario che, in presenza di altri fattori predisponenti, questa condizione così angosciante (e innaturale) possa trasformarsi nel perfetto brodo di coltura per il disagio e la violenza. Inoltre, ammesso che della violenza ce ne si debba vergognare “per osmosi”, anche quando non la si approva né la si è mai praticata, non dovremmo forse farlo tutti, in quanto membri di un sovrainsieme che include il sottoinsieme dei maschi?
Le divisioni le abbiamo testate a lungo: sono decenni che parliamo di lotta al patriarcato e contrapponiamo maschi (cattivi) e femmine (buone); eppure non mi pare sia cambiato molto, tutt’altro. Tant’è che nemmeno i ragazzi della Generazione Z – quelli che fin da piccoli sono stati esposti a film e serie TV nei quali le femmine sono poco meno che supereroine e i maschi sono tutti pigri, irresponsabili, sciocchi, rabbiosi, maneschi e traditori – sono estranei alla violenza di genere e al femminicidio. Magari, varrebbe la pena di chiedersi se parte del problema non derivi proprio da questa mancanza di modelli positivi. Perché, per la verità, a me non risulta che si dia mai risalto alle storie di quegli uomini (e non sono affatto pochi), che non solo non hanno mai alzato un dito su nessuno, ma che quotidianamente si danno da fare per prendersi cura dei propri cari o perfino di estranei, e non soltanto nei modi stereotipicamente maschili (portare uno stipendio a casa o riparare le cose che si rompono), ma anche dedicandosi alle mansioni di accudimento che per tradizione associamo esclusivamente alle donne. Ecco, può darsi che additare dei buoni esempi da seguire possa giovare un po’ di più che non instillare la vergogna a prescindere…
E può darsi che collettivamente ci serva, inoltre, ricordare con maggior frequenza che maschi e femmine siamo tutti su uno stesso cammino, che porta ciascuno (in tempi e modi che ci sono sconosciuti) a un’identica destinazione: un appuntamento finale al quale necessariamente dovremo presentarci in solitudine. Quest’appuntamento è un mistero che, comunque la si pensi, fa tremare le vene e i polsi, non fosse altro che per l’impossibilità di immaginare concretamente il nulla che ipotizzano gli scettici, o per l’incommensurabilità dell’idea di un aldilà di incorporea eternità, secondo la versione dei credenti. E proprio questo mistero ci affratella nella finitudine e nell’ignoranza, e ci impone la responsabilità di rispettare la vita sopra ogni cosa, quella delle femmine così come quella dei maschi.
Insomma, credo che sarebbe il caso di farci pontieri, invece di arruolarci sempre nelle fila dei muratori, e di impegnarci per una società che superi l’opposizione e il conflitto maschi contro femmine, senza che si debba passare per la denigrazione dei primi né la glorificazione delle seconde. Una società non più manichea, ma capace di abbracciare la complessità e dinamica abbastanza da accogliere e integrare i cambiamenti storici, senza che li si debba imporre col randello di una onnipresente propaganda politica e culturale – nemmeno particolarmente raffinata – che, mentre rade al suolo gli schemi preesistenti, a chi è rimasto senza più punti di riferimento non lascia altro da fare che starsene attonito e smarrito a rimirare le macerie. Una società nuova, che vinca le tentazioni revansciste di certo (nazi)femminismo pregno d’odio e non combatta gli errori antichi con altri d’uguale natura e opposti soggetti passivi, e dunque non pretenda che vi sia qualcuno che debba pensarsi reietto o giudicarsi “sbagliato” in astratto per poter essere ammesso a farne parte. Una società che, seguendo il saggio monito di un filosofo in passato assai travisato, non propugni la dissipazione dello stare in mezzo ai propri simili esponendo gli aculei, bensì incoraggi a tendere sempre più mani aperte.
Listening to:
La mia rivoluzione – Marco Parente