Ciascuno ha i propri vizi, il mio è l’onicofagia. È tutta la vita che tento di smettere di rosicchiarmi le unghie, senza successo. Non è una questione di carenza di forza di volontà, è che mi è proprio impossibile. Martoriarmi le falangi mi è necessario, perché è un’attività compensatoria e, quando accanendomi sulle cuticole finalmente riesco a strappare un pezzo di pelle e a sanguinare, mi sento quasi sollevata. L’onicofagia mi garantisce quantità accettabili di dolore fisico sempre a portata di mano (letteralmente), quando ho bisogno di una sofferenza “diversa” per riuscire a tacitare l’angoscia. Come si può pretendere che vi rinunci?
Il mangiarmi le unghie, quindi, più che un vizio, è un sintomo la cui eziologia spesso è complessa. È l’effetto visibile di una causa invisibile, l’indizio discreto di un malessere. Chi avesse voglia e tempo da perdere potrebbe intuire qualcosa della mia anima semplicemente osservando lo “stato di usura” delle mie dita e le sue periodiche variazioni.
Listening to:
Come un cammello in una grondaia – Franco Battiato