Mi chiedo che impressione tragga l’italiano medio da tutto questo. La risposta che mi viene in mente è: solo una immane confusione. Come sempre. E lo chiamano CAMBIAMENTO…
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Di giorno in giorno. Notizie nuove. Notizie fresche. Alleanze che si fanno e che sembrano sfasciarsi in un battere di ciglia. Il transfuga dell’Udeur Nuccio Cusumano, che lascia il “Campanile” e si mette sotto l’ala protettiva di Walter-il-raccatta-tutto, l’unico che ad oggi può dargli la speranza di vedersi riconfermare la poltrona nella prossima legislatura. Giuseppe Lumia, numero due dell’Antimafia che all’ultimo momento viene ripescato dal PD come capolista al senato in Sicilia: forse qualcuno, in extremis, si è vergognato della sua esclusione. Pannella che punta i piedi e smette di idratarsi – cosa alla quale deve essere piuttosto abituato, visto che lo fa almeno una volta all’anno – salvo recedere dal proposito dopo poco più di un giorno. Il numero uno di Federmeccanica che dice castronerie colossali ed imbarazzanti in Tv, provoca un vespaio e ritratta (dopo adeguate pressioni dai vertici del partito: sono pronta a scommetterci), secondo una prassi consumata tipicamente italiana. 157 simboli in lizza per un seggio in Parlamento: e dire che con il PdL ed il PD ci avevano garantito una minor proliferazione di liste personali e partitini di quartiere. Casini sconfessato da “Famiglia Cristiana”: Bondi deve avere più santi in paradiso, evidentemente. Il simbolo di Storace estromesso e poi riammesso. Un partito che dice di essere di centro-sinistra, democratico, progressista ed equidistante da operai ed industriali, e poi candida Ichino, Colaninno, Calearo e il Generale Del Vecchio.
Mi chiedo che impressione tragga l’italiano medio da tutto questo. La risposta che mi viene in mente è: solo una immane confusione. Come sempre. E lo chiamano CAMBIAMENTO…2 commenti su Si rimescolano le carte, ma sono truccate -
Prima a Torino. Ieri a Molfetta. E in mezzo, in mille altri luoghi, a macchia di leopardo. Sono migliaia. Ne parliamo per un po’, poi ce ne dimentichiamo. Salvo tirarli in ballo nuovamente per fini elettorali (il riferimento a Veltroni e alla vicenda ThyssenKrupp non è casuale), per cercare di conquistarli: per avere il loro voto o schierarli nelle proprie liste come specchietto per le allodole nei confronti dei loro colleghi. Come se potesse essere credibile che un partito candidi contemporaneamente Matteo Colaninno e un operaio. E che di entrambe le categorie difenda le prerogative.
Ci accusano, noi di sinistra, di essere sempre sospettosi e ingenui, di scagliarci sempre contro le “forze produttive” senza le quali il Paese sarebbe già affondato. Guardatevi attorno: il Paese è in stato di avanzata decomposizione da anni. Le cosiddette “forze produttive” non fanno che creare ricchezza per sé e nessun altro. Così è sempre stato. E in nome di questo, di un profitto che deve essere massimizzato (secondo la regola aurea della teoria neoclassica), si possono sacrificare la sicurezza e la vita di quelli che, loro sì vere forze produttive, vanno ogni mattina a prestare il proprio lavoro nei capannoni e nelle fabbriche e nei cantieri. Che vanno a creare quei beni che si convertiranno nei capitali che a loro volta diventeranno case da sogno e auto di lusso, gioielli, lifting, trapianti di capelli, viaggi, chalet in montagna, terrazze sul mare e titoli azionari e immobili vari, e quanto di altro si possa immaginare.
E sono stanca di sentir dire che la colpa di tutto questo è la mancanza dei controlli, perché rendere sicuro il posto di lavoro dei propri dipendenti dovrebbe essere un imperativo morale e i controlli dovrebbero essere solo un qualcosa di pleonastico. E non sopporto le facce di circostanza dei sindacalisti ammanicati con i padroni, che quando l’irreparabile è già successo piangono sul latte versato. E mi fa venire il voltastomaco vedere che tutti i partiti principali rincorrono gli imprenditori e gli industriali e nessuno si preoccupa davvero dei lavoratori.Poi mi si chiede perché mi disturbi tanto l’idea di votare per il PD: ecco perché! Ed è per questo che non lo farò. Non sono nostalgica e non permetto che come tale mi si etichetti, ma non riesco a sopportare l’idea di un mondo nel quale la sperequazione sociale sia data per scontata e non sia più vista come un motivo di scontro ed un movente per la protesta. Ancor meno sopporterei di dare un contributo fattivo alla realizzazione di tutto questo.
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E’ molto probabile che in Aprile decida di andare a buttare via il mio voto. L’idea di segnare la croce sul simbolo del PD non mi solletica per niente: mi sembra un voto estorto e, sinceramente, mi sono stufata di andare alle urne a dare la mia preferenza ob torto collo a un partito le cui linee non condivido, solo per evitare un altro quinquennio di berlusconismo. Veltroni, del resto, altri non è che l’omologo del Cavaliere dall’altra parte della barricata: altrettanto presenzialista, altrettanto populista, altrettanto presuntuoso. Sarà un voto sprecato, ma sarà il voto che voglio.
Mi sto convincendo sempre più che non si debba andare a votare solo come se fosse un oneroso dovere civico e morale, bensì che il voto debba in qualche maniera gratificare l’elettore che deve pensare così facendo di stare partecipando al processo democratico. Io voglio votare per dire qual è la visione che ho di come dovrebbero andare le cose e vorrei votare ‘per’ qualcuno, non sempre e solo ‘contro’ qualcun altro.Listening to:
Morte di un poeta – Modena City Ramblers -
La primavera è a un passo. Non che questa sia necessariamente una buona cosa: a me, ad esempio, non piace per nulla. Tuttavia, oggi ho incrociato il primo pesco in fiore e non posso negare che questo mi abbia stimolata al buonumore. Odio il rosa, ma i fiori di pesco hanno un loro innegabile fascino…
Listening to:
Metà Africa metà Europa – Rino Gaetano -
I’m puzzled and kinda scared…
Listening to:
Hands away – Interpol -

“Your hand on his arm
Haystack charm around your neck
Strung out and thin
Calling some friend, trying to cash some check
He’s acting dumb
That’s what you’ve come to expect
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
He’s wearing your clothes
Head down to toes, a reaction to you
You say you know what he did
But you idiot kid, you don’t have a clue
Sometimes they just get caught in the eye, you’re pulling him through
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Now on the bus
Nearly touching this dirty retreat
Falling out 6th and powell, a dead sweat in my teeth
Gonna walk walk walk
Four more blocks, plus the one in my brain
Down downstairs to the man, he’s gonna make it all okay
I can’t beat myself
I can’t beat myself
And I don’t want to talk
I’m taking the cure
So I can be quiet wherever I want
So leave me alone
You ought to be proud that I’m getting good marks
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay
Needle in the hay”
(Elliott Smith)Sono ossessionata da questo pezzo che fa da sottofondo alla scena de I Tenenbaum nella quale Richie (n.d.a.,il mio personaggio preferito tra quelli del film; anche se – specialmente da quando mi sono tagliata i capelli – assomiglio molto a Margot, se si esclude il fatto che non sono bionda, non fumo e ho tutte e dieci le dita) tenta il suicidio. Credo di averla ascoltata almeno mille volte nell’ultima settimana. In qualche modo, non so bene perché, mi pare ci sia qualcosa che parla di me stessa…
Listening to:
Needle in the hay – Elliott Smith…ovviamente!
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L’idea che ho del mondo, l’idea che ho di me, ciò che mi dispiace e quello che mi ravviva. Tutto è fluido e mutevole, eracliteo, proteiforme, problematico e sfuggente. Fatico ad afferrare il senso e quando mi pare di riuscirci, si tratta solo di una ragione già stantia, già inutile. Come una fotografia. Eppure, il più delle volte, per essere partecipe del presente nell’istante in cui accade, basterebbe aver il coraggio di fare e farsi qualche domanda, invece che tacere o aspettare confidando nel futuro, che è spietato e non perdona la speranza sterile ed immobile di chi siede in un angolo attendendo che il meglio venga da sé. Ma il meglio è un premio ambito, la corsa è feroce e senza meriti raramente si riesce ad accostarvisi. E ai piedi del podio, con in mano la medaglia di legno, diventa del tutto inutile fare domande e, per una crudele nemesi, è proprio allora che le si ha tutte pronte e formulate, sulla punta della lingua.
Listening to:
About Today – The National -
There's a certain Slant of light,
Winter Afternoons --
That oppresses, like the Heft
Of Cathedral Tunes --
Heavenly Hurt, it gives us --
We can find no scar,
But internal difference,
Where the Meanings, are --
None may teach it -- Any --
'Tis the Seal Despair --
An imperial affliction
Sent us of the Air --
When it comes, the Landscape listens --
Shadows -- hold their breath --
When it goes, 'tis like the Distance
On the look of Death --
(Emily Dickinson)Il cielo oggi è un cristallo azzurro pallido, solcato da aerei che volano verso Est sopra i comignoli fumanti. Il sole è rotondo, ma sbiadito e la luce biancastra, lattiginosa. Il pomeriggio cala sornione, molle e languido, decadente. Amo il pomeriggio e il suo non essere inizio, né fine, ma solo un ibrido breve tra luce piena e buio pesto. E il fatto che, con la sua atmosfera sospesa, può sembrare interminabile oppure brevissimo.
Il pomeriggio sembra sempre il momento più propizio per quei moti convettivi che riportano in superficie bolle di ricordi e pensieri, che dal fondo tornano a galla per sfiatare. Sarà per quel taglio obliquo della luce, o per l’angolo particolare delle ombre. E il pomeriggio ha spesso un retrogusto strano, fatto di tutti i pomeriggi che si sono accumulati l’uno sull’altro e dei quali ormai ho perso il conto. Montagne di ore inutili, di libri ammonticchiati sul tavolo e di parole e formule che in gran parte si sono perdute in qualche angolo recondito; ore di cruciverba e radio in sottofondo, di pennichelle, di romanzi che sembravano sfogliarsi da soli, di pagine su pagine vergate con tratto disordinato e nervoso e frasi stucchevoli, di cd smagnetizzati per il troppo ascoltarli, di canzoni più o meno stonate e fuori tempo; ore di occhi rossi e guance paonazze, nelle quali ho pianto molto e riso poco, nascosta e protetta dalla porta chiusa della mia camera. E le volte nelle quali mi sono sentita perduta, e quelle in cui ho creduto di ritrovarmi, e le rare occasioni nelle quali ho preso delle vere decisioni: è stato sempre di pomeriggio. La sera e la notte successive mi sarebbero servite per pentirmi, per avere paura, per lasciarmi piluccare dai rimorsi. Non ho mai creduto che la notte portasse consiglio. Non sono mai stata tra gli eletti ai quali essa ha fatto delle rivelazioni, forse per difetto di sensibilità. Ho sempre fatto e disfatto tutto tra le tre e le otto.Listening to:
Faded from the winter – Iron & Wine -
“Le cose che ti cambiano
tornano e tagliano
come le lame più affilate delle spade
bucano e non sbagliano…”Il metronomo ubriaco degli anni che passano. Pause lunghe e pause brevissime si alternano. Nuovi assalti e momenti di quiescenza. Sempre nel frangente meno adatto, ché i ricordi non conoscono cosa sia l’opportunità. E scavano il petto come un’immensa, famelica forchetta.
Il muro bianco che mi osserva mi rende ancora più pallida, per riflesso e per soggezione. Sembra uno specchio. Questa stanza è soffocante. Amplifica a dismisura l’eco del vuoto. Mi siedo e osservo la desolazione e percepisco cose che so già, alle quali, però, mi pare impossibile arrendersi e, tuttavia, sarebbe sacrilego rinnegarle. E rimango in silenzio…
“Per sentire il silenzio degli anni che ho scelto di vivere…”Listening to:
La distanza (Tiromancino) & Se potessi incontrarti ancora (Riccardo Sinigallia) -
E’ difficile, impossibile, smettere di appartenere a delle idee, quando farlo significherebbe smettere di appartenere a noi stessi. Quando queste idee sono talmente ancorate sotto la pelle da non riuscire più a distinguere cosa sia parte del nostro corpo e cosa no, quando diventano fisiologiche e anche solo immaginare di respirare ancora dopo averle estirpate suona come la più criminale delle bestemmie.
Se mi osservo dall’esterno mi sembra di vedere un’invasata, mentre mi ascolto ripetere che spesso non riconosco i miei esatti confini corporei: come faccio a non capire, a non percepire che la punta delle dita è il limite ultimo di ciò che sono? E non è un’allucinazione panica: non credo di essere omogeneizzata nel tutto. Neppure lo desidererei. Ma a volte sento che c’è qualcosa di me che cammina su altre gambe, guarda con altri occhi, sorride con una smorfia diversa. E’ qualcosa che mi appartiene e a cui appartengo. E non è mio. Non sono io. Eppure, eppure, sì, lo sono, è mio, deve esserlo, e mi sento mutilata perché non riesco ad inglobarlo nel mio stesso corpo. L’impossibilità di questa introiezione dell’oggetto anelato, mi inchioda senza pietà ad una stasi nevrotica, in cui passato e futuro sono solo appendici identiche ad un presente piatto e atemporale. Che io riseca a scrivere di ciò è perfettamente inutile.Listening to:
Hit the switch – Bright Eyes