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Via Del Campo – Fabrizio De Andrè
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In sere come questa bisognerebbe avere qualcuno con cui parlare piano prima di addormentarsi. Sussurrare frasi nel buio della stanza. E ci vorrebbe una stanza meno impersonale, qualcosa che parli di noi e non quattro pareti spoglie prese in affitto. Spenta l’abatjour, ci vorrebbero due braccia salde e una voce confortante per accompagnarci senza timori nel cuore della notte e propiziare sogni piacevoli. Non un misero plaid, che non fa sentire freddo ma non scalda. E se proprio non si potesse avere tutto ciò, ci vorrebbe almeno qualcuno a cui dedicare il proprio ultimo pensiero, quello che rimane sempre a metà perché ci si addormenta prima di finirlo. Qualcuno che valga la pena di sognare e che, magari, ogni tanto a sua volta ci sogni.3 commenti su Ci vorrebbe…
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“When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table”
(T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock, vv.2-3)La finestra è socchiusa: un invito al freddo della sera a fare il suo ingresso discreto nella stanza, che è troppo calda, troppo umana per non risultare fastidiosa. Le stelle sono oscurate dai bagliori della città e chi voglia esprimere un desiderio non può far altro che rivolgersi ai fari, ai lampioni e alle finestre illuminate, che punteggiano di giallo l’orizzonte scuro. E, forse per la scarsa maestà degli interlocutori, ciò che viene fuori è una richiesta bizzarra: ogni sera dimenticare qualunque cosa, a partire dal proprio nome. Sarebbe l’optimum. Ci si sveglierebbe leggeri e innocenti. Senza passato e, tutto sommato, senza futuro. Solo un fuggevole oggi da vivere ogni giorno con l’entusiasmo del debuttante.
Listening to:
Weddings – Broken Social Scene -
Difficile scrivere di qualcosa che non riesco a capire, né a definire. Il rischio in agguato è quello di drammatizzare o minimizzare e in entrambi i casi non centrerei il bersaglio. E’ un’urgenza. Ecco, l’ho detto. Ma non so bene di cosa.
Listening to:
Pelle – Afterhours -
L’inquietudine è sentire di avere un secchio pieno d’argilla e non sapere come modellarla.
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Ageless beauty – Stars -
Ogni volta si apre una porta e dietro a essa ve n’è un’altra in agguato, come in un gioco di scatole cinesi. Come matriosche, ogni domanda prevede una risposta che è l’incipit di una nuova domanda. La vita è un dettato incomprensibile che si prova a scrivere con una penna spuntata, capendone solo una frase ogni tanto e provando a farsela bastare. Essere padroni della propria esistenza è un’ingenua illusione che qualche coraggioso prova a forzare fino a farla coincidere con la verità. È questione di varcare una soglia, di passare un confine. Ma non è da tutti.
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Tuareg – Gianmaria Testa -
Il primo vero sole di novembre si è affacciato a salutarmi. Riparto tra poche ore. Ho preso una boccata d’ossigeno: speriamo che mi garantisca un’autonomia di poco più di mese, fino a Natale.
Sento nell’aria buoni auspici.Listening to:
The entertainer – George Shearing -
Si può vivere una vita frivola? Sicuramente sì, lo fa la maggior parte della gente. Ma è morale farlo? E’ accettabile sedere in poltrona al caldo incuranti che fuori infuri il temporale? E’ perdonabile la distrazione quotidiana, o peggio l’indifferenza, nei confronti di ciò che è attorno a noi? Quanto a lungo possiamo dire di non sapere? Ci fa onore essere spettatori sordo-ciechi del nostro ambiente? Usare l’impotenza come alibi? E chi ci assolverà per aver scelto la facile via dell’esilio piuttosto che restare e provare a resistere?
Negli ultimi anni c’è stata come una patina biancastra sui miei occhi, che mi impediva di vedere tutti i dettagli. Ho galleggiato sulla superficie delle cose, non mi sono concessa la rabbia e l’indignazione, indulgendo invece al disincanto ed alla rassegnazione. E per sentirmi in pace con la coscienza ho creduto che bastasse informarmi attraverso i canali ufficiali, seguire le vicende di una politica sempre più spettacolarizzata che va nei salotti buoni della TV a rappresentare se stessa tra una soubrette svestita e uno psicologo d’accatto. Dall’alto di ciò ho spesso avuto la pretesa di essere migliore di altri, perché mi interessavo e non lasciavo che tutto mi scivolasse addosso come se non mi riguardasse. Adesso mi rendo conto che tutto questo era un imbarazzante tentativo di mettere la testa sotto la sabbia, accontentandomi di vedere quello che mi autorizzavano a vedere e di dire quello che era di prammatica dire. Avevo scelto, tra le tante a disposizione, la mia identità predefinita: di sinistra, di buon livello culturale, mentalmente aperta, tollerante, progressista e d’ambiente borghese; accettando l’omologazione e i diktat di pensiero associati alla mia “classe” di appartenenza, che ha l’ambizione di una vita agiata e tranquilla coniugata con il vezzo della difesa di simulacri vuoti di antichi ideali politici piegati di volta in volta alle necessità contingenti. Ma tutto questo è meschino.
Io so poco, e non ho prove (parafrasando Roberto Saviano), ma oggi scelgo di raccontare quel poco che so, perché è necessario che lo faccia. Non lo farò qui, però, perché questo blog è troppo personale per ospitare contenuti del genere, che si svilirebbero in un tale contesto. Ho dunque ridato vita ad un progetto dell’anno scorso: il blog collettivo “Pensieri Pesanti”, al quale vi invito a partecipare attivamente come autori.
“FESTINA LENTE” resterà e continuerò ad aggiornarlo, ma voglio anche portare avanti questo nuovo progetto parallelo. Perché quando la coscienza scalpita non la si può sempre sedare per farla smettere.Listening to:
Il silenzio dei colpevoli – Caparezza -
Potrei scrivere in terza persona, sarebbe di certo più “professionale”, ma qui non si tratta di professionalità: il motivo che mi spinge a scrivere di te e per te è l’affetto. Un affetto spontaneo che ho provato dalla prima volta in cui ho visto una tua trasmissione con un minimo di consapevolezza. Era il 1995, avevo dodici anni e c’era un nuovo programma nel quale un ometto canuto ogni sera dopo il Tg1 raccontava di fatti e persone in maniera sobria ed asciutta, ma senza tralasciare l’ironia e perfino il sarcasmo alle volte. Lo studio era spoglio, ridotto all’essenziale: solo una scrivania ed una sedia, nessun altro fronzolo. Quell’uomo bianco ed occhialuto eri tu, caro Enzo. Credo di non aver mai perso una puntata de “Il Fatto” e mentre quasi tutti i miei coetanei guardavano “Striscia la Notizia”, io me ne stavo davanti al teleschermo ad ascoltarti in religioso silenzio, fidandomi di tutto quello che dicevi.
Mi sei piaciuto sempre così tanto che scherzando (neanche troppo, in verità) ho più volte detto che eri il mio uomo ideale: pacato, intelligente, curioso, pungente al momento opportuno, coraggioso, cortese, onesto. Non nego che se oggi incontrassi un ragazzo con le tue qualità potrei perdonargli la bruttezza e innamorarmene perdutamente. Ti ho ammirato e voluto bene come si vuol bene ad un nonno. Tu eri il mio nonno mediatico, un nonno mai incontrato eppure così presente, un nonno che mi spiegava l’Italia e il mondo e mi raccontava i suoi personaggi, un nonno fiero di essere stato partigiano e orgoglioso di essere testimone e narratore del suo tempo, un nonno schietto e per nulla snob che non si compiaceva di risultare oscuro alla casalinga o al pensionato con la licenza elementare. E sei stato un esempio di libertà, perché non hai mai avuto – come amavi dire tu – nessun padrone all’infuori dei lettori o dei telespettatori, perché ti piaceva la TV di Stato e non quella governativa, perché non sei mai stato servo della politica e hai reso un servizio importantissimo agli italiani, ai quali hai raccontato per più di mezzo secolo piccoli fatti e piccole storie che hanno fatto la Storia.
Oggi mi sarebbe piaciuto essere a Milano ed incontrarti, (anche se in questa circostanza piuttosto infelice), e magari sussurrarti un grazie perché nell’adulta che sono diventata c’è anche del tuo. Ho sempre pensato che sia fondamentale ascoltare gli anziani per cercare di carpirne la saggezza e conquistare una visione prospettica delle cose che noi giovani, infinitamente meno esperti, non possiamo avere, e a tale scopo i soggetti ai quali mi sono rivolta sono stati i miei nonni. Purtroppo, uno di essi non l’ho mai conosciuto, ma devo dire che tu sei stato un supplente davvero eccellente.
Ti voglio bene. -
Spero che a differenza di me tutti voi ieri sera siate riusciti a vedere interamente “Il Sergente”, lo spettacolo di Marco Paolini, gentilmente offertoci da La7 a fronte di nessun canone. Questa “piccola” emittente, sempre un po’ in difficoltà, che deve riempire i propri palinsesti di vetuste inutilità in svariate fasce orarie, ieri sera è stata il vero servizio pubblico, molto più della Rai che ormai ci propina solo presunti vip danzanti o naufraghi.
Per di più lo spettacolo è stato preservato dalla pubblicità, cosa che ha consentito al pubblico televisivo di evitare il fastidioso “entrare ed uscire” dall’atmosfera: bastava ambientarsi all’inizio e il gioco era fatto.
“Il Sergente” è un adattamento del famoso “Il Sergente nella Neve” di Mario Rigoni Stern, scrittore forse rozzo (come lo definì Vittorini), ma di certo molto efficace, che raccontò la guerra che aveva vissuto: una guerra senza eroi, di sole vittime e sconfitti da tutte le parti e di gente capace di gesti di grande umanità, incurante del colore della divisa. Non ho mai letto il libro per intero, devo ammetterlo, eppure per quel che ho visto ieri credo di poter dire che Paolini non l’ha tradito. Nell’ora e mezza di spettacolo che sono riuscita guardare (tutta la parte finale, per fortuna) ho ritrovato il Paolini di sempre, quell’omino vibrante ed espressivo che più che recitare racconta con trasporto e partecipazione; ho ritrovato i suoi lampi d’ironia e la sua voglia di testimoniare storie che oggi sembrano inattuali e sono sul punto di essere dimenticate; ho ritrovato il suo essere anti-divo ed anti-teatrale nei gesti, il suo scarnificare i costumi e la scenografia senza la spocchia di voler essere a tutti i costi sperimentale; ed ho soprattutto ritrovato la generosità di un uomo che si dona sul palco senza riserve, praticamente da solo per quasi tre ore nello scenario lunare di una cava di pietra. Listening to:
La guerra di Piero – Fabrizio De Andrè -
Oggi pomeriggio partirò per trascorrere a casa un lunghissimo ponte dei Santi, (ben quindici giorni), e, se la sfiga mi assiste, al mio arrivo potrei avere molti spunti per scrivere un bel post brillante, come ho tentato infruttuosamente di fare per tutta la settimana. Vedremo quale sarà la nuova spiacevole voce da aggiungere alla lista delle compagne di viaggio più moleste. Dunque, ho già: la fresca vedova che parlava del marito defunto per tutto il tragitto (ok, lo so che aveva le sue buone ragioni, che il trauma era recente e non aveva ancora elaborato il lutto, ma dieci ore di fila a sentire raccontare di uno sconosciuto e del suo carcinoma a microcellule metterebbero a dura prova chiunque…), la vecchia che russava emettendo un suono simile a quello di un’idrovora, la calabro-piemontese insulino-dipendente che si faceva le iniezioni sull’addome in pubblico, la pazza che cantava gli stornelli, la ragazza ignara dell’esistenza del sapone, la piemontese logorroica (credo che sia un caso più unico che raro) e, soprattutto, le due anziane che facevano la gara a chi aveva più parenti morti e, per di più, morti nei modi più cruenti che si possano immaginare (per inciso, ha vinto quella che ha detto di avere un nipote che era stato travolto da un’auto e i cui resti erano stati ritrovati sparsi sugli alberi ai lati del viale…no comment!!!). Finora credo di non aver mai avuto tre su tre compagne di scompartimento del tutto normali. Che sia la volta buona? Incrociate le dita per me.Listening to:Mio cuggino – Elio e le Storie Tese