Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro
sapere, e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento,
forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior
fiducia che le nostre gioie. Ché sono esse i momenti in cui qualcosa
di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto; i nostri sentimenti
ammutoliscono in casta timidezza, tutto in noi indietreggia, sorge
una calma, e il nuovo, che nessuno conosce, vi sta nel mezzo e tace.
In un corteo di giorni soffocanti, l’estate procede flemmatica verso il suo declino. Il Ferragosto è arrivato e dopo, come sempre, settembre giungerà precipitosamente e settembre continua tuttora a sopraffare col senso incalzante d’un secondo inizio d’anno, un poco perché è difficile liberarsi delle memorie scolastiche, nonostante il tempo trascorso, e un poco perché, se fossi di quelli che festeggiano, è il mese in cui spegnerei le candeline. Gli auspici e i buoni propositi, tuttavia, ormai s’inventariano con poca convinzione e stavolta ancor più che nel recente passato. Infine la sfiducia – o la ragione, secondo i punti di vista – pare aver preso il sopravvento perfino su di me, ché tanto qualunque cosa faccia – e ne ho fatte di cose insolite negli ultimi dodici mesi! – o non faccia, come per una crudele proprietà commutativa, non cambia il risultato finale.
Perciò già adesso inizia a riaffiorare la tristezza, col suo sentore ammuffito, come l’umidità che risale da fondamenta raffazzonate. E però viene anche voglia di osservarla, questa tristezza soffusa che monta senza posa, e di chiedersi cosa stia a significare, quale trasformazione voglia propiziare e quale germe di novità inoculi in me, ché pare – almeno stando a Rilke – sia attraverso di essa che il futuro ci penetra per poi venir fuori sotto forma di destino.
Quale destino fa anticamera nel mio cuore? Non so dirlo. Se per rispondere bastasse la logica, ci sarebbe poco di che rallegrarsi: quel che è possibile dedurre non lascia margini all’ottimismo. E le parole d’incoraggiamento che ancora mi vengono elargite per cortese abitudine ormai all’orecchio stridono come unghie s’una lavagna di ardesia. Infatti, che aiuto può dare negare l’evidenza che il fiore degli anni sia stato tutto già consumato, ostinandosi a credere a una giovinezza irreale e a una fittizia abbondanza di possibilità? È più proficuo accettare quel che è flagrante e lasciarsi trasfigurare da tale consapevolezza. Solo con questa radicale onestà si potrà incubare il destino “giusto” – forse non quello più convenzionalmente roseo o invidiabile, ma certamente quello su misura per ciò che si è – finché esso non maturi e possa erompere; altrimenti non si farà altro che recitare una pagliacciata, sprecando il tempo che resta imbottigliati nell’illusione che si possa trattenerlo fingendo che non trascorra.
Listening to:
No fate awaits me – Son Lux (feat. Faux Fix)