In memory, everything seems to happen to music
Se la musica non viene dall’esterno, di norma nei miei pensieri c’è comunque qualcosa che suona. I giorni in cui mi sveglio senza una canzone in testa sono l’eccezione più che la regola. Quasi ogni attività della mia vita, compreso il lavoro e spesso perfino il sogno, sembra doversi necessariamente avvalere di un commento musicale. Non però come in quei prodotti televisivi di discutibile valore artistico, in cui l’invadente colonna sonora sembra sempre irrompere a sproposito, aggredendo il silenzio alle spalle, sciupando così le scene più che completandole e aggiungendo quel di più che diventa subito troppo, nella smania bulimica di enfatizzare e di tirare fuori a forza un’emozione, e obbligatoriamente solo e soltanto quella prestabilita; piuttosto come in un film d’essai, in cui la musica contribuisca solo a definire l’ambientazione e a creare l’atmosfera, lasciando nei momenti salienti fiduciosamente sbrigliati il sentire e la facoltà d’interpretazione dello spettatore.
Grazie ai fedeli auricolari, prima del walkman poi del lettore mp3, che somministravano canzoni per ogni occasione, come in un film mi ci sono davvero sentita tante volte. Mentre in una mattina torinese la voce di Patti Smith mi faceva da nocchiero nella nebbia lattiginosa, tanto spessa da cancellare Palazzo Madama. In pomeriggi inquieti di primavera a passeggiare da sola, ingollando chilometri tra gente sconosciuta in una città estranea, mentre gli Afterhours raccontavano di milanesi che ammazzano il sabato. Nell’anonimato di plastiche e lerce tappezzerie dello scompartimento di un treno notturno dalla Sicilia, con Damien Rice a cantare e lacrime silenziose dettate dal timore di non essere all’altezza del futuro che avevo scelto, che gelavano le guance nel freddo di un’aria condizionata a temperatura troppo bassa per un aprile non ancora maturo. Nelle notti insonni dell’adolescenza, distesa sul letto nel buio illuminato dalle stelline fosforescenti attaccate al soffitto o seduta alla scrivania a vergare lettere torrenziali da accartocciare e buttare nel cestino o da spedire di nascosto in buste colorate, accompagnata dagli Smashing Pumpkins, da Jeff Buckley o da Neil Young. Nel tragitto fino al liceo con Tijuana lady dei Gomez a scandire il passo. In maratone di lavoro fino alla mattina per rincorrere una scadenza e David Bowie come solo incoraggiamento.
E anche con la pioggia a ticchettare sui vetri della cucina, in una notte rischiarata unicamente dallo schermo del computer, a considerare tra i singhiozzi la decisione che mi ha portata dove sono adesso, chiedendomi insieme agli Amor Fou cosa fosse la libertà e dandomi una risposta audace, che spero l’epilogo della storia riveli essere quella più saggia.
Listening to:
Only for you – Heartless Bastards