Se la nostra vita manca di zolfo, cioè di una costante
magia, è perché ci compiacciamo di contemplare le nostre
azioni e di perderci in riflessioni sulle forme fantasticate
delle azioni, anziché lasciarci condurre da esse.
Immaginare le possibilità e inseguirle, non escluderne alcuna – non ancora e forse mai – convincendosi che l’agentività duri quanto il proprio tempo e non esistano date di scadenza. O, all’opposto, affrettarsi a procacciarsi uno striminzito premio di consolazione, ben più esiguo del minimo sindacale, per poter almeno dire di non esser rimasti del tutto a mani vuote.
È curioso come in una manciata di giorni due amici della stessa età m’abbiano rivolto esortazioni antitetiche e, considerando le differenze nelle variabili statistiche, è certamente interessante dal punto di vista sociologico. Da un lato m’è giunto un invito alla baldanza e a non considerare precluso alcunché; dall’altro un incoraggiamento a demistificare ogni velleità con disdegno volpino, a lasciarsi espugnare dalla rassegnazione con apparente serenità.
Nondimeno, per quanto superficialmente contraddittorie, entrambe le sollecitazioni poggiano sul medesimo assunto: l’individuo ha il controllo sulla propria vita e ne può instradare a piacimento l’itinerario. M’è venuto allora da pensare al magnifico ribelle Antonin Artaud, alla sua idea che questa potestà includa finanche la possibilità d’accendere la vita come s’innesca una miccia, per cui pure la magia e il mistero scaturirebbero da atti deliberati.
Nessuna delle suddette visioni, tuttavia, mi convince pienamente. Ai miei occhi, infatti, ciascuna inciampa nella mancata considerazione della schiera completa degli attanti che contribuiscono alla scrittura della storia di ciascuno, a prescindere da quanta volontà, costanza e programmazione si possa avere. Oltre a tener presente l’innegabile verità che l’individuo è costantemente immerso in un oceano di forze esterne manifeste, che lo influenzano e hanno il potenziale di deviare le traiettorie impostate, ho sempre avuto l’impressione che esista un reticolato invisibile di connessioni che conduce inevitabilmente a certi appuntamenti, a certi luoghi, a certe persone. Che piaccia o meno.
Non è sicuramente possibile – tantomeno auspicabile – abbandonarsi a tali forze, ma ho sempre considerato sciocco ritenere che si possa piegarle in ogni circostanza. Mi pare ovvio che non si abbia mai il pieno controllo dei risultati, al pari del contadino che semina e, se lo fa nella stagione più propizia e con la tecnica corretta, può ragionevolmente sperare di raccogliere a tempo debito, ma ciò non costituisce in alcun modo un’ipoteca sugli eventuali frutti. Gelate, siccità, inondazioni, parassiti: sono tanti gli antagonisti che non può scartare. E così è necessario aprirsi all’idea che la vita in larga parte accada da sé.
Nel mondo contemporaneo pare ridicolo che una persona moderatamente colta possa credere che ogni uomo abbia un destino. Occorre, piuttosto, essere cinici e realisti, ragionare in termini scientifici e rifiutare tutto quel che puzza di soprannaturale come una trogloditica superstizione. Eppure non m’è mai riuscito di sfrattare certe idee, forse deleterie, e chissà che non stia già pagando il prezzo di questa incapacità.
Listening to:
Tell me I never knew that – caroline & Caroline Polachek