Se c’è una cosa della quale mi sono convinta a questo punto è la necessità di raccontarsi. Finché si è in tempo, bisogna fornire la propria versione, perché – nonostante nessuno possa avere una visione oggettiva e obiettiva di se stesso – non si può lasciare che la propria storia, il proprio spirito, i propri sogni e desideri, i propri difetti e i propri tormenti sopravvivano solo in memorie apocrife.
Nessun essere umano potrebbe affermare con assoluta certezza di essere questo o quello. Eppure nulla attribuisce all’occhio altrui una maggiore perspicacia nel tracciare i contorni di un’esistenza, della sua essenza fatta di bagliori sfavillanti e d’ignobili miserie. C’è sempre qualcosa che parla di noi stessi nel modo in cui misuriamo e raccontiamo gli altri. Peggio! C’è spesso più di noi stessi che di loro in ciascuno dei nostri giudizi e punti di vista.
Ciò che è un enigma per sé, come può essere una verità incontrovertibile per l’altro? Tanto più quando a finire sotto la lente d’ingrandimento è un essere umano particolarmente sfuggente, riservato, restio a svelare se stesso. Con quali criteri si può cucire un abito addosso a chi non ti lascia prendere le misure? Come si può credere che possa calzare a pennello?
Perciò, pur consapevoli della parzialità e dell’insufficienza della propria versione, occorre altresì raccontarla, non fosse altro che per poterla interpolare con la narrativa altrui. Delle decine – centinaia! – di persone che siamo per gli altri, nessuna è perfettamente fedele a noi stessi e, per quanto poco si possa conoscersi, sovente si sa o s’intuisce di sé infinitamente più di quanto riesca a cogliere lo sguardo esterno. Lasciare spiegazioni e definizioni esclusivamente nelle mani altrui, dunque, è un onore che non è possibile concedere. Per lo meno, non distrattamente.