[…] lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare
sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.
Non ho mai tenuto sistematicamente un diario dei sogni, ma da molti anni m’assicuro di annotare sempre almeno quelli più interessanti, riportando la data di ciascuno. Di tanto in tanto mi capita di passarli in rassegna e non di rado di cogliere a posteriori allarmi e segnali in forma simbolica, messaggi per traslato tesi a proteggere, a consolare o a illuminare, che inequivocabilmente testimoniano la grazia inestimabile – chissà se esclusivamente umana – di non essere mai completamente soli ad affrontare il mondo.
Se anche fossimo confinati nell’eremo più isolato e impenetrabile, infatti, avremmo sempre un “compagno interiore”, che solo in parte ha le fattezze perturbanti di quell’alterità insondabile, belluina e imbarazzante che gli attribuì Freud, ché l’inconscio non è solo Ombra, discarica, orripilante displasia: è anche braccio destro attento e premuroso, bastione e tabernacolo della nostra quintessenza, nonché la sola fonte in noi da cui possa sgorgare vertiginosa bellezza.
L’aveva capito bene quell’adolescente eccezionale che vergò quattro parole, fulminanti nella loro precisione spoglia e acuminata, per dire quale fosse la sorgente della propria poesia: je est un autre.
Un altro che ci assiste da dietro le quinte negli stati liminali dell’esistenza e si presenta quotidianamente sul nostro cammino sotto infiniti travestimenti, ancora e ancora, sperando che prima o poi riusciamo a smascherarlo e, guardandolo, a riconoscere noi stessi. La nostra mostruosità. Il nostro splendore.
Ho tentato di disertare per decenni questa strana caccia al tesoro, d’ignorare gli indizi, ma l’altro, insonne e infaticabile, non ha mai cessato di provare a richiamare la mia attenzione con i suoi modi bruti che scandalizzano la ragione, il guardiano zelante dell’artefatto sociale col quale nella maggior parte dei casi ci ostiniamo a identificarci con adesione ferma ed entusiasta. E nelle occasioni in cui la mia cocciutaggine s’è dimostrata più ottusa, non s’è fatto scrupolo a mettersi di traverso, inceppando tutto, tramutando il vago sentore della sua presenza in spiacevole sintomo.
Da qualche tempo mi pare che l’altro borbotti qualcosa, che si sia fatto di nuovo più inquieto. Mi sembra d’intuire che abbia voglia d’andare altrove, ma al momento non sono ancora riuscita a comprendere dove, e mi chiedo quale sarà l’ospite di cui, come un parassita, si servirà per guidarmi alla meta o quali saranno le immagini con cui animerà il mio sonno per mostrarmi la rotta. La novità è che non sono riluttante stavolta, piuttosto curiosa. Forse addirittura impaziente.
Listening to:
Play it out – Wolf Alice