L’illusione dell’azzurro è preferibile alla certezza fangosa e stagnante di una pozzanghera. Se la guardi da lontano per un attimo il cielo è lì, in quel piccolo solco pieno di acqua piovana.
Così è per tutte le cose. Se riuscissimo ad evitare di avvicinarci fino al punto di vederne il fondo sarebbe una conquista di portata storica. Ma siamo animati da un demone che, come una calamita, ci porta a farci sempre più prossimi al nostro oggetto di osservazione, fino al punto in cui si vedono tutte le meschinità e le imperfezioni di questi fardelli transeunti che ci portiamo dietro e che siamo noi stessi…
Il tempo dell’illusione è una benedizione della quale comprendiamo la grazia solo nel momento in cui, ormai svegli, dopo esserci stropicciati gli occhi per vedere più chiaramente, ci rendiamo conto che si è dissolta ed ha sublimato il suo incanto.
Eppure, rimanere per sempre in attesa, prigionieri delle lusinghe di un’illusione è il peggiore dei mali che possa capitarci. Bisognerebbe trovare un giusto mezzo, un compromesso tra sogno e realtà e, se si sceglie la realtà, se si sceglie di avvicinarsi alla propria meta, essere pronti ad accettare che probabilmente una delusione è dietro l’angolo, pronta a tenderci una trappola mortale. Ma, in fin dei conti, è meglio cadere nel pozzo e scoprire cosa c’è al fondo – per quanto dolore ciò possa causare – piuttosto che stare per tutta la vita affacciati all’orlo domandandosi cosa ci sia lì sotto…
Listening to:
Grace – Jeff Buckley
Questa riflessione trae ispirazione dall’ultimo post di Aurora
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