Spesso, tra il serio e il faceto, ho affermato di essere un’esteta. Giocando magari ad estremizzare la cosa, ma con assoluta sincerità, perché ho sempre avuto un’idea del bello ben precisa e molto “rigida”.
Ultimamente, però, mi sono trovata spesso a riflettere su cosa sia la bellezza e se abbia un senso sostenere che esista un bello oggettivo, immediatamente percepibile da tutti e non sindacabile, e se questa bellezza si accompagni – come credevo – al fascino, oppure possa essere una grazia “da cartolina”, piatta e noiosa. Con il mio solito piglio sistematico, mi sono messa a notomizzare la realtà circostante, giungendo alla conclusione che è necessario che ridimensioni la mia concezione del bello. Anche perché non è più attuale. Nel frattempo la mia sensibilità verso la bellezza è cambiata ed è ora che anche le mie vecchie idee si rassegnino ad abdicare. Perché, se è vero che in alcuni casi la bellezza è lampante e universalmente riconoscibile, è anche vero che, il più delle volte, questa bellezza, se non è accompagnata da qualche particolare “perturbante”, non riesce a farsi ricordare e a sollecitare forti reazioni emotive. La vera bellezza, a mio parere, contiene in sé qualche particolare dissonante che cattura l’occhio e fa sì che una determinata immagine si imprima nella mente diventando quasi un’ossessione. Essa si manifesta solo quando nell’esplosione dell’estasi si intravede un’ombra di disgusto.
Listening to:
Il vento caldo dell’estate – Alice
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