Ci sono cose che entrano nella tua vita in sordina. Idee che poco a poco si fanno spazio, ma non sgomitano: sgusciano piano e si fanno sempre un po’ più di largo. Erano periferia e lentamente arrivano al centro, e ci si installano. All’improvviso te ne accorgi e inizi ad abituarti a tutto questo, a sentire che ti piace. Magari è la volta buona! Magari la vita vera inizierà da adesso. Magari sarai capace di gettare la maschera e affrontare finalmente quella “nudità” che ti spaventa tanto: quell’essere te stessa, senza filtri, senza finzioni, senza paraventi e senza imbottiture contro gli urti, che ti ha sempre terrorizzata. Inizi anche a parlare, a spiegare, come non ti era mai riuscito di fare. Su queste fondamenta, ci vuole un attimo a costruire una torre altissima. Ed ecco, con l’altezza, la vertigine. E, con la vertigine, la paura. Ed ecco che la velocità con la quale riesci a distruggere tutto è direttamente proporzionale al tempo che c’è voluto per costruire quel qualcosa che, fragile e nuovo, chiedeva solo di essere difeso e coltivato e assecondato.
I fili strappati non si riannodano. Non si riannodano da soli e, se non fai niente, se ti limiti a guardare i due estremi, se li tieni in mano e non li intrecci, rimangono solo degli inutili monconi a perenne testimonianza di ciò che sarebbe potuto essere, triste memorandum della tua incapacità. Così come sono inutili tutte queste parole, questa massa di segni che non riesco a evitare di affastellare sullo schermo. Sono parole morte, che si scontrano contro il nulla e che non servono mai e non risolvono mai e non arrivano mai dove dovrebbero…
Listening to:
Anello mancante – Carmen Consoli
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