Vertigo

Ci sono cose che entrano nella tua vita in sordina. Idee che poco a poco si fanno spazio, ma non sgomitano: sgusciano piano e si fanno sempre un po’ più di largo. Erano periferia e lentamente arrivano al centro, e ci si installano. All’improvviso te ne accorgi e inizi ad abituarti a tutto questo, a sentire che ti piace. Magari è la volta buona! Magari la vita vera inizierà da adesso. Magari sarai capace di gettare la maschera e affrontare finalmente quella “nudità” che ti spaventa tanto: quell’essere te stessa, senza filtri, senza finzioni, senza paraventi e senza imbottiture contro gli urti, che ti ha sempre terrorizzata. Inizi anche a parlare, a spiegare, come non ti era mai riuscito di fare. Su queste fondamenta, ci vuole un attimo a costruire una torre altissima. Ed ecco, con l’altezza, la vertigine. E, con la vertigine, la paura. Ed ecco che la velocità con la quale riesci a distruggere tutto è direttamente proporzionale al tempo che c’è voluto per costruire quel qualcosa che, fragile e nuovo, chiedeva solo di essere difeso e coltivato e assecondato.

I fili strappati non si riannodano. Non si riannodano da soli e, se non fai niente, se ti limiti a guardare i due estremi, se li tieni in mano e non li intrecci, rimangono solo degli inutili monconi a perenne testimonianza di ciò che sarebbe potuto essere, triste memorandum della tua incapacità. Così come sono inutili tutte queste parole, questa massa di segni che non riesco a evitare di affastellare sullo schermo. Sono parole morte, che si scontrano contro il nulla e che non servono mai e non risolvono mai e non arrivano mai dove dovrebbero…

Listening to:
Anello mancante – Carmen Consoli

3 risposte a “Vertigo”

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    Anonimo

    Torno a scriverti, per la seconda volta. Dietro alle parole che ora scorrono, c’è quell’anomimo che tu hai ringraziato per la gentilezza, ma anche rimproverato per essersi nascosto dietro ad un “non nome”, francamente scelto solo per pigrizia. Non credo ci sarà occasione di scriverti ancora e per questo scelgo di non lasciare una traccia di me su questo blog, non avendone la presunzione. Semmai, sono le parole che scrivo ed il contenuto dei miei pensieri che mi identificano.Non so che cosa ti stia accadendo, leggo solo gli effetti che ti conducono ad una severa autocritica, ad un accentuato pessimismo e soprattutto -e questo mi rammarica davvero- ho la netta sensazione che un tale stato d’animo non sia più solo una condizione che tieni dentro di te, ma che è esplosa e travolge tutto e tutti. Forse è solo un po’ di stress. O forse è il risultato di un percorso naturale che ciascuno di noi -più o meno sensibile- subisce quando inizia a porsi dei dubbi, nell’intento di conoscere sè stesso. E’ quel caos che precede l’ordine. C’è solo un rischio: l’insoddisfazione diventa rabbia e quella la rabbia silente ti martella dentro e si accentua a causa dei piccoli fallimenti, delle incertezze, dell’affanno di voler essere sè stessi ma ancora non è arrivato il tempo giusto. Non cadere in questa trappola. Non distruggere ciò che ti circonda (il sorriso di un amico, il saluto di un passante, la carezza di un raggio di sole), ma piuttosto guarda il mondo senza la rabbia. Non sopprimere la dolcezza che hai dentro. Così capirai che ogni tassello -purché vissuto nel confronto con gli altri- di una piccola quotidianità imperfetta, ti aiuterà ad essere quella donna meravigliosa che sei e che sarai.Buona estate.

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    Anonimo

    Certo che servono. Senza queste parole staremo un po’ peggio almeno in due, ma credo chiunque passi di qui… davvero. baci

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    Anonimo

    …mi rattristo leggendo tutto questo, mi rattrista leggerti in questo modo. Taccio, spero in un tuo sorriso di tranquillità e aspetto di vederlo-leggerlo presto…:) Aura

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