Mi ci sono volute più di ventiquattro ore per metabolizzare “Il divo” e poterne scrivere. Ieri pomeriggio, ore 17.20, sono uscita dal cinema estasiata ed entusiasta, al punto tale che parlavo a vanvera e quasi barcollavo in un delirio di fascinazione assoluta.
Sorrentino con questo film si assesta sempre più saldamente nel pantheon dei miei registi preferiti. Fare un film su Giulio Andreotti era rischiosissimo, perché si trattava di raccontare dell’uomo che più di ogni altro ha rappresentato e rappresenta la politica dell’Italia repubblicana: uno che siede in Parlamento da sedici legislature (cioè dalla prima a quella attuale), ed è contemporaneamente amato e odiato. Un uomo discusso e indubbiamente (forse inevitabilmente, visti gli incarichi ricoperti) controverso, un uomo ieratico e distaccato, un atarassico dotato di uno humor implacabilmente sottile e tagliente, degno di un epigrammatico di razza. E andava raccontato senza fervore partigiano e derive didascaliche, ma senza neppure cedere alla tentazione di parlare di questo gigante della politica facendosi schiacciare dal timore reverenziale e cadendo nella pura oleografia.
Per narrarci del Divo Giulio, Sorrentino ha scelto la via accidentata dell’epopea, iniziando medias in res, come nella migliore tradizione classica: Andreotti si prepara a ricevere il mandato come Presidente del Consiglio per la settima (ed ultima) volta e coltiva il sogno di salire al gradino più alto della piramide istituzionale, coronando la propria carriera politica con l’ascesa al Quirinale. Un uomo di potere e di successo, insomma. Ma l’irriverenza è dietro l’angolo, perché la prima immagine che Sorrentino ci dà dell’eroe è quella grottesca di un uomo assediato dall’emicrania e dai fantasmi tormentosi di un passato impossibile da dimenticare. Si capisce immediatamente che il giovane regista non ha rifiutato la sfida di provare a mostrare le contraddizioni e le sfumature dell’uomo e del politico. E per raccontare questo enigma si è avvalso della collaborazione di un ottimo Toni Servillo, che incredibilmente si metamorfizza in un Andreotti, sì, più pingue di quello vero e dal volto meno incavato, ma non per questo meno credibile. Il tono acuto e il volto imperturbabile sono la cifra del personaggio, insieme alle mani, sulle quali siamo invitati a focalizzarci fin dall’inizio, prima dalla locandina stessa del film e poi dalle parole della segretaria Enea (Piera Degli Esposti). Tutti i personaggi che ruotano attorno al Divo Giulio (efficacemente interpretati dai vari Bonaiuto, Buccirosso, Bosetti, Bucci, ecc.) sono comprimari: cortigiani reverenti o fieri avversari, che la storia cancellerà o ridimensionerà. Mentre Andreotti, l’uomo fragile che sarebbe dovuto morire giovane, si staglia come un figura titanica: un politico brillante e affascinante, che sa mettere tutti a tacere con un’ironia sferzante, oppure zittirli sotto la minaccia di svelare i contenuti del suo vastissimo archivio, o ancora grazie alla sua erudizione e alla sua astuzia e, non da ultimo, per via della soggezione naturale che la sua figura solenne e composta è in grado di suscitare. E un politico, a suo modo, perfino amato, perché il Divo Giulio sa anche, all’occorrenza, essere magnanimo e distribuire elemosine, giocattoli e viveri ai propri elettori bisognosi, come farebbe un vero monarca. Non mancano, tuttavia, le ombre. L’uomo di successo si “sporca”, per caso o per necessità, attorniandosi di “amicizie” discutibili ed entrando dalla porta o dalla finestra in tutte le pagine più nere della storia d’Italia del dopoguerra (diverse volte c’è l’elenco completo delle morti misteriose o violente alle quali è stato negli anni avvicinato il nome di Andreotti). Tranne Tangentopoli, però, che colpirà molti anche tra i membri della sua corrente, ma che non lo scalfirà neppure. E ci sono Riina e la mafia e Salvo Lima e tutte quelle contiguità sospette e inquietanti.
Sporcandosi, l’uomo di successo inizia a scivolare su un piano inclinato e pian piano da (anti)eroe da epopea si tramuta quasi in personaggio tragico, inchiodato da una hamartía fatta di ambizione sfrenata e cinismo; fino all’epilogo, che lo vedrà deluso nel suo sogno di ottenere la Presidenza della Repubblica, che invece, sull’onda del clamore suscitato dalla morte di Giovanni Falcone, andrà all’immacolato Scalfaro.
Come se non bastasse essere capaci di raccontare una storia così senza essere eccessivamente documentaristici o ciecamente feroci, Sorrentino riesce a darci un’opera bella anche esteticamente (e, come sempre, anche musicalmente). Una fotografia stupenda, un ritmo alternativamente lento e veloce (appropriato ai vari “atti” della storia), più un paio di scene cupamente toccanti, rendono il film un piacere anche per gli occhi, non solo per le meningi.
Alla fine il giudizio sull’uomo e sul politico è lasciato allo spettatore, che ricava l’impressione di avere trascorso due ore dentro un mondo sporco e controverso, ma anche affascinante, in cui il potere poteva essere conquistato e detenuto solo con astuzia, arguzia e cultura; e viene quasi nostalgia, a pensare che al giorno d’oggi per fare altrettanto bastino solo soldi, ex-soubrette, televisioni, insulti e sgrammaticature.
Listening to:
Imitosis – Andrew Bird
Scrivi una risposta a umanatroppoumana Cancella risposta