Dovrei imparare a chiedere. Sì, dovrei proprio, anche se è la cosa che mi viene meno naturale. Perché è davvero stupido sapere esattamente qual è la cura e non sollecitarla, soprattutto se chi può somministrarla sarebbe ben lieto di farlo.
Adesso, guarita da una delle mie ricorrenti “tristezze cosmiche”, so che la prossima volta in cui mi sveglierò e qualsiasi cosa mi farà paura, in cui mi vedrò piena di pecche e sarò sul punto di scoppiare in lacrime per un nonnulla, in cui mi sentirò così immotivatamente ansiosa da non riuscire a dormire e mi peserà perfino il semplice fatto d’esistere, allora dovrò domandare che mi si dia riparo per un po’ nel silenzio di un abbraccio caldo e fermo, che mi si lasci affondare la testa nel buio di una spalla fino a che non mi sentirò di nuovo forte a sufficienza per affrontare il mondo e le sue piccole miserie. Quell’abbraccio e quella spalla, i soli che possano rasserenarmi. E dovrò convincermi che non c’è da vergognarsi a chiedere di tanto in tanto un surplus di affetto, né da sentirsi spregevoli ad averne bisogno.
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