L’ironia del destino non ha eguali: per la seconda volta nel giro di appena un paio d’anni, mi propongono di prendere parte a un progetto di training dell’intelligenza artificiale generativa. Proprio di quella GenAI che sta rendendo sempre più superfluo (e ancor più sottopagato…) il lavoro mio e di quelli come me. E probabilmente per la seconda volta, fatti un paio di conti, non mi resterà altra alternativa, se non accettare. Al diavolo gli scrupoli morali e le preoccupazioni per l’avvenire! Tanto, se non lo farò io, se ne incaricherà qualcun altro e il risultato sarà il medesimo.
Quindi è verosimile che presto mi ritrovi a insegnare a un algoritmo come cancellarmi più efficacemente, visto che il primo tentativo sembra non essere andato del tutto a buon fine, dal mercato del lavoro. In soldoni, opererò attivamente per la mia rovina, cosa che per me non è del tutto inusitata, ma che rincresce e imbarazza maggiormente, se fatta in modo deliberato.
Forse, tuttavia, non è una questione di ironia del destino. In realtà, è più un fatto di esorbitante arroganza del capitale, il quale prima s’accontentava solo di sfruttare, mentre adesso chiede addirittura che ci si autoelimini. E, possibilmente, mostrando adeguata riconoscenza per l’opportunità ricevuta (per la serie: “saluteremo il signor padrone, per il male che ci ha fatto…”), perché comunque si tratta di un lavoro con compenso orario. Certo, si viene assoldati per divenire i sicari di se stessi, ma non è mica il caso di attaccarsi a simili quisquilie! L’importante è che alla fine si garantiscano a chi di dovere utili sempre più pingui e rogne sempre più esigue.
È a tutti gli effetti una forma di ricatto, perché, a onta del pungolo della coscienza, non esiste davvero una scelta. Come ci si potrebbe opporre? In che modo si potrebbe riuscire a difendersi? Con una versione aggiornata del luddismo che prenda di mira ChatGPT et similia? Impossibile, anacronistico e perfino un poco ridicolo. I software di GenAI non sono affatto come i telai meccanici del XIX secolo: sono algoritmi immateriali. E noi siamo il popolo dei freelance della gig economy, che lavorano ciascuno da casa propria e non hanno alcuna rappresentanza (e neppure, per la verità, alcuna coscienza) collettiva, né ordini professionali che possano fare intermediazione. Per i sindacati, poi, semplicemente non esistiamo. I partiti, invece, ci disdegnano con untuosa cordialità: alcuni perché non rappresentiamo un gruppo di interesse, perciò da noi non hanno nulla da guadagnare; altri in quanto generalmente rientriamo nel famigerato regime fiscale della flat tax e, di conseguenza, tanto basta a considerarci tutti evasori ad honorem. Vallo a spiegare a chi pontifica dai banchi del Parlamento che pure noi abbiamo delle spese di sussistenza, a cui far fronte con ricavi nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di una partita IVA artigiana o un libero professionista. Per non dire del fatto che, pure se volessimo, poiché lavoriamo da remoto, emettiamo fattura elettronica e riceviamo tutti i compensi tramite bonifico, le tasse proprio non riusciremmo a scansarle.
E non è che me ne lamenti: quel che debbo allo Stato l’ho sempre pagato e pure volentieri, perché è giusto così. Il problema è che m’aspetterei un minimo di protezione in cambio. Non dico che si dovrebbe fare come in Cina, dove lo sviluppo e la diffusione dell’intelligenza artificiale sono rigorosamente regolamentati e limitati per garantire i livelli occupazionali; ma neppure che si debba, secondo tradizione occidentale consolidata, lasciare spazio al far west, in nome della difesa della libera iniziativa e di presunti principi democratici che, confidando ciecamente nel potere taumaturgico della mano invisibile del mercato, finiscono – che strana coincidenza! – per avvantaggiare sempre e solo le classi egemoni.
Anche perché un domani, noi vittime del progresso, noi “sommersi”, diverremo una zavorra gravosa, un costo sociale di cui dovranno farsi carico quelli che (ancora) sono al sicuro, i “salvati”. A meno che non ci si abbandoni all’involuzione totale e si decida per la soppressione completa del welfare statale. E ammesso che alla fine, in un futuro distopico forse non troppo lontano e nemmeno del tutto impraticabile, per cavare tutti d’impaccio, non ci venga chiesto di autoeliminarci anche fisicamente in nome delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. La quale, tristemente, ormai è fatta coincidere soltanto con i detentori dei grandi capitali finanziari transnazionali.
Listening to:
Career opportunities – The Clash
Scrivi una risposta a Transit Cancella risposta