We never know how high we are
Till we are called to rise;
And then, if we are true to plan,
Our statures touch the skies—
Gli incipit sono come le entrate in scena in teatro: possono essere banali o assolutamente folgoranti. Macbeth può arrivare semplicemente camminando e parlottando con Banquo, come del resto il testo shakespeariano suggerisce; oppure saltar giù da un punto elevato, atterrando a sorpresa sul palco, come Iain Glen nella mitica produzione con cast interamente scozzese e regia di Michael Boyd al Tron Theatre di Glasgow nel 1993, della quale non restano – ahimè! – che il trailer striminzito che un’anima buona ha voluto postare su YouTube, le foto di scena in un affascinante bianco e nero, e le recensioni entusiastiche dei critici, ipnotizzati da un Macbeth che si manifestò agli occhi degli spettatori con l’agilità e la prestanza fisica d’un aitante dio della guerra.
Così un romanzo può iniziare con una semplice descrizione, che metta il lettore al corrente del tempo e del luogo in cui si svolge la narrazione, come accade in Delitto e Castigo; oppure con un funambolico gioco di figure di suono, talmente virtuosistico da sembrare dettato da un’entità soprannaturale, come “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”
Non è certo il caso dell’esempio appena citato, tuttavia, non si può negare che gli inizi abbaglianti non sempre preludano a sviluppi altrettanto notevoli e che ci siano centinaia di romanzi con attacchi, se non memorabili come il famigerato “Call me Ishmael” di Melville, per lo meno molto validi, che poi però deludono sonoramente, allorché se ne prosegue la lettura. Ed è parimenti poco contestabile che gran parte delle opere di Dostoevskij dimostrino alla perfezione quanto pure le aperture più “funzionali” e “modeste” possano introdurre pagine dotate del potere di cambiare per sempre la vita del lettore.
Ad ogni modo, personalmente preferisco i finali. Non sono – per carità! – una di quelle creature (moderatamente) perverse che vanno a leggere l’ultima pagina d’un romanzo, prima di decidere se valga la pena di dedicargli del tempo o meno; non mi piace rovinarmi, eventualmente, la sorpresa e per stabilire se un libro m’alletti, mi bastano la quarta di copertina e l’apertura di una pagina a caso, in modo da valutare se lo stile di scrittura dell’autore mi sia congeniale. Il fatto è che mi pare nettamente più determinante il modo in cui una storia si conclude, rispetto a quello in cui inizia.
Per esempio, l’asciutta poesia del sorriso dischiuso nel buio della stanza di un’anonima locanda dal tenente Giovanni Drogo, che – sopportando l’amarezza di non essere nemmeno mai riuscito a intravedere i Tartari tanto agognati – dà un ultimo sguardo alle stelle, mentre avverte che “lei” è arrivata, riscatta in un pugno di righe l’esistenza noiosamente inutile (benché imbevuta di fierezza, come teneva sempre a sottolineare Buzzati) di quest’ufficiale, che ha bramato vanamente per tutta la vita il potersi dimostrare un prode soldato, donandogli l’occasione di dar prova d’essere valoroso nell’affrontare la morte in solitudine e senza traccia di paura. Ed è questo eroismo dimesso e toccante, al quale forse tutti segretamente aspiriamo, a rimanere inciso nella memoria.
O come dimenticare la sensazione di anticlimax che pervade l’explicit di In Patagonia, il quale chiude la parentesi d’un viaggio quasi epico con l’immagine di un uomo d’affari cileno che, sulla nave del ritorno dall’estrema propaggine dell’America Meridionale, suona “La mer” su un pianoforte bianco sbagliando frequentemente le note. Un caveat figurato, che ammonisce a non riposare sui propri allori, perché prima o poi pure le grandi avventure terminano e s’è costretti a rientrare nel mondo di sempre, nella routine consolidata della realtà deprimente e quotidiana, nella quale c’è poco di straordinario e a volte le canzoni sono stonate. Un bagno d’umiltà per l’io narrante e per il lettore, entrambi coinvolti in questo traumatico “rincasare” in cui si palesa la dura legge della provvisorietà d’ogni cosa, in base alla quale a ogni vetta deve seguire sempre, fatalmente, una china.
Per molti versi, la vita non è differente da un romanzo e pure il suo bilancio non si può farlo che alla fine. Se il suo incipit è grossomodo uguale per tutti, ché ciascuno nasce con un pianto e un taglio destinato a divenire rotonda cicatrice più o meno al centro del corpo, è da quel momento in avanti che può accadere di tutto. E, prima che scocchi l’ora dell’unico incontro destinato che sicuramente attende ciascun essere umano, c’è sempre speranza di raddrizzarla, sebbene paia sviata, o di completarla, per quanto possa sembrare irrimediabilmente inane e incompiuta. C’è speranza di poter alla fine “consegnare alla morte una goccia di splendore”, anche se non s’è mai dato segno d’essere in grado di emanare alcuna luce. Speranza di lasciare qualcosa che ci sopravviva; che si tratti di un’eredità già tangibile o di un seme destinato a germogliare postumo o magari solo d’un ricordo che qualcuno custodirà con amore. Speranza di poter pensare con soddisfazione d’aver spremuto il meglio che si poteva da quel ch’era toccato in sorte.
E allora la verità è che la parte davvero determinante e significativa nella vita – e pure nei romanzi – è quella che connette l’inizio e la fine. Quel pezzo d’esistenza che è meno reboante e celebrato, e che è in larga misura dimenticabile, pieno com’è d’inciampi e di tentennamenti e della noia di giorni che troppo spesso sembrano tutti uguali e ugualmente improduttivi. Quel pezzo ridicolo, nel quale si desidera forsennatamente e, alle volte, dopo aver ottenuto ciò che si vagheggiava, ci si pente. Quel pezzo non degno di nota, in cui ci s’arrabbia e ci si diverte e si riposa e si lavora. Perché è in questo insignificante tempo ordinario che si presentano le occasioni che chiamano a levarsi e dimostrare ciò di cui s’è capaci; e chi lo sa dietro quale angolo se ne stanno in agguato! Perciò non si può far altro, se non vivere quest’intermezzo di banale consuetudine, e frattanto confidare e vigilare.
Listening to:
Costruire – Niccolò Fabi
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