La vita che verrà

Un sabato pomeriggio grigio d’afa agostana. Immobile e silenzioso. L’ozio del cuore dell’estate. E all’improvviso il vento, che va e viene a folate e non si sa da quale parte spiri.

Qualcosa si muove. Nonostante le apparenze, qualcosa si muove sempre. Il difficile è capire cosa e verso dove. Intanto sullo schermo della TV campeggia una Torre Eiffel insolitamente addobbata e la memoria corre a venticinque anni fa.

L’inconsueto accessorio dello svettante intrico di metallo non erano i cinque cerchi olimpici allora, bensì il conto alla rovescia per il cambio di millennio, e Parigi in quel lontano 1999 non era la capitale dello sport mondiale, ma solo la Parigi estiva abituale: un carnaio di turisti da ogni parte del mondo, che si muovono involontariamente come un gregge e visitano tutti gli stessi luoghi e fanno e mangiano e comprano tutti le stesse cose.

Non mi piacque Parigi. Non mi piacque affatto. Come qualche anno prima non mi piacque Venezia. O – sarebbe più corretto dire – non mi piacquero la Parigi e la Venezia che visitai, quelle in versione Lonely Planet, quei luna park di cartapesta a uso e consumo del turismo, con le loro atmosfere artatamente pittoresche e stucchevolmente “romantiche” (oggi si direbbe instagrammabili). Sarebbe il caso di tornare a visitare entrambe, stavolta tenendosi giudiziosamente alla larga dal sestiere di San Marco e dal I arrondissement, e chissà che prima o poi non lo faccia davvero…

In mezzo alla nausea che mi dava l’onnipresente grandeur neoclassica, c’era il senso di un fermentare sotterraneo e non era solo l’aria rovente in quell’angusta stanza d’albergo sottotetto di Rue Buffault a tenermi sveglia nelle notti parigine. C’era l’apprensione per quello che si sarebbe trovato una volta rientrati a Milazzo, la sensazione serpeggiante di un redde rationem imminente; ché le cose allora vorticavano – altroché! – e io ero troppo acerba per non avere le vertigini.

Oggi la vita è assai più criptica, il suo lavorìo è segreto e lentissimo e l’agosto presente si srotola pigro e insignificante. Il domani si annuncia senza sorprese e, proprio per questo, forse spaventa ancora di più di quanto non intimorisse in quei giorni di luglio, quando ci si sentiva sul ciglio di un cataclisma.

E ancora non si dorme e ancora si sta a fissare per ore gli spiragli di luce sul soffitto chiedendosi se sarà migliore la vita che verrà, sebbene stavolta nemmeno s’intraveda come ciò potrebbe accadere.

Listening to:
Broken biscuits – English Teacher

2 risposte a “La vita che verrà”

  1. Avatar Marco Talotta
    Marco Talotta

    Ciao Maria, che piacere rileggerti! Se non ti ricordi di me, torna indietro ai tempi ruggenti dei blog e del tuo Festina Lente.

    Ho aggiunto questo tuo spazio tra i miei siti preferiti e ti mando un caro saluto dagli Stati Uniti (sono appena tornato da Milazzo). Ciao.

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    1. Avatar umanatroppoumana
      umanatroppoumana

      Ciao, Marco. Certo che mi ricordo! Che bello ritrovare uno di coloro che mi leggevano nella mia vecchia stanzetta viola!
      Grazie per essere passato.
      Un abbraccio 🙂

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