“Te piace ‘o presepe?”

Eh… Questo Natale si è presentato come comanda Iddio. Co’ tutti
i sentimenti si è presentato, d’altronde lo deve fare è il mese suo.

Fa freddo. Da giorni piove e grandina a intermittenza, a seconda di quel che sul momento impone il ponente screanzato coi suoi schiaffoni brutali, che sbatacchiano senza riguardi tutto ciò che ha la sventura di non trovarsi al riparo. E allora – sebbene dalle mie parti il “Natale come comanda Iddio” sia generalmente tiepido e soleggiato – come si fa a non pensare a Luca Cupiello che, in un incipit teatrale tra i più gustosi, non entra in scena, bensì emerge poco a poco davanti agli occhi del pubblico, sbucando da una valanga di coltri e sciarpe e scialli, per poi iniziare il noto batti e ribatti di punzecchiature con la moglie Concetta?

C’è stato un tempo – nemmeno così lontano – in cui si credette appassionatamente nell’importanza di comunicare con le classi popolari usando stilemi che fossero loro familiari, per risultare accessibili al grosso di una nazione ancora largamente analfabeta o poco più, senza tuttavia lasciare da parte la profondità. L’idea era che sensibilità e intelligenza non avessero nulla a che vedere col censo e che al popolo non mancassero affatto le facoltà per poter elaborare concetti complessi. Si guardava agli strati meno abbienti della società con rispetto, riconoscendone il potenziale e ossequiando il valore delle loro tradizioni, convinti che si dovesse solo aiutarli ad affinare il gusto e appuntire gli strumenti espressivi.

Oggi, invece, da un lato si accusano di paternalismo tutti i tentativi di educare le classi popolari e dall’altro si trattano queste fasce sociali con derisione e un disprezzo da ancien régime, considerandole una massa d’irrecuperabili ottentotti a cui ammannire crasse sciocchezze concepite in maniera sbrigativa e scontata, che non servono ad altro, se non a incoraggiare chiunque vi sia esposto a rotolarsi sempre più entusiasticamente nella melma dei bassi istinti e a seguire con zelo inappuntabile il decalogo del perfetto consumatore, al quale è proibita ogni emozione che non sia connessa con – o sublimabile in – qualcosa di materiale.

Nel frattempo, la “cultura” se ne sta custodita, accuratamente serrata a tripla mandata, in un sancta sanctorum praticabile solo per uno sparuto gruppo di eletti, nella quasi totalità dei casi insigniti di questo diritto per successione dinastica. E proprio la sinistra, nata a suo tempo per rappresentare e difendere chi non ha sostanze sufficienti per provvedere da sé a far valere le proprie istanze, ormai da decenni – per lo meno nell’Occidente ubriaco di capitalismo – è la paladina per eccellenza di questo vomitevole snobismo, che lusinga le classi egemoni mentre arrocca sempre più il privilegio e la sperequazione. Salvo poi stupirsi di questa o quella débâcle elettorale, come se fosse stata ingenerosa e imprevedibile.

Non c’è niente da fare: a me, proprio come a Nennillo, questo “presepe” non piace affatto e penso che ci sarebbe un disperato bisogno di un ritorno del “paternalismo” alla Eduardo, prima che per alcune generazioni diventi disgraziatamente davvero troppo tardi per fare qualcosa.

Listening to:
Father Christmas – The Kinks

13 risposte a ““Te piace ‘o presepe?””

  1. Avatar ziokos
    ziokos

    Analisi di raro acume dei tempi attuali.
    Mi congratulo oltre che condividere il contenuto.
    Auguri di Buon Natale e…me piace assai o presepe!
    🤗👏👏

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    1. Avatar umanatroppoumana
      umanatroppoumana

      Grazie per l’apprezzamento.
      Ricevo con piacere gli auguri di buon Natale e, con altrettanto piacere, li ricambio.

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  2. Avatar Vittorio Tatti
    Vittorio Tatti

    In linea di massima (quindi non il singolo individuo) le generazioni sono già tutte ampiamente fottute.
    Le più vecchie si rincretiniscono su Facebook, dimenticandosi tutti i bei discorsi eudcativi sulla tv che danneggia il cervello.
    Le più giovani in questo mondo ci sono nate e si stanno semplicemente adattando; male, ma si stanno adattando.
    Credo che il concetto di “cultura” si sia ormai perso, e non credo che qualcuno lo stia conservando in attesa di tempi migliori per riesumarlo e mostrarsi come un messia.
    È cambiato il mondo, è cambiata la società, è cambiata la gente; e la gente vuole solo scemenze.

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    1. Avatar umanatroppoumana
      umanatroppoumana

      Probabilmente sono un’illusa, ma non mi rassegno all’idea che la gente voglia solo scemenze. Certo è che, se solo quelle le vengono somministrate, non si potrà mai sapere se le potrebbe piacere altro oppure no.

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      1. Avatar Vittorio Tatti
        Vittorio Tatti

        Il punto è quello: c’è l’offerta perché c’è la domanda.

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      2. Avatar umanatroppoumana
        umanatroppoumana

        Ma la domanda è spontanea oppure “spintanea”? Io non mi sento di essere eccessivamente pessimista da questo punto di vista.

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      3. Avatar Vittorio Tatti
        Vittorio Tatti

        Per me è stato raggiunto l’equlibrio e ora è complicato uscire dall’attuale status quo.
        Non lo fa la gente, che personalmente considero di base stupida.
        Non lo fa chi propone, perché conviene che la gente rimanga stupida.

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      4. Avatar umanatroppoumana
        umanatroppoumana

        Che l’istupidimento del popolo torni utile è fuori discussione, ma penso non ci si dovrebbe rassegnare allo status quo.

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      5. Avatar Vittorio Tatti
        Vittorio Tatti

        Quanta gente va in biblioteca, avendo la possibilità di leggere libri gratis?
        Intendo libri contenenti cultura e sapere, non romanzetti sentimentali.
        Quanta gente sfrutta Internet per la medesima ragione, anziché vegetare sui social network?
        E quanta gente perderà irrimediabilmente i neuroni a causa della domotica?
        Delegheremo all’IA e agli algoritmi scelte sempre più banali e noi smetteremo completamente di pensare, almeno in maniera intelligente.

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      6. Avatar umanatroppoumana
        umanatroppoumana

        In parte concordo e in parte no.
        Penso sia la strada più semplice dire che le persone hanno a disposizione tutte le opportunità possibili per arricchirsi culturalmente, ma colpevolmente non le sfruttano. Per citare un detto delle mie parti, è come chiedere di correre a chi non può nemmeno camminare. Chi proviene da famiglie nelle quali non ci sono libri e nessuno legge deve essere “accompagnato” verso la lettura (e purtroppo il più delle volte la scuola non lo fa o lo fa molto male), non si può pretendere che ci arrivi da solo. Altrimenti cadiamo nei discorsi sulla (falsa) meritocrazia che fa certa destra liberale, che non riconosce la differenza delle condizioni di partenza né la necessità di adoperarsi per permettere a tutti di colmare il divario iniziale, scaricando ogni responsabilità sul singolo, a cui è dato l’onere di “salvarsi” da solo.
        Riguardo alla diffusione e alla fruizione culturale su Internet, poi, il discorso è ancora più complesso e articolato.
        Invece, quanto alla domotica e all’IA – e ai danni che provocano e provocheranno – vorrei fare un paragone un po’ azzardato con la cucina. In Italia il cibo è quasi una religione e molti fanno in casa anche cose che si potrebbero tranquillamente comprare già pronte, proprio perché riconoscono il valore aggiunto (in termini di gusto e soddisfazione) del farle da sé. Questo è possibile perché non si è mai messo in discussione che un piatto preparato in maniera tradizionale sia migliore di uno precotto comprato nel reparto surgelati del supermercato, ma soprattutto perché si riconosce la piacevolezza dell’atto del cucinare (con tutti i suoi significati simbolici). Se svuotiamo di valore ogni cosa, convinti che tanto le macchine o gli algoritmi la fanno allo stesso modo o meglio, e cominciamo a dire a destra e a manca che fare da sé è solo un fastidio e/o un’inutile perdita di tempo, allora sì, siamo sull’orlo della catastrofe. Tuttavia, diffondere l’idea che le macchine e gli algoritmi siano come noi e meglio di noi è una scelta, non un obbligo.
        Io da anni lavoro nell’ambito di progetti per il training dell’IA e ho molte meno illusioni del cittadino medio sulle sue capacità attuali e potenzialità future. Sui media, però, è tutto un glorificare ChatGPT, Gemini e simili e, a forza di sentire lodi sperticate continue, si finisce per crederci.

        Personalmente, non riesco ad ascrivermi nella schiera di chi pensa che il disastro sia inevitabile. Riconosco che probabilmente è un mio grande limite, eppure, essendo cresciuta in un ambiente che – usando un termine che non amo – si potrebbe definire cattocomunista, ho appreso e ho ancora il vizio della speranza e della fiducia nell’umanità (e me lo tengo stretto, perché il cinismo non mi dona).

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      7. Avatar Vittorio Tatti
        Vittorio Tatti

        L’ambiente cattocomunista è comune a molti e, in un certo senso, devo includere anche il me giovane (ora sono ateo, odio le religioni, etc.) nell’insieme.
        Al contrario di te, è proprio iniziando da quell’ambiente che ho capito che l’essere umano – o meglio, l’umanità – non merita né perdono né redenzione.
        Però forse ho notato una contraddizione nelle tue parole.
        Sulla cultura dici che le persone andrebbero accompagnate verso la lettura.
        Sull’utilizzo dell’IA dici che è una scelta e non un obbligo.
        A questo punto, invertendo le situazioni, anche la mancanza di cultura può essere una scelta e anche l’abuso dell’IA dovrebbe comportare a un accompagnamento educativo.

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      8. Avatar umanatroppoumana
        umanatroppoumana

        Penso di essermi spiegata in modo confuso. Intendevo dire che glorificare l’IA è una scelta. Usarla è e sarà sempre più inevitabile, ma questo non significa che dobbiamo per forza lasciarci convincere che tutto quel che fa l’intelligenza artificiale sia migliore di quello che è fatto dall’uomo.

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      9. Avatar Vittorio Tatti
        Vittorio Tatti

        L’IA è plasmata dagli umani.
        Una creatura fallimentare è la conseguenza del fallimento del creatore.
        A sua immagine e somiglianza, direbbero i cattolici.

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