[…] solo questa è la porta da cui,
se mai, potrai trovare scampo.
Scrivi, scrivi.
Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
una riga si potrà salvare. (Forse).
Ho visto tante albe ultimamente. È forse il solo risvolto gradevole di questi tempi dissanguati dall’incombere di una filza infinita di scadenze che, mentre si smaltiscono, si rigenerano. Il lavoro rende la vita un uroboro obnubilante, ma non è questa la ragione della mia imperdonabile diserzione, ché – a volerlo davvero – il tempo di passare da qui in un modo o nell’altro l’avrei potuto accozzare. È, piuttosto, il disagio di sapere d’avere addosso occhi predatori, che sorvegliano questo posto con regolarità maniacale. È tale controllo ossessivo, che sbigottisce e infastidisce in pari misura, a togliere il piacere di frequentare la mia stanza viola.
Ho sempre saputo e accettato che l’espormi scrivendo “in pubblico” comportasse inevitabilmente attirare lettori sgraditi, ma vi sono circostanze che rendono alcuni sguardi particolarmente molesti e non è solo (e non è tanto) l’indiscrezione a spiacere – l’idea che venendo qui si possano carpire chissà quali segreti – è l’impressione d’essere studiati per poter essere meglio decifrati e manipolati o perché si possa identificare una falla da cui trarre vantaggio all’occorrenza.
Riconosco che sia paradossale dolersi delle infrazioni alla propria privacy, dacché s’è deciso di sacrificare volontariamente il proprio culto della riservatezza esibendo la propria vita interiore sul web. Ma non si tratta d’una scelta fatta a cuor leggero. Non è per capriccio che si viene qui a scrivere: è per necessità.
E la necessità s’è fatta nuovamente vivida e pungente in una delle tante albe salutate, mentre il giorno si schiudeva rosato e croccante e tiepido come in un anticipo di primavera. Ché quest’attività apparentemente futile, per l’ennesima volta, m’è apparsa nitidamente per quel che è: la sola cosa che mi riesca, se non proprio bene, di certo meglio di tutte le altre. E, dunque, l’unica risorsa che ho, ché intimamente ho sempre intuito l’impossibilità d’avere altra salvezza, grazia, incantesimo o esorcismo. Se qualcosa di buono è destinato a venire per me, sarà per questa via; non vedo come potrebbe essere altrimenti.
Ancora una volta, in assenza d’alternative, non mi resta che prendere atto della necessità di raccontarmi – agli altri come a me stessa – scrivendo queste “lettere al mondo” quale farmaco per sconfiggere ritrosia e inazione e nutrire la speranza, pregando che uno dei tanti messaggi in bottiglia affidati a un destino ignoto, prima o poi, a dispetto degli sguardi malevoli e invadenti, s’areni sulla riva giusta.
Listening to:
Il diavolaccio – Marco Parente
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