Ho sempre odiato gli intellettuali limpidi, forbiti e remoti. Quelli la cui voce personale sul registro è specchiata e non si potrebbe mai accusarli d’aver avuto una passione che fosse men che ineccepibile. Quelli per cui, se un romanzo non è all’altezza di Tolstoj o Balzac e non è per lo meno d’impegno civile, allora è spazzatura da ombrellone; e non importa che, magari, si tratti di Richard Yates o di Dino Buzzati. Quelli a cui perfino Harold Bloom e il suo canone occidentale sembrano sbracatamente indulgenti, perché, come non mancano sempre di sottolineare con espressione tra il paternalistico e l’affranto, dopo la letteratura greca è stato solo declino.
Tra il sommo e l’infimo, tuttavia, ci sono gradazioni infinite e di tanto in tanto si può – e si dovrebbe – pescare qualcosa a metà e concedersi di trarne diletto, anche se si ha familiarità con i grandi capolavori. Così come si può – e si deve – riconoscere il valore di opere acute e irriverenti, che non si sono fatte scrupoli di smontare le forme rituali e di giocare con i mostri sacri della letteratura senza farsi paralizzare dall’ossequio obbligatorio, perché apprezzarle sinceramente non equivale a un delitto di lesa maestà. Ci vogliono, infatti, più genio e più conoscenza e amore nei confronti della fonte per “dissacrare” Amleto come ha fatto Tom Stoppard, che non per vomitare l’ennesima torma di esausti superlativi esornativi all’indirizzo di Shakespeare.
Non che il sublime William di Stratford-upon-Avon non li meriti tutti gli elogi, inclusi i più sovrabbondanti ma, dato il suo acume, scommetterei qualunque cifra sul fatto che, fosse stato in vita, sarebbe stato il primo a essere conquistato dal candido (e divertente) disorientamento di due poveri cristi che non sanno nemmeno perché stiano dove stanno o perché accada loro quel che gli accade e, soprattutto, perché lanciando una moneta infinite volte questa cada sempre immancabilmente sulla testa.
È questa nostalgia dell’Eden, questo pernicioso culto del passato – che non è usato come esempio né come pungolo o come controparte con cui intavolare un processo dialettico, bensì esclusivamente come un’icona davanti alla quale non si può fare altro che genuflettersi con sacro timore – a sclerotizzare il panorama letterario e artistico contemporaneo in Italia, il paese in cui le accademie sono il sancta sanctorum di figure che, non importa se vecchie o giovani, nella maggioranza dei casi hanno lo spirito ammuffito e nessuna voglia di reclamare la propria voce autentica, limitandosi a rimasticare questo o quel pensiero, purché si tratti di cose risalenti ad almeno cinquant’anni fa. Con le uniche eccezioni dei gender e, in una prospettiva più ampia, degli ethnic studies che, tuttavia, pur essendo indispensabili ed essendo nati con intenti lodevoli, ironicamente si stanno sempre più avviando verso l’intolleranza e la cancellazione di ogni voce dissonante.
Forse, però, mi sbaglio e il mio disfattismo culturale non è che l’ennesimo prodotto della mia caratteristica indole “eretica”. Nel tentativo ozioso di dirimere la questione, intanto mi trastullo senza vergogna con una canzone leggera ed estiva…
Listening to:
A distant life – The Murder Capital
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