Gli anni terminano sempre con l’idea che ci si possa lasciare alle spalle il prima e l’illusione che il dopo sarà diverso, che si cambieranno le cattive abitudini e si abbracceranno scelte più profittevoli. Prima che gennaio sia trascorso, tuttavia, di norma si è costretti ad ammettere d’essere ancora ben bene impastoiati in tutto ciò che si sarebbe voluto abbandonare; eppure, nonostante la prevedibile inanità della cosa, è impossibile non farsi contagiare dall’entusiasmo dei buoni propositi.
Almeno in questa fattispecie, del resto, la diagnosi è la parte più semplice: salvo essere del tutto inconsapevoli di sé e della propria condizione, non ci vuole chissà cosa per capire quel che dovrebbe essere scartato e quel che andrebbe, invece, accuratamente accudito. Il problema vero sorge allorché si deve chiamare a raccolta la risolutezza necessaria per dare seguito alle intenzioni, soprattutto a quelle più radicali, ché è quasi impossibile tenere fede a proponimenti d’una certa drasticità, senza che ciò comporti l’accarezzare qualcuno contropelo. E, tuttavia, non si possono accomodare costantemente gli altri, né flettersi oltremodo per adattarsi ai bugigattoli sempre più angusti in cui s’aspettano di trovarci pronti, benevoli e grati come cagnolini scodinzolanti, come se questa situazione fosse già un privilegio.
Bisogna, a un certo punto, riappropriarsi della propria facoltà di dissentire, di dispiacere, di deludere, ché il rischio dell’essere sempre docili e prudenti è quello di finire per accontentare tutti, meno che se stessi.
Listening to:
Tables and chairs – Andrew Bird
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