Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere
Questo sabato umido, messaggero d’autunno, s’è aperto con un sagace consiglio del mio oracolo virtuale, che – chissà come – mi squadra sempre con tempismo infallibile e millimetrica precisione.
Non sa il mio mentore, tuttavia, che di lettere come quelle suggerite negli anni ne ho scritte a decine, quasi sempre su carta a quadretti. Non può sapere che, con il mio solito modus operandi maldestro, le più intempestive furono addirittura spedite, appropriatamente affrancate e accuratamente sigillate in buste colorate (rosso mattone, celeste…) che erano state prelevate alla chetichella dal cassetto destro della scrivania di mio padre.
La pezza è peggiore del buco: se mai scrivessi la mia autobiografia sarebbe questo il titolo più appropriato. Del resto, la capacità di aggravare il danno in misura direttamente proporzionale alla voglia di ricucire lo strappo è stato a lungo il mio più notevole talento e le mie lettere sono spesso state il miglior vettore per trasmettere e manifestare la mia goffaggine anche a distanza.
La vita e le sue curve, se non altro, m’hanno insegnato un poco di prudenza, ma una domanda rimane aperta: posto che sia preferibile comportarsi sempre con grazia e sobrietà, si può davvero sperare d’afferrare qualcosa di bello senza mai rendersi ridicoli? A giudicare da quanto accaduto con le lettere spedite in quegli anni lontanissimi, parrebbe di no; ché allora quello che mancò e che storpiò tutto fu proprio la benedetta incoscienza di rivendicare le proprie azioni impacciate. Così, per non “perdere la faccia”, toccò strapparsi via il cuore.
Listening to:
Type it up – Matt Berninger

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