Categoria: Riflessioni
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Essere capace di rischiare il ridicolo. Accettare la possibilità di incespicare. Non aver paura di lasciarmi spettinare. Concedermi anche d’essere – quando è il caso – imbarazzante, grottesca e perfino disgustosa, patetica o volgare. Prendermi la libertà di disturbare. Deludere qualcuno solo per il gusto di poterlo rivendicare. Essere indulgente con me stessa e permettermi di non espiare. Forse perfino abbandonarmi a una sguaiata ebbrezza. Vivere una parentesi, almeno una, di scalmanata frenesia in cui dare sfogo a tutto quello che da sempre è stritolato da una camicia di forza di decenza e compiacenza. Smettere di obbedire, di sbracciarmi e darmi da fare, di rispondere signorsì a ogni richiesta, di appaltare il mio tempo e la mia attenzione a chiunque. Impegnarmi ad avere almeno un rimorso che interrompa la catena infinita dei rimpianti. Essere rotondamente me stessa, accogliendo la prepotenza perturbante della mia Ombra, di quell’alterità che si vorrebbe fosse estraneità, ma non è altro che costituente inseparabile. Compiere le mie possibilità e il mio destino, come può solo chi non ha niente da difendere né da ossequiare. Piangere non più di frustrazione, ma come un rito di liberazione in cui con le lacrime si purga lo spirito dalle sovrastrutture, e da quell’acqua battesimale rinascere, dopo trentotto anni, finalmente integralmente me stessa. Essere e basta. Senza dovere e senza garbo. Senza tutte le inibizioni in nome della reputazione propria e del rispetto dovuto ad altri. Senza camminare incessantemente sulle punte per essere alta quanto le aspettative richiedono.Listening to:Idioteque – RadioheadNessun commento su Sein und Sollen
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Giorni indefiniti. Una vita di frenate e false partenze, slanci e ripensamenti, che sembra l’abbozzo di qualcosa di cui non si riesce a predire l’esito. E da mesi, se non da anni, la sensazione che si accumulino segni su segni, coincidenze che appaiono come navette diligenti intente a tessere una trama nell’ordito scheletrico dell’esistenza. Il sentore che sia la gestazione di qualcosa di cui non si sa ancora intuire neppure il disegno. Un lancio alla cieca, che rende impossibile prevedere la traiettoria e il punto d’impatto. O forse solo l’illusione che da qualche parte arrivi una chiamata fatale, la vocazione attesa e disperatamente desiderata con ridicola perseveranza nonostante i cambi di calendari. Come in certi pomeriggi indolenti dell’adolescenza, in cui si fantasticava il futuro e lo si sentiva indecifrabile come un quadro di Max Ernst, confidando tuttavia che sarebbero arrivate risposte e si sarebbe trovato il proprio posto nel mondo.
E invece oggi, a un passo dalla mezza età, in mano resta ancora solo un pugno di mosche e nello stomaco un fastidio urente, che è un quarto nostalgia, un quarto delusione, un quarto smania e un quarto terrore. Una vita amorfa. La velleitaria e magnifica cattedrale di sogni e fantasticherie di un’anima pavida e rinunciataria, che se dovesse descriversi si troverebbe in un imbarazzante stato di afasia.
Se nella ghianda è già contenuta la quercia, della mia mi sembra di non essere in grado di dedurre alcun contorno. Il mio codice dell’anima mi appare inintelligibile. Come una conversazione telefonica in cui è tanta l’interferenza e tale il rumore di fondo che non si riesce a comprendere nemmeno una sillaba. Così, l’impressione è che non possa fare altro che mancare il mio destino e finire per disertare me stessa. E allora torno qui e scrivo, come sempre da oltre quindici anni, cercando di strapparmi fuori, in un impossibile tentativo di auto-maieutica, parole che possano aiutarmi ad aumentare la nitidezza di un’immagine in cui a occhio nudo non si vedono altro che macchie indistinte.
Se solo fosse possibile fare come il barone di Münchhausen ed essere capaci di salvarsi da sé dalla palude tirandosi su per i lacci dei propri stivali!
Listening to:
Il mare verticale – Paolo Benvegnù -
Forse anche io sono un crogiuolo,
una fabbrica di futuro
al pari di tutti gli uomini
che neppure se lo sognano…
Perché non ha tregua il lavorìo,
non siede su se stessa la creazione.
E anche ora che cosa sto facendo?
Non guardare all’apparenza,
si esprime nel linguaggio della morte
ogni nostra vita, ma è vita, vita soltanto.Anche ora cosa sto facendo?
Sono una pentola a pressione un attimo prima del fischio. L’aspetto non lascia ancora trapelare alcunché, ma sotto queste mentite spoglie c’è una tigre in gabbia che si dibatte. Nel sogno ne ritrovo i ruggiti, la smania furiosa, l’indomabilità. So qual è la parte marcia che dovrei scartare e non ho il coraggio di calare la mannaia. Conosco le cause di questa inquietudine, della repulsione che improvvisamente si gonfia come uno tsunami, della rabbia che si accumula e che cerco di ammucchiare negli angoli nel tentativo disperato di ignorarla. E il fermento interiore, il rovello, non si placa un momento. C’è qualcosa da seppellire per poter continuare a vivere, perché persistere quando si è sperimentato quanto possa essere vero che “l’inferno sono gli altri” è un torto fatto alla vita, prima che a se stessi; eppure l’azione si paralizza e, come Amleto, la coscienza mi fa vile.
Mi restano, allora, solo i soliti analgesici. Ma per quanto ancora basterà?
Listening to:
London, London – Caetano Veloso -
La bellezza è sempre la cura migliore. L’esorcismo perfetto. La sublimazione precisa, chirurgica, di voragini interiori note e sconosciute. L’arte come terapia, tenaglia, trampolino. Vertigine che sutura, che spezza le catene che atterrano e restituisce la possibilità del volo.
Così le parole più care e preziose le ho trovate nei libri. Gli sguardi più sconvolgenti e i gesti più commoventi su uno schermo. Le verità più ineffabili su una tela. Le emozioni più squassanti nella musica. La bellezza mi ha insegnato tutto quello che so su di me, tutto quello che so sugli altri, tutto quello che so sul mondo. La comprensione che avrei voluto, quella che ho sempre cercato, l’ho trovata nelle creazioni di estranei che – chissà come – sapevano capirmi e parlare a me, trafiggendomi con l’intimità che tessevano tra noi.
I momenti più indimenticabili della vita li devo tutti all’arte. Mi ha dato tante gioie per sempre, parafrasando il poeta, e riconciliazioni e malinconie e tristezze ed estasi e tormenti. E desideri. Mi permette di estraniarmi dal circolo vizioso del nascere, crescere, lavorare, consumare, consumare, consumare, consumare sempre, consumare più che si può, e poi crepare; quell’inane carosello che ci fa dati statistici, più che creature.
Ma come si fa a spiegarlo a chi conosce solo felicità spicciole?
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Guardo vecchi film in bianco e nero e leggo Steve Erickson. Ascolto incisioni de Lo zoo di vetro di oltre mezzo secolo fa e non dormo. E, se dormo, dormo un sonno senza sogni o popolato da figure del mio passato remoto con le quali credevo di aver ormai chiuso tutti i conti. In entrambi i casi, è un sonno senza requie.
È un tempo tenacemente immobile. Nonostante il trascorrere delle ore e dei giorni, nulla procede, tutto si ripete con snervante monotonia. Il divenire pare cristallizzato in attesa di risposte impossibili, perché le domande sono quelle sbagliate. No, non è questo! Le domande sono semplicemente insufficienti, perché troppo timide. Provo a vedere cosa ci sia al fondo del burrone, restando però a cento metri dal precipizio: cosa spero d’intuire da qui? La verità è che ho paura di sanguinare, temo di aprire brecce che non potranno mai rimarginarsi e allora rimango a metà strada. La posizione peggiore che si possa mantenere…
L’unico antidoto che ho, il solo che conosca per questa pavida inerzia, è osservare ferite affini esposte da altri agli occhi del mondo, sperando di poter apprendere qualcosa per assimilazione. Ma quel che rimane a galleggiare in superficie alla fine non sono risposte, bensì ulteriori quesiti.
Mi capita, a volte, di sentirmi più vicina a personaggi mai conosciuti di tempi remoti – più commossa dai loro drammi, più partecipe delle loro sofferenze, più affine alla loro visione e alle loro caratteristiche – di quanto non mi senta attirata dall’umanità che incontro ogni giorno. Mi chiedo se sia un segno ignominioso di totale mancanza di compassione, oppure se questo essere capaci di soffrire retrospettivamente, di sentire il bisogno di proteggere quello che non solo è già morto, ma addirittura già decomposto, non sia una testimonianza di suprema empatia.
Riesco a perdonare ciò che è estraneo o passato e sono spesso spietata con il noto e il presente, costretta da una cecità rabbiosa, che impedisce qualsiasi distanza e lucidità di giudizio. E non capisco se sia bene o male questa inflessibilità crudele e insindacabile. Se sia la nobile difesa di valori da custodire o, più banalmente, un arroccamento stolido e cocciuto.
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Ci penso da tutto il fine settimana e non sono ancora riuscita a decidere se ammettere di andarsene in giro con il proprio libro preferito sempre in borsa sia patetico o affascinante. Se mi faccia apparire più come una specie di psicopatica o, stando a quello che mi disse una volta un’amica (alla quale non credo, perché è troppo cortese per riuscire a spiattellarmi in faccia la verità), come un personaggio da commedia romantica.
Ma, probabilmente, la mia amica si riferiva alle commedie di Woody Allen con Diane Keaton. Quindi, sì, decisamente debbo dare l’impressione di essere una psicopatica…
Listening to:
Green fields – The Good, The Bad & The Queen -
Per la stragrande maggioranza degli esseri umani le speranze di vivere esperienze davvero indimenticabili, di compiere grandi imprese e attingere alla fonte della gloria, sono miseramente esigue. Di conseguenza, per non soccombere alla noia della routine quotidiana, bisogna darsi delle ragioni di vita a portata di mano, dei motivi realistici per cui essere felici. Bisogna sapersi accontentare, gustare i piccoli piaceri: il profumo del pane appena sfornato, i gatti che fanno le fusa, la bolla di sapone che si forma involontariamente mentre ci si lava le mani, o il riflesso delle nuvole nelle pozzanghere.
E poi, chi l’ha detto che conquistare una medaglia olimpica o ricevere il premio Nobel renda più felici o sia davvero più emozionante dell’avere una farfalla che ti vola a un millimetro dalla spalla?
Listening to:
A day in the life – The Beatles -
Mi colpisce il fatto che, pur non avendo la minima idea di quello che succederà, non avverta alcun fastidioso sentore di vertigine e che il mio senso dell’umorismo in questo frangente non sia uno steccato per mantenere le distanze, bensì un modo discreto per cercare di avvicinarmi.
Listening to:
Voglio una pelle splendida – Afterhours -
Non dormo. Ascolto il silenzio perfetto della casa e del palazzo e della strada e mi sento così tremendamente sola e impaurita, come se fossi l’ultimo essere vivente rimasto sulla Terra, l’ultima entità che produce rumore. Allora mi rifugio nella musica come in una preghiera.
Listening to:
Water & air – Cat Power -
Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che
forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante
di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali
creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove
in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai.
Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel
niente. Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca del sempre nel mai.
La bellezza, qui, in questo mondo.Queste ultime righe le ho lette con estrema fatica, cercando di interpretare i segni confusi che vedevo attraverso la spessa patina umida che ormai aveva rivestito i miei occhi e aspettava solo che arrivassi alla fine per potersi finalmente staccare e colare giù. Quindi ho richiuso il libro, l’ho stretto forte tra le mani gelate, mi sono raggomitolata su me stessa come un gatto e ho messo la testa sotto la coperta, perché il mio pianto sommesso risultasse ancora più attutito e nessuno in casa potesse sentirlo. Tutti erano già a dormire e non mi piace disturbare. Ma, soprattutto, avrei detestato essere disturbata. Non sopporto che qualcuno m’interrompa quando mi abbandono a una commozione autentica e non riesco a piangere “in pubblico”.
Avvolta nel buio caldo della coperta mi è sembrato di sentire un rumore cadenzato, come di passi dentro il cervello, ma era solo il mio cuore che, traboccante d’emozione, si era messo a galoppare. Sono rimasta così per dieci minuti abbondanti, incapace perfino di pensare, inchiodata dalla sensazione rara e preziosa di aver letto qualcosa che raccontava allo stesso tempo a me e di me. Pensavo di leggere un libro, invece stavo solo guardandomi allo specchio.
Listening to:
Il Paese è reale – Afterhours
