A dir la verità non mi faccio illusioni su questi Europei, anche se sulla base di ciò a cui ci ha abituati la nostra nazionale ultimamente tutto è possibile…
Listening to:
Hoppipolla Afturabak – Sigur Rós
Listening to:
If I ever feel better – Phoenix
P.S. Vedi? Anche la colonna sonora del post è per te.
Potrei seguire il suggerimento di Fab e scrivere un post sull’anonimo commentatore di ieri, ma ho già detto la mia e, inoltre, ritengo che gli imbecilli debbano essere ignorati. Silenzio e disinteresse: ecco il rimedio più adatto. Se in Italia lo avessimo adottato un po’ più spesso forse oggi i vari Corona, Gregoraci e compagnia bella, sarebbero già caduti nel dimenticatoio; invece siamo riusciti a far sì che tirassero su un bel po’ di denaro in seguito (e a causa) delle loro vicende giudiziarie. Aveva ragione da vendere la lungimirante signora Louise Veronica Ciccone in Ritchie: l’importante è che se ne (s)parli. Loro hanno appreso perfettamente la lezione, non c’è che dire. La mia politica, però, è differente e lascio l’episodio privo di ulteriori, inutili, annotazioni; chi legge potrà farsi un’idea da sé e giudicare di conseguenza. Se mi è concesso il bisticcio di parole, quel commento si auto commenta.
E voltiamo pagina.
***
Io: Mi dica, dottore, è grave desiderare ardentemente di trovare un motivo che renda insopportabile il ritorno a Torino?
Dottore: Be’, signorina, certo non è una cosa da poco… ma lei cosa vorrebbe trovare?
I: Devo proprio spiegarle tutto?
D: Se non le va… ma sarebbe preferibile…
I: Ha detto bene: non mi va.
D: Si rende conto che, se mi tiene all’oscuro, non potrò aiutarla? Perché è venuta qui, se non ha intenzione di dirmi nulla?
I: Per parlare un po’. E non ho mai pensato che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Oh, l’ho offesa: mi scusi!
D: Andiamo, non è nulla! Si figuri.
I: Ad ogni modo, il problema è che sono del tutto consapevole di dover obbligatoriamente tornare a Torino, e non è che non ne abbia voglia… è… be’, insomma… io ci voglio tornare, perché debbo terminare l’università, e non mi sognerei mai di abbandonare…
D: Allora, mi scusi, perché mai vorrebbe che il ritorno diventasse più difficile da sopportare?
I: Sono masochista, secondo lei? Eh? No, un motivo c’è e, mi creda, è più che valido. Fa lo stesso, se lo tengo per me? Sa, non penso che lei sia la persona più adatta con cui confidarmi… senza offesa!
D: Scusi la franchezza: ma perché non se ne va, se non ha nulla da dirmi?
I: Perché qui c’è l’aria condizionata!
Listening to:
L’animale – Franco Battiato
Il primo libro che ho “letto” era un cartonato che si intitolava Le Ruote Corrono: consisteva in una serie di filastrocche sui mezzi di trasporto (auto, moto, bici, camion…), con relative illustrazioni, che in corrispondenza delle ruote presentava dei buchi concentrici nei quali potevi infilare le dita per voltare le pagine. Mi ispirò molto, tanto che il primo lavoro che sognai di voler fare “da grande” fu l’autista di betoniera; altro che maestre e ballerine! Con mia grande sorpresa, l’ho rivisto di recente in una libreria di Torino e devo dire che la cosa mi ha emozionata parecchio, oltre a farmi intuire che all’ombra della Mole non ci deve essere un grande smercio di libri per l’infanzia (ovviamente sto scherzando!)…
Di libri cartonati io e mio fratello ne avevamo anche un altro (di cui al momento, però, mi sfugge il titolo), che raccontava la storia del diluvio universale e dell’Arca di Noè. In copertina c’erano disegnati tutti gli animaletti che ci si aspetterebbe (leone, giraffa, elefante, ecc.), più una strana figura, che s’intravedeva mentre si intrufolava furtivamente sull’imbarcazione. All’epoca mi scervellai per pomeriggi interi per capire cosa fosse, senza arrivare ad alcuna soluzione. Infine, una volta cresciuta, stabilì con ragionevole sicurezza che fosse il solenne deretano di un coniglietto giallo e rosa, con tanto di coda a batuffolo.
Il salto di qualità dai libri cartonati – e dalla mega raccolta di strisce di Paperino – a quelli “veri” avvenne con una collana della Mursia. Ricordo ancora il simbolo: un pulcino nero (una specie di Calimero senza guscio d’uovo sulla testa) seduto a leggere un libro rosso. Le pagine di ogni libro emanavano un profumo diverso. Il primo che mi fu regalato, (non ricordo da chi, però), aveva i bordi della copertina verdi con tante impronte di pulcino bianche stampate sopra. Si trattava de Il Giardino Segreto, che lessi e rilessi fino a impararlo a memoria. Poi arrivarono La Piccola Principessa, con la copertina dai bordi rosa, e una versione ridotta de L’Iliade, che aveva i bordi color turchese. Nacque allora la mia passione per l’epica e, in particolare, per Omero.
Tra un libro di favole e l’altro, arrivò quindi l’incontro con il primo autentico libro per ragazzi. Avevo otto anni e il morbillo, difese immunitarie distrutte e, di conseguenza, umore ai minimi storici. I Ragazzi della Via Paal fu una prova durissima da superare. Il finale (che non svelo, non si sa mai che a qualcuno venga voglia di leggerlo) mi spezzò il cuore e, con la fronte calda come una stufetta e il corpo devastato dall’esantema, piansi per un pomeriggio intero. Il passo successivo fu la saga completa di Piccole Donne, che avevo ereditato da mia madre. Come tutte le bambine di tutte le epoche, anch’io mi immedesimavo in Jo March e fantasticavo su Laurie. Be’, tutte le bambine tranne mia madre, che mi confessò di preferire Beth. Questo, in effetti, potrebbe dare un bel po’ di lavoro ad uno psicologo. Perché mai, dico io, proiettarsi proprio in quel personaggio? Perché mai scegliere l’unica sorella che muore? E giustificarsi dicendo che lei era dolce e suonava il pianoforte non basta a riscattarla, per lo meno non agli occhi di una bimba. Ma questa è un’altra storia… Magari un giorno ci scriverò su un post.
Dopo una serie di libri che non mi segnarono, (tranne, ça va sans dire, Il ritorno di Lady Oscar, che tutt’ora conservo come una reliquia e sfoglio spesso), la mia infanzia letteraria si esaurì presto.
La fase successiva della mia storia d’amore con i libri fu propiziata dalla mia insaziabile curiosità e dall’influsso genitoriale. Mio padre, infatti, è da sempre un accanito bibliofilo e un grande ambasciatore della lettura e non ha mai posto veti sui titoli che solleticavano la fantasia di noi figli. Così, anche in tenera età, eravamo autorizzati ad andare nel salotto e prelevare liberamente dalla sua grande libreria qualunque volume ci sorridesse. Fortunatamente non ha mai posseduto Il Delta di Venere e L’Amante di Lady Chatterley all’epoca era relegato in doppia fila, lì dove gli sguardi innocenti non potevano arrivare…
Il primo dei libri “da adulti” che richiamò la mia attenzione fu Il Vecchio e il Mare e proprio attraverso di esso s’avviò la mia storia d’amore platonico con Ernest Hemingway, che prosegue tutt’ora. Eppure, non considero quel romanzo il discrimine tra le mie letture di bimba e quelle di adolescente. La vera svolta, infatti, arrivò non appena lo terminai e decisi di tuffarmi tra le pagine di Siddharta di Hesse. Il perché del mio interesse è presto detto: più che altro mi ispirava il titolo, che pareva davvero una cosa da gente cresciuta. Lo lessi per intero e tutto sommato credo perfino di averlo capito (anche se mi lasciò freddina, non so ancora per demerito di chi, se mio o dell’opera), ragion per cui mi accorsi che era giunto il momento di passare stabilmente a testi più “impegnati” e che, per quanto concerneva la letteratura, non avrei più avuto molto in comune con i miei coetanei.
Avevo appena dieci anni e iniziavo già il mio percorso da “disadattata”. Mi ci sarebbe voluto circa un lustro per riuscire a trovare altri come me e iniziare a sentirmi un poco meno stramba.
Listening to:
Hypnotize – The White Stripes