• Tempus agendi

    31 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    Gli anni terminano sempre con l’idea che ci si possa lasciare alle spalle il prima e l’illusione che il dopo sarà diverso, che si cambieranno le cattive abitudini e si abbracceranno scelte più profittevoli. Prima che gennaio sia trascorso, tuttavia, di norma si è costretti ad ammettere d’essere ancora ben bene impastoiati in tutto ciò che si sarebbe voluto abbandonare; eppure, nonostante la prevedibile inanità della cosa, è impossibile non farsi contagiare dall’entusiasmo dei buoni propositi.

    Almeno in questa fattispecie, del resto, la diagnosi è la parte più semplice: salvo essere del tutto inconsapevoli di sé e della propria condizione, non ci vuole chissà cosa per capire quel che dovrebbe essere scartato e quel che andrebbe, invece, accuratamente accudito. Il problema vero sorge allorché si deve chiamare a raccolta la risolutezza necessaria per dare seguito alle intenzioni, soprattutto a quelle più radicali, ché è quasi impossibile tenere fede a proponimenti d’una certa drasticità, senza che ciò comporti l’accarezzare qualcuno contropelo. E, tuttavia, non si possono accomodare costantemente gli altri, né flettersi oltremodo per adattarsi ai bugigattoli sempre più angusti in cui s’aspettano di trovarci pronti, benevoli e grati come cagnolini scodinzolanti, come se questa situazione fosse già un privilegio.

    Bisogna, a un certo punto, riappropriarsi della propria facoltà di dissentire, di dispiacere, di deludere, ché il rischio dell’essere sempre docili e prudenti è quello di finire per accontentare tutti, meno che se stessi.

    Listening to:
    Tables and chairs – Andrew Bird

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  • Un prontuario per dipanare il caos

    28 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    After all the pretty contrast of life and death
    Proves that these opposite things partake of one,
    At least that was the theory, when bishops’ books
    Resolved the world. We cannot go back to that.
    The squirming facts exceed the squamous mind,
    If one may say so. And yet relation appears,
    A small relation expanding like the shade
    Of a cloud on sand, a shape on the side of a hill.

    Tutto è kosmos, se a forza di tentativi o per sfacciata fortuna si riesce a trovare il tracciato giusto nella pista cifrata senza numeri che è la vita. Prima d’allora, tutto è caos: una babele di segni, un groviglio di fatti arruffati. L’ordine emerge dalle connessioni che poco a poco si riescono a rintracciare tra cose apparentemente disgiunte e indipendenti le une dalle altre. La decodifica, tuttavia, è possibile solo in retrospettiva, perciò a far la differenza è la prontezza di riflessi di cui s’è dotati: è il tempo di reazione di ciascuno che detta il passo dell’intero processo.

    Ah, s’avesse tanta agilità mentale ed emotiva da comprendere gli indizi da una distanza tale da poterla scambiare per il tempo reale, una distanza che consentisse di beneficiare delle persone e situazioni piovute come provvidenziali “ciambelle sul mare”, invece d’abbrancarsi a rottami di naufragi! O si potesse avere, per lo meno, un vademecum che spiegasse come allenare la presenza di spirito, in modo da poter accelerare l’interpretazione del disegno sotteso a quel che in superficie non pare essere altro che stridore e confusione…

    Listening to:
    Nina + field of cops – Cameron Winter

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  • Un abile marinaio?

    17 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    Non è un segreto che io consulti quotidianamente un oracolo virtuale che ogni volta mi elargisce una frase e che non di rado – per puro caso o chissà per cos’altro – questa risulti essere proprio quella più adatta al momento. Il mio mentore cibernetico oggi m’ha suggerito che la navigazione in acque tranquille non produce lupi di mare: pare, dunque, che debba essere grata delle mie peripezie che, se non altro, sarebbero utili a rendermi più competente nell’attraversare la vita.

    Prima ancora d’iniziare a pensare a quali possano effettivamente essere le capacità che ho acquisito tra inciampi e iatture, è scattato il solito riflesso, quella disfunzione che porta la mia mente a tirare subito fuori una canzone, il brano adatto all’occasione (qualunque essa sia); ché per me nulla può essere sprovvisto di un opportuno sottofondo. Fulmineo è emerso un David Gray d’annata – 1998, ma 2000 per me, che ho scoperto “White Ladder” solo all’epoca della sua fortunata riedizione – che, però, più che sulla crociera vera e propria, è concentrato sul salpare.

    Non è un caso, o almeno mi piace pensare che l’inconscio ancora una volta m’abbia assistita con discrezione, pescando strategicamente dal mio eterogeneo archivio musicale mentale l’alternativa più propizia per innescare una riflessione costruttiva. Perché si ha un bel parlare di acque da solcare, ma a cosa mai può servire l’eventuale destrezza nell’affrontare bonacce e tempeste, se innanzi tutto non si leva l’ancora? L’abilità di un marinaio non si misura all’asciutto. L’imperativo categorico, pertanto, è quello di mollare gli ormeggi e toccherà darsi da fare per escogitare un pretesto, se si ha voglia davvero di soppesare le ipotetiche qualità guadagnate di traversia in traversia.

    Se solo fosse facile liberarsi dalle gomene che tengono legati alla banchina, quando si è allettati dall’idea del viaggio ma non si riesce a immaginarne la meta!

    Listening to:
    Sail away – David Gray

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  • Savonarola a colazione

    12 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    Viviamo un’epoca rabbiosamente moralistica, che fa della vergogna – affibbiata di qua e di là con la stessa facilità con la quale un tempo si faceva volantinaggio – la propria arma d’elezione. E, se la vergogna è la malattia dei nostri anni, il suo antidoto è ancora più deleterio: per prevenire i marchi d’ignominia, occorre autodenunciare preventivamente la propria irreprensibilità. Prima ancora che chiunque ce la chieda, dobbiamo esternare cautelativamente la nostra professione di fede nei confronti di quel che è socialmente considerato buono e giusto.

    Qual è il risultato di questo trionfo del virtue signalling? Che i rapporti umani ormai richiedono d’essere navigati con più circospezione della diplomazia durante la Guerra fredda e che ogni espressione della creatività e dell’ingegno umano si sta inesorabilmente dissanguando. La letteratura contemporanea è diventata per lo più indigeribile, con le sue provocazioni addomesticate che – guarda un po’ le coincidenze! – non contraddicono mai i valori della cultura dominante, mentre il cinema si trasforma sempre più nella versione per immagini degli exempla medievali, con messaggi differenti ma conservandone intatta la verbosità sermoneggiante e la crassa esagerazione dei caratteri (con i buoni buonissimi e i cattivi cattivissimi) per far breccia nell’immaginario delle masse sprovviste di spirito critico, e la comicità ha smesso di far ridere da un pezzo.

    All’apparenza è un mondo improntato ai buoni sentimenti, all’accoglienza, all’uguaglianza, alla solidarietà; di fatto, è tutto un’esuberanza di violenza covata e agita, verbale e non solo. Pare che a tutti prudano gl’indici e non vedano l’ora di puntarli su questo o su quello. Ci si sorveglia a vicenda, in attesa del passo falso altrui che ci faccia tirare un momentaneo sospiro di sollievo, perché ancora una volta possiamo stare dalla parte di chi addita, invece che da quella di chi è additato. Ma in questa gogna quotidiana, è solo questione di tempo prima che tocchi a noi e non serve nemmeno che lo scivolone sia attuale o per lo meno recente: ci sarà sempre qualcuno che potrà dissotterrare qualche atto o dichiarazione vecchi di decenni che avevano la pecca di non aver previsto il futuro e che potranno ritorcercisi contro a scoppio ritardato.

    Pare assurdo che sia proprio io a lagnarmi di questo, io che fin dalla culla sono stata imbevuta di principi più costrittivi di una camicia di forza ed educata alla scuola della mortificazione e della colpa. Sono, è vero, perfettamente abituata allo scrutinio costante, al giudizio, al peccato sventolato come uno spauracchio, ma proprio per questo non capisco come si possa apprezzare una società in cui ciascuno è costretto a vivere nel costante terrore d’essere messo alla berlina da un momento all’altro.

    Entro confini tanto ingenerosi, non c’è spazio per concepire nulla che vada oltre la melassa dei pensierini dei bambini delle elementari o l’assoluta ovvietà delle cose che un tempo non necessitavano nemmeno d’essere dichiarate, per quanto erano scontate. Quando va proprio bene, al massimo si arriva a qualche riflessione agrodolce, accuratamente sanificata affinché sia il più possibile innocua e priva di riverberi che possano minacciare, seppure in maniera estremamente remota, lo status quo.

    Ci siamo volontariamente relegati al ruolo di aspiranti miss Italia, che la prammatica obbliga a giurare d’avere come sogno massimo la pace nel mondo e come valore fondante la famiglia. Alimentiamo quotidianamente un circolo vizioso d’ipocrisia e inanità che è francamente disperante e dal quale non pare si possa riuscire a uscire nel prossimo futuro, abituati come siamo al tribunale perenne dei social e all’attivismo performativo.

    Quanto avremmo bisogno oggi di un giullare che alle rampogne rispondesse con sano menefreghismo e adeguato sarcasmo, assicurando di prenderne nota senza indugio!

    Listening to:
    (What’s so funny ‘bout) peace, love and understanding – Elvis Costello & The Attractions

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  • Smetterai di scappare?

    7 dicembre 2025
    Musica, Riflessioni
    dicembre 2025

    Le melodie imbizzarrite dei Geese – coronate dalla voce aspra e un poco lagnosa di Cameron Winter, che tanto ricorda quella di Thom Yorke – sono diventate per me l’accompagnamento di quest’autunno particolarmente grigio e piovoso e sono riuscite a riscattare, quando ormai quasi s’era persa ogni speranza, un 2025 a mio avviso davvero avaro sul piano musicale.

    Ascoltando “Getting Killed”, tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi se sia la sua qualità a entusiasmarmi oppure la sua familiarità. Perché non si può non ammettere che, per quanto bello, l’album sia una mescolanza di cose già sentite: un poco di Radiohead, un poco di Television, un poco di Strokes, un pizzico di Alt-J, di Lou Reed, di Velvet Underground, per dire solo delle influenze più palesi. E poi in apertura c’è quella “Trinidad”, che mi ricorda tanto i Led Zeppelin, ma soprattutto la formidabile doppietta “Bring It On” e “Liquid Skin” messa a segno dai Gomez nel biennio 1998-1999.

    Se fosse questa la ragione di tanta passione per la recente opera delle oche newyorchesi? Non è un mistero che per me sia difficile resistere al fascino di qualunque cosa richiami, seppure vagamente, i primi due lavori del quintetto di Southport: quello fu un amore folgorante e viscerale, come sanno esserlo gli amori dell’adolescenza, che in un modo o nell’altro rimangono addosso per sempre come un sedimento ostinato.

    La nostalgia è una delle forme più perverse di escapismo e quel suono rievoca una stagione che temo non smetterà mai di condizionarmi. La fuga in quel passato è sempre una tortura squisita. Grattare la crosta per riaprire le cateratte dei ricordi – belli e brutti, tutti comunque fondativi – è un diabolico piacere, un vizio difficile da abbandonare.

    Listening to:
    Islands of men – Geese

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  • Soliloquio

    28 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Ricordi? Quand’eri bambina e poi adolescente c’era una sola cosa riguardo al futuro sulla quale non avessi incertezze. E la sapevano anche tutti gli altri, perché a ogni nuova iterazione della domanda, la risposta rimaneva la stessa. E dopo ogni risposta puntualmente ti spettavano le solite smorfie condiscendenti. E tu eri certa che li avresti cancellati dalla faccia di tutti un giorno, quei sorrisetti di sufficienza che tanto t’irritavano, che avresti gloriosamente smentito quelle previsioni che ti parevano nient’altro che iettature. E poi cos’è successo? È successo che le profezie si sono ovviamente avverate, ché gli altri sono sempre stati più realisti e avveduti di te.

    T’avessero chiesto a quel punto il perché, avresti giurato appassionatamente d’aver ceduto all’amore, l’elemento della cui potenza ottenebrante scioccamente non avevi mai fatto conto. Chissà se, invece, come i più anche tu non abbia inconsciamente ceduto all’istituzione e alla tradizione, con la speranza che la loro rigidità fosse capace di dare infine stabilità alla tua vita malferma. Chissà che non sia stato perché l’unico posto in cui ti saresti vista ineccepibilmente comoda ormai t’eri rassegnata non fosse destinato a essere mai tuo. E allora ti sei arresa, ché in confronto alla continua attesa, al continuo vacillare appesa a un filo di ragno, quel giaciglio di spine sembrava davvero invitante: era ben addobbato e in fondo assai simile a dove avevi sempre dormito e se c’è una cosa che può abbindolare chiunque, quella è senza dubbio l’abitudine.

    E adesso che sai che avevate tutti torto? Il tuo rifiuto non poteva essere assoluto – come può essere categorica una cosa così dipendente dalle specifiche circostanze? – e gli oracoli altrui erano solo il riflesso condizionato di chi considera che “frequente” e “inevitabile” siano sinonimi e aborrisce di conseguenza qualunque cosa non sia irreggimentata nell’usanza comune, pensando che solo per quella strada si possa giungere alla felicità. Ti giova a qualcosa questa saggezza acquisita a tue spese?

    Nemmeno questo posto è comodo. Forse nessuno lo sarà mai.

    Listening to:
    Glass hotel – Robyn Hitchcock

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  • In cerca di risposte

    26 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
    degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
    al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

    E se fosse caritatevole, invece che crudele come appare e la si sente, quest’atroce celeste indifferenza? E se questa sordità ostinata non fosse altro che il miglior modo di tutelarci dalla nostra miopia e dalle terribili conseguenze dei nostri incauti desideri? O se magari non fosse che un sistema severo ma efficace di dirozzarci lo spirito, svezzandoci a suon di frustrazioni da questo ingordo volere e sognare sempre fuori dai confini dati?

    Non lo sapremo mai, oppure lo sapremo solo nel giorno in cui per noi il tempo non dovesse più contarsi in intervalli e divenire d’un tratto un panorama infinito; non c’è modo di appurare da qui, dal regno del mistero e dell’ignoranza, se questa esistenza e tutto ciò che la circonda siano meri eventi stocastici o l’effetto di una minuziosa Volontà e, dunque, non c’è modo di stabilire se abbiamo paladini che ci custodiscono o solo fianchi scoperti, se siamo difesi e guidati al nostro bene ultimo o disperatamente inosservati.

    A dirla tutta, questa incertezza inestirpabile è una benedizione: come si potrebbe vivere, altrimenti? Come si potrebbe fare alcunché sapendo che nulla è in nostro potere o per l’essere del tutto subalterni a entità superiori o per l’irrilevanza cosmica di ogni atto compiuto da chi non dura che un istante in confronto all’enormità del tempo?

    Meglio, dunque, che il dubbio sempre latente garantisca la facoltà d’illudersi di qualcosa, ciascuno scegliendo il placebo che più gli si addice.

    Listening to:
    The great beyond – R.E.M.

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  • Fuori fase

    24 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Tra un mese sarà Natale, ma la buganvillea sul balcone s’è convinta d’essere a ridosso della bella stagione e ultimamente s’è data a una crescita entusiasta e intempestiva. Povera illusa: finirà presto per vedersele tutte avvizzite, quelle nuove foglie sconsiderate!

    La guardo e sorrido amaramente della nostra somiglianza, della comune propensione all’impegno volenteroso e vano. L’Orologiaio universale ci ha regolate entrambe a vanvera e così non facciamo che presentarci ad appuntamenti a cui non eravamo attese e mancare quelli che avremmo dovuto avere in calendario.

    Chissà se c’è qualcosa di senziente in lei che possa rammaricarsene tanto quanto io me ne rammarico…

    Listening to:
    Husbands – Geese

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  • Palinodia

    21 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Illusa e supponente come si può esserlo solo quando si è obnubilati dalla sbornia della giovinezza, da ragazza ero convinta che la maturazione fosse una fortezza da costruire accavallando decisioni e certezze, prendendo posizioni inamovibili, tracciando in maniera rigorosa i propri confini e inscrivendosi perpetuamente in questa o quella definizione come nella cella di un ergastolo. Pensavo, insomma, che essere adulti e saggi equivalesse all’anchilosi mentale che discende dalla sicurezza fallace d’aver decifrato se stessi una volta per tutte.

    M’è costato, dunque, dovermi invece piegare all’apprendistato del dubbio e solo sotto il peso dei fatti mi sono rassegnata alle feroci lezioni della disciplina della sconfessione. Mi ci sono voluti anni – e non poche amarezze – prima d’intuire che forse la maturazione non si raggiunge per accumulo, bensì per sottrazione, sottoponendosi volontariamente a un impietoso processo di demolizione che sveli l’inganno e sradichi i puntelli sui quali pareva di potersi comodamente appoggiare, fino ad accettare l’impotenza, l’agonia “d’essere enigma, caso, crittografia/ e tutta la discordia di Babele.”

    Questa fondamentale ignoranza di sé, e di ogni cosa che sfugga alla perversa ossessione della classificazione enciclopedica, è il vizio intrinseco alla condizione umana e pare che maturare somigli tanto all’incassare con eleganza la sconfitta.

    Listining to:
    The whole woman – Anna von Hausswolff (feat. Iggy Pop)

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  • Il privilegio dell’acquiescenza

    15 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Ogni volta che scrivo e mi accorgo di non sapere mettere in fila che parole bolse e vacue, mi viene in mente “September 1, 1939” di W.H. Auden e mi prende quel tipo d’invidia che può prendere solo chi straripa di ammirazione: pensa essere capaci di buttar giù versi come “the error bred in the bone/ Of each woman and each man/ Craves what it cannot have,/ Not universal love/ But to be loved alone”, oppure “All I have is a voice/ To undo the folded lie,/ The romantic lie in the brain/ Of the sensual man-in-the-street/ And the lie of Authority/ Whose buildings grope the sky:/ There is no such thing as the State/ And no one exists alone;/ Hunger allows no choice/ To the citizen or the police;/ We must love one another or die”, e metterli da parte, giudicandoli non degni di pubblicazione! Non riesco nemmeno a immaginare come ci si possa sentire a sapere d’essere tanto eccezionali da poter giudicare insufficiente la “semplice” grandezza.

    Quant’è urticante e insieme affascinante l’idea che l’universo conceda – vai a sapere con che criterio, ammesso che vi sia un criterio e non sia mero accidente – tali investiture! Un oscuro meccanismo d’elezione distingue nella massa i meritevoli e li chiama in modo imperativo, così che ai vocati non resta altra libertà che accondiscendere; l’obbedienza di un arreso «eccomi!» come unica opzione possibile.

    Non che m’illuda che ricevere questo onore renda più docile l’esistenza: sono certa, anzi, del contrario. Sospetto, tuttavia, che debba essere per lo meno corroborante sentire d’avere una missione a questo mondo, a differenza di noialtri vagabondi, rabdomanti del nulla che accumulano un capitale di quisquilie, convincendosi siano tesori preziosi per non ammettere il dramma della propria insignificanza.

    Listening to:
    Nowhere fast – The Smiths

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NIENTE DI ALIENO

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