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  • In cerca di risposte

    26 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
    degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
    al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

    E se fosse caritatevole, invece che crudele come appare e la si sente, quest’atroce celeste indifferenza? E se questa sordità ostinata non fosse altro che il miglior modo di tutelarci dalla nostra miopia e dalle terribili conseguenze dei nostri incauti desideri? O se magari non fosse che un sistema severo ma efficace di dirozzarci lo spirito, svezzandoci a suon di frustrazioni da questo ingordo volere e sognare sempre fuori dai confini dati?

    Non lo sapremo mai, oppure lo sapremo solo nel giorno in cui per noi il tempo non dovesse più contarsi in intervalli e divenire d’un tratto un panorama infinito; non c’è modo di appurare da qui, dal regno del mistero e dell’ignoranza, se questa esistenza e tutto ciò che la circonda siano meri eventi stocastici o l’effetto di una minuziosa Volontà e, dunque, non c’è modo di stabilire se abbiamo paladini che ci custodiscono o solo fianchi scoperti, se siamo difesi e guidati al nostro bene ultimo o disperatamente inosservati.

    A dirla tutta, questa incertezza inestirpabile è una benedizione: come si potrebbe vivere, altrimenti? Come si potrebbe fare alcunché sapendo che nulla è in nostro potere o per l’essere del tutto subalterni a entità superiori o per l’irrilevanza cosmica di ogni atto compiuto da chi non dura che un istante in confronto all’enormità del tempo?

    Meglio, dunque, che il dubbio sempre latente garantisca la facoltà d’illudersi di qualcosa, ciascuno scegliendo il placebo che più gli si addice.

    Listening to:
    The great beyond – R.E.M.

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  • Fuori fase

    24 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Tra un mese sarà Natale, ma la buganvillea sul balcone s’è convinta d’essere a ridosso della bella stagione e ultimamente s’è data a una crescita entusiasta e intempestiva. Povera illusa: finirà presto per vedersele tutte avvizzite, quelle nuove foglie sconsiderate!

    La guardo e sorrido amaramente della nostra somiglianza, della comune propensione all’impegno volenteroso e vano. L’Orologiaio universale ci ha regolate entrambe a vanvera e così non facciamo che presentarci ad appuntamenti a cui non eravamo attese e mancare quelli che avremmo dovuto avere in calendario.

    Chissà se c’è qualcosa di senziente in lei che possa rammaricarsene tanto quanto io me ne rammarico…

    Listening to:
    Husbands – Geese

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  • Palinodia

    21 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Illusa e supponente come si può esserlo solo quando si è obnubilati dalla sbornia della giovinezza, da ragazza ero convinta che la maturazione fosse una fortezza da costruire accavallando decisioni e certezze, prendendo posizioni inamovibili, tracciando in maniera rigorosa i propri confini e inscrivendosi perpetuamente in questa o quella definizione come nella cella di un ergastolo. Pensavo, insomma, che essere adulti e saggi equivalesse all’anchilosi mentale che discende dalla sicurezza fallace d’aver decifrato se stessi una volta per tutte.

    M’è costato, dunque, dovermi invece piegare all’apprendistato del dubbio e solo sotto il peso dei fatti mi sono rassegnata alle feroci lezioni della disciplina della sconfessione. Mi ci sono voluti anni – e non poche amarezze – prima d’intuire che forse la maturazione non si raggiunge per accumulo, bensì per sottrazione, sottoponendosi volontariamente a un impietoso processo di demolizione che sveli l’inganno e sradichi i puntelli sui quali pareva di potersi comodamente appoggiare, fino ad accettare l’impotenza, l’agonia “d’essere enigma, caso, crittografia/ e tutta la discordia di Babele.”

    Questa fondamentale ignoranza di sé, e di ogni cosa che sfugga alla perversa ossessione della classificazione enciclopedica, è il vizio intrinseco alla condizione umana e pare che maturare somigli tanto all’incassare con eleganza la sconfitta.

    Listining to:
    The whole woman – Anna von Hausswolff (feat. Iggy Pop)

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  • Il privilegio dell’acquiescenza

    15 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    Ogni volta che scrivo e mi accorgo di non sapere mettere in fila che parole bolse e vacue, mi viene in mente “September 1, 1939” di W.H. Auden e mi prende quel tipo d’invidia che può prendere solo chi straripa di ammirazione: pensa essere capaci di buttar giù versi come “the error bred in the bone/ Of each woman and each man/ Craves what it cannot have,/ Not universal love/ But to be loved alone”, oppure “All I have is a voice/ To undo the folded lie,/ The romantic lie in the brain/ Of the sensual man-in-the-street/ And the lie of Authority/ Whose buildings grope the sky:/ There is no such thing as the State/ And no one exists alone;/ Hunger allows no choice/ To the citizen or the police;/ We must love one another or die”, e metterli da parte, giudicandoli non degni di pubblicazione! Non riesco nemmeno a immaginare come ci si possa sentire a sapere d’essere tanto eccezionali da poter stimare insufficiente la “semplice” grandezza.

    Quant’è urticante e insieme affascinante l’idea che l’universo conceda – vai a sapere con che criterio, ammesso che vi sia un criterio e non sia mero accidente – tali investiture! Un oscuro meccanismo d’elezione distingue nella massa i meritevoli e li chiama in modo imperativo, così che ai vocati non resta altra libertà che accondiscendere; l’obbedienza di un arreso «eccomi!» come unica opzione possibile.

    Non che m’illuda che ricevere questo onore renda più docile l’esistenza: sono certa, anzi, del contrario. Sospetto, tuttavia, che debba essere per lo meno corroborante sentire d’avere una missione a questo mondo, a differenza di noialtri vagabondi, rabdomanti del nulla che accumulano un capitale di quisquilie, convincendosi siano tesori preziosi per non ammettere il dramma della propria insignificanza.

    Listening to:
    Nowhere fast – The Smiths

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  • Ricordati di ricordare

    9 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    To taste everything in eternity as once in time. All happens only once, but
    that is forever. A toujours. Memory is the talisman of the sleepwalker
    on the floor of eternity. If nothing is lost neither is anything gained. There is
    only what endures. I AM. That covers all experience, all wisdom, all truth.

    Henry Miller – al quale oggi ho scippato pure la citazione in esergo – scrisse che, quando ci si convince che tutte le uscite siano bloccate, le alternative sono due: iniziare a credere ai miracoli o rimanere fermi come colibrì. In parte per irresolutezza e in parte per congenita ingenuità, io ho sempre preferito un ibrido tra tali opzioni: un’attesa fiduciosa ma sfiancante. Così la speranza in un deus ex machina o in una serendipità che provvidenzialmente giungano a sbrogliare nodi, spianare montagne, tappare falle ed erigere ponti è sempre accompagnata da un attivismo forsennato che, come il rapidissimo battere d’ali del piccolo volatile multicolore, ha il solo scopo di mantenermi – seppur sospesa a mezz’aria – sostanzialmente immobile.

    Si direbbe che abbia paura di radicarmi del tutto e sopprimere una buona volta ogni altro scenario possibile (ancorché improbabile), e all’opposto tema altrettanto che, spostandomi anche solo un poco più in là, il mio destino finisca per mancare il bersaglio. Non m’ha evidentemente insegnato nulla la storia dell’appuntamento a Samarra (o Samarcanda o Baghdad, qualunque sia la versione che preferite).

    Qualcuno che sia saggio e di buone letture potrebbe a questo punto suggerire che – essendo evidente che non viviamo affatto nel migliore dei mondi possibili – è assai probabile che ciò che ha in serbo il destino siano nuove peripezie, se va bene intervallate ogni tanto da soddisfazioni agrodolci, e che, se anche si giungesse da ultimo ad acciuffare il finale inizialmente desiderato e che pareva inevitabile, ci sarebbe poco di che rallegrarsi. Ché il peggio che possa accadere a un desiderio è la sua realizzazione, specie se questo ha avuto nel mentre tempo più che in abbondanza per diventare avariato ed è solo la lente deformante del sentimentalismo misto all’idealizzazione e al senso di lealtà (nei confronti di se stessi o di altri, a seconda dei casi) a farlo apparire ancora attraente.

    Si direbbe, dunque, più assennato tentare di divincolarsi dal proprio destino immaginato e lasciare vivere i desideri nel reame delle fantasticherie, confinati lì dove il disinganno non ha giurisdizione, rivisitandoli di tanto in tanto per assaporare l’attualità ininterrotta che è propria di tutto quel che è presente solo nella memoria. Usare il ricordo, insomma, come rimedio che estingue l’assenza dei sé ipotetici, delle circostanze sognate.

    A ben guardare, non è che un altro modo per star fermi ed è – per lo meno in apparenza – anche più indolore.

    Listening to:
    Hummingbird – Wilco

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  • La dolce stagione

    22 ottobre 2025
    Riflessioni
    ottobre 2025

    I’d brush the Summer by
    With half a smile, and half a spurn

    È arrivato presto quest’anno – ed esuberante di pioggia e di vento – l’autunno; non in anticipo sul calendario, ma certamente prima di quanto sia usuale da queste parti. S’è fatto assaggiare quasi come una primizia d’inverno e poi d’improvviso è tornato nei ranghi, esibendo la solita sequela di mattine limpide, tiepide e dorate che scemano in pomeriggi ogni giorno più brevi, intercalata d’occasionali ugge e acquazzoni.

    Se solo ci fosse ancora un posto qui in cui godere del crepitìo delle foglie secche sotto le suole, non si potrebbe chiedere di meglio. Sfortunatamente, la manutenzione del verde pubblico non è soggetta ai desideri individuali, così gli unici alberi con una chioma decidua che ci fossero nelle vicinanze sono stati brutalmente accorciati ormai oltre un anno fa, perché non intralciassero la ristrutturazione della villa comunale, e le macchie sparse di sempreverdi che punteggiano altre vie e piazze non possono per definizione supplire alla mancanza.

    Rimangono, però, tutti gli altri riti consolidati e i generi di conforto che rendono questa parte dell’anno la mia preferita e forse non è il caso di drammatizzare. Eppure certe assenze, al pari di certe attese, hanno un pungiglione specialmente aguzzo, che pizzica più a fondo e le rende estremamente ostiche da sopportare.

    Listening to:
    Ramble on – Led Zeppelin

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  • Io è un altro

    4 settembre 2025
    Riflessioni
    settembre 2025

    […] lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare
    sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.

    Non ho mai tenuto sistematicamente un diario dei sogni, ma da molti anni m’assicuro di annotare sempre almeno quelli più interessanti, riportando la data di ciascuno. Di tanto in tanto mi capita di passarli in rassegna e non di rado di cogliere a posteriori allarmi e segnali in forma simbolica, messaggi per traslato tesi a proteggere, a consolare o a illuminare, che inequivocabilmente testimoniano la grazia inestimabile – chissà se esclusivamente umana – di non essere mai completamente soli ad affrontare il mondo.
    Se anche fossimo confinati nell’eremo più isolato e impenetrabile, infatti, avremmo sempre un “compagno interiore”, che solo in parte ha le fattezze perturbanti di quell’alterità insondabile, belluina e imbarazzante che gli attribuì Freud, ché l’inconscio non è solo Ombra, discarica, orripilante displasia: è anche braccio destro attento e premuroso, bastione e tabernacolo della nostra quintessenza, nonché la sola fonte in noi da cui possa sgorgare vertiginosa bellezza.

    L’aveva capito bene quell’adolescente eccezionale che vergò quattro parole, fulminanti nella loro precisione spoglia e acuminata, per dire quale fosse la sorgente della propria poesia: je est un autre.

    Un altro che ci assiste da dietro le quinte negli stati liminali dell’esistenza e si presenta quotidianamente sul nostro cammino sotto infiniti travestimenti, ancora e ancora, sperando che prima o poi riusciamo a smascherarlo e, guardandolo, a riconoscere noi stessi. La nostra mostruosità. Il nostro splendore.

    Ho tentato di disertare per decenni questa strana caccia al tesoro, d’ignorare gli indizi, ma l’altro, insonne e infaticabile, non ha mai cessato di provare a richiamare la mia attenzione con i suoi modi bruti che scandalizzano la ragione, il guardiano zelante dell’artefatto sociale col quale nella maggior parte dei casi ci ostiniamo a identificarci con adesione ferma ed entusiasta. E nelle occasioni in cui la mia cocciutaggine s’è dimostrata più ottusa, non s’è fatto scrupolo a mettersi di traverso, inceppando tutto, tramutando il vago sentore della sua presenza in spiacevole sintomo.

    Da qualche tempo mi pare che l’altro borbotti qualcosa, che si sia fatto di nuovo più inquieto. Mi sembra d’intuire che abbia voglia d’andare altrove, ma al momento non sono ancora riuscita a comprendere dove, e mi chiedo quale sarà l’ospite di cui, come un parassita, si servirà per guidarmi alla meta o quali saranno le immagini con cui animerà il mio sonno per mostrarmi la rotta. La novità è che non sono riluttante stavolta, piuttosto curiosa. Forse addirittura impaziente.

    Listening to:
    Play it out – Wolf Alice

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  • Ogni cosa a suo tempo

    20 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    Ho sempre vissuto l’estate con una certa insofferenza: patisco il caldo e ho un colorito decisamente inadatto al sole del Sud del Mediterraneo. Tuttavia, quel che sempre m’ha disturbata di più di questa stagione è la sensazione da “sabato del villaggio” che la precede: quell’attesa, quelle illusioni che poi puntualmente precipitano nella quotidianità solita. L’estate mi piace ancora meno adesso che, in quanto lavoratore autonomo, agosto è solo un mese come un altro, che s’esaurisce tra una consegna e un F24 da pagare. Senza contare che agosto, per chi vive nelle regioni del Mezzogiorno, ha pure la sgradevole caratteristica d’accentuare all’improvviso la consapevolezza del tempo che passa. Nel ritrovarsi con amici e parenti che non si ha occasione di frequentare regolarmente, infatti, non si può non notare il cambiamento altrui e, di conseguenza, accorgersi in maniera più acuta anche del proprio.

    In tutta onestà, nella maggior parte dei casi – e, si badi, io non m’assolvo da questa colpa – si tratta di un cambiamento strenuamente negato, camuffato attraverso il mantenimento e l’assimilazione – o, sarebbe meglio dire, la maldestra imitazione – di stili e atteggiamenti propri d’età più verdi. Si tenta, insomma, un po’ tutti di fingersi sempre assolutamente attuali. Non è, però, il non voler fare i conti con l’idea del decadimento fisico e con la propria mortalità: è più un tentativo di mantenersi rilevanti in una società, quella capitalista, che si nutre del culto del “nuovo” e applica, pertanto, anche agli esseri umani il concetto di obsolescenza programmata.

    La glorificazione della gioventù e del presente, del resto, serve a puntellare un sistema in evidente declino, che collasserebbe rapidamente, se i popoli avessero la possibilità di osservare il passato e le sue conquiste in maniera spassionata, non sotto la lente deformante di visioni che convenientemente ne evidenziano solo gli aspetti negativi, e fosse concessa loro altrettanta obiettività nel valutare gli scenari futuri che si vanno concretizzando.

    Sfortunatamente, da decenni siamo il target di una sofisticata psy-op di massa, che ha sterilizzato ogni possibilità di dissenso usando la cultura come strumento d’elezione, in modo da espugnare le coscienze ed erodere la capacità di discernimento degli individui.

    All’origine di tutto c’è la nascita del postmoderno, grazie al quale è stata creata un’illusione di novità che, negando ogni possibilità di conflitto concettuale e stilistico, in quanto il nuovo è sempre prodotto mediante un’operazione di bricolage in cui il vecchio non è contestato e superato, bensì semplicemente riproposto e riassemblato, ha portato alla cancellazione dell’idea stessa di futuro. Il pastiche e il revival, che sono la cifra del postmodernismo, rappresentano – come sottolineò acutamente Fredric Jameson – la logica culturale del tardo capitalismo, che s’è impossessata perfino del nostro inconscio. In forza di ciò, il TINA tatcheriano è arrivato a essere accettato unanimemente come un dato di fatto, nonostante l’inoppugnabilità dei limiti del sistema.

    Non c’è, pertanto, da stupirsi che sia proprio la decade della Lady di ferro, che del capitalismo ha segnato il trionfo indiscusso, quella che oggi viene rispolverata ad nauseam nella moda, nei prodotti audiovisivi, nella musica e così via. L’inoculazione di questa nostalgia indiretta ai giovani dalla generazione Z a scendere, infatti, è uno dei cardini della modellizzazione preventiva di desideri, aspirazioni e speranze secondo i dettami del capitale. Basta guardarsi attorno per vedere che non esiste più alcuna traccia di quei moti di ribellione al pensiero dominante che nelle epoche passate segnavano una cesura tra i valori, l’estetica e la produzione culturale di una generazione e di quella successiva, che reclamava la propria voce e la libertà d’immaginare e costruire il proprio futuro. Oggi – per dirla con Mark Fisher – i concetti di “alternativo” e “indipendente”, lungi dall’indicare qualcosa al di fuori della cultura mainstream, sono divenuti degli stili organici a essa, perché non esiste altro se non un infinito presente, da cui sono banditi sia la sfida e il potenziale sovversivo dell’utopia sia il confronto dialettico con la tradizione.

    In questo contesto, se non ci si vuole trasformare rapidamente in individui irrilevanti e oggetto di derisione, non si può non atteggiarsi a giovani per sempre. La vecchiaia, infatti, rappresenta un tempo esteso, un’idea di prospettiva che confligge con l’orizzonte angusto di cui ha bisogno il capitalismo per continuare a prosperare, ed è per questo denigrata e messa alla berlina (si pensi all’uso del termine “boomer” in senso dispregiativo).

    Eppure io adesso, alla soglia dei quarantadue anni, so di essere una persona migliore di quanto non fossi in gioventù. Attraverso le esperienze vissute, negli anni ho ammorbidito molte asperità del mio carattere, corretto la miopia della superficiale intransigenza morale che m’era stata trasmessa e, abbandonando il dogmatismo avito, sviluppato un pensiero più critico e curioso, oltre ad aver imparato a riconoscere i miei trigger emotivi e le mie fragilità. Sono forse divenuta perfetta? Certo che no, ma credo d’aver aumentato il mio valore umano, essendo oggi un individuo più consapevole, aperto e compassionevole di prima; e non sarei potuta diventarlo se non avessi collezionato gli anni che m’hanno portata nel pieno della mezza età.

    Per il bene collettivo, sarebbe più utile valorizzare la saggezza che si accumula quando si finisce per sfregare contro la faccia scabra dell’esistenza, invece di incoraggiare l’intera società a mettere in scena una fittizia gioventù perenne. Disgraziatamente, tuttavia, uno dei pilastri del capitalismo è la totale indifferenza nei confronti del bene collettivo.

    Listening to:
    Ogni cosa a suo tempo – Moltheni

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  • Interea fugit irreparabile tempus

    12 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    […] ma egli ebbe quello che il suo cuore bramava, e tardò
    molto ad averlo, e forse non c’è felicità più grande.

    Dedicare la vita al tentativo di emendare un errore a partire dal quale pare che tutto il futuro sia stato compromesso, come il Pedro Damián di Borges, nella speranza di riuscire un giorno nell’impresa e assaporare, infine, l’impareggiabile letizia che è il premio per i traguardi raggiunti dopo lunga e laboriosa attesa.

    Ma come sopportare, nel frattempo, la pena tremenda della colpa dalla quale non si riesce ad assolversi, nonostante l’esoso tributo che le si è già pagato? Come resistere allo scoramento figlio della sterilità di ogni azione e dell’ignoranza del futuro? Come sopravvivere alla stanchezza degli anni, che si affastellano inutilmente in pile sempre più mastodontiche?

    Dialogare all’infinito col nulla, corteggiando desideri che appaiono via via più illusori, richiede o una disciplina inflessibile o uno sconfinato masochismo e io non credo m’appartengano né l’una né l’altro. Per disgrazia, tuttavia, la lista di ciò che non possiedo sembra includere pure il coraggio d’arrendersi e dunque, nel salasso travolgente dei giorni che passano, mi tocca espiare il viluppo inestricabile della codardia passata e di quella attuale.

    Listening to:
    Time – David Bowie

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  • “Touching from a distance…”

    7 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    Ci sono parole che si sa di dover scrivere, prima o poi. Appuntamenti indefiniti, che pendono come spade di Damocle in attesa che la gravità induca l’inevitabile. È una certezza quasi banale per quanto è lampante, una necessità non meno incoercibile del bisogno di respirare e che disgraziatamente del respirare non ha l’automatismo.

    Riuscire a stanare quelle parole, costringerle a uscire allo scoperto, è un’impresa che esaurisce progressivamente propulsione nello schianto ripetuto contro innumerevoli barriere. La ragione, la decenza, la discrezione, il tempo: tutto è nemico. Eppure non si placa la smania di provare a scovarle, ghermirle e consegnarle al mondo; non perché parlino all’umanità, ma perché arrivino dove debbono arrivare, a una destinazione ignota dalla quale forse si è interdetti. Il dubbio, tuttavia, non è sufficiente a sedare la follia di voler aggirare il possibile – probabile? – divieto, chiamando in soccorso il caso o il destino o qualunque altra cosa possa tornare utile allo scopo.

    Listening to:
    Transmission – Joy Division

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NIENTE DI ALIENO

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