Nel buio dicembrino angariato dal vento
il cielo brusco sbaccella semi
di ghiaccio a cascata,
come una malaccetta pioggia
di riso aspersa su sposi infelici.
Listening to:
Night sky – Andrew Bird
Nel buio dicembrino angariato dal vento
il cielo brusco sbaccella semi
di ghiaccio a cascata,
come una malaccetta pioggia
di riso aspersa su sposi infelici.
Listening to:
Night sky – Andrew Bird
Domenica sera faceva freddo, il falso freddo di qui, quello che non dipende tanto dalla temperatura, quanto dal vento. Per l’Immacolata, insieme alle luci colorate che per poco meno d’un mese fioriranno a intermittenza dopo ogni tramonto, ha deciso di presentarsi la tramontana, che dispettosa guizza e s’insinua in ogni fessura e pizzica le narici, costringendo il respiro ad accorciarsi mentre la pelle s’increspa di brividi.
Su via Risorgimento – poco lontano da casa, all’altezza delle scuole – m’è parso di ritrovare per un istante l’odore di quei pomeriggi bui in cui si usciva per incontrarsi con gli amici, senza che ci fosse bisogno di appuntamenti, giacché il luogo verso il quale tutti inevitabilmente confluivamo era la marina, dove l’aria fine d’inverno s’ingrossava dell’aroma salmastro e ferroso delle panchine. E poi si passeggiava e chiacchierava, stretti nei cappotti, con le mani in tasca e le punte delle dita intirizzite, ciascuno sperando d’incontrare – o non incontrare – qualcuno in particolare.
Per un momento mi sono sentita uguale a quei tempi. La Maria adolescente che guardava sempre in basso e, perciò, le persone che desiderava incontrare più che vederle le intuiva soltanto. La Maria che attendeva dicembre e quei pomeriggi e quelle serate punteggiate di lucine lampeggianti per undici mesi all’anno, e si rammaricava che passassero sempre troppo in fretta.
È stata questione di un attimo. Poi, estemporanea com’era venuta, la sensazione se n’è andata, lasciando il posto alla consapevolezza che la ragazza di ieri è ormai familiare tanto quanto lo sarebbe la propria immagine impressa in negativo s’una lastra fotografica: grosso modo coerente, ma di fatto non identica, perché invertita.
Ribaltarmi, capovolgermi. Mi sento come se m’avesse fatto questo la vita e, benché sia stato alto il prezzo da corrispondere, non mi pare un male. Assaporo il privilegio d’addentrarmi in un altro dicembre con cuore e mente e occhi nuovi, confidando d’essere più vicina a trovare l’angolazione migliore da cui osservare le cose.
Listening to:
Lost changes – Beth Gibbons
In un modo o nell’altro, tutti si sta rinchiusi in prigioni fonematiche (o grafemiche, a seconda del medium), cubicoli angusti che ci delimitano in perimetri ricevuti o autoimposti.
Si fa presto a dire che non ci si dovrebbe lasciar condizionare dalle etichette che ci affibbiano, né imprigionarsi nelle definizioni che ci assegniamo da soli. Il fatto è che è impossibile dire solo “io sono”, accontentarsi di questa affermazione scarna senza corredarla di attributi. “Io sono” non è sufficiente, suggerisce un’assenza che suscita un languore impaziente e – con le infinite porte che lascia aperte – ci precipita nell’imbarazzo della scelta, l’abisso più spaventoso che esista.
Conosciamo il mondo per distinzione. Il buio in quanto assenza di luce, l’alto come opposto al basso, il caldo come ciò che non è freddo. Se non mi definisco buono e non mi dico cattivo, allora cosa sono? L’ambivalenza fastidiosa che avvertiamo affiorare la seppelliamo, quindi, con una sovrabbondanza di specificazioni. Peccato che quella abbia il vizio di rimanere come un rauco rumore di fondo…
L’anestetico d’elezione, nella maggioranza dei casi, è esteriorizzare quel che inconsciamente sentiamo appartenerci ma non riusciamo ad attribuirci, per illuderci che si possa prenderne le distanze. E così vivere una quotidianità “serena”.
Eppure monca, dimidiata, costretta.
A questo punto della vita, sono stanca delle finzioni di comodo e delle prospettive parziali, tanto di quelle edulcoranti quanto di quelle svilenti. Ho già sprecato la gioventù a guardarmi “di profilo”. Prima di sperperare pure questa età di mezzo, è tempo di prendere coraggio e reclamare e le incapacità, i difetti, l’inconcludenza e, finalmente, anche quanto c’è in me di peculiare in senso positivo. Riconoscere che, sì, non c’è dubbio che abbia una naturale attitudine al fallimento, ma che a essa faccia da contrappeso un’altrettanto innata “bellezza” e che la mia grazia distintiva sia proprio l’irripetibile alchimia tra questi due estremi.
E prendere atto una volta per tutte che da qualunque cosa che ignori l’una o l’altra non possano che venire nocumento e infelicità.
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Birds – Neil Young
Chissà se questa quiete che ultimamente mi sabota la scrittura è il segno di un assestamento interiore, della cessata belligeranza tra le istanze dell’accomodamento e della giustizia, della ragionevolezza e della speranza, della logica e del cuore; oppure è solo una prematura avvisaglia della vecchiaia, che tutto annacqua e illanguidisce di pari passo col declinare – tra le altre – della facoltà di sopportare la frizione infiammatoria delle emozioni violente e antinomiche.
Che possa esser vera la prima ipotesi me lo fa pensare il senso di pacificazione che sono giunta a sentire nei confronti del passato recente e remoto, che rende ormai superflua – e perfino quasi indesiderabile – ogni damnatio memoriae cautelativa, così come ogni masochistica rivangatura.
Quel che è stato è stato ed è servito a qualcosa.
Ecco, se c’è un merito che posso riconoscermi, è l’aver imparato a non sprecare alcuna sofferenza, ad ascoltare l’ambasciata di ogni amarezza, anche quando il messaggio è spiacevole. Pazientemente ho smontato ogni illusione che nutrivo riguardo a me stessa e gli alibi di comodo che impedivano di vedere quanto nulla sia mai stato casuale – a eccezione del milieu in cui sono venuta al mondo – o frutto di un perverso accanimento del destino. Il fronte del conflitto è sempre stato tutto interiore, così come lo erano le armate impegnate nel combattimento, e ogni scintilla esterna non era che il pretesto per prolungare inani ostilità.
Assumersi la responsabilità della propria vita è un’investitura dolorosa, eppure rinvigorente, in quanto restituisce il potere congenito al quale s’era inconsciamente abdicato. L’attrazione nei confronti di ciò che è nocivo per se stessi, quell’apparentemente invincibile forza centripeta a cui si pensava di potersi solo abbandonare, è una scelta personale. Non c’è nulla di predestinato nell’incaponirsi a immolarsi sui campi di battaglie inutili e comunque già perse in partenza.
Quando finalmente ce ne si accorge, tutto quel che resta da fare è sventolare bandiera bianca e dirottare i propri sforzi sul perseguimento della pace.
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Words lost meaning – The Murder Capital
Day after day, day after day,
We stuck, nor breath nor motion;
As idle as a painted ship
Upon a painted ocean.
Tanto vale scrivere di questo, piuttosto che continuare a non scrivere. Tanto vale raccontare l’afasia. Non è che manchino i pensieri: è la definizione a difettare. Nell’inerzia di queste settimane di quiete snervante, nella loro impassibile monotonia, i pensieri affiorano vaporosi come nuvole e altrettanto imprecisi nei confini, e non sovvengono le parole che possano digrossarli.
Nel frattempo non s’intravede all’orizzonte cosa possa interrompere l’estenuante agonia di quel che ormai lo spirito ha largamente superato, affinché anche la realtà materiale si metta al passo. Anzi, peggio: i prossimi appuntamenti in agenda hanno il sentore stantio di un passato che pare preistoria, da tanto s’è cambiati.
Invece, a dispetto di tutto, ancora una volta – l’ennesima e certamente non l’ultima – mi ritroverò a contendere alla sovrimpressione di emozioni e considerazioni altrui il diritto di averne di mie e del tutto differenti, perfino antitetiche, e il diritto di non essere invidiosa né triste né frustrata. Ancora una volta sarò costretta a sperimentare il dispiacere d’essere fraintesa e sconosciuta, completamente ignorata in quel che la filosofia definirebbe la mia “singolarità”. Ancora una volta mi toccherà inghiottire la pena di sapere che nell’intimo dà una perfida soddisfazione l’immaginarmi disperata o in difficoltà e che insuccesso e avvilimento sono tutto quel che s’è sempre inconsciamente desiderato per me.
Per farmi coraggio mi ripeto che andrà bene, che questa volta dalle stilettate incassate non potrà scaturire il consueto dolore reattivo, quell’incendio accecante che innesca brusche risposte di cui pentirsi. Non potrà, perché ormai sono più solida e consapevole e anche rassegnata. Eppure resta vivo il timore che i fatti possano smentirmi. E – chissà! – forse tra non molto ci sarà amarezza d’avanzo da sfogare scrivendo qui.
A pensarci, in fondo, la bonaccia persistente degli ultimi tempi non pare poi tanto spiacevole…
Listening to:
I need new eyes – Mount Eerie
Todas las cosas son palabras del
idioma en que Alguien o Algo, noche y día,
escribe esa infinita algarabía
que es la historia del mundo. En su tropel
pasan Cartago y Roma, yo, tú, él,
mi vida que no entiendo, esta agonía
de ser enigma, azar, criptografía
y toda la discordia de Babel.
Periodicamente tocca rinnovare i documenti e così può capitare che le urgenze burocratiche si trasformino in occasioni per riflettere su di sé e sugli stringati tratti che dovrebbero descrivere un’identità, la propria. Asettici, come una data di nascita, e superficiali, come un indirizzo di residenza, ed esteriori, come una fotografia e la misura di un’altezza, dovrebbero individuarci in modo inequivocabile, distinguerci oltre ogni ragionevole dubbio dalla moltitudine degli altri.
E, certo, il volto è cosa assai personale; ma che racconta quell’immagine cristallizzata su un anonimo sfondo bianco, se non il lieve disagio e la rigidità che prendono il sopravvento dietro l’esigua privacy offerta dalla lercia tendina d’una cabina per fototessere? Dice forse che nei dieci anni passati tra il nuovo documento e il precedente, seppure si appaia ancora pressoché uguali, niente – o quasi – sembra essere rimasto illeso?
E ha mai detto nulla di rilevante quel pezzo di carta, fin dalla sua prima versione, risalente ormai a ventisei anni fa? Ha mai raccontato di come io sia il frutto della frizione lancinante tra le pareti dello spazio angusto in cui ero stata confinata e l’immensità della mia fantasia? Di come, a crescere con entusiasmo in una selva di paletti, si finisca come una pianta che caparbia aggira gli impedimenti torcendosi e flettendosi e diventando un bizzarro groviglio, un’aberrazione rispetto a quel che sarebbe dovuta e potuta essere?
Per fortuna, chi sono non lo so con la nettezza fendente di un dogma nemmeno io, ché così tanto resta ancora da esplorare!
Ventisei anni fa ero certa si potesse distinguere il bene dal male, additare l’uno e l’altro, riconoscendoli senza tentennamenti. E cinque anni dopo credevo che i miei comportamenti giudiziosi m’avrebbero guadagnato un destino benevolo. E dieci anni fa pensavo d’averlo finalmente incontrato. E oggi? Oggi sono conciliante dove prima ero intransigente e disincantata dove prima ero illusa.
Ecco, forse la sola certezza rocciosa che ho è quella d’essere – e probabilmente d’essere sempre intimamente stata – una pessimista titubante, che s’impegna appassionatamente a rassegnarsi al peggio, ma con spontaneità bambinesca finisce sempre per ritrovarsi vulnerabile nei confronti dei sussulti della speranza.
Listening to:
Tiny suicides – Bright Eyes
Ed una delle ragioni principali che allontanano dal vero
cammino che dovrebbero seguire coloro che si affacciano a
queste conoscenze, è l’idea che si ha da principio, che le
cose buone sono inaccessibili perché si dà loro il nome di
grandi, alte, elevate, sublimi. E così si rovina tutto.
Cos’è una vita in cui il buono a cui puntare è solo quello attingibile, il nettare annacquato, la gratificazione andante a un tiro di schioppo, il compiacimento mediocre a portata di chiunque? C’è – deve esserci! – sempre una porta stretta da varcare, una selva di pericoli, un sentiero tortuoso e irto di tranelli attraverso cui laurearsi coraggiosi e meritevoli. C’è – deve esserci! – un issarsi sulle punte e arrampicarsi, sfidando lo sprezzo verticale di quel che dal buono vorrebbe escluderci; altrimenti a cosa vale la meta?
Oppure no.
Forse non è vero che quel che è difficile e distante ed esigente sia più sommo e prezioso e desiderabile. Forse non so niente e non ho mai capito nulla. Forse le cose buone sono minuzzoli qualsiasi, manciate di perline colorate, invece che gemme da strappare a fatica dalla roccia. Forse dovrebbero essere comode e destare sospetto allorché non lo sono, e non viceversa. Forse la soddisfazione più grande è riceverle senza essersele guadagnate, come un diritto naturale che sorge in capo dalla nascita per il solo fatto d’essere venuti al mondo. Forse non è peregrino sperare che questo diritto valga erga omnes e che le cose buone – che siano grandi o piccole, eccelse o insignificanti – siano destinate a tutti.
Sì, perfino a me.
Listening to:
Can’t pretend to know – The Murder Capital
Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che
avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete
ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla.
Ho un’app sul telefono che ogni giorno mi dà un consiglio spontaneo. Da sempre vado alla ricerca di questi avvertimenti fortunosi; che si tratti di aprire una pagina a caso d’un libro o di pescare alla cieca una carta dei tarocchi, è il mio modo di mantenermi ricettiva nei confronti di quel che non dipende dalla mia volontà, di quelle possibilità che vogliono accadere e se ne stanno in trepidante attesa del momento in cui la smetterò di recalcitrare e impuntarmi per mantenere la vita nel binario in cui vorrei costringerla. Se vogliamo, è il mio modo di mantenermi scettica nei confronti della lungimiranza del mio giudizio. Del resto, i fatti hanno dato prove abbondanti che il discernimento non è una delle qualità che posseggo.
Così mi abbandono allo slancio di quel che va da sé senza sforzo né intenzione né condizionamenti, confidando che mi capti nella sua disinvolta corrente e mi dirotti, portandomi lì dov’è previsto che giunga e al momento opportuno.
E, a ben guardare, quanta saggezza c’è ogni volta nei messaggi che ricevo!
In questo momento hai bisogno di qualcosa di tenero e gentile.
È quanto mi ha detto oggi il mio consulente virtuale e non c’è niente di più vero, ché da troppo tempo – o forse da sempre – quel che più mi manca è la grazia di una carezza. Di una cortesia gratuita, che non vada meritata e sia assolta dall’obbligo di restituzione. Di una dolcezza inevitabile, alla quale non si possa sfuggire acquattandosi dietro uno scudo di autocritica o senso di colpa.
L’errore è stato credere fin qui che fosse solo una concessione da implorare ad altri – o meglio, da desiderare con arsura silenziosa e disperata, ché a dispetto dell’urgenza il coraggio di chiedere non l’ho avuto mai – quand’è in primis a me stessa che dovrei rivolgere la supplica.
Dormire a sufficienza, mangiare quanto e come si deve, iniziare a dar seguito ai buoni propositi, accudire me stessa e pensare che non sia vanità, che queste attenzioni siano giuste e dovute, che non si possa far sempre il limone e spremersi fino all’ultima goccia. Ecco la tenerezza che è più indifferibile, la gentilezza che è più necessaria e la grazia che è più improbabile che ottenga.
Listening to:
Terrible love – The National
No habrá nunca una puerta. Estás adentro
y el alcázar abarca el universo
y no tiene ni anverso ni reverso
ni externo muro ni secreto centro.
No esperes que el rigor de tu camino
que tercamente se bifurca en otro,
que tercamente se bifurca en otro,
tendrá fin. Es de hierro tu destino
como tu juez. No aguardes la embestida
del toro que es un hombre y cuya extraña
forma plural da horror a la maraña
de interminable piedra entretejida.
No existe. Nada esperes. Ni siquiera
en el negro crepúsculo la fiera.
È settembre ed è ventoso, grigio di pioviggine e fresco da intirizzire la pelle nel sonno, se si dimentica la finestra spalancata.
La prima avvisaglia d’autunno.
Eppure quest’anno non basta. Non soccorre nemmeno la consueta fioca felicità dell’anticipazione della stagione delle foglie cadenti – che pure tanto amo – in questo groviglio strampalato, che non si può dipanare perché non ha capo né coda, come un anello infinito in cui tutto è ugualmente futile e insignificante e non si può che tornare sempre nel punto da dove s’è partiti e quel che cambia di volta in volta è solo l’essere sempre più vecchi.
Proseguo attraverso questo “odiato sentiero di monotone pareti” con inerzia svogliata e lo sguardo smagato di chi s’è assuefatto alla delusione e all’iniquità e prende atto dello sfacelo, registrandolo come una realtà irreversibile, l’esito naturale di un vizio congenito. Per questo m’hanno allevata e io, come sempre obbediente, per questo mi sono spesa con zelo indefesso, facendo del fallimento il mio capolavoro, la mia sola eccellenza.
Listening to:
Weeping wall – David Bowie
In fondo, oggi non è che un giorno come un altro in questa vita che si sbriga con meccanicità preterintenzionale, come una pratica scocciante, e in cui si fa – o non si fa – coartati come sonnambuli da forze che non si possono dominare: il dovere, il lavoro, le contingenze quotidiane…
Si scivola tra le cose con inerte malleabilità, senza una stella polare né una meta, senza soddisfazioni né gioie e, da qualche tempo, senza neppure il familiare malessere pulsante che rintoccando dolorosamente dava la prova d’essere vivi. Un torpore sepolcrale s’è preso tutto, incluse le parole, al punto che scrivere pare all’improvviso essere diventata una fatica improba e una velleità esorbitante.
Vien voglia solo di dormire, dormire e arrendersi, cavandosi dall’obbligo di dover costantemente dar prova d’essere perfettamente autonomi e indipendenti, di bastare a sé stessi. Vien voglia solo d’immaginare di aver qualcuno che dica «faccio io… sono qui… lascia che ti aiuti…» e potersi prendere il lusso d’essere deboli e bisognosi di cura, come una cosa fragile e preziosa.
Sembra tutto così enorme, sproporzionato rispetto alle energie che si hanno. E ogni azione pare insulsa e inutile: l’arrabattarsi diurno per non si sa che e le notti insonni e i buoni propositi fumosi e i pensieri tetri che ristagnano putridi e incapaci di deterrenza.
Sono vecchia e sono stanca.
Listening to:
Firefighters – Being Dead