• Scettica preghiera

    25 Maggio 2024
    Poesia
    maggio 2024

    Al cuore sciocco – spontaneo
    come un bambino, illuso
    come un visionario, indifeso
    come un animaletto mansueto –
    smetti d’ammannire chimere e d’additare
    gioie reali che non può afferrare.
    Infondigli, piuttosto, la sapienza
    che insegni a vagliare
    nel setaccio d’un istante fulmineo
    la grazia dalla sciagura,
    ché il cuore sciocco non ha prudenza
    e con sanguigno candore
    lesto all’una e all’altra s’immola.

    Listening to:
    Dying breed – Marissa Nadler

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  • Insieme nella notte

    23 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    L’indifferenza peggiore è quella nei confronti della sofferenza, perciò interessarsi al dolore degli altri è da considerarsi cosa buona e giusta e auspicabile. O, per lo meno, così sembra finché non si finisce nel mirino di tale interesse. Quando ne diventiamo noi stessi il bersaglio, infatti, ci accorgiamo che la presunta solidarietà verso la sofferenza altrui spesso è null’altro che pena.

    Quanto è facile elargire una buona parola o un consiglio – quasi sempre non richiesto – simulando compenetrazione, mentre intimamente ci corrobora e rassicura il sentirci in una posizione di vantaggio! Dal nostro piedistallo dispensiamo “pietà” e “comprensione”, aspergendole come una grazia celeste sul malcapitato di turno, che annaspa nell’abisso del proprio patimento. La pena è così: è una asserzione di differenza, separatezza e superiorità. È un modo di guardare il dolore dell’altro con una bonomia di prammatica, che placa la coscienza di chi la elargisce e stuzzica la piaga di colui che la riceve. Il quale, per sua sfortuna, non è neppure libero di rigettare tanta “premura” con lo sgarbo che meriterebbe, a meno che non voglia passare da ingrato e scortese.

    Tutt’altra cosa è la compassione. Quella sì che riesce a far breccia nel senso d’isolamento dell’afflitto, dandogli nella tribolazione una compagnia che, benché non sia una cura, è un conforto sufficiente a risollevare il cuore. Tuttavia, patire insieme a un altro un dolore che non è proprio è difficile, poiché presuppone che si riconosca che, se quel tormento non ci appartiene, è solo in virtù di circostanze benevole e non già in forza di uno stato d’immunità a esso. Per provare autentica e commossa condivisione emotiva è necessario essere consapevoli che un giorno potrebbe toccare a noi di dibatterci nella stessa melma, ché niente ci mette al riparo da tale rischio e non siamo dispensati, per via d’un qualche merito o d’una fortunosa elezione divina, dall’assaggiare le spine della vita.

    La compassione non è “partecipare” alla sofferenza ammaestrando l’altro col fare saccente di chi si crede un’arca di saggezza e lungimiranza, né blandendolo coi pannicelli caldi di parole di circostanza e neppure spargendo pidocchiosa “generosità”, come si fa con gli spiccioli in sovrappiù che si danno sbrigativamente al mendicante che ci tende la mano. La compassione è avvicinare l’altro che piange nel buio e sussurrargli dolcemente all’orecchio: «Anche per me è notte.»*

    Listening to:
    Decks dark – Radiohead

    *Quest’ultima immagine, ovviamente, non è farina del mio sacco. Debbo queste parole, che mi sarebbe piaciuto poter mettere in esergo, a un testo letto molti anni fa – quando ancora l’arroganza giovanile mi spingeva a confidare ciecamente nella mia memoria e non prendere diligentemente nota di ogni pagina illuminante incontrata – e che non sono mai più riuscita a rintracciare. Forse si trattava di uno scritto di Rilke o (con maggiore probabilità) di un aneddoto che riguardava il poeta austriaco. Se qualcuno di coloro che leggeranno il post dovesse saperne di più in merito, gli sarei eternamente grata qualora volesse condividere l’informazione nei commenti.

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  • Siccità

    18 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che
    attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti
    a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri.

    Nel nitrito dello scirocco l’estate morde il freno. La poca pioggia caduta nel pomeriggio adombrato di rena ramata non ha estinto l’arsura della terra, che pallida e screpolata spasima per ben più copiose libagioni. Ma il cielo neghittoso stenta ad adempiere il proprio dovere. Promette, illude, traccheggia e poi volubile tradisce l’attesa, l’estende ad libitum quasi con sadica soddisfazione. Sembra che non gli importi nulla della sete da basso, mentre a precipizio ci osserva – chissà se lo spettacolo è divertente – come noi guardiamo le processioni nere e alacri delle formiche, ammirati e sollevati che non sia toccata a noi un’esistenza tanto gravosa e monotona.

    Aspetteremo ancora. Del resto cos’altro si può fare?

    La natura ha un modo infallibile d’insegnare la pazienza. E com’è odiosa questa lezione! E com’è preziosa. Ché Dio solo sa quanto noi, uomini contemporanei con la fortuna di trovarsi nella parte satolla del mondo, abbiamo bisogno d’imparare che non tutto è a portata di mano o di clic, che non tutto è arrendevole alla prepotenza delle nostre voglie e docile alla tirannia dei nostri capricci, e che dalle gratificazioni immediate per lo più viene un appagamento mediocre, splendido e variopinto e breve come un fuoco d’artificio e che come un fuoco d’artificio una volta esaurito lascia nell’aria il vuoto e lo strascico di un olezzo sulfureo.

    Listening to:
    Linctus House – Robyn Hitchcock

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  • “…também bate um coração”

    17 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Il sax tenore rauco di Stan Getz e la voce calante di João Gilberto (talvolta davvero impercettibilmente desafinada), che con una semplicità quasi sommessa e ipnoticamente conturbante manifestano al mondo l’estro favoloso di Tom Jobim. Da circa venticinque anni è questo per me il suono delle prime avvisaglie d’estate. Fin dai tempi delle Settimane enigmistiche riempite sul balcone di casa nel tepore dei pomeriggi dell’ultimo brandello di scuola che precedeva le vacanze, ché uno dei vantaggi dell’essere secchiona era quello d’arrivare a metà maggio con tutti i voti già abbondantemente in ordine, e allora ci si poteva concedere senza rimorsi di dedicare il tempo ai cruciverba senza schema e agli aneddoti cifrati, piuttosto che a prepararsi per le interrogazioni. E questo disco – uno dei pochi di cui mio padre non si lagnasse, perché la bossa nova gli rievocava ricordi felici dell’adolescenza – andava quotidianamente in loop nel lettore Cd del mio sfruttatissimo radioregistratore Sharp, finché non veniva l’ora di scendere a fare due passi sul lungomare e incontrarsi con gli amici per una chiacchierata prima di cena.

    Oggi, con l’ennesimo scirocco di questa primavera indecisa che opacizza il cielo, appannando gli indizi estivi che il termometro assevera, suona ancora la stessa musica. E, se allora passeggiando al tramonto si raccoglievano presagi tra il dondolio delle maree e il calore intrappolato nel basalto nero del parapetto della marina, cercando con un poco d’apprensione d’intuire in che direzione volesse srotolarsi quella vita ancora acerba, adesso si prova a districare – tentando la sprezzatura e il disincanto che si addicono alla mezza età – una massa di strane coincidenze e vaticini, che da due anni s’accumulano e paiono puntare tutti nella stessa direzione. Si cerca di riportare un ordine razionale, di ridurre tutto a una linearità inappuntabile, che sgonfi qualunque ingenuo entusiasmo sul nascere, perché quel che sembra stiano lì a indicare i segni che piovono addosso come un diluvio inarrestabile appare del tutto mancante di logica.

    Però sarebbe bello potersi concedere di credere alla profezia dell’arcobaleno, che sembrò spuntare apposta per me dopo un pomeriggio di lacrime, e a quelle della coccinella che visse per mesi nella mia camera da letto e del numero che sembra braccarmi ovunque rivolga lo sguardo. Sarebbe bello lasciarsi convincere da questi incoraggiamenti del fatto che, terminato il transito doloroso, sia la fortuna ciò mi spetta nella seconda parte della vita. E ancor più bello sarebbe potersi permettere la demenza d’avere fede in altri oracoli, che con emozionato pessimismo serbo per me, guardandomi attentamente dal lasciare che ne trapeli finanche una virgola giacché, seppure siano ben più circostanziati, sono parimenti assai più assurdi.

    Speranze del genere sono un lusso pericoloso, un’anestesia avvolti nella quale scivolare tra le cose della vita con indifferenza, fino ad accorgersi a scoppio ritardato d’essere stati impegnati nell’inseguimento di chimere e d’aver lasciato sfuggire quel che, invece, si sarebbe potuto afferrare. Eppure è così triste costringersi a vivere senza fantasia né desideri! E come sembrano insipidi il meno peggio e le soluzioni di buon senso e di convenienza! Viene quasi voglia, piuttosto, di ritirarsi da ogni cosa, in un eremitaggio perpetuo che almeno splenderebbe di coraggio sacrificale, invece che puzzare di calcolo e di comodo. Perché, nonostante tutto, nel petto c’è un cuore inappagato, che bramerebbe di palpitare ancora.

    Listening to:
    Desafinado – Stan Getz & João Gilberto (feat. Antônio Carlos Jobim)

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  • In bilico

    9 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Death is the sword that hangs on a single hair;
    And that thin tenuous hair is no more than love,
    And yours is the silly head it hangs above.

    Non ci si pensa, a volte, a quanto si è precari a questo mondo, a quanto poco basti per trasformare un “è” in un “fu”. Eppure bisognerebbe tenerlo sempre a mente, per non rischiare di sprecare il tempo immaginando di averne all’infinito. Tuttavia – come ha scritto un poeta – questa cosa alla quale non possiamo sfuggire non riusciamo nemmeno ad accettarla, ed è solo sorvolando su di essa, lasciandoci assorbire dalla routine del mondo intricato e indifferente di cui siamo inquilini temporanei, che possiamo andare avanti di giorno in giorno. Ché, sì, la fede può confortare e l’ateismo suggerire che nessun essere razionale possa temere ciò che non potrà sentire, ma ai margini della coscienza rimane sempre “un piccolo alone sfocato, un brivido permanente”.

    Perché il problema è il non conoscere né come, né dove, né quando. Il problema è il non poter nemmeno immaginare il nulla assoluto di Epicuro e di Lucrezio, per via dell’incapacità intrinseca del pensiero di sopprimere sé stesso. Il problema è il non sapere cosa ci sia di là e che sogni porti con sé il sonno di quest’anestetico dal quale nessuno s’è mai risvegliato. E quest’ignoranza è come le spire di un serpente intento a stritolarci. Così, a pensare sul serio alla morte, alla nostra morte, più che essere spinti all’efficienza del carpe diem, si diventa vili e, come Amleto, paralizzati dall’inazione. Ché in fondo fare o non fare cosa cambia? Che importa presentarsi o meno all’appuntamento a Samarcanda, se tanto ovunque siamo sarà lei a trovarci?

    Non ci sarà appello contro la sentenza, quando arriverà. Non esiste scudo contro questa spada di Damocle che penzola sulla testa di ciascuno. Però, in attesa che cada si può ricorrere all’unica cura palliativa efficace che abbiamo a disposizione. Nel frattempo si può provare a ripararsi sotto l’amore, la sola cosa in grado di riempire di vita la vita. Purché sia devoto e disinteressato e non sia tiepido, non importa in quali e quante forme – ἀγάπη, ἔρως, φιλία, στοργή, ξενία, carità evangelica, passione per un’arte o una scienza… – sarà carburante sufficiente a respingere l’inerzia spaurita.
    E il giorno stabilito la morte verrà, verrà comunque e puntuale, ma ci troverà già spolpati fino all’osso. Che giunga a prenderci prosciugati, esauriti, rauchi, esangui, stremati! Qualunque cosa ci sia di là, che si faccia in modo di scoprirlo leggeri, avendo già dilapidato di qua fino all’ultimo minuzzolo di quel che si poteva spendere di sé.

    Listening to:
    This could be Texas – English Teacher

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  • Meravigliandomi del mondo

    5 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    E bella in ogni parte al guardo altrui,
    tutta bella egualmente è la natura […]

    Una distesa d’azzurro ininterrotto e finalmente un sole di quelli che incantarono perfino i Greci, che stregati dalla luce e dalla terra eccezionalmente ferace, ribattezzarono questo posto “penisola d’oro”. Dopo una primavera fin qui fatta di assalti entusiasti e precipitose ritirate, dopo l’irruenza dello scirocco e del ponente e il velo della salsedine del mare intorno e della sabbia di deserti lontani, oggi tutto è terso e splendente e verde e fiorito. Ogni albero, ogni prato, ogni cespuglio e ogni aiuola hanno il loro variopinto ornamento di cui inorgoglirsi. I gattini delle prime cucciolate dell’anno sono già abbastanza grandi per zampettare dietro alle madri in un corteo variegato; qualcuno è ancora un poco goffo, qualcun altro è troppo audace e indisciplinato. Lucertole e ramarri fanno i loro indispensabili bagni di sole. Le formiche lavorano alacri, ché per loro non c’è domenica e non c’è requie. E nel frattempo i gabbiani volano, stridono, passeggiano e osservano, appollaiati come giudici sulle scranne, e sono ormai i veri padroni della città.

    Come si può credere che siamo qui per soffrire, sebbene a stare al mondo non sia infrequente che si soffra davvero? Come si può credere che sia in moneta di strazio e di pena che dovremmo pagarci l’ingresso in una vita migliore nell’aldilà? A che scopo farci tutto questo giardino di delizie, se deve essere esperito solo come una valle di lacrime? Se l’è mai domandato chi crede esclusivamente nella privazione, nel sacrificio e nella penitenza? Ché se avesse sul serio ragione, tanto sarebbe valso farci tutto grigio e brullo e buio. Per soffrire sarebbe bastato; anzi ci avremmo sofferto di più e meglio.

    Invece siamo qui, in questo paradiso a portata di mano, membri e custodi di una meraviglia mozzafiato. Invece ci è stata data questa irresistibile bellezza, perché non scordassimo mai che è alla gioia che siamo chiamati, non al dolore. Il dolore è una circostanza, ma non è né scenario naturale né orizzonte. Tanto che, anche nel fitto della disperazione, alle volte basta incontrare un fiore perché si attutisca il buio.

    Listening to:
    I shall be released – Bob Dylan

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  • Libertà

    30 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Ogni anno di questi tempi in Italia è inevitabile che si parli di libertà. Questa parola masticata e rimasticata, abusata e semplificata al punto da averla ridotta a mera successione di fonemi da sventolare come una bandiera sbiadita. Perché definire cosa rappresenti sul serio è questione alquanto scivolosa da maneggiare.
    La libertà, infatti, è cosa alta e solenne e ponderosa, più grande perfino dell’amore, rispetto a cui è un concetto sovraordinato; ché quest’ultimo non esiste, se non è sotto l’egida della prima, e in condizione di servaggio – che che ne dicano certe tradizioni religiose retrive – non si può amare per davvero neppure Dio. Ed è spesso cosa fraintesa, spacciata per mera assenza di freni e confini e dovizia di diritti, possibilmente privi di contrappesi; ma avere licenza di fare e dire tutto quel che pare e piace o di ottenere tutto ciò che si crede ci spetti, senza responsabilità e senza dover renderne conto a nessuno, non è libertà: è indifferenza biunivoca, noncuranza vicendevole dell’individuo verso il mondo e del mondo verso l’individuo. Vale a dire una forma larvata di non-esistenza. Perché si esiste pienamente non facendosi uomo-isola, soggetto indipendente e “concluso”, focalizzato in modo ossessivo e ossequioso su di sé, bensì solo votandosi a qualcosa o a qualcuno. E votarsi a una causa, a un ideale, a un’arte, a un idolo, a un dio, a una persona o magari all’intera umanità implica il lasciarsene contaminare e coinvolgere, e impone una ridefinizione in termini relazionali del proprio concetto di “io”, il quale non può limitarsi a essere un’etichetta con cui rivendicare orgogliosamente una separazione da quel che è “non io”.

    Votarsi a qualcuno o a qualcosa significa anche divenirne custodi e la custodia è un legame di cura, di rispetto e di dedizione. Insomma, un tipo di vincolo che presuppone lato sensu una sottomissione. Il custode, infatti, seppure diversamente dal servo non sia forzato contro la propria volontà, a meno che non voglia mancare al proprio dovere, è comunque subordinato a una serie di obblighi e mansioni. I quali, tuttavia, prende su di sé per scelta e non per ineludibilità, ed è per via di tale differenza che il suo operato acquista un senso che, di riflesso, può illuminare e riempire di significato e compiutezza l’intera esistenza.

    In fondo forse la vera libertà non è altro che avere il diritto di scegliere autonomamente a chi e a cosa sottomettersi. Perciò non si può mai essere liberi in assoluto, ma al massimo ci si può trovare soltanto in uno stato di libertà condizionata. Tuttavia, se non avessimo modo di cedere volontariamente parte della nostra libertà autoimponendoci delle restrizioni, non saremmo in grado di gustare interamente la delizia dell’essere dotati della facoltà di valerci del nostro arbitrio. Ché, per paradosso, è nell’essere padroni perfino di rinunciarvi deliberatamente che la libertà trova la sua massima espressione.

    Listening to:
    Karma parente – Marco Parente

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  • Senape

    26 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Annuisce docile all’irruenza del ponente, scuotendo il giallo fiero della sua chioma novella, delicato ornamento all’esilità di steli svettanti su fusti tenaci e foglie di grossolana verzura, la senape imprevista – venuta da chissà dove – che pare il mio correlativo oggettivo. Entrambe indesiderate, spuntate per caso o per una volontà superiore imperscrutabile. Entrambe accomodanti, abituate a non chiedere nulla e farsi bastare quel che c’è. Entrambe a prima vista fragili, eppure d’una insospettabile robustezza. Lei s’inchina alle intemperie, si piega, ma resiste e ha già passato due inverni. Io incasso i colpi, a volte barcollo, ma sono ancora in piedi come un pugile ostinato. E nonostante tutto non mi è neppure passata la voglia di stupirmi, d’inseguire la meraviglia, di rintracciare la poesia anche nella ripetitività delle cose quotidiane. Come in questa senape bruna, che da due anni fiorisce a sorpresa sul mio balcone, quasi che se ne stesse lì a suggerirmi che l’improbabile non è necessariamente impossibile.

    E io questo memento lo custodisco in una piega appartata del cuore, pregando che non sia un semplice monito, bensì una promessa.

    Listening to:
    Down in the tube station at midnight – The Jam

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  • La buona sorte

    17 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Luck is not chance —
    It’s Toil —
    Fortune’s expensive smile
    Is earned —
    The Father of the Mine
    Is that old-fashioned Coin
    We spurned —

    Oggi m’è capitata una cosa imprevista, che sarebbe stata una rogna, se la Fortuna non ci avesse messo lo zampino, facendo sì che il risultato di un errore a mio svantaggio si rivelasse una gradita sorpresa. A blessing in disguise, direbbero gli anglofoni, capace di raddrizzare all’improvviso una giornata che non era iniziata nel migliore dei modi.

    Riflettendo sull’accaduto, mi sono tornati in mente quei versi di Emily Dickinson – una tra le fonti da cui attingo abitualmente la saggezza – che dicono di come la buona sorte vada guadagnata. E con fatica. Homo faber fortunae suae, insomma.
    Questo è uno dei pochi punti sui quali dissento, sebbene non del tutto, dal magistero della prodigiosa poetessa di Amherst. Infatti, io non credo fino in fondo nell’autonomia onnipotente dell’essere umano, che da sé solo può farsi artefice del proprio destino e plasmarlo a piacimento, governando finanche la Fortuna. Perché è un dato di fatto che esiste il caso e che esso – che ci piaccia o no – sia in grado d’influenzare in misura determinante il corso della nostra vita.

    Secondo il mio punto di vista – che è assolutamente personale e quindi indubbiamente opinabile – il caso e le coincidenze sono il linguaggio cifrato attraverso cui comunica con noi l’Intelligenza che scrive la storia dei singoli e del mondo. La quale ci lascia, certo, una buona dose d’arbitrio nel variare la trama secondo i capricci del nostro gusto, ma non manca di correggerci presentandoci a tradimento ostacoli non preventivati o lieti eventi fortuiti, se abbiamo deviato troppo rispetto al progetto originario. Sta poi a noi cogliere tempestivamente l’ammonimento nascosto in ogni intoppo e riconoscere la grazia che si cela nei fatti positivi accidentali. In alternativa, ci è data facoltà d’opporci a tali velati tentativi d’emendamento, continuando a confidare solo nel nostro sentire e nella cecità del nostro volere e proseguendo testardamente sul percorso che abbiamo in mente. Con l’unico esito, però, che incontreremo ancora e ancora fuoriprogramma affini, finché la lezione non sia davvero appresa.

    La vita, in una certa misura, si fa beffe del nostro borioso attivismo e sdrammatizza le nostre pretese di protagonismo assoluto, insegnandoci – si spera! – l’umiltà dei nostri confini. Ma la Dickinson era americana, pertanto una visione del genere non poteva che essere al di fuori della sua sensibilità, essendo l’America il paese dei self-made men, in cui davvero – forse in passato in modo più deciso di quanto non sia oggi – s’è sempre genuinamente creduto che volere equivalga inesorabilmente a potere. Io, però, sono italiana e come Ungaretti più modestamente penso che l’uomo sia un “monotono universo”, che se ne sta “Attaccato sul vuoto / Al suo filo di ragno” e con arroganza s’illude d’essere in grado con le proprie azioni di procacciare a se stesso ogni sorta di beni, inconsapevole del fatto che, invece, “dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.”

    Per cui ben venga l’intervento non richiesto della buona sorte, che m’ha negato quel che avrei voluto, consegnandomi in cambio dall’alto della sua soprannaturale lungimiranza una cosa che, contro ogni mia aspettativa, in verità mi serve e mi piace di più.

    Listening to:
    Roy – IDLES

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  • “It wasn’t true, but anyway…”

    12 aprile 2024
    Musica
    aprile 2024
    “It wasn’t true, but anyway…”

    And I can’t help but feel
    that I made some mistake
    but I let it go…

    L’album d’esordio dei Vampire Weekend uscì all’inizio del 2008, nei giorni in cui mi preparavo alla mia penultima sessione di esami universitari, e per me fu un colpo di fulmine. Mi piacque tanto che, subito dopo il primo ascolto, “Oxford comma” divenne la suoneria del mio telefono. Per mesi e mesi fu il più gettonato sul mio inseparabile lettore mp3 e non me ne stancai nemmeno allorché arrivò l’estate, al punto che – insieme a “I Milanesi Ammazzano il Sabato”, “Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs” e “Armchair Apocrypha” – m’accompagnò pure durante il viaggio negli Stati Uniti. E poi mi fece da colonna sonora fino alla discussione, nel novembre successivo, della tesi specialistica. Ed era ancora tra i miei ascolti più frequenti nel 2009, mentre cercavo di non farmi scoraggiare eccessivamente dall’odiosa condizione d’inoccupazione che era traumaticamente seguita alla mia quasi ventennale e sempre brillante esperienza da studentessa, e che m’insegnava per la prima volta il gusto cattivo dell’insuccesso e la vergogna di dover confessare a chi lo chiedeva – e spesso non nascondeva una sadica soddisfazione, immaginando la risposta – di non aver mai ricevuto alcun riscontro alle centinaia di candidature inviate.

    Quelle undici tracce frizzanti, piene d’orchestrazioni maestose e un misto di strumenti classici ed etnici oltre a quelli canonici del pop e del rock, che ricordavano tanto “Graceland” e i Talking Heads degli anni Ottanta, e profumavano tenuemente anche dell’estro di Morrissey e Johnny Marr e di reggae, ma tutto in una versione che aveva comunque una piacevole freschezza ed esibiva le stimmate della mia generazione, neutralizzavano per una mezz’ora abbondante l’ansia, lo sconforto e la paura che non mi restasse altro da fare, se non rassegnarmi a dirottare le mie aspirazioni sul mondo della scuola, perseguendo la carriera “di famiglia”. La quale, del resto, era esattamente quella che tutti avevano in mente per me fin da quando avevo scelto il percorso di studi universitario; e per cui io, però, non ho mai sentito alcuna vocazione. Perché non basta avere entrambi i genitori insegnanti (né essere donna) per sentirsi attratti dall’idea di stare per quarant’anni dietro una cattedra a spiegare il past simple, o magari il pretérito indefinido, a una classe di ragazzi. Per quello – a meno che non si scelga l’insegnamento come extrema ratio dopo aver fatto fiasco in tutto il resto, o si sia solo allettati dalla prospettiva di portarsi a casa uno stipendio “sicuro” – serve autentica passione.

    Quindi arrivò un’altra primavera e la mia vita diede l’impressione di sterzare finalmente dalla parte giusta. Così l’album omonimo dei Vampire Weekend smise d’essere un antidoto al malumore, diventando – grazie alla sua tracimante vivacità, che s’adattava alla perfezione allo stato d’animo del momento – il sottofondo di quel che allora si presentò col marchio d’una gioia incontenibile. E che auspicio benaugurante mi sembrò l’uscita all’alba del 2010 del loro secondo lavoro, “Contra”! Tutto appariva propiziato e protetto da buone stelle, ché niente si sapeva a quel punto di ciò che sarebbe successivamente accaduto, e la musica della band newyorkese mi divenne di conseguenza ancor più cara.

    Nel maggio di due anni fa, invece, eliminai la vecchia suoneria del telefono e la rimpiazzai con un brano maggiormente consono ai nuovi tempi, “I’m not down” dei Clash. I Vampire Weekend avevo già smesso progressivamente d’ascoltarli anni prima e da quel momento in avanti li cancellai del tutto dal mio panorama musicale di riferimento. Troppi erano i ricordi che non m’andava di rimestare. Come una mattina assolata di fine aprile tra gli scogli del punto più scenografico del promontorio. O la sera che calava sulle panchine dei terrazzamenti della scalinata che da via Impallomeni porta alle chiese di san Rocco e dell’Immacolata. E poi Ganzirri e Torre Faro affollatissime il Primo maggio. O Paolo Conte a Taormina. E tanti altri luoghi e altri momenti, che sembrarono di soverchiante bellezza, mentre non erano che scintillii ammalianti ed effimeri, fuochi d’artificio esplosi per distrarre l’attenzione dai limiti che mi venivano frattanto issati attorno. Poi, quando fu terminata la costruzione del recinto e non ci fu più bisogno di scomodarsi per mettere in atto mirabolanti diversivi che facessero da ipnosi e da lusinga, da un giorno all’altro tutto cambiò di segno e il presente acquisì un aroma spiacevole; sicché pure i ricordi, ad analizzarli con l’imparzialità che regala la distanza e col senno di poi, si scoprirono disseminati di fosche avvisaglie che non s’erano colte oppure s’era scelto colpevolmente d’ignorare, e divennero altrettanto disgustosamente appestanti. Pertanto, no, i Vampire Weekend proprio non m’andava più di sentirli nemmeno nominare. E, in ogni caso, i dischi successivi a “Contra” non m’avevano colpita tanto quanto i primi due e dal 2019 la band non pubblicava più nulla.

    Del tutto involontariamente, però, qualche giorno fa m’è capitato d’ascoltare “Prep-school gangsters”, uno dei brani del loro recentissimo nuovo lavoro, “Only God Was Above Us”, e – al di là della sottile allusione a “Half a person” degli Smiths, che già di per sé m’avrebbe ben disposta nei confronti del pezzo – ho ritrovato il sound che mi fece innamorare. Scoprendo con piacere che il senso di repulsione è stato superato e che, anzi, i Vampire Weekend sono tornati a farmi sorridere. Così, senza starci troppo a riflettere su e senza neppure ascoltare prima i singoli estratti, ho deciso di acquistare l’album. E non so se sia per la contentezza d’avere una prova concreta che le mie incrinature interne si stanno rinsaldando, oppure perché è bello davvero (a leggere i critici, parrebbe corroborata la seconda ipotesi), ma pure stavolta Cupido ha centrato il bersaglio al primo colpo. Tanto che, sebbene possa apparire alquanto prematuro, mi sbilancio a dire che questo ha molte possibilità di diventare il mio disco dell’anno.

    “Only God Was Above Us” è parente stretto di “Vampire Weekend” e “Contra”, come uno zio buontempone ma scafato, che dalla vita ha ricevuto qualche legnata, però le ha incassate tutte senza cedere all’ombrosità permanente, né al vittimismo e tantomeno al cinismo. È un album in cui trionfa l’antico barocchismo musicale, che anche stavolta suona lussureggiante e mai inutilmente pletorico, pur se condito da qualche suggestione electro pop, retaggio dei lavori più recenti. E in più c’è l’inedita aggiunta di spiccate reminiscenze del Bristol sound anni Novanta (vedi “Mary Boone”), e addirittura qua e là si affacciano un po’ di sonorità che si distendono e “smagliano” al punto che dal trip hop virano quasi verso l’ambient e il chill out, benché siano riscaldate da echi beatlesiani – è decisamente l’anno del revival dei quattro di Liverpool: non si salva nessuno, nemmeno oltreoceano – come in “The surfer”. E nei testi si conferma il consueto gusto di Ezra Koenig per l’assurdo, come sempre reso brioso tramite il ricorso a rime da filastrocca e occasionali giochi di parole. Rispetto al passato, tuttavia, la novità è che la scrittura è stata in gran parte purgata dall’idealismo degli anni verdi e rimpinzata di un più maturo realismo.
    Si tratta, in estrema sintesi, del lavoro di una band che rivisita la propria gioventù, riconsiderandola con la prospettiva disincantata di un quarantenne (età che, del resto, grossomodo hanno i suoi membri), e che non vuole fossilizzarsi sul passato, ma a partire da quello vuole gettare le fondamenta per costruire la propria evoluzione futura.

    Più o meno è lo stesso atteggiamento col quale io guardo a quel lontano 2008. Con una punta di nostalgia e tanta tenerezza nei confronti di quella ragazza, che non aveva idea del pasticcio in cui si sarebbe cacciata di lì a poco, quando avrebbe scioccamente scambiato per vere cose che non lo erano e si sarebbe incaponita nel credere di aver trovato la felicità dove in realtà per lei non c’erano che divieti, silenzi punitivi, deprezzamenti, espropri di parti di sé e lacrime. E allo stesso tempo con rammarico e rigore, per imparare dagli errori e, forte di ciò, provare a fare di meglio domani.

    Listening to:
    Prep-school gangsters – Vampire Weekend

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