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  • Aspetta primavera, Maria

    8 marzo 2024
    Riflessioni
    marzo 2024

    A Light exists in Spring
    Not present on the Year
    At any other period –
    When March is scarcely here
    A Color stands abroad
    On Solitary Fields
    That Science cannot overtake
    But Human Nature feels.

    It waits upon the Lawn,
    It shows the furthest Tree
    Upon the furthest Slope you know
    It almost speaks to you.

    Fuori dalla finestra cielo azzurro e sole. Giallo e svettante, il tarassaco beccheggia tra l’erba di un’aiuola del cortile del palazzo di fronte, sopportando paziente l’esuberanza della brezza da sud. La pervinca, in un’abbondanza verde lucida di nuovo fogliame, si prepara a sbocciare. Le giornate si allungano. I tramonti si riscaldano di tinte aranciate.
    Stese sui fili del balcone, sventolano lenzuola e tovaglie, rassicuranti bandiere di domestica quotidianità. In sottofondo suona un album di melodie allegre, per assecondare il pizzicore di quella vivacità che di norma mi prende all’approssimarsi della bella stagione, e sovvengono ricordi di un’altra primavera incipiente, di Belle and Sebastian e Velvet Underground e The Shins, e di una Torino di marzo sorprendentemente calda e luminosa, che pareva starsene lì apposta per esser divorata a passo spedito, mentre ci si affannava tra un plesso universitario e l’altro all’inseguimento della lezione successiva, e poi di corsa fino a via Dellala, all’ultimo piano del numero 8, per quelle 250 ore di tirocinio formativo al FAI, in cui la formazione consisteva nell’impacchettare roba, sbrigare commissioni futili, pulire tavoli, sedie e gazebo della terrazza, andare alla ricerca di apparecchi acustici smarriti e spostare un enorme ficus all’interno o all’esterno, in base al variare delle condizioni climatiche. E ogni tanto si rubava qualche momento per leggere David Foster Wallace al sole sulle panchine dei giardini Cavour oppure di piazza Bodoni, o per fare scorta di cri-cri Piemont e chicchi di caffè pralinati al mercato di corso Palestro, o semplicemente per chiacchierare sotto il monumento equestre in piazza Carlo Alberto, proprio al centro del mio rettangolo preferito di città. A sera si rincasava con i negozi già chiusi, dopo cena si studiava fino a notte inoltrata e il grosso del weekend lo si passava tra libri e appunti, pulizie, spesa e bucato. E ogni lunedì come Sisifo si ripartiva da capo. Una vita senza respiro, in cui però non ci si stancava mai, perché il carburante di quelle giornate infinite era la sensazione frizzante che qualcosa stesse per cominciare.

    Oggi, invece, anche se permane la voglia di cercare ispirazione nella musica lieta, la stanchezza è diventata una dimensione esistenziale. Non è un fatto di membra esauste e dolenti, ché quella, al contrario, è una sensazione gratificante di pienezza, che dà l’idea d’aver compiuto qualcosa e assolve dal sospetto d’aver sperperato il tempo, autorizzando ad andarsene a dormire quieti come chi s’è guadagnato il riposo. È, piuttosto, un’intima insofferenza, figlia della rassegnata presa d’atto che si debbano fare i conti con quel che resta e non ci sia più posto per chimere e rosee illusioni, adesso che a smorzare l’entusiasmo ci hanno crudelmente pensato gli anni e l’esperienza. E, tuttavia, contro ogni logica, non passano del tutto né l’attesa della primavera né la speranza e non mi riesce di smettere di masticare la muta preghiera di veder prima o poi arrivare una cosa buona che possa reclamare per me, e che in mezzo alle erbacce finalmente faccia capolino un fiore.

    Listening to:
    Anna – The Children’s Hour

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  • Sehnsucht

    29 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Volentieri gli uomini cercano dietro una poesia ciò che essi
    chiamano ‘il particolare significato’. E sono simili alle
    scimmie, che sempre annaspano con le mani dietro
    lo specchio, quasi fosse là dietro il corpo da afferrare.

    La verità nelle immagini. Non sotto di esse, come un tesoro da dissotterrare; né sopra, come una creatura alata da provare ad acchiappare al volo. Non recondita o distante ma lì, squadernata proprio sotto gli occhi. Sfrontata, tagliente, commovente, spaventosa. Ci vuole stomaco per fronteggiarla così, la verità, agghindata d’aggettivi eppure nuda. Cesellata, figurata e plasmata – traslata, dilatata, compressa, colorata, ritmata, rimata – ma mai adulterata. Talvolta iridescente e tortuosa e riccamente arabescata, senza però diventare leziosa o perdere nerbo. La verità che, in forza di tale complicata e invereconda autenticità, ti addita mentre la osservi, lasciandoti senza fiato e scampo.
    Questo ho sempre amato della poesia, fin da bambina. Da quando la maestra mi spiegò che l’autunno di Cardarelli, che s’annunciava con “piogge di settembre / torrenziali e piangenti”, era la veglia funebre dell’estate. Le perturbazioni, nere prefiche che si dolevano dell’esaurirsi della bella stagione, consumavano quel lutto ricorrente senza riserbo né parsimonia, perché ogni fine è a suo modo una morte e riverbera la nostra che verrà. E, dunque, lacrime. Lacrime per il sole impallidito e per sé, per gli anni migliori dell’esistenza ormai trascorsi, per quel tempo radioso che “lungamente ci dice addio.”

    Nella vita, però, nel momento in cui ci si imbatte in essa la verità si rivela muta, percettibile ma ineffabile. A ben guardare, se la si vuol condividere con altri, non la si può raccontare che sotto forma di metafora. Il linguaggio stesso, del resto – come ricordava Hofmannsthal – è pura rappresentazione, una serie d’immagini che s’intrecciano e si sovrappongono e si sostengono l’un l’altra, e la differenza tra l’uomo comune e il poeta è solo che quest’ultimo è incessantemente cosciente di tale realtà. E magnanimamente si fa mediatore tra noi e la verità, perché attraverso le immagini che compone ci sia dato di placare vicariamente il desiderio struggente e impotente di trovare significanti per quei significati per noi altrimenti indicibili, per quel sentire che non saremmo in grado di descrivere, se non con sconsolante pressappochismo.

    Perciò, non è strano che unicamente tra i versi io abbia trovato parole che cogliessero interamente la brama incurabile d’altrove che ho sempre sentito, la cocente nostalgia di qualcosa d’indefinito e sconosciuto e irraggiungibile, di un luogo a cui appartenere per senso d’identità, di un porto in cui riparare nelle tempeste, della concavità accogliente di un abbraccio gratuito e sicuro. E, certo, i significanti in sé non hanno poteri taumaturgici; però quanto consola sapere di non essere i soli corrosi da questo assurdo anelare!

    Listening to:
    Five years – David Bowie

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  • Cattivi presagi

    24 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Come la vita è lenta.
    E come la speranza è violenta.

    Una volta mi dedicarono una poesia. Era assolutamente inadatta al momento, totalmente incongruente rispetto alle circostanze. Cosa spinse a scegliere proprio quella, cosa c’entrassimo noi – due adolescenti siciliani – con la Senna che scorre sotto un ponte di Parigi, e quale fosse il legame tra l’effusione un poco splenica e un poco cinica di un poeta che lamentava la caducità dell’amore e le nostre infinite camminate avanti e indietro per il lungomare, dubito riuscirò mai a comprenderlo.

    Passeggiavamo per ore, appaiati ma convenientemente distanti, perché non ci si potesse sfiorare nemmeno per sbaglio, mentre io mi fissavo con ostinato imbarazzo le Adidas blu scuro e lui provava con gentilezza, una pazienza encomiabile e un arsenale di circonlocuzioni a scassinare uno dopo l’altro i miei innumerevoli chiavistelli, sperando che prima o poi cedessi a quel che era evidente a tutti, meno che a me: mi ero innamorata. E quella voglia di sfiancarsi, di non starsene seduti mai, era l’irrequietezza peculiare delle cose belle quando sono nuove fiammanti, che cancella il caldo e il freddo, e s’espande, reclama uno sfogo e nel frattempo prende in ostaggio i pensieri, il tempo, il sonno, la fame, la stanchezza.
    Tutto profumava di destino in modo inebriante. Le incredibili coincidenze sembravano presagi inequivocabili di felicità. Si chiacchierava appassionatamente per serate intere di musica e letteratura e dei massimi sistemi. Io lo sbirciavo solo di sottecchi o da lontano, stando ben attenta che non lo notasse, incredula che quel diciottenne brillante e arguto, alto, sottile e distrattamente bello, come se non fosse consapevole d’esserlo o non gli importasse, tra tutte non avesse occhi che per me. E a un certo punto parve d’iniziare a sentire spirare una vaga fiducia, quel buonumore che s’attacca addosso quando si ha l’impressione che ogni cosa sia indirizzata verso il meglio; perché, sì, non poteva essere che così: ce n’erano tutti i sintomi.
    Però non c’è sopportazione che possa essere eterna e infine scadde il tempo del parlare obliquo. Mentre l’estate ormai illanguidiva, mi palesò i suoi sentimenti, corredandoli di quei versi che raccontavano dell’ineluttabilità degli addii. Fu come una iettatura involontaria, ma tanto potente da storpiare l’incanto. Da lì in poi andò tutto per il verso sbagliato: tempi, luoghi, azioni e interferenze; e il sogno sfumò a un passo dal realizzarsi.

    Lo stesso schema – con una meticolosità abrasiva, che non ha trascurato alcun ambito della mia esistenza – si è ripetuto decine di volte: indizi su indizi benauguranti ad alimentare entusiasmi e attese e scavare un cantuccio nel cuore in cui incubare la speranza; e poi un segno ominoso, appena uno, a decretare perentoriamente che tra tutte le promesse fosse sempre quella infausta a doversi compiere alla fine. Come una maledizione che procede al mio fianco, quasi che fossi venuta al mondo unicamente per sperimentare tutte le possibili sfumature dell’illusione e della frustrazione. E si potesse almeno dolersene senza risultare indecorosi! Ma soffrire e lamentarsi d’inezie del genere – semplici “cose che capitano ai vivi”, come usavano dire i miei nonni materni per liquidare le quisquilie – è osceno e puerile. Cos’è la mia tenace “sfortuna” davanti ai dolori formidabili di chi fa i conti con il lutto, la malattia, la miseria, la fame, la violenza, la guerra?
    Perciò non resta che tacere e trascinarsi appresso stoicamente questa sciocca e incorreggibile anima che, sebbene sia più crivellata di un groviera, nemmeno a forza di prove empiriche riesce a imparare l’arte di centellinare i vagheggiamenti e non aspettarsi mai nulla ed essere grata d’essere viva e sana e con un tetto sulla testa. E farsi bastare che ci sia il pane, ché io evidentemente non sono tra quelli destinati ad avere pure le rose.

    Listening to:
    Beautiful boy – The Last Dinner Party

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  • Nihil alienum

    21 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Ogni vero libro si misura con la demonicità della
    vita. In questa capacità di scrutare verità anche
    intollerabili c’è una bontà più grande di ogni conciliante
    bonomia, la disponibilità a scendere sino in fondo,
    con impavida e sconsolata pietà, nel nostro buio.

    Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo tutti ammettere di somigliare più all’uomo del sottosuolo che a Lev Nikolaevič Myškin o ad Alëša Karamazov. Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo riconoscere il male in noi e dare atto che la malvagità ci appartiene inevitabilmente, che è annidata dentro ciascuno per lo meno in potenza. Una vita virtuosa, in definitiva, non è altro che una lotta indefessa contro l’entelechia, un sottrarsi intenzionale alla tensione ineluttabile che, lasciata libera di agire, ci condannerebbe ad attuare necessariamente il nostro potenziale luciferino.

    Secondo Rousseau, il male non è connaturato all’uomo, bensì è il frutto avvelenato della storia e della società. Un pensiero consolatorio e un poco ingenuo, partorito per un’intima predisposizione all’utopia e avulso da qualsivoglia dato di realtà. Il ben più cinico e smaliziato Hobbes, al contrario, proclamò che l’uomo per natura è belva pronta ad azzannare a morte il proprio simile, se le circostanze o la convenienza lo incoraggiano, e che la società è un artefatto finalizzato proprio a scongiurare un perenne stato di guerra omnium contra omnes. Due visioni diametralmente opposte, ma non inconciliabili, entrambe in parte vere e in parte confutabili.

    Un angelo e un demone “l’un contro l’altro armati”: questo è ciò che siamo, a onta della nostra vanità, nessuno escluso; ché perfino san Francesco d’Assisi, prima d’essere frate, fu soldato volontario (e in guerra non si va per far carezze al nemico), mentre Hitler era teneramente affezionato alla sua cagna Blondi.
    Se sia la parte celeste o quella sulfurea a dover prevalere, spesso è solo il caso a decretarlo. La fortuna o la sfortuna di un incontro. Il nascere in un contesto oppure in un altro. La fame o la sazietà. Il disagio psichico o la sua assenza. Non sempre ci è dato di scegliere le nostre condizioni – e mai ad alcuno quelle iniziali – e talvolta nemmeno abbiamo facoltà di governare le reazioni a esse che l’istinto comanda.

    Ecco quel che è in fondo il peccato originale, la crepa che percorre inevitabilmente l’uomo: essere pienamente capace di partorire e di spargere intorno a sé l’orrore. E contro questa fiera spaventosa, acquattata in qualche recesso del cuore ma sempre vigile e pronta a scattare, e contro il caso, che a tradimento può suscitarla presentandoci occasioni in grado di metterci all’angolo, è una lotta impari, che nemmeno una sorveglianza costante e una volontà infaticabile talvolta sono sufficienti a vincere. Per eradicare del tutto il male in noi, infatti, occorrerebbe un sesquipedale salto ontologico, che ci elevasse con un portentoso balzo alla statura di creature empiree; un’ipotesi tanto allettante quanto irrealizzabile, poiché non esistono possibilità di fuga dalla nostra difettosa natura e neppure ai santi può riuscire di smettere d’essere umani.

    E allora dovremmo avere l’umiltà di osservarla, questa natura bifronte. In noi prima ancora che negli altri; ché è troppo facile proiettare l’oscurità fuori di sé, prenderne le distanze e additarla con trinariciuta riprovazione, mentre ci si ringalluzzisce per via della propria presunta probità, che dà licenza di percepirsi a una quota superiore e guardarsi allo specchio con illusoria pacificazione e ipocrita compiacimento. Dovremmo ammettere che già solo nella (apparentemente innocua) superbia di proclamarsi impeccabilmente buoni, c’è cattiveria a sufficienza per insozzare l’anima, giacché nel sentirsi immacolati striscia subdolamente il disprezzo dei propri simili che, invece, non sono immuni all’inciampo.
    Dunque è impossibile essere per davvero buoni, se non s’è consapevoli di essere anche abietti e perciò in prima persona disperatamente bisognosi di redenzione, di compassione, di un’indulgenza che ami e accolga pure quel che in sé è marcio, dissoluto e ripugnante. La rettitudine non è amare il bello, il puro, il gentile e l’onesto; quello non presuppone alcuna virtù né costa fatica: è poco più che un riflesso automatico. La grandezza d’animo è nel non tentennare nella condanna del luridume e ciononostante trovare il modo di farsi latori di grazia anche nella melma nauseabonda d’un porcile. A partire dal proprio, vincendo l’umanissima tentazione di disconoscerne i miasmi.

    Listening to:
    Ticking – SPRINTS

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  • Maledetto scrivere

    12 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    […] lo scrivere non è espressione, tirar fuori
    qualcosa da noi, ma fede nella bellezza delle
    parole, fuori di noi, dai nostri vizi o pregi.

    La scrittura di getto non esiste: di getto si buttano giù solo appunti e liste della spesa. La scrittura, se non ha fini puramente pragmatici, è attesa. Si sta davanti alla pagina bianca – “grande deserto da attraversare, mai attraversato”, come la definì acutamente Bachelard – e s’affronta questa immane solitudine, aspettando che qualcosa discenda. Non si dovrebbe lasciare che siano i moti convettivi dell’anima a materializzare i segni che riempiono la carta o lo schermo. Non dovrebbe trattarsi di un semplice movimento da dentro a fuori, soprattutto non di un conato che nasca dal fondo delle viscere; dovrebbe essere un planare di parole che – come ammoniva pure Cristina Campo – non ci appartengono. Perché, se cediamo all’impazienza e ne verghiamo di “nostre”, intime e urgenti e ingenuamente entusiaste o angustiate o confessionali, poi sarebbe sempre saggio cestinarle con vergogna. Ciò che nella presunzione della mente pareva rilevante e pressappoco perfetto, infatti, osservato fuori di sé si rivela fatalmente sciocco, impudico, abominevole, zoppicante, sconnesso, superficiale, imbarazzante.

    Di aborti e mostruosità del genere ne colleziona a miliardi chi ha la presunzione di scrivere, e ancor più di attese. E tra noi che siamo afflitti da questo vizio tenace, la stragrande maggioranza attende sempre a vuoto. Sono pochissimi, in proporzione, coloro il cui diligente vigilare porta frutto, quelli che come rabdomanti poi sentono a colpo sicuro se e dove s’è posata la manna e possono raccogliere quel cibo celeste, riempiendo la faretra di parole aguzze, capaci di volo teso e orientato al millimetro, perciò infallibili nel trafiggere i bersagli. Noialtri, invece, non abbiamo neppure la consolazione di raccattare ciottoli buoni ad alimentare la rozza veemenza della fionda. Le nostre parole sono adatte al limite a volteggiare inconcludentemente e dopo invertire la rotta come boomerang, per tornare a morirci puntualmente tra le mani.

    E allora perché gravarsi di tutte queste attese e della solitudine smaniosa e sovente sconfortante, che è la sola condizione nella quale può avvenire il confronto col campo bianco che s’aspirerebbe ad arare con strie di parole? Perché farlo, se non siamo aspersi da quella grazia superiore che di quel che è personale fa mero pretesto, ne sfrutta tutt’al più l’intenzione, e lo purga e trasfigura, distillandone la quintessenza e spremendone l’universale?

    Ma la voglia di scrivere è come un prurito che non c’è modo d’estinguere né di grattare e tantomeno d’ignorare…

    Listening to:
    Words (between the lines of age) – Neil Young

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  • Mondo e antimondo

    8 febbraio 2024
    Musica
    febbraio 2024
    Mondo e antimondo

    Non ti credo
    ma c’è chi giura che esisti,
    forse non ti so cercare
    o rassegnarmi a cadere
    e tu giochi a nasconderti
    non ti fai trovare,
    sembriamo
    due strani innamorati
    ma io ti sento
    qui alle mie spalle,
    a volte mi sento toccare.

    Non è un mistero che della musica di Umberto Maria Giardini mi sia innamorata fin dall’album d’esordio, firmato con l’ormai dismesso nom de plume Moltheni. “Natura in Replay” fu uno dei pilastri della colonna sonora che mi accompagnò nel passaggio dal secondo al terzo millennio e da lì in poi non ho mai smesso di seguire quest’artista schivo e periferico, fieramente estraneo ai trend del momento, e – pur nella sua fisiologica evoluzione, visto che parliamo ormai di un quarto di secolo di carriera – mantenutosi in linea di massima fedele al proprio sound alt-rock, che nei momenti più “pensosi” si fa ipnoticamente ecoico e freddo, con gli strumenti che diventano così adamantini da sembrare quasi virtuali e fanno risaltare per contrasto l’intensità accorata della voce di Giardini.
    Negli anni è rimasta invariata pure la sua impervia poetica dell’ellissi e del frammento, punteggiata di accostamenti arditi, quasi stridenti (penso, per esempio, all’azzardata metafora che assimila un amore soffocante a “una coperta d’amianto”) , che a volte fanno pensare al Conte di Lautréamont e ai surrealisti, e di menzioni di cose sul piano denotativo del tutto impoetiche, che richiamano vagamente il T.S. Eliot che dava voce a J. Alfred Prufrock e soprattutto Philip Larkin, probabilmente il supremo esperto nell’arte di distillare eccelsa poesia da immagini volgarmente quotidiane. Una scrittura che s’intuisce facilmente essere nutrita con buone letture e che è, di conseguenza, tutt’altro che adatta a raggiungere un vasto pubblico. Però, per la verità, a differenza di altri, che partiti da outsider non hanno disdegnato tentativi di incursione nel mainstream (penso ai Marlene Kuntz di Cristiano Godano, che in quest’album fa capolino nel brano “Le tue mani”), il cantautore marchigiano non ha mai dato segno di dolersi – né di gloriarsi – del proprio status di artista di nicchia.

    Proprio il titolo del disco di debutto riassume al meglio lo stile lirico di Giardini, in cui artificiale e naturale sono spesso giustapposti, lasciando sovente trasparire quanto tale convivenza sia intrinsecamente malagevole e ciononostante, poiché viviamo nell’era della tecnica, inevitabile. La natura, in particolare, è da sempre uno dei leitmotiv dei suoi testi, ed è talvolta declinata in versione pacificamente bucolica e talaltra ha la selvatichezza imprevedibile, ferina e indomita che si ritrova in alcune liriche di William Blake o in gran parte del canzoniere di Salvatore Toma. Ed è proprio al salentino che mi fa pensare la title track di quello che potrebbe essere il miglior lavoro del cantautore fino a ora.
    Al solito, non è facile capire se s’è riusciti a interpretare correttamente le intenzioni, vista la consueta dose d’impenetrabilità dei versi; tuttavia, credo di poter dire con buona approssimazione che “Mondo e antimondo” affronti ancora una volta, con un condimento di abbondante (e forse ormai definitiva) sfiducia nei confronti della società e dell’umanità contemporanee, un tema ricorrente nelle canzoni di Giardini fin dai lontani tempi di “Curami Deus” (era il 2001): il divino e il rapporto con esso. Un rapporto contrastato – che oscilla tra scetticismo, ruggine e fiducioso abbandono – in cui un senso religioso primitivo e spontaneo, di stampo quasi infantile (nel senso più elevato del termine) e panteistico, si scontra con l’aleggiare opprimente della precettistica del Cattolicesimo canonico e dello spettro del Dio punitivo e collerico dell’Antico Testamento.
    Il Dio di Giardini è sempre un Dio ipotetico, perché non se ne dà per sicura l’esistenza, e un Dio dell’antitesi, in quanto dotato di connotati ossimorici. Un Dio che si vorrebbe rifiutare, restando rintanati in un immanentismo nichilista (non a caso il secondo album del cantautore s’intitolava “Fiducia nel Nulla Migliore”), scuro e desolato; e al quale si desidererebbe al contempo consegnarsi, arresi e contriti, nella speranza che esista davvero quella cosa chiamata anima e ci sia modo di salvare la propria. Insomma, un Dio non dissimile da quello nel quale Toma affermava di non credere, ma la cui presenza non gli riusciva di non avvertire.
    In quest’ultimo round dell’annoso agone tra Giardini e Dio, tuttavia, pare che sia quest’ultimo a uscirne vincitore. “Mondo e antimondo”, infatti, è un brano nettamente bipartito, in cui alla condizione di perdizione morale raccontata nella prima parte, si contrappone la ribellione di chi ha scelto il rigore e di sobbarcarsi la dedizione necessariamente richiesta per aderire alla sequela del divino. Una scelta scomoda assunta con la consapevolezza che sia il solo modo per ascendere a un anti-mondo di rinuncia, sì, ma anche di redenzione, pienezza, purezza e luminosità, che è nettamente opposto al mondo infimo e squallido dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della vanagloria e dell’accaparramento della ricchezza, nel quale ridicolaggini – quali le gare di cucina che infestano la TV – sono ritenute d’importanza capitale, mentre ci si è assuefatti all’orrore al punto tale da non sentirsene personalmente intaccati e così si può ignorare, come fosse cosa che non ci riguarda, la sofferenza del prossimo.

    Non dovrebbe essere ignorato, invece, quest’album pubblicato lo scorso dicembre, che – eccetto un paio di brani, come “Re” e “Versus minorenne” – non ha il dono dell’immediatezza e ha sicuramente bisogno di numerosi ascolti per essere assaporato e metabolizzato pienamente. Benché non fatichi ad ammettere che non siamo di fronte a una pietra miliare della musica, a mio avviso, si tratta decisamente di una tra le migliori uscite italiane degli ultimi anni. Un disco “integerrimo”, che non guarda minimamente a un mercato nazionale in cui da anni impazzano le ormai polverose produzioni danzerecce in stile Dardust (che, però, continuano – chissà perché – a far sempre gridare al miracolo i critici “istituzionali” nostrani); e soprattutto, come d’abitudine, un disco “sentito” e assolutamente sincero, che si tiene alla larga dall’autocompiacimento snobistico nel quale troppo spesso cade chi è orgogliosamente marginale e approfitta di ciò per dare sfogo alla propria vanità, facendo sfoggio d’erudizione linguistica e musicale, col solo obiettivo di ammantarsi di un’aura di ricercatezza a misura di un pubblico di “eletti”, che è quanto di più affettato e anti-artistico ci possa essere.

    Listening to:
    Mondo e antimondo – Umberto Maria Giardini

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  • In mezzo c’è tutto il resto

    2 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    We never know how high we are
    Till we are called to rise;
    And then, if we are true to plan,
    Our statures touch the skies—

    Gli incipit sono come le entrate in scena in teatro: possono essere banali o assolutamente folgoranti. Macbeth può arrivare semplicemente camminando e parlottando con Banquo, come del resto il testo shakespeariano suggerisce; oppure saltar giù da un punto elevato, atterrando a sorpresa sul palco, come Iain Glen nella mitica produzione con cast interamente scozzese e regia di Michael Boyd al Tron Theatre di Glasgow nel 1993, della quale non restano – ahimè! – che il trailer striminzito che un’anima buona ha voluto postare su YouTube, le foto di scena in un affascinante bianco e nero, e le recensioni entusiastiche dei critici, ipnotizzati da un Macbeth che si manifestò agli occhi degli spettatori con l’agilità e la prestanza fisica d’un aitante dio della guerra.
    Così un romanzo può iniziare con una semplice descrizione, che metta il lettore al corrente del tempo e del luogo in cui si svolge la narrazione, come accade in Delitto e Castigo; oppure con un funambolico gioco di figure di suono, talmente virtuosistico da sembrare dettato da un’entità soprannaturale, come “Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.”

    Non è certo il caso dell’esempio appena citato, tuttavia, non si può negare che gli inizi abbaglianti non sempre preludano a sviluppi altrettanto notevoli e che ci siano centinaia di romanzi con attacchi, se non memorabili come il famigerato “Call me Ishmael” di Melville, per lo meno molto validi, che poi però deludono sonoramente, allorché se ne prosegue la lettura. Ed è parimenti poco contestabile che gran parte delle opere di Dostoevskij dimostrino alla perfezione quanto pure le aperture più “funzionali” e “modeste” possano introdurre pagine dotate del potere di cambiare per sempre la vita del lettore.

    Ad ogni modo, personalmente preferisco i finali. Non sono – per carità! – una di quelle creature (moderatamente) perverse che vanno a leggere l’ultima pagina d’un romanzo, prima di decidere se valga la pena di dedicargli del tempo o meno; non mi piace rovinarmi, eventualmente, la sorpresa e per stabilire se un libro m’alletti, mi bastano la quarta di copertina e l’apertura di una pagina a caso, in modo da valutare se lo stile di scrittura dell’autore mi sia congeniale. Il fatto è che mi pare nettamente più determinante il modo in cui una storia si conclude, rispetto a quello in cui inizia.
    Per esempio, l’asciutta poesia del sorriso dischiuso nel buio della stanza di un’anonima locanda dal tenente Giovanni Drogo, che – sopportando l’amarezza di non essere nemmeno mai riuscito a intravedere i Tartari tanto agognati – dà un ultimo sguardo alle stelle, mentre avverte che “lei” è arrivata, riscatta in un pugno di righe l’esistenza noiosamente inutile (benché imbevuta di fierezza, come teneva sempre a sottolineare Buzzati) di quest’ufficiale, che ha bramato vanamente per tutta la vita il potersi dimostrare un prode soldato, donandogli l’occasione di dar prova d’essere valoroso nell’affrontare la morte in solitudine e senza traccia di paura. Ed è questo eroismo dimesso e toccante, al quale forse tutti segretamente aspiriamo, a rimanere inciso nella memoria.
    O come dimenticare la sensazione di anticlimax che pervade l’explicit di In Patagonia, il quale chiude la parentesi d’un viaggio quasi epico con l’immagine di un uomo d’affari cileno che, sulla nave del ritorno dall’estrema propaggine dell’America Meridionale, suona “La mer” su un pianoforte bianco sbagliando frequentemente le note. Un caveat figurato, che ammonisce a non riposare sui propri allori, perché prima o poi pure le grandi avventure terminano e s’è costretti a rientrare nel mondo di sempre, nella routine consolidata della realtà deprimente e quotidiana, nella quale c’è poco di straordinario e a volte le canzoni sono stonate. Un bagno d’umiltà per l’io narrante e per il lettore, entrambi coinvolti in questo traumatico “rincasare” in cui si palesa la dura legge della provvisorietà d’ogni cosa, in base alla quale a ogni vetta deve seguire sempre, fatalmente, una china.

    Per molti versi, la vita non è differente da un romanzo e pure il suo bilancio non si può farlo che alla fine. Se il suo incipit è grossomodo uguale per tutti, ché ciascuno nasce con un pianto e un taglio destinato a divenire rotonda cicatrice più o meno al centro del corpo, è da quel momento in avanti che può accadere di tutto. E, prima che scocchi l’ora dell’unico incontro destinato che sicuramente attende ciascun essere umano, c’è sempre speranza di raddrizzarla, sebbene paia sviata, o di completarla, per quanto possa sembrare irrimediabilmente inane e incompiuta. C’è speranza di poter alla fine “consegnare alla morte una goccia di splendore”, anche se non s’è mai dato segno d’essere in grado di emanare alcuna luce. Speranza di lasciare qualcosa che ci sopravviva; che si tratti di un’eredità già tangibile o di un seme destinato a germogliare postumo o magari solo d’un ricordo che qualcuno custodirà con amore. Speranza di poter pensare con soddisfazione d’aver spremuto il meglio che si poteva da quel ch’era toccato in sorte.

    E allora la verità è che la parte davvero determinante e significativa nella vita – e pure nei romanzi – è quella che connette l’inizio e la fine. Quel pezzo d’esistenza che è meno reboante e celebrato, e che è in larga misura dimenticabile, pieno com’è d’inciampi e di tentennamenti e della noia di giorni che troppo spesso sembrano tutti uguali e ugualmente improduttivi. Quel pezzo ridicolo, nel quale si desidera forsennatamente e, alle volte, dopo aver ottenuto ciò che si vagheggiava, ci si pente. Quel pezzo non degno di nota, in cui ci s’arrabbia e ci si diverte e si riposa e si lavora. Perché è in questo insignificante tempo ordinario che si presentano le occasioni che chiamano a levarsi e dimostrare ciò di cui s’è capaci; e chi lo sa dietro quale angolo se ne stanno in agguato! Perciò non si può far altro, se non vivere quest’intermezzo di banale consuetudine, e frattanto confidare e vigilare.

    Listening to:
    Costruire – Niccolò Fabi

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  • Che si fugge tuttavia!

    28 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024

    Uno strano gennaio di sprazzi di sole riporta alla mente le mattine di tanti anni fa, quando al primo lacerto di sereno s’usciva da scuola col cappotto sotto braccio e non importava se, per l’eccessiva audacia, lungo la strada ci s’aggricciava la nuca, ché proprio quello forse desideravamo: tepore sulle gote e brivido giù per la schiena. Non impaurivano gli ossimori allora, giacché si stava al mondo come se si fosse vivi al quadrato e, in quell’esistere ipertrofico e appassionato, gli estremi erano routine quotidiana. Tutto pareva assoluto e definitivo, e un momento si rideva fino alle lacrime e un altro si piangeva fino a prosciugarsi.
    Si mordeva il freno, ciascuno celato nella propria gemma, anelando il momento di sbocciare, credendo che sarebbe venuta per tutti la gloria a colori della fioritura. Nessuno pensava che, esattamente come nel mondo vegetale, qualcuno si sarebbe bruciato per il gelo in attesa della primavera e qualcuno non sarebbe riuscito a schiudersi prima del salasso della calura estiva, e dopo sarebbe stato troppo tardi. E qualcuno avrebbe messo petali malfatti, che avrebbero tradito le attese, e qualcun altro avrebbe sorpreso tutti con una sensazionale corolla, che nessuno avrebbe mai preconizzato.

    Essere giovani non è un pregio, né un valore o un connotato ornamentale o una forma a cui attaccarsi costi quel che costi: è una condizione transeunte e non si può ricrearla in alcun modo, una volta trascorsa. Non è la pelle piana e polposa, né il corpo che funziona tanto bene che ce ne si può quasi dimenticare. Non è l’assenza di canizie, né l’agilità scorrevole e sicura. C’è chi – e non sono poi così pochi – conserva questi tratti ben più a lungo di quanto duri la giovinezza, per fortuna genetica o con impegno pervicace. E, tuttavia, nessuno può trattenere il senso inebriante di quella potenzialità ancora inespressa – che scalpita e suggerisce chimere, facendole sembrare a portata di mano – che è l’essenza dell’essere giovani. Quel conoscersi ancora tanto poco da essere ignari dei propri limiti e, dunque, non avere remore nello sfidarli, fosse anche solo con la fantasia. Quell’avere l’incoscienza di dire “io voglio essere…” o “io voglio fare…”, non considerando neppure il condizionale e men che meno l’opportunità, la ragionevolezza, l’utile, la sorte. Non c’è trattamento estetico, né regime dietetico, né allenamento che possa preservare quella licenza d’immaginarsi divinamente onnipotenti, signori fanciulli del creato con la facoltà d’assoggettare il destino alle proprie aspirazioni. Ché dopo si può fare ancora molto, e sorprendersi perfino delle proprie capacità insperate, però non si può più sognare tutto.

    Per questo, man mano che s’invecchia e ci si addentra nella realtà – non solo quella del mondo, ma pure quella di se stessi – si scende sulla terra e i sogni si tramutano in desideri, quindi in carenze; perché il sogno è scintilla creativa, mentre il desiderio è contezza urticante d’una lacuna.
    Si potrebbe dire che con gli anni ci si scopra umani, che si torni al proprio posto, insomma. E questo non è un male. La gioventù, infatti, è luminosa e potente, ma pure infiammabile e scabra e sgraziata, così fiera di sé che spesso agli altri presenta agrezze ingenerose e grossolanità impulsive. L’età, invece, rende più ponderati e mansueti, se non per maggiore considerazione nei confronti del prossimo, per lo meno in ossequio alla forma.

    Se le si coltiva, quella ponderatezza e quella mansuetudine possono diventare ancor più umane e trasformarsi in delicatezza, con cui maneggiare e custodire le fragilità proprie e altrui, avvicinandosi in punta di piedi e curandosi di non nuocere, per quanto possibile. E questa, sì, è una virtù e una virtù nient’affatto fugace, purché non venga mai meno l’impegno. E vale assolutamente la pena d’inseguirla e, per poterla raggiungere, perfino d’invecchiare.

    Listening to:
    Abel – The National

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  • Una fiduciosa disperazione

    23 gennaio 2024
    Musica
    gennaio 2024

    And where are the windows? Where does the light come in?
    Bernie, old friend, forgive me, but I haven’t got the answer
    to that one. I’m not even sure if there are any windows in
    this particular house. Maybe the light is just going to have to
    come in as best it can, through whatever chinks and cracks have
    been left in the builder’s faulty craftsmanship, and if that’s the
    case you can be sure that nobody feels worse about it than I do.
    God knows, Bernie; God knows there certainly ought to be
    a window around here somewhere, for all of us.

    Da giorni ascolto “Iechyd Da”, l’ultimo album di Bill Ryder-Jones, cercando di capire se mi piaccia oppure no. Indubbiamente, è un lavoro dall’impronta sentimentale e inequivocabilmente pop, cosa che normalmente mi farebbe storcere il naso; però questa lievità lascia un retrogusto che non mi è affatto sgradito.

    In primis, perché si tratta d’una gracilità solo parziale, nonostante sia un album composto quasi esclusivamente da ballate piuttosto convenzionali.
    Sì, è innegabile che suoni scarsamente originale, vista l’abbondanza di echi del Badly Drawn Boy dei tempi d’oro, dei Coldplay degli esordi e dei tanti epigoni di entrambi, inclusi gli italiani …A Toys Orchestra di “Technicolor Dreams”. E la produzione (a firma dello stesso Ryder-Jones), che a tratti pare voler imitare il lo-fi pur esibendo un’incoerente patina “laccata”, non è del tutto convincente. Anzi, in molti frangenti risulta piuttosto stantia, privilegiando le soluzioni vagamente zuccherose – come se si fosse preso il Damien Rice di “O” e lo si fosse annegato nella melassa – e facendo più d’un occhiolino alle sonorità beatlesiane. A proposito di quest’ultima caratteristica, va detto, però, che pare questo sia lo Zeitgeist del 2024, tanto che nel revival dei Fab Four sono incappati pure i The Smile, benché Thom Yorke, interrogato sulla cosa, abbia rigettato piccato l’accostamento. E infine – ed è forse il difetto peggiore – c’è un eccesso irritante di cori di bambini, quasi che fosse un disco di Povia o la compilation dello Zecchino d’oro!

    Tuttavia, in generale l’atmosfera dell’album è piacevolmente imaginifica, quasi “cinematografica”, con alcuni pezzi che sembrano perfetti per finire nella colonna sonora di una pellicola indie o dell’episodio di una serie TV, o magari per fare da sottofondo durante un viaggio notturno, mentre si osserva dal finestrino l’allungarsi come code di stelle comete delle luci che scorrono. E ci sono, inoltre, cose davvero apprezzabili e dai riferimenti piuttosto “stratificati”, tra le quali spiccano chiare reminiscenze dei Velvet Underground più solari, come in “I know that it’s like this (Baby)”, brano in cui risuonano pure i Buffalo Springfield di “For what it’s worth”; nonché un episodio blandamente eccentrico rispetto al resto che, a sorpresa, richiama alla mente addirittura il trip-hop dei Massive Attack: sfido chiunque ad ascoltare “Nothing to be done” e non pensare neppure per un momento a “Teardrop” (e, per la verità, anche al piano dei Them feat. Van Morrison nella dylaniana “It’s all over now, baby Blue”).

    Il vero valore aggiunto, però, quello che scompagina totalmente la sostanziale monotonia di quel che sarebbe stato solo un album gradevolmente inoffensivo e immeritevole di più d’un ascolto, sono i testi. Ed è con quelli che l’ex The Coral m’induce a tentennare, giacché, se si leggessero da soli, senza ascoltare la musica che li accompagna, si potrebbe ricavarne l’impressione di avere tra le mani un lavoro incredibilmente “serio”.
    A livello lirico, “Iechyd Da” è, a tutti gli effetti, una carrellata di riflessioni ponderose e non di rado amare, sciorinate con voce adeguatamente sommessa (e leggermente querula), che in più di un’occasione affrontano apertamente la tematica della precaria salute mentale di Ryder-Jones. Ed ecco che, proprio in virtù di tale difficoltà reale, ammessa senza remore e dissimulazioni, gli arrangiamenti grandiosi, con gli archi distesi e “cantanti”, acquistano un senso, perché sembra stiano lì appositamente per sostenere la fiammella cagionevole della speranza e “soffiare” quanta più luce, serenità e fiducia siano possibili, per rintuzzare gli agguati della mestizia. Le aperture melodiche come sintomi preliminari di nuove albe, che infrangono l’oscurità compatta della notte e offrono una promessa di futuro possibile. E, dunque, sebbene razionalmente si vorrebbe accusarle di sdolcinatezza e in certi casi finanche di banalità, non ci si riesce pienamente, in quanto sotto sotto – a meno d’essere perfidi o indifferenti – non si può che tifare per il lieto fine, al punto che verrebbe voglia anche all’ascoltatore di far qualcosa per contribuire ad attizzare quella flebile speranza. Per Ryder-Jones e – perché no? – pure per sé.

    Perciò, se sia un bell’album o meno forse non importa davvero. Soprattutto considerando che, al di là del suo reale valore artistico, visto che pure io ho deciso di scommettere sull’esistenza di una “finestra” tutta per me da qualche parte, oggi sembra essere il disco giusto al momento giusto. E poi domani – sperando di essere riusciti nel frattempo a trovarla, quell’apertura salvifica – si potrà facilmente dimenticarlo senza rimorsi.

    Listening to:
    Thankfully for Anthony – Bill Ryder-Jones

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  • Anticamera di sera d’inverno

    21 gennaio 2024
    Poesia
    gennaio 2024

    Gennaio, grigio e gocciante.
    Nel pomeriggio umido un uggiolare
    lontano. Sboccia seriale il chiarore
    di lampade, tuona delle cinque solerte
    il rintocco, a rammentare
    che – pure se il sole è rimasto immaturo –
    il tramonto non può disertare.

    Listening to:
    Passing afternoon – Iron & Wine

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