[…] lo scrivere non è espressione, tirar fuori
qualcosa da noi, ma fede nella bellezza delle
parole, fuori di noi, dai nostri vizi o pregi.
La scrittura di getto non esiste: di getto si buttano giù solo appunti e liste della spesa. La scrittura, se non ha fini puramente pragmatici, è attesa. Si sta davanti alla pagina bianca – “grande deserto da attraversare, mai attraversato”, come la definì acutamente Bachelard – e s’affronta questa immane solitudine, aspettando che qualcosa discenda. Non si dovrebbe lasciare che siano i moti convettivi dell’anima a materializzare i segni che riempiono la carta o lo schermo. Non dovrebbe trattarsi di un semplice movimento da dentro a fuori, soprattutto non di un conato che nasca dal fondo delle viscere; dovrebbe essere un planare di parole che – come ammoniva pure Cristina Campo – non ci appartengono. Perché, se cediamo all’impazienza e ne verghiamo di “nostre”, intime e urgenti e ingenuamente entusiaste o angustiate o confessionali, poi sarebbe sempre saggio cestinarle con vergogna. Ciò che nella presunzione della mente pareva rilevante e pressappoco perfetto, infatti, osservato fuori di sé si rivela fatalmente sciocco, impudico, abominevole, zoppicante, sconnesso, superficiale, imbarazzante.
Di aborti e mostruosità del genere ne colleziona a miliardi chi ha la presunzione di scrivere, e ancor più di attese. E tra noi che siamo afflitti da questo vizio tenace, la stragrande maggioranza attende sempre a vuoto. Sono pochissimi, in proporzione, coloro il cui diligente vigilare porta frutto, quelli che come rabdomanti poi sentono a colpo sicuro se e dove s’è posata la manna e possono raccogliere quel cibo celeste, riempiendo la faretra di parole aguzze, capaci di volo teso e orientato al millimetro, perciò infallibili nel trafiggere i bersagli. Noialtri, invece, non abbiamo neppure la consolazione di raccattare ciottoli buoni ad alimentare la rozza veemenza della fionda. Le nostre parole sono adatte al limite a volteggiare inconcludentemente e dopo invertire la rotta come boomerang, per tornare a morirci puntualmente tra le mani.
E allora perché gravarsi di tutte queste attese e della solitudine smaniosa e sovente sconfortante, che è la sola condizione nella quale può avvenire il confronto col campo bianco che s’aspirerebbe ad arare con strie di parole? Perché farlo, se non siamo aspersi da quella grazia superiore che di quel che è personale fa mero pretesto, ne sfrutta tutt’al più l’intenzione, e lo purga e trasfigura, distillandone la quintessenza e spremendone l’universale?
Ma la voglia di scrivere è come un prurito che non c’è modo d’estinguere né di grattare e tantomeno d’ignorare…
Listening to:
Words (between the lines of age) – Neil Young
