• À rebours

    4 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024
    À rebours

    Ascolteremo nella calma stanca
    la musica remota
    della nostra tremenda giovinezza
    che in un giorno lontano
    si curvò su se stessa
    e sorrideva come inebriata
    dalla troppa dolcezza e dal tremore.
    Sarà come ascoltare in una strada
    nella divinità della sera
    quelle note che salgono slegate
    lente come il crepuscolo
    dal cuore di una casa solitaria.
    Battiti della vita,
    spunti senz’armonia,
    ma che nell’ansia tesa del tuo amore
    ci crearono, o anima,
    le tempeste di tutte le armonie.
    Ché da tutte le cose
    siamo sempre fuggiti
    irrequieti e insaziati
    sempre portando nel cuore
    l’amore disperato
    verso tutte le cose.

    Al cinema il primo dell’anno: non capitava da una vita. Più o meno da quando hanno chiuso la mia sala del cuore, quella nella quale sono cresciuta, andando religiosamente ogni sabato pomeriggio a “dissipare” – avendo, però, cura di tenere da parte quel tanto che bastava per un paio di tranci di focaccia dal fornaio – la mia magra paghetta settimanale. Non importava quale fosse il film in proiezione, perché come richiamo bastava il piacere di sedermi nelle poltroncine rosse un poco scomode e venire ipnotizzata da uno di quegli schermi panoramici, che oggi – nella triste epoca dei multisala nei centri commerciali, in cui pure il cinema è una merce da infiocchettare e vendere seguendo le logiche della massimizzazione del profitto, e perciò tutto (perfino i film d’essai) puzza di popcorn al burro da ruminare a secchiate – non si usano più.

    Mentre tutta la cittadinanza comprensibilmente sciamava a vedere la commedia girata proprio nel nostro territorio la scorsa estate, un’amica in cerca di un’altra bastian contrario che le facesse compagnia mi ha invitata a vedere l’ultimo, bellissimo, film d’animazione di Hayao Miyazaki. E così il 2024 nuovo di zecca s’è subito presentato con una sorpresa: chi se lo aspettava – non avendo avuto modo di leggere nulla in anticipo – che si trattasse di un racconto sull’elaborazione del lutto! E mai sorpresa ha dato maggiormente l’impressione d’essere una stentorea coincidenza. Con una punta di megalomania si potrebbe considerarla addirittura una sincronicità, visto che negli ultimi mesi mi sono data espressamente l’imperativo di digerire finalmente il mio dolore e quest’anno, una volta per tutte, iniziare davvero a pensare al tempo successivo, e che da alcuni giorni, proprio nell’ottica di scuotermi di dosso l’indolenza rammaricata che da troppo mi pietrifica, mi sto impegnando attivamente a compiere l’esercizio che da sempre per me rappresenta il solo modo di ripartire: ricostruire il percorso all’indietro, riconnettendo i puntini come in una pista cifrata alla rovescia, per capire dove e perché s’è imboccata la strada sbagliata, affinché la sofferenza insegni qualcosa e non ci si avventuri nel futuro sfidando ciecamente la sorte.

    Per Mahito, il giovane protagonista del film, il tempo del lutto è un luogo estraneo e misterioso, un altrove di sospensione, in cui prima rifiutare combattivamente e poi affrontare e infine sottomettersi con coraggio all’ineluttabilità del destino, avvalendosi dell’apporto di forze e figure alleate e antagoniste, scoprendo che queste ultime, una volta accettata la realtà, non sono terribili e imponenti come s’era creduto in un primo tempo e non sono neppure tutte nemiche.
    Che allegoria elegante, densa e acuta! Ché il cuore del dolore è proprio così: un esilio sgradito e in larga misura spaventoso, nel quale ci si sente separati dal mondo, che nonostante tutto va avanti, e da se stessi, non riconoscendosi più e non riuscendo a intravedere la possibilità di ritrovarsi. Ma poi ci si stanca – o, per lo meno, sarebbe auspicabile che ci si stancasse – di starsene passivi a osservare l’orrore del suppurare delle proprie piaghe e si sente il bisogno di scuotersi in qualche modo.

    Le soluzioni efficaci per me sono sempre state camminare senza meta in solitudine, attenta a lasciarmi investire dalla bellezza accidentale che ci è costantemente attorno, e poi scrivere, per fluidificare i pensieri raggrumati. E infine passare in rassegna i cimeli accumulati negli anni: tutte cose per lo più prive di qualsivoglia valore economico, ma gravide di ricordi e significati sentimentali, da usare come pietre miliari mentre si compie il viaggio a ritroso nella memoria per capire esattamente in che punto ci si è perduti.

    Rovistando negli scatoloni, tra una camicia comprata un quarto di secolo fa – che miracolosamente calza ancora a pennello! – e lo zaino arancione delle superiori con dentro il walkman e le cassette che facevano da colonna sonora lungo il tragitto da casa a scuola, viene fuori un quintale di carte: quaderni, diari, agendine e blocchi per appunti vergati con accanimento e solerzia negli ultimi trent’anni, annotando pensieri, sogni, progetti, fatti realmente accaduti e situazioni ipotetiche, poesie imbarazzanti per ingenuità e bozze di racconti scipiti. E si ritrova un hard disk pieno di fotografie, tra le quali ci sono pure quelle del viaggio negli Stati Uniti dell’agosto 2008 per partecipare, con la sensazione schiacciante d’essere rimasta indietro nella vita, al matrimonio di quel fratello maggiore di appena trecentosessantatré giorni, col quale sono cresciuta gomito a gomito, quasi che fossimo gemelli.

    Nel mucchio di scatti sbagliati e banali realizzati da me, c’è una cartella di immagini la cui paternità appartiene a lui e tra esse ce n’è una che mi ritrae inguainata nel colore squillante di quella che all’epoca era la mia maglietta preferita, a sfidare il grigiore di un pomeriggio di pioviggine sul ponte di Brooklyn, con una minuscola Statua della Libertà sullo sfondo, mentre guardo da un’altra parte. Una foto un po’ sgranata e impercettibilmente mossa, perché “rubata”, come sono quasi tutte quelle in cui appaio da adulta, giacché – se mi è data la scelta – all’obiettivo preferisco sottrarmi, avvertendo davanti all’occhio vitreo della macchina fotografica lo stesso agio che s’avrebbe al cospetto di un plotone d’esecuzione. Eppure, negli scatti presi a tradimento – nonostante la proverbiale insicurezza, che mi dà l’impressione che ogni mio difetto sia lampante e che sempre m’ha incitata a nascondermi – può capitare che mi piaccia. E anche in questo mi vedo gradevole, anzi, quasi bella, a dispetto degli occhi stretti che guardavano chissà cosa e dei capelli increspati dall’impietosa umidità.

    Duole osservarsi così, scoprirsi carina e pensare che in quel momento mi trovavo, senza che potessi saperlo, appena a un passo da quel pendio precipitoso che mi ha sprofondata dove sono adesso. Se solo allora avessi avuto la saggezza di vedermi com’ero realmente, piuttosto che, come d’abitudine, lasciarmi vincere dalla vergogna, da tutte le paure e dai sensi di colpa inculcati nel corso di un’annosa guerra altrui, che aveva eletto me – e specialmente il mio corpo – quale campo di battaglia, forse nulla di quello che è stato dopo sarebbe successo. Forse non sarei caduta nella tela di chi incantava con parole, che all’apparenza raccontavano di quell’accoglienza che avevo spasmodicamente anelata e dentro nascondevano pillole velenose di ulteriore denigrazione. Forse avrei capito che, se finalmente non mi sentivo a disagio, era solo da imputare al fatto che certi modi m’erano familiari, poiché le promesse vuote e i complimenti a doppio taglio e le aggressioni passive e i paragoni insensati e ingenerosi erano il mio pane quotidiano. E magari sarei stata in grado di comprendere che, no, a nessuno spettava un’aureola né gratitudine e non mi si stava facendo un pietoso favore, perché non ero affatto una cosa indesiderabile raccattata da un cuore magnanimo, come m’è stato addirittura detto apertis verbis. E se solo prima, piuttosto che starmene sempre a occhi bassi, avessi saputo raccogliere altri sguardi, invece di sfuggire guizzando come un’anguilla, immaginandomi costantemente non all’altezza e temendo il momento nel quale ciò sarebbe fatalmente emerso con lapalissiana chiarezza…

    Tuttavia, non ha alcun senso speculare su i “se” e neppure recriminare. Dal momento in cui sono uscita dall’infanzia e da quello stato di minorità, per dirla alla Kant, che essa fisiologicamente comporta e che ci rende indifesi e incolpevoli, non m’è stato fatto nulla più di quel che ho consentito mi si facesse. È da questa consapevolezza fastidiosa che occorre ripartire, allenandosi ad accettare che le critiche altrui vadano sicuramente vagliate, ma che non debbano per forza essere assorbite e fatte proprie, che non sia necessario mettersi costantemente in dubbio e sentirsi immancabilmente in difetto; e che si sia liberi perfino di rifiutarle, quando suonano malevole o non le si reputa veritiere. E imparando a darsi da sé quella compassione e quell’accettazione che si sono rincorse invano, rifuggendo dal compiacersi dei propri limiti così come dal detestarsi in ragione di essi, per riscattare finalmente quella ragazza graziosa, che si credeva terribile e a causa di ciò immaginava non ci fossero per lei altre vie all’infuori della mortificazione perenne o della fuga preventiva.

    Listening to:
    The hiding place – Jessica Bailiff

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  • Bellezza a portata di mano

    30 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Spazzando il balcone, un fruscìo tra le piante. Da uno dei rami ormai spogli della buganvillea, un pettirosso sgargiante becca avidamente gli ultimi baccelli superstiti della senape bianca. La scopa poggiata in tutta fretta e la porta finestra richiusa in un istante, ché la coda dell’occhio ha captato la gatta riscuotersi dal dormiveglia, come l’istinto comanda, sicché la malagrazia di una zampata al visitatore pennuto è più di una probabilità.
    A pericolo scongiurato, si sta dietro i vetri a guardare. Lei scornata e miagolante, io estatica e sorridente, gustando la fortuna di poter ammirare la creaturina impettita, mentre gode dei semi di quella pianta germogliata a sorpresa la scorsa primavera e che per tutta l’estate ha allietato coi suoi mazzetti di fiorellini gialli, chiedendo in cambio nient’altro che un poco d’acqua ogni tanto.

    Non l’avevo mai visto nel quartiere un pettirosso prima d’ora: qui abitualmente bazzicano solo verzellini, ballerine bianche, merli, gazze, tortore, piccioni e gabbiani. E allora, pur sapendo che non è mia, questa bellezza tremolante, vaporosa di piume arancio e brune, voglio pensarla ugualmente come un dono per me e un buon auspicio, uno dei tanti, come la senape arrivata da chissà dove, ché qui attorno di campi non ce ne sono per chilometri.

    La vita spesso pare una catena di sottrazioni, eppure, quando all’improvviso restituisce, stupisce con smodata larghezza. Anche nelle cose minute e quotidiane, che – a essere ricettivi – non hanno minor potere d’illuminare le giornate, ricordando che esiste una strabiliante Armonia, che tiene in equilibrio l’Universo e di tanto in tanto elargisce carezze.

    Listening to:
    Don’t cling to life – The Murder Capital

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  • 27 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] l’essenza dell’amore non è in ciò che è condiviso, è nel costringere
    l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente
    tanto, a diventare il massimo che gli consentono le forze.

    A volte leggi parole che smascherano crudelmente le tue illusioni più tenaci, quelle che hai edificato negli anni con zelo e dovizia di particolari, affinché non ti opprimessero, fino a impedirti di vivere, né il senso d’ingiustizia né la disperata nostalgia di quel che non conosci. E tu, che hai sempre creduto ai poeti quasi che fossero estensori del Verbo, non puoi certamente ignorare la scudisciata che ti è schioccata tra le spalle come una barbara sveglia.

    La verità è nello spasmo che t’incorda le viscere: non sai cosa sia l’amore “buono”, quello che nutre, incoraggia e fa sbocciare; ché intimamente non hai dubbi d’essere avvezza a nient’altro che sbarre e guinzagli e amputazioni spacciate per potature che t’avrebbero resa più forte e più bella. Tu, quale cespuglio indifeso, ti sei prestata obbediente alle cesoie, sperando che prima o poi sarebbe stato abbastanza quel che era stato sfrondato e che l’opera ultimata sarebbe stata guardata con soddisfazione, se non addirittura con orgoglio. Confidavi che un giorno, a forza di dare tutto quel che le avide lame chiedevano, ti sarebbe stato finalmente perdonato d’essere arrivata assolutamente inattesa e un poco importuna, e d’essere quella che sei.
    Per andare avanti, hai imparato a dare alle briciole il nome di pane e il dannato languore che non voleva saperne di placarsi l’hai battezzato un semplice scherzo della tua fantasia. Così, quando t’hanno ammannito altre molliche, stavolta per giunta su un vassoio appariscente, a te è parso un banchetto sardanapalesco e ti ci sei buttata a capofitto. E sono arrivate altre lame fameliche, altri divieti e altre catene, perché ancora una volta eri troppo e insieme troppo poco.

    Annaffiata da nuove lacrime, hai scoperto che, a meno d’imporselo, non esiste limite a quel che si può sacrificare, sebbene avresti potuto giurare non ci fosse più alcunché che non avessi già immolato su altari altrui. Finché un giorno ti sei sentita tanto scarna che, se t’avessero reciso anche solo un millimetro di più, saresti avvizzita del tutto dalla sera alla mattina. E allora ti sei sottratta all’ennesimo taglio, ma tuttora non hai imparato a darti il concime e piantarti sostegni per sopportare il vento, né ti sei davvero convinta che pure tu potresti fiorire.

    Nel frattempo è trascorsa la primavera e ormai non è più tempo d’aspettare i cambi di calendari per dare seguito ai buoni propositi. Per iniziare, purché lo si voglia, un giorno vale l’altro.

    Listening to:
    All flowers in time bend towards the sun – Jeff Buckley & Elizabeth Fraser

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  • Il coraggio e gli altri

    23 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato
    senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia
    consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana.

    Un venerdì di dicembre, di primo pomeriggio, la TV accesa a fare da sottofondo intanto che si rigoverna la cucina dopo il pranzo. Da qualche giorno su Rai Tre è iniziato un programma in cui i conduttori e gli ospiti parlano coi giovani di sentimenti, a partire dallo spunto fornito da alcuni dei capolavori della letteratura mondiale. Le puntate precedenti erano state noiose, sovraccariche di semplificazioni e banalità, ma tutto sommato innocue; questa volta, però, è diverso. Il tema del giorno è il coraggio e, mentre si sfrega il piano cottura, si viene colpiti da un’affermazione contundente: «Il coraggio più difficile da avere è quello di mettersi in gioco, di cambiare, il coraggio di ammettere gli errori e i propri limiti, e il coraggio di fare ciò che si reputa giusto, ciò che si desidera e non quello che le convenzioni impongono, come Anna Karenina…»
    E da lì in poi è tutto un ignorare assolutamente i contenuti morali di uno dei romanzi più densi e straordinari mai scritti, per magnificare l’audacia di una donna “eroica”, vittima dei tempi e delle loro costrizioni, che purtroppo paga a caro prezzo, fino a rimetterci la vita, le proprie scelte di libertà dettate dall’amore, perché – si lascia velatamente intendere – un finale più “giusto” era sfortunatamente impossibile, visto che s’era nell’ultimo quarto del XIX secolo e, di conseguenza, il “risveglio” dal pensiero oscurantista era di là da venire. E, ça va sans dire, con una nonchalance che sbigottisce per la vacuità e l’approssimazione che sottende, non si perde occasione di fare un parallelo coi casi contemporanei di cronaca nera; come se tradire un marito (perbene, non un aguzzino) e poi abbandonare questi e un figlio, per prendersi l’uomo dal quale la cognata del proprio fratello sperava così tanto di ricevere una proposta di matrimonio da ammalarsi quando ciò non accade, fosse anche solo lontanamente assimilabile all’allontanarsi da un partner abusante…

    Dunque è così che vogliamo insegnare i sentimenti alle nuove generazioni? Trasmettendo il messaggio che il male fatto agli altri sia accettabile, se lo si fa per perseguire ciò che si crede sia il proprio bene? E che sia giusto farsi trascinare in maniera sconsiderata dalle proprie tempeste interiori, perché tanto gli unici a contare siamo noi stessi e quel che il nostro io reclama? Davvero il coraggio è prendere per sé quel che si vuole, senza darsi pensiero delle macerie che ci si lascia alle spalle?
    Farsi travolgere dai propri desideri e restare avviluppati dalle loro spire, incuranti degli effetti che questo comporta e di chi debba pagarne il prezzo, non è, piuttosto, una manifestazione d’infantile egoismo, insensibilità e avventatezza? Sul serio basta che il motore di certe azioni sia la passione, perché le si possa considerare legittime e ci si possa ritenere assolti dalla colpa delle loro ricadute?

    Se parliamo di coraggio e di personaggi letterari femminili, non è forse più impavida la Käte Bogner di Heinrich Böll, che ama con tenacia il suo Fred tornato spezzato dalla guerra e lo fa con dolcezza anche a distanza, come a lui serve che sia per non impazzire, e a dispetto dello squallore circostante e del peso e dell’amarezza d’essere stata lasciata a badare da sola ai figli? Non è forse un esempio migliore – e non solo per i giovani – chi per amore il proprio io lo mette da parte e fa pure quel che per sé è scomodo e perfino sgradevole e doloroso? Non è più audace chi tempra il proprio sentimento nella rinuncia, se essa è funzionale al bene dell’altro?
    E non si tratta di glorificare l’immolarsi perversamente non avendo rispetto per la propria persona: lungi da me il mitizzare la tendenza al martirio, la codipendenza affettiva o i legami disfunzionali! A far la differenza è l’amore: se è autentico, allora il sacrificio non è masochismo, bensì dono nella sua accezione più pura e sostentamento per chi ne beneficia e per chi lo compie.

    Certo, dal pensiero dominante la determinazione d’una moglie devota è considerata con disapprovazione, come una manifestazione della cultura del patriarcato, o con sufficienza, come una cosa démodé; una donna “forte”, che spezza le catene delle costrizioni sociali e dell’ipocrita diseguaglianza matrimoniale, appropriandosi della sua facoltà di autodeterminazione e prendendosi da sé la parità che le è negata, invece, è assai più affine alla temperie del momento. Però, prima di proporre certi accostamenti, sarebbe onesto tener conto del fatto che occorra distorcere largamente le intenzioni dell’autore e il significato stesso dell’opera per fare di Anna un’eroina.
    La Karenina è indubbiamente un personaggio grandioso, tuttavia, se si vuole rispettare quel che è uscito dalla penna di Tolstoj, che pure non le ha negato attenuanti e compassione, rimane sostanzialmente un personaggio “negativo”. Non ci sono molte possibilità d’interpretazione: l’eroe del romanzo è Lèvin e l’amore esemplare è quello tra lui e Kitty. Evidentemente, però, quelli de “La biblioteca dei sentimenti” sono fiduciosi di saperla più lunga di colui che il libro l’ha scritto.

    Questioni ermeneutiche a parte, il punto di vista morale della trasmissione non è un caso isolato e riflette quella che ormai è la tendenza generale, tanto che la china che stiamo prendendo inizia a sembrare davvero pericolosa. Tutta questa esaltazione dell’egoismo, presentandolo sotto le mentite spoglie della libertà, è più che immorale: è nociva.
    Il fatto è che gli altri esistono e non sono mere comparse con l’unica funzione di aggiungere un poco di varietà alle scene del film della nostra vita, o semplici strumenti dei quali servirci secondo l’utilità del momento. Per quanto si cerchi accanitamente di convincerci del contrario, erodendo le comunità e puntando all’isolamento dei singoli, l’uomo – oggi come ai tempi di Aristotele – è un animale sociale e come pensiamo di garantire il soddisfacimento del bisogno di socialità se, al posto del senso di responsabilità nei confronti degli altri, instilliamo negli individui l’idea che ciascuno abbia come riferimento nient’altro che il proprio io e debba seguire esclusivamente – e in modo del tutto dissennato – i propri appetiti?

    Listening to:
    Shadowplay – Joy Division

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  • Ad maiora(?)

    22 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    La vita somiglia al peggior incubo di ogni appassionato di enigmistica: un cruciverba senza schema da fare direttamente con la penna; se si annerisce una casella sbagliata, almeno una parte della soluzione sarà compromessa e non più recuperabile. E nella vita non è dato neppure d’essere furbi e mettere semplicemente dei puntini per segnare quelle caselle che si pensa non siano destinate a ospitare alcuna lettera, così da poter eventualmente rivedere il proprio giudizio e correggerlo in un secondo momento.

    Eppure, non è forse una delle più feroci bellezze dell’esistenza che ogni scelta e ogni atto compiuto sacrifichino tutte le altre possibilità? E non è in ragione di ciò a cui rinunciamo che il nostro agire acquista significato? Vivere è, in fin dei conti, accettare dei rischi e assumersi delle responsabilità, e questo vale pure se non s’è dotati d’indole temeraria, poiché perfino l’inerzia è una decisione e come tale comporta delle ripercussioni.
    Sebbene a volte sia possibile tornare sui propri passi, le cose che possono essere disfatte non possono certamente essere cancellate e, per quante correzioni di rotta si possa tentare di compiere, almeno il tempo investito rimane in ogni caso irrecuperabile. L’arbitrio di cui siamo dotati ci dà un assaggio della demiurgica libertà degli dei, ma le sue conseguenze ci ancorano alla condizione umana, additandone crudelmente le deficienze: siamo precari, malaccorti e assolutamente non onnipotenti.

    Tuttavia, ad avere il coraggio di rivendicare a viso aperto quale opera propria e i successi e i fallimenti, trattenendosi dall’attribuire a sé solo il bene e scaricare altrove – convincendosi per pusillanimità d’essere “vittime” incolpevoli – il male, si scopre che anche tra i cespugli di rovi si nascondono fiori. Pertanto, se si è permeabili agli ammaestramenti che si ricevono tanto nella gioia quanto – e soprattutto – nel dolore e nella frustrazione, può darsi che malgrado si anneriscano caselle sbagliate, in definitiva nulla risulti davvero scempiato. È indubbio che l’esito sarà differente da quello previsto, però non è detto che debba necessariamente essere peggiore.

    Ché poi una vita esultante, traboccante di soli trionfi, chi la vorrebbe davvero?
    Ancora una volta è un poeta (forse il più lucido e penetrante tra quelli del Novecento), ad aver indicato la via maestra: occorre lasciare che ci accada tutto, bellezza e terrore. Per essere “completi”, è necessario forgiarsi e irrobustirsi non solo nella fucina dello splendore, ma pure sotto le percosse del martello della disperazione. È questo l’unico modo per scoprire se stessi: testare la propria duttilità e la propria resistenza. E – perché no? – si potrebbe finire per sorprendersi d’essere meno gracili di quanto ci si aspettasse.

    Risolvendosi a far fruttare la propria sofferenza e le proprie sconfitte mettendosi in discussione, non è da escludere – benché una valutazione obiettiva sia possibile solo a posteriori – che proprio gli errori e le loro lezioni possano portare a cose, sì, in larga misura estranee rispetto ai programmi originariamente architettati per sé, e ciononostante più giuste, più “nostre”, più floride, migliori.
    Alla luce di questa speranza, l’anno che declina se ne va trascinando una coda di desiderio di provare a sperimentare se dalle ceneri dei miei errori esiziali si possa risorgere come araba fenice, smagliante creatura pennuta di fiamme. E io, sicuramente ridimensionata e – mi auguro – anche temprata dagli insegnamenti e dagli ammonimenti accumulati, a dispetto delle residue incrostazioni d’innata esitazione, sento sempre più rimbombare tra cuore e stomaco, come il rintocco di un battito irrequieto, una neonata e inedita audacia di voler finalmente cimentarmi nella sfida.

    Listening to:
    Get miles – Gomez

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  • Mare quasi d’inverno

    18 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023
    Mare quasi d’inverno

    Mar che ti volgi ovunque è riva e chiami,
    Cuor che ti muovi ovunque è pena e l’ami:

    Ritornan l’acque e i sentimenti al fondo,
    Ma per salire puri ancora al mondo.

    Due giorni di pioggia e tramontana pungente prodromici d’inverno, poi uno d’umido cupo e infine una domenica sontuosamente tiepida di cielo sgombro e sole sfrontato, quasi si trattasse di una premonizione primaverile. Non fosse che il tramonto cade ancora troppo in fretta, si sarebbe potuto pensare d’essere già in marzo, piuttosto che a un passo dal Natale.
    Incoraggiati dal bel tempo, non è strano sia venuta voglia d’uscire a camminare e, per forza di cose, camminare qui non può voler dire altro che mare. Così s’è salutata la gatta, che – mezza assopita nel morbido conforto postprandiale della sua coperta sul divano – ha elargito in risposta nient’altro che regale indifferenza, e ci si è chiusi la porta alle spalle. Col solo equipaggiamento d’un disco a far compagnia e a fornire un poco d’atmosfera attraverso gli auricolari, ci si è avviati con l’intenzione d’andare verso levante e poi, al momento di svoltare, come se si seguisse un improvviso richiamo, s’è finiti per proseguire dritto e ci si è ritrovati a ponente, su quelle spiagge che immalinconiscono vagamente, per via di ricordi agrodolci con i quali la riconciliazione piena è tuttora di là da venire.

    Un ondeggiare flemmatico e l’umido del brecciolino sotto le suole e l’azzurro a racchiudere dall’alto e dal basso l’angolo più dolce del promontorio e la luce gentile del lembo estremo d’autunno, come balsami a lenire gli unici sentimenti rimasti sospesi tra il passato e il presente. In grazia di questi magnanimi aiutanti, s’è completata un’ulteriore tappa del cammino in cui, un piede avanti all’altro, giorno dopo giorno s’annacquano la rabbia e la vergogna del troppo a lungo non aver saputo essere avvocati e custodi di se stessi. Vien quasi da pensare che, infine, ci si possa addirittura perdonare, ché di attenuanti se ne avrebbero d’avanzo.

    E poi, tra tutte le cose che erano state sottratte, viene voglia di riappropriarsi sempre più anche della sintonia con questa lingua di terra, trascurata per non contrariare chi non faceva che vilipenderla, sapendo fin troppo bene quanto ciò straziasse e inseguendo precisamente quell’effetto. E, al di qua di una saggezza dolorosa – ma pure necessaria – e della gioventù trascorsa, viene soprattutto voglia d’immaginarsi al tempo futuro e desiderarsi, malgrado tutto e con un poco d’imprudenza, costantemente fedeli alla propria natura estranea al cinismo e priva di callo sul cuore.

    Listening to:
    Misery Lane – Being Dead

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  • 17 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Eruppe la gioia
    s’una spiaggia scottante. Scrosciare di sole,
    torridi ciottoli, gente estranea tutt’intorno
    a bere noncurante il succo dell’estate,
    e un ondeggiare di braccia, lietamente
    scarmigliato, a salutarmi.

    La sua eredità la fitta
    di desideri sfocati,
    la spina e il cordoglio
    d’una felicità inconsapevole.

    Listening to:
    Orlando – Paolo Benvegnù

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  • A caccia di colori

    13 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    The rainbow never tells me
    That gust and storm are by –
    Yet is she more convincing
    Than Philosophy.

    Fuori dalla finestra palpitano le luci natalizie del vicinato, in un’intermittenza convulsa di blu, giallo, rosso e verde. Fiduciosa di poterle artigliare, la gatta insegue le macchie variopinte proiettate sulla parete e non si scoraggia con l’ammassarsi dei fallimenti. Persiste, stoicamente incallita e per nulla pragmatica.
    Diverte e fa tenerezza osservarla tentare di catturare l’aria immateriale. Chissà cosa immagina siano quegli aloni in tinte vivaci! Magari, a dispetto dell’età che avanza, ha solo voglia di sfogare un poco d’irruenza facendo esercizio, oppure vuole regalarmi un improvvisato teatro delle ombre cinesi.

    Sarebbe bello poter davvero ghermire almeno uno di quei colori. Tanto bello che, come diceva una canzone che ascoltavo ossessivamente nel cuore dell’ultima estate del secolo scorso, “se ci fosse un metodo, vorrei che fosse il mio.”
    Dio solo sa quanto bisogno si avrebbe, dopo tutto ciò che è stato, di un poco di arcobaleno. Ma l’arcobaleno germina dalle schermaglie tra luce e gocce d’acqua in sospensione, non dal fondo delle valli di lacrime. Sicché non ha senso illudersi che possa essere un risarcimento, che ci spetti in grazia del karma. Dopo il temporale si può solo procedere col naso in su, sperando di scorgerlo da qualche parte tra le case, a cavallo dei tetti. E probabilmente il solo metodo che abbia senso applicare è cercare di fare al contrario della gatta, evitando di perdere tempo dietro a simulacri. Poi, se è scritto che debba essere, sarà; altrimenti vorrà dire che non era destino.

    Ut venit, sic narratur.

    Listening to:
    Editions of you – Roxy Music

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  • Power, Corruption & Lies

    11 dicembre 2023
    Musica
    dicembre 2023

    Un cesto di rose in vari colori, una natura morta dall’aspetto antiquato. Un’immagine a prima vista incongruente rispetto al titolo si pavoneggia sulla copertina di un album che tanto odio e altrettanto amo. Come perdonarlo d’essere troppo pop, troppo “lieve”, troppo “arioso”, troppo melodico, troppo ballabile – insomma troppo anni ’80 – rispetto alla magnifica cupezza gelida, tesa, claustrofobica, disfattista e martellante dei tempi che furono? E, nonostante ciò, come non lasciarsi conquistare dal gioco di rincorse rapinose tra basso e synth, dalla sperimentazione selvaggia coi sequencer, dal pulsare irresistibile di una ritmica che comanda di battere i piedi?

    Ciascun brano è un manifesto programmatico, che inaugura e incorona il sound che avrebbe caratterizzato la decade che relegò in soffitta le cavalcate del rock classico, le sinfonie prog, la “sgrammaticata” ruvidezza del punk. I pezzi non crescono e non si risolvono: si avvitano su loro stessi in loop ossessivi con piccole variazioni, costretti in un eterno “presente”. Anche questa, a ben guardare, è una testimonianza dell’edonismo disimpegnato di quegli anni.
    Però i testi non sono affatto ingenui né banali, benché siano piani e asciutti; inoltre, una tale carrellata di urobori in musica mi suona gradita, poiché riesce a titillare la mia tendenza lievemente infantile, che trae piacere dalla ripetizione e che è all’origine pure della mia incurabile perversione di ascoltare lo stesso pezzo senza soluzione di continuità per ore, se non addirittura per giorni.

    Forse in ragione del suo carattere così sfacciatamente ciclico, oppure per via dell’imprinting di quei tempi là (in effetti, io e l’album siamo proprio coetanei), alla fine non sono capace di non perdonare la “mutazione” che ha consacrato il “nuovo ordine” e, anzi, apprezzo ciò che ne è venuto fuori, sebbene in misura assai minore rispetto ai fasti precedenti.

    E poi, in questa notte di dicembre in cui le ore sono nuovamente a una cifra da un po’, senza che sia ancora venuta voglia di andarsene a dormire, e si ha necessità di qualcosa che faccia compagnia evitando la tetraggine – ché di quella si è ormai satolli, avendone trangugiata più che a sufficienza negli anni – è un accompagnamento perfetto. Perfettamente adatto a celebrare il proposito, per la verità ancora in gestazione, di superare il compianto, uscire dall’ibernazione e impegnarsi in concreto a essere blandamente ottimisti. Certo, è pur sempre un ripiego, ma un ripiego onorevole, alla luce del fatto che non si è tornati – e chissà se mai ci si potrà tornare – al punto di poter mettere su Bob Marley, come si faceva un tempo quando prendeva il ghiribizzo di provare a evocare i bei sogni per propiziarsi un domani entusiasta e di buon umore.

    Listening to:
    Your silent face – New Order

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  • Splendida precipitazione

    9 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    E noi, che pensiamo alla felicità
    come ascesi, avremmo l’emozione,
    che quasi sgomenta,
    di una cosa felice cadendo.

    Davvero arriva a suo piacimento quale condizione ottriata, non come cosa raggiunta e tantomeno conquistata. Per lei non si cammina su alcun fil di lama, perché non c’è sentiero che possa condurre a quel che è elargito come pioggia dal cielo. Ed ecco la disgrazia che ci assilla e irride la nostra volontà di potenza di uomini dell’era della scienza empirica trionfante, che s’illudono d’essere in grado di desacralizzare ogni cosa sottomettendola e semplificandola in formule e procedimenti universalmente validi e ripetibili ad libitum: non c’è modo di dominare un evento stocastico, d’imporgli d’incocciarci in un punto stabilito da noi. La felicità non si allestisce, non si ottiene e nemmeno si matura come un credito; che infine “il pianto nascosto fiorisca” è un fatto accidentale tanto quanto il suo contrario.
    Se proprio non si può fare a meno di assumere una condotta attiva, la sola cosa realizzabile è sforzarsi d’essere sereni, ché la serenità è alla portata della nostra finitezza, essendo nient’altro che uno stato di sottrazione, in cui ci si spoglia del livore e si depone il rimpianto, affinché si possano smettere di ruminare la malasorte, ciò che non si ha, il dolore, i torti subiti…

    La felicità, invece, è un’aggiunta che trascende risorse e volontà individuali: è un fulmine che si abbatte con premura di carezza e rischiara e avvolge e riscalda, un dono munifico e immeritato, un seme portato dal vento che germoglia inopinato. Non ammette ipoteche né prelazione, si può soltanto anelarla o tutt’al più tentare d’impetrarla, ma a nessuno è dato d’ingraziarsela. Ci capita e, cadendo ai nostri piedi, chiede d’essere accolta. Magari – chi lo sa? – quella che s’incontra non è neppure specificamente destinata a sé, ma semplicemente ci si trova nel posto giusto al momento propizio e solo in ragione di tale fortunata combinazione si ha facoltà di raccattarla, proprio come farebbe chiunque altro, se ne avesse l’occasione.

    Questa indomita natura aleatoria, che fa la felicità infinitamente più bella e più preziosa, acuisce il tormento di non essere ammessi a scrutare a lungo raggio nel destino, per sincerarsi se si faccia parte o meno di quelli eletti a incespicare in essa, e inibisce la rassegnazione, autorizzando la speranza, senza tuttavia fornire appigli che possano giustificarla o fortificarla.
    Quanta fiducia e quanta sopportazione richiede quest’ignorante attesa, che potrebbe benissimo risultare vana! Eppure, se ci si risolvesse a smettere di stare sempre all’erta, cosa resterebbe a rendere diversi dagli animali, che si arrabattano per accontentare esclusivamente l’inesorabilità dell’istinto e della forza maggiore? Cosa sopravvivrebbe di fervidamente umano?

    Listening to:
    There, there – Radiohead

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