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  • 17 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Eruppe la gioia
    s’una spiaggia scottante. Scrosciare di sole,
    torridi ciottoli, gente estranea tutt’intorno
    a bere noncurante il succo dell’estate,
    e un ondeggiare di braccia, lietamente
    scarmigliato, a salutarmi.

    La sua eredità la fitta
    di desideri sfocati,
    la spina e il cordoglio
    d’una felicità inconsapevole.

    Listening to:
    Orlando – Paolo Benvegnù

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  • A caccia di colori

    13 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    The rainbow never tells me
    That gust and storm are by –
    Yet is she more convincing
    Than Philosophy.

    Fuori dalla finestra palpitano le luci natalizie del vicinato, in un’intermittenza convulsa di blu, giallo, rosso e verde. Fiduciosa di poterle artigliare, la gatta insegue le macchie variopinte proiettate sulla parete e non si scoraggia con l’ammassarsi dei fallimenti. Persiste, stoicamente incallita e per nulla pragmatica.
    Diverte e fa tenerezza osservarla tentare di catturare l’aria immateriale. Chissà cosa immagina siano quegli aloni in tinte vivaci! Magari, a dispetto dell’età che avanza, ha solo voglia di sfogare un poco d’irruenza facendo esercizio, oppure vuole regalarmi un improvvisato teatro delle ombre cinesi.

    Sarebbe bello poter davvero ghermire almeno uno di quei colori. Tanto bello che, come diceva una canzone che ascoltavo ossessivamente nel cuore dell’ultima estate del secolo scorso, “se ci fosse un metodo, vorrei che fosse il mio.”
    Dio solo sa quanto bisogno si avrebbe, dopo tutto ciò che è stato, di un poco di arcobaleno. Ma l’arcobaleno germina dalle schermaglie tra luce e gocce d’acqua in sospensione, non dal fondo delle valli di lacrime. Sicché non ha senso illudersi che possa essere un risarcimento, che ci spetti in grazia del karma. Dopo il temporale si può solo procedere col naso in su, sperando di scorgerlo da qualche parte tra le case, a cavallo dei tetti. E probabilmente il solo metodo che abbia senso applicare è cercare di fare al contrario della gatta, evitando di perdere tempo dietro a simulacri. Poi, se è scritto che debba essere, sarà; altrimenti vorrà dire che non era destino.

    Ut venit, sic narratur.

    Listening to:
    Editions of you – Roxy Music

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  • Power, Corruption & Lies

    11 dicembre 2023
    Musica
    dicembre 2023

    Un cesto di rose in vari colori, una natura morta dall’aspetto antiquato. Un’immagine a prima vista incongruente rispetto al titolo si pavoneggia sulla copertina di un album che tanto odio e altrettanto amo. Come perdonarlo d’essere troppo pop, troppo “lieve”, troppo “arioso”, troppo melodico, troppo ballabile – insomma troppo anni ’80 – rispetto alla magnifica cupezza gelida, tesa, claustrofobica, disfattista e martellante dei tempi che furono? E, nonostante ciò, come non lasciarsi conquistare dal gioco di rincorse rapinose tra basso e synth, dalla sperimentazione selvaggia coi sequencer, dal pulsare irresistibile di una ritmica che comanda di battere i piedi?

    Ciascun brano è un manifesto programmatico, che inaugura e incorona il sound che avrebbe caratterizzato la decade che relegò in soffitta le cavalcate del rock classico, le sinfonie prog, la “sgrammaticata” ruvidezza del punk. I pezzi non crescono e non si risolvono: si avvitano su loro stessi in loop ossessivi con piccole variazioni, costretti in un eterno “presente”. Anche questa, a ben guardare, è una testimonianza dell’edonismo disimpegnato di quegli anni.
    Però i testi non sono affatto ingenui né banali, benché siano piani e asciutti; inoltre, una tale carrellata di urobori in musica mi suona gradita, poiché riesce a titillare la mia tendenza lievemente infantile, che trae piacere dalla ripetizione e che è all’origine pure della mia incurabile perversione di ascoltare lo stesso pezzo senza soluzione di continuità per ore, se non addirittura per giorni.

    Forse in ragione del suo carattere così sfacciatamente ciclico, oppure per via dell’imprinting di quei tempi là (in effetti, io e l’album siamo proprio coetanei), alla fine non sono capace di non perdonare la “mutazione” che ha consacrato il “nuovo ordine” e, anzi, apprezzo ciò che ne è venuto fuori, sebbene in misura assai minore rispetto ai fasti precedenti.

    E poi, in questa notte di dicembre in cui le ore sono nuovamente a una cifra da un po’, senza che sia ancora venuta voglia di andarsene a dormire, e si ha necessità di qualcosa che faccia compagnia evitando la tetraggine – ché di quella si è ormai satolli, avendone trangugiata più che a sufficienza negli anni – è un accompagnamento perfetto. Perfettamente adatto a celebrare il proposito, per la verità ancora in gestazione, di superare il compianto, uscire dall’ibernazione e impegnarsi in concreto a essere blandamente ottimisti. Certo, è pur sempre un ripiego, ma un ripiego onorevole, alla luce del fatto che non si è tornati – e chissà se mai ci si potrà tornare – al punto di poter mettere su Bob Marley, come si faceva un tempo quando prendeva il ghiribizzo di provare a evocare i bei sogni per propiziarsi un domani entusiasta e di buon umore.

    Listening to:
    Your silent face – New Order

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  • Splendida precipitazione

    9 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    E noi, che pensiamo alla felicità
    come ascesi, avremmo l’emozione,
    che quasi sgomenta,
    di una cosa felice cadendo.

    Davvero arriva a suo piacimento quale condizione ottriata, non come cosa raggiunta e tantomeno conquistata. Per lei non si cammina su alcun fil di lama, perché non c’è sentiero che possa condurre a quel che è elargito come pioggia dal cielo. Ed ecco la disgrazia che ci assilla e irride la nostra volontà di potenza di uomini dell’era della scienza empirica trionfante, che s’illudono d’essere in grado di desacralizzare ogni cosa sottomettendola e semplificandola in formule e procedimenti universalmente validi e ripetibili ad libitum: non c’è modo di dominare un evento stocastico, d’imporgli d’incocciarci in un punto stabilito da noi. La felicità non si allestisce, non si ottiene e nemmeno si matura come un credito; che infine “il pianto nascosto fiorisca” è un fatto accidentale tanto quanto il suo contrario.
    Se proprio non si può fare a meno di assumere una condotta attiva, la sola cosa realizzabile è sforzarsi d’essere sereni, ché la serenità è alla portata della nostra finitezza, essendo nient’altro che uno stato di sottrazione, in cui ci si spoglia del livore e si depone il rimpianto, affinché si possano smettere di ruminare la malasorte, ciò che non si ha, il dolore, i torti subiti…

    La felicità, invece, è un’aggiunta che trascende risorse e volontà individuali: è un fulmine che si abbatte con premura di carezza e rischiara e avvolge e riscalda, un dono munifico e immeritato, un seme portato dal vento che germoglia inopinato. Non ammette ipoteche né prelazione, si può soltanto anelarla o tutt’al più tentare d’impetrarla, ma a nessuno è dato d’ingraziarsela. Ci capita e, cadendo ai nostri piedi, chiede d’essere accolta. Magari – chi lo sa? – quella che s’incontra non è neppure specificamente destinata a sé, ma semplicemente ci si trova nel posto giusto al momento propizio e solo in ragione di tale fortunata combinazione si ha facoltà di raccattarla, proprio come farebbe chiunque altro, se ne avesse l’occasione.

    Questa indomita natura aleatoria, che fa la felicità infinitamente più bella e più preziosa, acuisce il tormento di non essere ammessi a scrutare a lungo raggio nel destino, per sincerarsi se si faccia parte o meno di quelli eletti a incespicare in essa, e inibisce la rassegnazione, autorizzando la speranza, senza tuttavia fornire appigli che possano giustificarla o fortificarla.
    Quanta fiducia e quanta sopportazione richiede quest’ignorante attesa, che potrebbe benissimo risultare vana! Eppure, se ci si risolvesse a smettere di stare sempre all’erta, cosa resterebbe a rendere diversi dagli animali, che si arrabattano per accontentare esclusivamente l’inesorabilità dell’istinto e della forza maggiore? Cosa sopravvivrebbe di fervidamente umano?

    Listening to:
    There, there – Radiohead

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  • Il dono delle parole

    5 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone
    un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri
    l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?

    A regalarmi le parole d’inchiostro, e non più di sole onde sonore, sono state due donne. Due donne col mio stesso nome. Non una gran coincidenza, a essere onesti: il mio nome è tanto comune da poter passare quasi per un’antonomasia del femminile in diverse parti del mondo. Eppure, m’è parsa sempre una cosa significativa che il leggere e lo scrivere mi siano stati trasmessi come fossero un retaggio meritato per omonimia e che la prima cosa che io abbia voluto imparare a decifrare e tracciare siano state proprio quelle cinque lettere, due consonanti e tre vocali, raggruppate in tre sillabe per via (ma questo l’avrei scoperto solo più tardi) di uno iato.

    Settembre 1988: il mio quinto “non compleanno”, ché per colpa di mio fratello (e della scaramanzia) m’è sempre toccato di rinunciare a festeggiare la data esatta della ricorrenza e così ogni volta aspettavo due giorni di troppo prima di poter spegnere le candeline. Tra i regali una penna rosa dall’inchiostro rosso, con in cima un orsetto e dentro porporina magenta fluttuante; un oggetto un po’ kitsch, come sono spesso le cose destinate ai bambini. La voglia di capire finalmente cosa ci facessero i grandi con quel genere di strumenti, visto che pareva ovvio non si trattasse di disegnare, e magari pure un poco d’invidia nei confronti di mio fratello, che di lì a qualche giorno avrebbe iniziato la prima elementare. Fu la nonna con pazienza a spiegare la relazione tra suoni e segni sulla carta, mentre io incalzante chiedevo sempre di più, fino alla domanda fondamentale: «Nonna, mi insegni il mio nome?»
    E quello, appreso direttamente in corsivo, in bella grafia tonda e chiara (in seguito smarrita per sopraggiunta sciatteria), poi scritto ossessivamente per giorni e giorni su tutto ciò su cui si potesse farlo senza beccarsi una ramanzina.

    Che strana ironia che uno dei miei ricordi più cari abbia come protagonista proprio una penna rosa e che la stessa, quando non era in uso, la si mettese “a riposo” in un portapenne di latta di Candy Candy, essendomi entrambe le cose – e il colore e il cartone animato – da sempre e tutt’ora sgradite…

    L’infatuazione, tuttavia, fu di breve durata: nel giro di un paio di mesi a scrivere e leggere non ci pensai più nemmeno di sfuggita. Piovvero addosso così tanti avvenimenti! La penna rosa con la porporina restò a casa e io me ne andai a oltre mille chilometri di distanza. Conobbi la nebbia e la brina. Assaporai per la prima volta la nostalgia. Scoprii cosa fosse l’assenza e quanto pungesse. Imparai a sentirmi estranea e diversa, in alcuni casi perfino disprezzata. Sperimentai la solitudine. In tutto questo, le parole d’inchiostro smisero d’interessarmi e, se mi capitava di sfogliare i libri di scuola di mio fratello, era solo per guardare le illustrazioni.

    Nel settembre ’89 s’era infine di nuovo a casa e stavolta toccava a me entrare alle elementari, con tanto di grembiule blu e fiocco bianco nuovi di zecca. Tuttavia, come m’è poi accaduto ancora con snervante frequenza nel corso degli studi (quasi che si trattasse d’una personale maledizione), si presentò subito un intoppo logistico. Nonostante si fosse nel pieno dell’era dei figli unici, infatti, capitò che proprio quell’anno il numero dei bambini eccedesse quello delle aule per contenerli. Pertanto, in attesa di trovare una soluzione migliore, si partì coi doppi turni e la mia classe – come stupirsene, vista la mia proverbiale “fortuna”! – fu sorteggiata per le ore pomeridiane.
    E fu in un languido dopopranzo siciliano, caldo da sembrare ancora di piena estate, che conobbi una donna cinquantenne dagli occhi chiari e i capelli biondi, la piega inappuntabile fatta coi bigodini, uno chemisier turchese di lino e una bella collana di gocce d’ambra opaca. La mia maestra. L’unica per quell’anno scolastico, dato che la “rivoluzione” del modulo e delle tre insegnanti sarebbe partita quello successivo.
    Grazie alla maestra, le parole da poter scrivere e leggere si moltiplicarono a dismisura in appena una manciata di mesi. Poco dopo s’iniziò a familiarizzare anche con le regole per poter mettere insieme nel modo corretto frasi che avessero un senso compiuto. E con l’esercizio quotidiano, prima delle vacanze estive s’era già passati dai pensierini striminziti a brevi componimenti su argomenti forse banali per un adulto, ma che per un bambino esaurivano tutto quanto si conoscesse.

    Per merito della stessa maestra, l’avvio della seconda elementare portò con sé un incontro capitale. Tra gli articoli del corredo scolastico richiesto, infatti, aveva inserito pure un volume tracagnotto dall’aria preziosa e ammaliante, con copertina rigida blu scura e titolo scritto in corpacciute lettere gialle: Il piccolo Palazzi. Il mio primo dizionario. La prima cornucopia di parole dalla quale poter attingere autonomamente a piacimento per affinare via via i pensieri.
    Quante ore passate a sfogliare con avidità quelle pagine! Così come a ricopiare le definizioni dei lemmi sulla rubrica, per poterle meglio ricordare, e a scoprire i sinonimi e con essi diversi modi per dire la stessa cosa, sebbene con connotazioni di volta in volta sottilmente differenti.
    A un tale ritmo, non ci volle molto perché quel dizionario per bambini diventasse davvero troppo piccolo per la mia curiosità; perciò non ebbi rimorsi quando incominciai a tradirlo col più possente e verde olivastro Devoto-Oli del papà. Allorché anche quello smise di dare soddisfazione adeguata, presi a spulciare di nascosto la vera chicca della libreria di casa, quel Dir – Dizionario italiano ragionato, che è un’autentica prelibatezza per feticisti delle parole (e disgraziatamente è ormai fuori stampa da decenni). Divenni tanto ingorda che nel giro di appena un lustro, complice l’ingresso alle medie, l’italiano iniziò a sembrarmi addirittura angusto: mi servivano ulteriori parole. Per primo venne l’inglese e anni più tardi mi diedi al saccheggio entusiasta pure dello spagnolo. E nel frattempo arrivarono romanzi, drammi, saggi e poesie a fornire sempre nuovi spunti e nuove suggestioni, insegnando non solo termini fino ad allora sconosciuti, ma soprattutto modi impensabili di usarli e di combinarli tra loro.

    A forza di letture e scorribande sui dizionari, quasi senza che me ne accorgessi, le parole diventarono una scelta di vita, se così si può dire. Per amor loro furono selezionati il corso di laurea triennale e poi quello specialistico e perfino l’occupazione; la quale non sarà l’optimum – visto che paga poco, costringe a sovraccaricarsi di commissioni e a scrivere di cose per le quali si ha un interesse pressoché nullo – però permette di starsene a battere sui tasti tutto il giorno e quindi, come si dice, è sempre meglio che lavorare.

    Non sono, però, tutte rose e fiori in questo amore “matto e disperatissimo”, giacché col dono delle parole s’è presentato quasi subito anche il tarlo assillante di volerle piegare al proprio estro. Ed è a tal proposito che queste compagne e consolatrici, altrimenti affidabilissime e benevole, mi hanno sempre mostrato la loro natura anfibia venata d’irritante crudeltà. Decenni di corteggiamenti gentili non le hanno mai convinte a sorridermi davvero e se provo a circuirle, si ritraggono sdegnate. Mi sfuggono, diffidenti non si abbandonano a me, guardinghe si lasciano comporre ma non plasmare. Così tutto resta sempre una rimasticatura di cose d’altri, da loro scritte prima e meglio.
    Eppure non sono un’adepta neghittosa: non passa giorno che non mi dedichi – e con zelo – al culto delle parole. Malgrado ciò, pare che le stimmate della grazia non possano essermi concesse; tutt’al più mi viene dato di scrivere di me e scrivere queste cose diaristiche, ingenuamente effusive, stantie, barocche, pachidermiche, prive d’interesse, che mi circoscrivono senza tuttavia acchiapparmi e figurarsi, dunque, se riuscirebbero mai a intercettare, fosse anche solo per banale casualità, qualcosa d’estrinseco, che possa dare a un anonimo lettore l’illusione d’aver trovato in esse messaggi per sé.

    Forse sarebbe ora d’incassare la sconfitta, deporre la penna e arrendermi alla forma più pura di venerazione: accontentarmi di amare, accondiscendendo docilmente a un destino di mancata vicendevolezza. Ma, piuttosto che non consumarlo affatto e viverlo solo come casta devozione, quest’amore preferisco abbrancarlo come posso, grossolanamente e senza soddisfazione, ché altrimenti non sarei più neppure capace di guardarmi e dire: «Io».

    Listening to:
    It never entered my mind – Miles Davis Quintet

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  • 3 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Ragionare di me: è sempre invano.
    Di me non so. Inespressa,
    non m’avverto che quale presentimento.
    Così, come una bella addormentata,
    o un’erba tenera al rigido mattino,
    sospiro trepidante il bacio di rugiada
    che desti, accarezzi e sveli,
    senza prosciugare il mistero.

    Listening to:
    Gentlemen take polaroids – Japan

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  • Affinità elettive

    2 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Qual grazia, qual’amore, o qual destino
    Mi darà penne in guisa di colomba;
    Ch’i’ mi riposi, e levimi da terra?

    A possedere dei libri periodicamente tocca di doverli spolverare e di tanto in tanto è necessario farlo in grande stile, rimuovendoli a uno a uno dal loro palchetto. Così può capitare che, mentre li si tira fuori dallo scaffale, la colla di un Post-it, esausta degli anni di onorato servizio, decida di mollare la presa e ci si ritrovi a raccogliere dal pavimento un foglietto giallo con una serie di appunti annotati minutamente, e che una parola risalti tra tutte: dissidio. E allora non serve nemmeno starci troppo a pensare: il volume a cui quegli appunti appartenevano lo si ritrova subito, perché c’è solo un nome che viene in mente all’istante in relazione a quella parola.

    Terza E, liceo scientifico “Antonio Meucci”, anno scolastico 1999-2000: che tempi di smodata abbondanza erano quelli! Non s’era avuto nemmeno modo di riaversi dall’ubriacatura dantesca, che ci si trovava a tu per tu con Francesco Petrarca, un nuovo gigante. E, a dirla tutta, da subito la sensazione fu quella d’aver incontrato un’indole più affine alla mia rispetto a quella del prodigioso fiorentino. Perché Dante – ci mancherebbe! – lo avevo amato, però con cautela e deferenza e soggezione, come si amano le cose superbe, che dall’empireo della loro magnificenza sembrano inesorabilmente inchiodarti al tuo essere indegno e lillipuziano.

    Non che non fosse vertiginoso pure l’aretino, o che fosse meno abile nell’affilare parole capaci d’infilzare la carne e l’anima; però era umano. E da umano sbagliava, tentennava, desiderava, era roso dal rimorso e dalla vergogna ed era incoerente e tormentato. Da umano si dibatteva nell’inquietudine per colpa di quel dissidio, appunto, che diceva dell’inconciliabilità delle aspirazioni che si coltivavano per sé con la realtà di quel che s’era capaci di essere, e dell’impossibilità di far prevalere una volta per tutte le proprie facce fulgide su quelle in ombra.
    Chissà che fatica starsene sempre in mezzo, con da un lato i desideri mondani e dall’altro lo spirito a strattonare vigorosamente in direzioni opposte come le pariglie di cavalli di Magdeburgo! Però che poesia scaturiva da quella fatica! Un diamante purissimo formatosi sotto la pressione della pena fin troppo umana d’essere sempre in perdita, perché, che fosse l’uno o l’altro estremo a prevalere, s’era comunque condannati a rinunciare a qualche cosa e quindi alla frustrazione. E questa contraddizione incandescente, questo essere (o voler essere a turno) una cosa e pure il suo opposto e intimamente non sentire di coincidere a pieno né con una parte né con l’altra, era una condizione ben nota anche a me, seppure in modi infinitamente più prosaici. Del resto, io ero quella cresciuta con “Lady Oscar” e “Ken il guerriero”, quella che amava Barbie però odiava il rosa, quella che ascoltava il grunge ma anche la bossa nova, quella che aveva la scorza da “alternativa” per camuffare un nocciolo da irreprensibile secchiona, quella che s’immergeva in letture “controverse” e immancabilmente andava a messa la domenica e tutte le feste comandate. E fino dall’infanzia ero pure quella irresistibilmente attratta dalle cose “alte” e sublimi, ma che alla lunga si stancava (e tuttora mi stanco) a stare sulle punte e regolarmente doveva (e ancora oggi debbo) rifiatare con cose più triviali, tornando rasoterra, al mio livello di competenza.

    In più, c’era che avevo sedici anni e a quell’età perfino io, notoriamente tarda in questo genere di cose, ormai non ero più immune ai tormenti del cuore; e conseguentemente, come si fa nell’adolescenza, avevo preso il gusto perverso di stuzzicare lungamente con la complicità di canzoni, poesie, film e romanzi gli sbreghi aperti da quelle passioni acerbe. Petrarca era assolutamente perfetto per rispondere a tale esigenza di deliziosa auto-sevizia. Infatti, sebbene avesse tentato per tutta la vita di raggiungere la fama scrivendo di cose (a suo avviso) più serie, per sorte beffarda esprimeva al meglio la propria eccezionalità nei versi d’amore, che a lui disgraziatamente parevano nient’altro che nugae. A me quei “frammenti di cose in volgare”, invece, sembravano assolutamente folgoranti: vividi, ribollenti, gravi, disperati, urgenti e istintivi, a dispetto della forma rigorosa ed elegante. E, soprattutto, profondamente terreni.
    Niente a che vedere con Dante, il quale – se si eccettuano le rime “petrose”, che però sono poco più che meri virtuosismi stilistici in preparazione all’asprezza linguistica e al realismo dell’Inferno – aveva parole d’amore che non potevano fare a meno d’involarsi, da quant’erano senza peso. Nient’affatto inconsistenti, certo, e tuttavia sottili, rarefatte, celesti. Al fiorentino i versi di questo genere venivano fuori sempre come se fossero destinati alla declamazione da parte di un coro angelico: tersi, algidi e compìti, addirittura un poco “sterilizzati”, quasi – se mi si passa la blasfemia – lievemente “stitici”. Senza sangue, insomma. Perché non è un mistero che le vere passioni che gli pulsavano in petto, le sole autenticamente dispotiche e forsennate e capaci d’infiammargli la penna, fossero la politica e Firenze; tanto che perfino l’esercizio delle lettere, benché praticato con inarrivabile arte, non era altro che ulteriore strumento per alimentarle e dar loro sfogo. Ciascuno sceglie il proprio veleno, verrebbe da dire.

    Di Petrarca m’era congeniale, inoltre, che avesse trovato in sant’Agostino un punto di riferimento, un autentico idolo a cui guardare con ammirazione e da prendere in tutto e per tutto come esempio, un nume tutelare a cui ricorrere per ricevere consiglio e consolazione, un’anima sorella con la quale avvertire un viscerale senso di consonanza e intessere un dialogo in grado di travalicare le costrizioni dello spaziotempo. Proprio com’era successo a me con quel poeta lusitano che cambiava nomi, personalità e stili con la facilità con cui noi comuni mortali ci si cambia d’abiti, che avevo scoperto da poco e che già mi sembrava non avesse mai scritto un solo verso che non fosse destinato a stanarmi, a squadrarmi, a riflettermi.

    E, infine, non poteva non colpire il mio immaginario il fatto che l’aretino avesse affrontato il Gigante della Provenza, quel Mont Ventoux il cui nome a noi appassionati di ciclismo evoca subito ricordi d’imprese epiche e cotte altrettanto memorabili. E me lo figuravo lassù, giunto non poco trafelato sulla cima brulla e quasi lunare del Monte Calvo, a cercare la voce di Dio nel mugghiare del vento e poi trovarla, come sempre, tra le righe del vescovo d’Ippona. E trovarla pure dotata di una certa ironia! Ché dopo una tale avventura si avrebbe avuto pieno diritto di sentirsi un po’ tronfi, invece era un gran bello schiaffo aprire una pagina a caso e scoprirsi rimproverati proprio per quella scalata. E una gran prova di carattere il non restarne piccati. Pertanto mi convinsi che Petrarca, a differenza di Dante, oltre alla carne debole e a una certa tendenza all’idolatria, dovesse aver avuto pure il senso dell’umorismo.

    Come resistere, dunque? Anche se avessi tentato di farlo, non mi sarebbe mai riuscito di evitare che fosse subito amore incontinente. Un tipo d’amore che al fiorentino sarebbe facilmente sembrato zotico e riprovevole, ma mi piace pensare che all’aretino sarebbe risultato gradito, sebbene, anche in questo caso, non senza qualche strascico di rimorso di coscienza.

    Listening to:
    Imagine a man – The Who

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  • 28 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Muta, affilavo il cuore
    al taglio di impensabili aquiloni
    (già prossimi, già nostri, già lontani):
    aeree bare, tumuli nevosi
    del mio domani giovane, del sole.

    Pian piano si scopre d’avere ancora voglia di mettere in fila parole con regolarità, proprio come ai vecchi tempi, nonostante il trasloco virtuale forzato abbia regalato uno spazio nel quale si continua a muoversi un poco goffamente e seppur dopo mesi rimangano tante cose da sistemare, per via della caterva di incompatibilità tecniche tra passato e presente e della poca confidenza nel metterci mano, non essendo che autodidatti.
    Tra un ritocco cosmetico raffazzonato e l’altro, si scopre pure che è possibile osare tornare a scrivere a “penna” sciolta, che il mutismo è vinto e perfino la raucedine pare ormai guarita, poiché l’intimidazione con cui s’era stati sadicamente nerbati non era che minaccia spuntata, estremo tentativo d’imporsi perfino in assenza, colpo di coda d’una tracotanza di cui troppo a lungo si è stati complici nello zittirsi e piegarsi ossequentemente.

    E più si scrive, più si ha voglia di farlo. E più si scrive, più ci si sente lucidi e sereni, ché in fondo s’è sempre scritto soprattutto per quello. Le parole come un formidabile diserbante contro la gramigna mentale e quella dello spirito, o una cassetta degli attrezzi per assemblare idee disarticolate.

    Eppure, di tanto in tanto, rintocca ancora il dolore trascorso e lampeggia come un’insegna infamante la vergogna d’aver permesso e pure cocciutamente inseguito a lungo, a dispetto di sintomi ed evidenze, un amore tutto zanne e pungiglioni e spire asfissianti, ché solo quello si credeva di poter ottenere per sé, solo quello si pensava di poter meritare, sebbene si fosse ancora verdi e incorrotti e forse non del tutto insipidi, come s’era stati lungamente addestrati a stimarsi. E insieme al dolore che batte ritmico in testa e nello stomaco, sboccia un terrore mordace, fiore carnivoro che azzanna vecchie ferite, e sibila che non c’è più nulla da sperare, che non c’è altro da fare ormai oltre alla conta dei danni e che tutto ciò che non s’è avuto non lo si avrà, tutto ciò che non si è stati non lo si sarà mai. Allora a sprazzi si cede all’angoscia che non resti che questa solitudine salvifica, sì, e però spaventosa, perché in fondo ci si sta comodi e non sarebbe difficile lasciar distrattamente vincere pigrizia e viltà e trasformarla in abitudine tenace, sebbene sia decisamente troppo presto per risolversi a tanto.

    E, come sempre, l’unico esorcismo a disposizione è scrivere pure di questo, cavandoselo dal petto prima che il veleno della rassegnazione, la più invalidante delle virtù, intossichi tutto. E dunque, come sempre, alla fine non restano che queste parole sparpagliate col desiderio d’esprimersi, o forse solo per fingersi – agli occhi del mondo così come ai propri – raro e variopinto colibrì, pur continuando a covare la paura ben nota d’essere, in realtà, nient’altro che quaglia comune e sgraziata.

    Listening to:
    Bending hectic – The Smile

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  • Mylae

    26 novembre 2023
    Poesia
    novembre 2023

    Gracile braccio
    spiegato a settentrione nell’azzurro animato,
    appendice di Sicilia,
    quasi-isola dell’Isola.

    Sette sorelle, più audaci,
    s’avventurarono al largo;
    cauta restasti a guardare, con salda radice
    piantata alla riva.

    Il duplice sfarzo d’avere e albe
    e tramonti sul mare
    lo sconti soffrendo la razzia dai venti,
    ché non c’è grazia che giunga esente da fio.

    Il maestrale che scudiscia le spiagge
    ha schiantato palme e steccati,
    t’ha asperso di pioggia in rapsodici scrosci,
    offrendo acerbo un boccone d’inverno.

    Flessuosa come lucertola ai piedi del Tirreno,
    distesa impassibile, ormai navigata, attendi
    paziente il prossimo bacio
    di sole dorato.

    Listening to:
    Wild is the wind – David Bowie

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  • Crisi di coscienza

    25 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    L’ironia del destino non ha eguali: per la seconda volta nel giro di appena un paio d’anni, mi propongono di prendere parte a un progetto di training dell’intelligenza artificiale generativa. Proprio di quella GenAI che sta rendendo sempre più superfluo (e ancor più sottopagato…) il lavoro mio e di quelli come me. E probabilmente per la seconda volta, fatti un paio di conti, non mi resterà altra alternativa, se non accettare. Al diavolo gli scrupoli morali e le preoccupazioni per l’avvenire! Tanto, se non lo farò io, se ne incaricherà qualcun altro e il risultato sarà il medesimo.

    Quindi è verosimile che presto mi ritrovi a insegnare a un algoritmo come cancellarmi più efficacemente, visto che il primo tentativo sembra non essere andato del tutto a buon fine, dal mercato del lavoro. In soldoni, opererò attivamente per la mia rovina, cosa che per me non è del tutto inusitata, ma che rincresce e imbarazza maggiormente, se fatta in modo deliberato.

    Forse, tuttavia, non è una questione di ironia del destino. In realtà, è più un fatto di esorbitante arroganza del capitale, il quale prima s’accontentava solo di sfruttare, mentre adesso chiede addirittura che ci si autoelimini. E, possibilmente, mostrando adeguata riconoscenza per l’opportunità ricevuta (per la serie: “saluteremo il signor padrone, per il male che ci ha fatto…”), perché comunque si tratta di un lavoro con compenso orario. Certo, si viene assoldati per divenire i sicari di se stessi, ma non è mica il caso di attaccarsi a simili quisquilie! L’importante è che alla fine si garantiscano a chi di dovere utili sempre più pingui e rogne sempre più esigue.

    È a tutti gli effetti una forma di ricatto, perché, a onta del pungolo della coscienza, non esiste davvero una scelta. Come ci si potrebbe opporre? In che modo si potrebbe riuscire a difendersi? Con una versione aggiornata del luddismo che prenda di mira ChatGPT et similia? Impossibile, anacronistico e perfino un poco ridicolo. I software di GenAI non sono affatto come i telai meccanici del XIX secolo: sono algoritmi immateriali. E noi siamo il popolo dei freelance della gig economy, che lavorano ciascuno da casa propria e non hanno alcuna rappresentanza (e neppure, per la verità, alcuna coscienza) collettiva, né ordini professionali che possano fare intermediazione. Per i sindacati, poi, semplicemente non esistiamo. I partiti, invece, ci disdegnano con untuosa cordialità: alcuni perché non rappresentiamo un gruppo di interesse, perciò da noi non hanno nulla da guadagnare; altri in quanto generalmente rientriamo nel famigerato regime fiscale della flat tax e, di conseguenza, tanto basta a considerarci tutti evasori ad honorem. Vallo a spiegare a chi pontifica dai banchi del Parlamento che pure noi abbiamo delle spese di sussistenza, a cui far fronte con ricavi nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di una partita IVA artigiana o un libero professionista. Per non dire del fatto che, pure se volessimo, poiché lavoriamo da remoto, emettiamo fattura elettronica e riceviamo tutti i compensi tramite bonifico, le tasse proprio non riusciremmo a scansarle.

    E non è che me ne lamenti: quel che debbo allo Stato l’ho sempre pagato e pure volentieri, perché è giusto così. Il problema è che m’aspetterei un minimo di protezione in cambio. Non dico che si dovrebbe fare come in Cina, dove lo sviluppo e la diffusione dell’intelligenza artificiale sono rigorosamente regolamentati e limitati per garantire i livelli occupazionali; ma neppure che si debba, secondo tradizione occidentale consolidata, lasciare spazio al far west, in nome della difesa della libera iniziativa e di presunti principi democratici che, confidando ciecamente nel potere taumaturgico della mano invisibile del mercato, finiscono – che strana coincidenza! – per avvantaggiare sempre e solo le classi egemoni.
    Anche perché un domani, noi vittime del progresso, noi “sommersi”, diverremo una zavorra gravosa, un costo sociale di cui dovranno farsi carico quelli che (ancora) sono al sicuro, i “salvati”. A meno che non ci si abbandoni all’involuzione totale e si decida per la soppressione completa del welfare statale. E ammesso che alla fine, in un futuro distopico forse non troppo lontano e nemmeno del tutto impraticabile, per cavare tutti d’impaccio, non ci venga chiesto di autoeliminarci anche fisicamente in nome delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. La quale, tristemente, ormai è fatta coincidere soltanto con i detentori dei grandi capitali finanziari transnazionali.

    Listening to:
    Career opportunities – The Clash

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