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  • 27 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] l’essenza dell’amore non è in ciò che è condiviso, è nel costringere
    l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente
    tanto, a diventare il massimo che gli consentono le forze.

    A volte leggi parole che smascherano crudelmente le tue illusioni più tenaci, quelle che hai edificato negli anni con zelo e dovizia di particolari, affinché non ti opprimessero, fino a impedirti di vivere, né il senso d’ingiustizia né la disperata nostalgia di quel che non conosci. E tu, che hai sempre creduto ai poeti quasi che fossero estensori del Verbo, non puoi certamente ignorare la scudisciata che ti è schioccata tra le spalle come una barbara sveglia.

    La verità è nello spasmo che t’incorda le viscere: non sai cosa sia l’amore “buono”, quello che nutre, incoraggia e fa sbocciare; ché intimamente non hai dubbi d’essere avvezza a nient’altro che sbarre e guinzagli e amputazioni spacciate per potature che t’avrebbero resa più forte e più bella. Tu, quale cespuglio indifeso, ti sei prestata obbediente alle cesoie, sperando che prima o poi sarebbe stato abbastanza quel che era stato sfrondato e che l’opera ultimata sarebbe stata guardata con soddisfazione, se non addirittura con orgoglio. Confidavi che un giorno, a forza di dare tutto quel che le avide lame chiedevano, ti sarebbe stato finalmente perdonato d’essere arrivata assolutamente inattesa e un poco importuna, e d’essere quella che sei.
    Per andare avanti, hai imparato a dare alle briciole il nome di pane e il dannato languore che non voleva saperne di placarsi l’hai battezzato un semplice scherzo della tua fantasia. Così, quando t’hanno ammannito altre molliche, stavolta per giunta su un vassoio appariscente, a te è parso un banchetto sardanapalesco e ti ci sei buttata a capofitto. E sono arrivate altre lame fameliche, altri divieti e altre catene, perché ancora una volta eri troppo e insieme troppo poco.

    Annaffiata da nuove lacrime, hai scoperto che, a meno d’imporselo, non esiste limite a quel che si può sacrificare, sebbene avresti potuto giurare non ci fosse più alcunché che non avessi già immolato su altari altrui. Finché un giorno ti sei sentita tanto scarna che, se t’avessero reciso anche solo un millimetro di più, saresti avvizzita del tutto dalla sera alla mattina. E allora ti sei sottratta all’ennesimo taglio, ma tuttora non hai imparato a darti il concime e piantarti sostegni per sopportare il vento, né ti sei davvero convinta che pure tu potresti fiorire.

    Nel frattempo è trascorsa la primavera e ormai non è più tempo d’aspettare i cambi di calendari per dare seguito ai buoni propositi. Per iniziare, purché lo si voglia, un giorno vale l’altro.

    Listening to:
    All flowers in time bend towards the sun – Jeff Buckley & Elizabeth Fraser

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  • Il coraggio e gli altri

    23 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato
    senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia
    consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana.

    Un venerdì di dicembre, di primo pomeriggio, la TV accesa a fare da sottofondo intanto che si rigoverna la cucina dopo il pranzo. Da qualche giorno su Rai Tre è iniziato un programma in cui i conduttori e gli ospiti parlano coi giovani di sentimenti, a partire dallo spunto fornito da alcuni dei capolavori della letteratura mondiale. Le puntate precedenti erano state noiose, sovraccariche di semplificazioni e banalità, ma tutto sommato innocue; questa volta, però, è diverso. Il tema del giorno è il coraggio e, mentre si sfrega il piano cottura, si viene colpiti da un’affermazione contundente: «Il coraggio più difficile da avere è quello di mettersi in gioco, di cambiare, il coraggio di ammettere gli errori e i propri limiti, e il coraggio di fare ciò che si reputa giusto, ciò che si desidera e non quello che le convenzioni impongono, come Anna Karenina…»
    E da lì in poi è tutto un ignorare assolutamente i contenuti morali di uno dei romanzi più densi e straordinari mai scritti, per magnificare l’audacia di una donna “eroica”, vittima dei tempi e delle loro costrizioni, che purtroppo paga a caro prezzo, fino a rimetterci la vita, le proprie scelte di libertà dettate dall’amore, perché – si lascia velatamente intendere – un finale più “giusto” era sfortunatamente impossibile, visto che s’era nell’ultimo quarto del XIX secolo e, di conseguenza, il “risveglio” dal pensiero oscurantista era di là da venire. E, ça va sans dire, con una nonchalance che sbigottisce per la vacuità e l’approssimazione che sottende, non si perde occasione di fare un parallelo coi casi contemporanei di cronaca nera; come se tradire un marito (perbene, non un aguzzino) e poi abbandonare questi e un figlio, per prendersi l’uomo dal quale la cognata del proprio fratello sperava così tanto di ricevere una proposta di matrimonio da ammalarsi quando ciò non accade, fosse anche solo lontanamente assimilabile all’allontanarsi da un partner abusante…

    Dunque è così che vogliamo insegnare i sentimenti alle nuove generazioni? Trasmettendo il messaggio che il male fatto agli altri sia accettabile, se lo si fa per perseguire ciò che si crede sia il proprio bene? E che sia giusto farsi trascinare in maniera sconsiderata dalle proprie tempeste interiori, perché tanto gli unici a contare siamo noi stessi e quel che il nostro io reclama? Davvero il coraggio è prendere per sé quel che si vuole, senza darsi pensiero delle macerie che ci si lascia alle spalle?
    Farsi travolgere dai propri desideri e restare avviluppati dalle loro spire, incuranti degli effetti che questo comporta e di chi debba pagarne il prezzo, non è, piuttosto, una manifestazione d’infantile egoismo, insensibilità e avventatezza? Sul serio basta che il motore di certe azioni sia la passione, perché le si possa considerare legittime e ci si possa ritenere assolti dalla colpa delle loro ricadute?

    Se parliamo di coraggio e di personaggi letterari femminili, non è forse più impavida la Käte Bogner di Heinrich Böll, che ama con tenacia il suo Fred tornato spezzato dalla guerra e lo fa con dolcezza anche a distanza, come a lui serve che sia per non impazzire, e a dispetto dello squallore circostante e del peso e dell’amarezza d’essere stata lasciata a badare da sola ai figli? Non è forse un esempio migliore – e non solo per i giovani – chi per amore il proprio io lo mette da parte e fa pure quel che per sé è scomodo e perfino sgradevole e doloroso? Non è più audace chi tempra il proprio sentimento nella rinuncia, se essa è funzionale al bene dell’altro?
    E non si tratta di glorificare l’immolarsi perversamente non avendo rispetto per la propria persona: lungi da me il mitizzare la tendenza al martirio, la codipendenza affettiva o i legami disfunzionali! A far la differenza è l’amore: se è autentico, allora il sacrificio non è masochismo, bensì dono nella sua accezione più pura e sostentamento per chi ne beneficia e per chi lo compie.

    Certo, dal pensiero dominante la determinazione d’una moglie devota è considerata con disapprovazione, come una manifestazione della cultura del patriarcato, o con sufficienza, come una cosa démodé; una donna “forte”, che spezza le catene delle costrizioni sociali e dell’ipocrita diseguaglianza matrimoniale, appropriandosi della sua facoltà di autodeterminazione e prendendosi da sé la parità che le è negata, invece, è assai più affine alla temperie del momento. Però, prima di proporre certi accostamenti, sarebbe onesto tener conto del fatto che occorra distorcere largamente le intenzioni dell’autore e il significato stesso dell’opera per fare di Anna un’eroina.
    La Karenina è indubbiamente un personaggio grandioso, tuttavia, se si vuole rispettare quel che è uscito dalla penna di Tolstoj, che pure non le ha negato attenuanti e compassione, rimane sostanzialmente un personaggio “negativo”. Non ci sono molte possibilità d’interpretazione: l’eroe del romanzo è Lèvin e l’amore esemplare è quello tra lui e Kitty. Evidentemente, però, quelli de “La biblioteca dei sentimenti” sono fiduciosi di saperla più lunga di colui che il libro l’ha scritto.

    Questioni ermeneutiche a parte, il punto di vista morale della trasmissione non è un caso isolato e riflette quella che ormai è la tendenza generale, tanto che la china che stiamo prendendo inizia a sembrare davvero pericolosa. Tutta questa esaltazione dell’egoismo, presentandolo sotto le mentite spoglie della libertà, è più che immorale: è nociva.
    Il fatto è che gli altri esistono e non sono mere comparse con l’unica funzione di aggiungere un poco di varietà alle scene del film della nostra vita, o semplici strumenti dei quali servirci secondo l’utilità del momento. Per quanto si cerchi accanitamente di convincerci del contrario, erodendo le comunità e puntando all’isolamento dei singoli, l’uomo – oggi come ai tempi di Aristotele – è un animale sociale e come pensiamo di garantire il soddisfacimento del bisogno di socialità se, al posto del senso di responsabilità nei confronti degli altri, instilliamo negli individui l’idea che ciascuno abbia come riferimento nient’altro che il proprio io e debba seguire esclusivamente – e in modo del tutto dissennato – i propri appetiti?

    Listening to:
    Shadowplay – Joy Division

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  • Ad maiora(?)

    22 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    La vita somiglia al peggior incubo di ogni appassionato di enigmistica: un cruciverba senza schema da fare direttamente con la penna; se si annerisce una casella sbagliata, almeno una parte della soluzione sarà compromessa e non più recuperabile. E nella vita non è dato neppure d’essere furbi e mettere semplicemente dei puntini per segnare quelle caselle che si pensa non siano destinate a ospitare alcuna lettera, così da poter eventualmente rivedere il proprio giudizio e correggerlo in un secondo momento.

    Eppure, non è forse una delle più feroci bellezze dell’esistenza che ogni scelta e ogni atto compiuto sacrifichino tutte le altre possibilità? E non è in ragione di ciò a cui rinunciamo che il nostro agire acquista significato? Vivere è, in fin dei conti, accettare dei rischi e assumersi delle responsabilità, e questo vale pure se non s’è dotati d’indole temeraria, poiché perfino l’inerzia è una decisione e come tale comporta delle ripercussioni.
    Sebbene a volte sia possibile tornare sui propri passi, le cose che possono essere disfatte non possono certamente essere cancellate e, per quante correzioni di rotta si possa tentare di compiere, almeno il tempo investito rimane in ogni caso irrecuperabile. L’arbitrio di cui siamo dotati ci dà un assaggio della demiurgica libertà degli dei, ma le sue conseguenze ci ancorano alla condizione umana, additandone crudelmente le deficienze: siamo precari, malaccorti e assolutamente non onnipotenti.

    Tuttavia, ad avere il coraggio di rivendicare a viso aperto quale opera propria e i successi e i fallimenti, trattenendosi dall’attribuire a sé solo il bene e scaricare altrove – convincendosi per pusillanimità d’essere “vittime” incolpevoli – il male, si scopre che anche tra i cespugli di rovi si nascondono fiori. Pertanto, se si è permeabili agli ammaestramenti che si ricevono tanto nella gioia quanto – e soprattutto – nel dolore e nella frustrazione, può darsi che malgrado si anneriscano caselle sbagliate, in definitiva nulla risulti davvero scempiato. È indubbio che l’esito sarà differente da quello previsto, però non è detto che debba necessariamente essere peggiore.

    Ché poi una vita esultante, traboccante di soli trionfi, chi la vorrebbe davvero?
    Ancora una volta è un poeta (forse il più lucido e penetrante tra quelli del Novecento), ad aver indicato la via maestra: occorre lasciare che ci accada tutto, bellezza e terrore. Per essere “completi”, è necessario forgiarsi e irrobustirsi non solo nella fucina dello splendore, ma pure sotto le percosse del martello della disperazione. È questo l’unico modo per scoprire se stessi: testare la propria duttilità e la propria resistenza. E – perché no? – si potrebbe finire per sorprendersi d’essere meno gracili di quanto ci si aspettasse.

    Risolvendosi a far fruttare la propria sofferenza e le proprie sconfitte mettendosi in discussione, non è da escludere – benché una valutazione obiettiva sia possibile solo a posteriori – che proprio gli errori e le loro lezioni possano portare a cose, sì, in larga misura estranee rispetto ai programmi originariamente architettati per sé, e ciononostante più giuste, più “nostre”, più floride, migliori.
    Alla luce di questa speranza, l’anno che declina se ne va trascinando una coda di desiderio di provare a sperimentare se dalle ceneri dei miei errori esiziali si possa risorgere come araba fenice, smagliante creatura pennuta di fiamme. E io, sicuramente ridimensionata e – mi auguro – anche temprata dagli insegnamenti e dagli ammonimenti accumulati, a dispetto delle residue incrostazioni d’innata esitazione, sento sempre più rimbombare tra cuore e stomaco, come il rintocco di un battito irrequieto, una neonata e inedita audacia di voler finalmente cimentarmi nella sfida.

    Listening to:
    Get miles – Gomez

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  • Mare quasi d’inverno

    18 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023
    Mare quasi d’inverno

    Mar che ti volgi ovunque è riva e chiami,
    Cuor che ti muovi ovunque è pena e l’ami:

    Ritornan l’acque e i sentimenti al fondo,
    Ma per salire puri ancora al mondo.

    Due giorni di pioggia e tramontana pungente prodromici d’inverno, poi uno d’umido cupo e infine una domenica sontuosamente tiepida di cielo sgombro e sole sfrontato, quasi si trattasse di una premonizione primaverile. Non fosse che il tramonto cade ancora troppo in fretta, si sarebbe potuto pensare d’essere già in marzo, piuttosto che a un passo dal Natale.
    Incoraggiati dal bel tempo, non è strano sia venuta voglia d’uscire a camminare e, per forza di cose, camminare qui non può voler dire altro che mare. Così s’è salutata la gatta, che – mezza assopita nel morbido conforto postprandiale della sua coperta sul divano – ha elargito in risposta nient’altro che regale indifferenza, e ci si è chiusi la porta alle spalle. Col solo equipaggiamento d’un disco a far compagnia e a fornire un poco d’atmosfera attraverso gli auricolari, ci si è avviati con l’intenzione d’andare verso levante e poi, al momento di svoltare, come se si seguisse un improvviso richiamo, s’è finiti per proseguire dritto e ci si è ritrovati a ponente, su quelle spiagge che immalinconiscono vagamente, per via di ricordi agrodolci con i quali la riconciliazione piena è tuttora di là da venire.

    Un ondeggiare flemmatico e l’umido del brecciolino sotto le suole e l’azzurro a racchiudere dall’alto e dal basso l’angolo più dolce del promontorio e la luce gentile del lembo estremo d’autunno, come balsami a lenire gli unici sentimenti rimasti sospesi tra il passato e il presente. In grazia di questi magnanimi aiutanti, s’è completata un’ulteriore tappa del cammino in cui, un piede avanti all’altro, giorno dopo giorno s’annacquano la rabbia e la vergogna del troppo a lungo non aver saputo essere avvocati e custodi di se stessi. Vien quasi da pensare che, infine, ci si possa addirittura perdonare, ché di attenuanti se ne avrebbero d’avanzo.

    E poi, tra tutte le cose che erano state sottratte, viene voglia di riappropriarsi sempre più anche della sintonia con questa lingua di terra, trascurata per non contrariare chi non faceva che vilipenderla, sapendo fin troppo bene quanto ciò straziasse e inseguendo precisamente quell’effetto. E, al di qua di una saggezza dolorosa – ma pure necessaria – e della gioventù trascorsa, viene soprattutto voglia d’immaginarsi al tempo futuro e desiderarsi, malgrado tutto e con un poco d’imprudenza, costantemente fedeli alla propria natura estranea al cinismo e priva di callo sul cuore.

    Listening to:
    Misery Lane – Being Dead

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  • 17 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Eruppe la gioia
    s’una spiaggia scottante. Scrosciare di sole,
    torridi ciottoli, gente estranea tutt’intorno
    a bere noncurante il succo dell’estate,
    e un ondeggiare di braccia, lietamente
    scarmigliato, a salutarmi.

    La sua eredità la fitta
    di desideri sfocati,
    la spina e il cordoglio
    d’una felicità inconsapevole.

    Listening to:
    Orlando – Paolo Benvegnù

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  • A caccia di colori

    13 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    The rainbow never tells me
    That gust and storm are by –
    Yet is she more convincing
    Than Philosophy.

    Fuori dalla finestra palpitano le luci natalizie del vicinato, in un’intermittenza convulsa di blu, giallo, rosso e verde. Fiduciosa di poterle artigliare, la gatta insegue le macchie variopinte proiettate sulla parete e non si scoraggia con l’ammassarsi dei fallimenti. Persiste, stoicamente incallita e per nulla pragmatica.
    Diverte e fa tenerezza osservarla tentare di catturare l’aria immateriale. Chissà cosa immagina siano quegli aloni in tinte vivaci! Magari, a dispetto dell’età che avanza, ha solo voglia di sfogare un poco d’irruenza facendo esercizio, oppure vuole regalarmi un improvvisato teatro delle ombre cinesi.

    Sarebbe bello poter davvero ghermire almeno uno di quei colori. Tanto bello che, come diceva una canzone che ascoltavo ossessivamente nel cuore dell’ultima estate del secolo scorso, “se ci fosse un metodo, vorrei che fosse il mio.”
    Dio solo sa quanto bisogno si avrebbe, dopo tutto ciò che è stato, di un poco di arcobaleno. Ma l’arcobaleno germina dalle schermaglie tra luce e gocce d’acqua in sospensione, non dal fondo delle valli di lacrime. Sicché non ha senso illudersi che possa essere un risarcimento, che ci spetti in grazia del karma. Dopo il temporale si può solo procedere col naso in su, sperando di scorgerlo da qualche parte tra le case, a cavallo dei tetti. E probabilmente il solo metodo che abbia senso applicare è cercare di fare al contrario della gatta, evitando di perdere tempo dietro a simulacri. Poi, se è scritto che debba essere, sarà; altrimenti vorrà dire che non era destino.

    Ut venit, sic narratur.

    Listening to:
    Editions of you – Roxy Music

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  • Power, Corruption & Lies

    11 dicembre 2023
    Musica
    dicembre 2023

    Un cesto di rose in vari colori, una natura morta dall’aspetto antiquato. Un’immagine a prima vista incongruente rispetto al titolo si pavoneggia sulla copertina di un album che tanto odio e altrettanto amo. Come perdonarlo d’essere troppo pop, troppo “lieve”, troppo “arioso”, troppo melodico, troppo ballabile – insomma troppo anni ’80 – rispetto alla magnifica cupezza gelida, tesa, claustrofobica, disfattista e martellante dei tempi che furono? E, nonostante ciò, come non lasciarsi conquistare dal gioco di rincorse rapinose tra basso e synth, dalla sperimentazione selvaggia coi sequencer, dal pulsare irresistibile di una ritmica che comanda di battere i piedi?

    Ciascun brano è un manifesto programmatico, che inaugura e incorona il sound che avrebbe caratterizzato la decade che relegò in soffitta le cavalcate del rock classico, le sinfonie prog, la “sgrammaticata” ruvidezza del punk. I pezzi non crescono e non si risolvono: si avvitano su loro stessi in loop ossessivi con piccole variazioni, costretti in un eterno “presente”. Anche questa, a ben guardare, è una testimonianza dell’edonismo disimpegnato di quegli anni.
    Però i testi non sono affatto ingenui né banali, benché siano piani e asciutti; inoltre, una tale carrellata di urobori in musica mi suona gradita, poiché riesce a titillare la mia tendenza lievemente infantile, che trae piacere dalla ripetizione e che è all’origine pure della mia incurabile perversione di ascoltare lo stesso pezzo senza soluzione di continuità per ore, se non addirittura per giorni.

    Forse in ragione del suo carattere così sfacciatamente ciclico, oppure per via dell’imprinting di quei tempi là (in effetti, io e l’album siamo proprio coetanei), alla fine non sono capace di non perdonare la “mutazione” che ha consacrato il “nuovo ordine” e, anzi, apprezzo ciò che ne è venuto fuori, sebbene in misura assai minore rispetto ai fasti precedenti.

    E poi, in questa notte di dicembre in cui le ore sono nuovamente a una cifra da un po’, senza che sia ancora venuta voglia di andarsene a dormire, e si ha necessità di qualcosa che faccia compagnia evitando la tetraggine – ché di quella si è ormai satolli, avendone trangugiata più che a sufficienza negli anni – è un accompagnamento perfetto. Perfettamente adatto a celebrare il proposito, per la verità ancora in gestazione, di superare il compianto, uscire dall’ibernazione e impegnarsi in concreto a essere blandamente ottimisti. Certo, è pur sempre un ripiego, ma un ripiego onorevole, alla luce del fatto che non si è tornati – e chissà se mai ci si potrà tornare – al punto di poter mettere su Bob Marley, come si faceva un tempo quando prendeva il ghiribizzo di provare a evocare i bei sogni per propiziarsi un domani entusiasta e di buon umore.

    Listening to:
    Your silent face – New Order

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  • Splendida precipitazione

    9 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    E noi, che pensiamo alla felicità
    come ascesi, avremmo l’emozione,
    che quasi sgomenta,
    di una cosa felice cadendo.

    Davvero arriva a suo piacimento quale condizione ottriata, non come cosa raggiunta e tantomeno conquistata. Per lei non si cammina su alcun fil di lama, perché non c’è sentiero che possa condurre a quel che è elargito come pioggia dal cielo. Ed ecco la disgrazia che ci assilla e irride la nostra volontà di potenza di uomini dell’era della scienza empirica trionfante, che s’illudono d’essere in grado di desacralizzare ogni cosa sottomettendola e semplificandola in formule e procedimenti universalmente validi e ripetibili ad libitum: non c’è modo di dominare un evento stocastico, d’imporgli d’incocciarci in un punto stabilito da noi. La felicità non si allestisce, non si ottiene e nemmeno si matura come un credito; che infine “il pianto nascosto fiorisca” è un fatto accidentale tanto quanto il suo contrario.
    Se proprio non si può fare a meno di assumere una condotta attiva, la sola cosa realizzabile è sforzarsi d’essere sereni, ché la serenità è alla portata della nostra finitezza, essendo nient’altro che uno stato di sottrazione, in cui ci si spoglia del livore e si depone il rimpianto, affinché si possano smettere di ruminare la malasorte, ciò che non si ha, il dolore, i torti subiti…

    La felicità, invece, è un’aggiunta che trascende risorse e volontà individuali: è un fulmine che si abbatte con premura di carezza e rischiara e avvolge e riscalda, un dono munifico e immeritato, un seme portato dal vento che germoglia inopinato. Non ammette ipoteche né prelazione, si può soltanto anelarla o tutt’al più tentare d’impetrarla, ma a nessuno è dato d’ingraziarsela. Ci capita e, cadendo ai nostri piedi, chiede d’essere accolta. Magari – chi lo sa? – quella che s’incontra non è neppure specificamente destinata a sé, ma semplicemente ci si trova nel posto giusto al momento propizio e solo in ragione di tale fortunata combinazione si ha facoltà di raccattarla, proprio come farebbe chiunque altro, se ne avesse l’occasione.

    Questa indomita natura aleatoria, che fa la felicità infinitamente più bella e più preziosa, acuisce il tormento di non essere ammessi a scrutare a lungo raggio nel destino, per sincerarsi se si faccia parte o meno di quelli eletti a incespicare in essa, e inibisce la rassegnazione, autorizzando la speranza, senza tuttavia fornire appigli che possano giustificarla o fortificarla.
    Quanta fiducia e quanta sopportazione richiede quest’ignorante attesa, che potrebbe benissimo risultare vana! Eppure, se ci si risolvesse a smettere di stare sempre all’erta, cosa resterebbe a rendere diversi dagli animali, che si arrabattano per accontentare esclusivamente l’inesorabilità dell’istinto e della forza maggiore? Cosa sopravvivrebbe di fervidamente umano?

    Listening to:
    There, there – Radiohead

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  • Il dono delle parole

    5 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone
    un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri
    l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?

    A regalarmi le parole d’inchiostro, e non più di sole onde sonore, sono state due donne. Due donne col mio stesso nome. Non una gran coincidenza, a essere onesti: il mio nome è tanto comune da poter passare quasi per un’antonomasia del femminile in diverse parti del mondo. Eppure, m’è parsa sempre una cosa significativa che il leggere e lo scrivere mi siano stati trasmessi come fossero un retaggio meritato per omonimia e che la prima cosa che io abbia voluto imparare a decifrare e tracciare siano state proprio quelle cinque lettere, due consonanti e tre vocali, raggruppate in tre sillabe per via (ma questo l’avrei scoperto solo più tardi) di uno iato.

    Settembre 1988: il mio quinto “non compleanno”, ché per colpa di mio fratello (e della scaramanzia) m’è sempre toccato di rinunciare a festeggiare la data esatta della ricorrenza e così ogni volta aspettavo due giorni di troppo prima di poter spegnere le candeline. Tra i regali una penna rosa dall’inchiostro rosso, con in cima un orsetto e dentro porporina magenta fluttuante; un oggetto un po’ kitsch, come sono spesso le cose destinate ai bambini. La voglia di capire finalmente cosa ci facessero i grandi con quel genere di strumenti, visto che pareva ovvio non si trattasse di disegnare, e magari pure un poco d’invidia nei confronti di mio fratello, che di lì a qualche giorno avrebbe iniziato la prima elementare. Fu la nonna con pazienza a spiegare la relazione tra suoni e segni sulla carta, mentre io incalzante chiedevo sempre di più, fino alla domanda fondamentale: «Nonna, mi insegni il mio nome?»
    E quello, appreso direttamente in corsivo, in bella grafia tonda e chiara (in seguito smarrita per sopraggiunta sciatteria), poi scritto ossessivamente per giorni e giorni su tutto ciò su cui si potesse farlo senza beccarsi una ramanzina.

    Che strana ironia che uno dei miei ricordi più cari abbia come protagonista proprio una penna rosa e che la stessa, quando non era in uso, la si mettese “a riposo” in un portapenne di latta di Candy Candy, essendomi entrambe le cose – e il colore e il cartone animato – da sempre e tutt’ora sgradite…

    L’infatuazione, tuttavia, fu di breve durata: nel giro di un paio di mesi a scrivere e leggere non ci pensai più nemmeno di sfuggita. Piovvero addosso così tanti avvenimenti! La penna rosa con la porporina restò a casa e io me ne andai a oltre mille chilometri di distanza. Conobbi la nebbia e la brina. Assaporai per la prima volta la nostalgia. Scoprii cosa fosse l’assenza e quanto pungesse. Imparai a sentirmi estranea e diversa, in alcuni casi perfino disprezzata. Sperimentai la solitudine. In tutto questo, le parole d’inchiostro smisero d’interessarmi e, se mi capitava di sfogliare i libri di scuola di mio fratello, era solo per guardare le illustrazioni.

    Nel settembre ’89 s’era infine di nuovo a casa e stavolta toccava a me entrare alle elementari, con tanto di grembiule blu e fiocco bianco nuovi di zecca. Tuttavia, come m’è poi accaduto ancora con snervante frequenza nel corso degli studi (quasi che si trattasse d’una personale maledizione), si presentò subito un intoppo logistico. Nonostante si fosse nel pieno dell’era dei figli unici, infatti, capitò che proprio quell’anno il numero dei bambini eccedesse quello delle aule per contenerli. Pertanto, in attesa di trovare una soluzione migliore, si partì coi doppi turni e la mia classe – come stupirsene, vista la mia proverbiale “fortuna”! – fu sorteggiata per le ore pomeridiane.
    E fu in un languido dopopranzo siciliano, caldo da sembrare ancora di piena estate, che conobbi una donna cinquantenne dagli occhi chiari e i capelli biondi, la piega inappuntabile fatta coi bigodini, uno chemisier turchese di lino e una bella collana di gocce d’ambra opaca. La mia maestra. L’unica per quell’anno scolastico, dato che la “rivoluzione” del modulo e delle tre insegnanti sarebbe partita quello successivo.
    Grazie alla maestra, le parole da poter scrivere e leggere si moltiplicarono a dismisura in appena una manciata di mesi. Poco dopo s’iniziò a familiarizzare anche con le regole per poter mettere insieme nel modo corretto frasi che avessero un senso compiuto. E con l’esercizio quotidiano, prima delle vacanze estive s’era già passati dai pensierini striminziti a brevi componimenti su argomenti forse banali per un adulto, ma che per un bambino esaurivano tutto quanto si conoscesse.

    Per merito della stessa maestra, l’avvio della seconda elementare portò con sé un incontro capitale. Tra gli articoli del corredo scolastico richiesto, infatti, aveva inserito pure un volume tracagnotto dall’aria preziosa e ammaliante, con copertina rigida blu scura e titolo scritto in corpacciute lettere gialle: Il piccolo Palazzi. Il mio primo dizionario. La prima cornucopia di parole dalla quale poter attingere autonomamente a piacimento per affinare via via i pensieri.
    Quante ore passate a sfogliare con avidità quelle pagine! Così come a ricopiare le definizioni dei lemmi sulla rubrica, per poterle meglio ricordare, e a scoprire i sinonimi e con essi diversi modi per dire la stessa cosa, sebbene con connotazioni di volta in volta sottilmente differenti.
    A un tale ritmo, non ci volle molto perché quel dizionario per bambini diventasse davvero troppo piccolo per la mia curiosità; perciò non ebbi rimorsi quando incominciai a tradirlo col più possente e verde olivastro Devoto-Oli del papà. Allorché anche quello smise di dare soddisfazione adeguata, presi a spulciare di nascosto la vera chicca della libreria di casa, quel Dir – Dizionario italiano ragionato, che è un’autentica prelibatezza per feticisti delle parole (e disgraziatamente è ormai fuori stampa da decenni). Divenni tanto ingorda che nel giro di appena un lustro, complice l’ingresso alle medie, l’italiano iniziò a sembrarmi addirittura angusto: mi servivano ulteriori parole. Per primo venne l’inglese e anni più tardi mi diedi al saccheggio entusiasta pure dello spagnolo. E nel frattempo arrivarono romanzi, drammi, saggi e poesie a fornire sempre nuovi spunti e nuove suggestioni, insegnando non solo termini fino ad allora sconosciuti, ma soprattutto modi impensabili di usarli e di combinarli tra loro.

    A forza di letture e scorribande sui dizionari, quasi senza che me ne accorgessi, le parole diventarono una scelta di vita, se così si può dire. Per amor loro furono selezionati il corso di laurea triennale e poi quello specialistico e perfino l’occupazione; la quale non sarà l’optimum – visto che paga poco, costringe a sovraccaricarsi di commissioni e a scrivere di cose per le quali si ha un interesse pressoché nullo – però permette di starsene a battere sui tasti tutto il giorno e quindi, come si dice, è sempre meglio che lavorare.

    Non sono, però, tutte rose e fiori in questo amore “matto e disperatissimo”, giacché col dono delle parole s’è presentato quasi subito anche il tarlo assillante di volerle piegare al proprio estro. Ed è a tal proposito che queste compagne e consolatrici, altrimenti affidabilissime e benevole, mi hanno sempre mostrato la loro natura anfibia venata d’irritante crudeltà. Decenni di corteggiamenti gentili non le hanno mai convinte a sorridermi davvero e se provo a circuirle, si ritraggono sdegnate. Mi sfuggono, diffidenti non si abbandonano a me, guardinghe si lasciano comporre ma non plasmare. Così tutto resta sempre una rimasticatura di cose d’altri, da loro scritte prima e meglio.
    Eppure non sono un’adepta neghittosa: non passa giorno che non mi dedichi – e con zelo – al culto delle parole. Malgrado ciò, pare che le stimmate della grazia non possano essermi concesse; tutt’al più mi viene dato di scrivere di me e scrivere queste cose diaristiche, ingenuamente effusive, stantie, barocche, pachidermiche, prive d’interesse, che mi circoscrivono senza tuttavia acchiapparmi e figurarsi, dunque, se riuscirebbero mai a intercettare, fosse anche solo per banale casualità, qualcosa d’estrinseco, che possa dare a un anonimo lettore l’illusione d’aver trovato in esse messaggi per sé.

    Forse sarebbe ora d’incassare la sconfitta, deporre la penna e arrendermi alla forma più pura di venerazione: accontentarmi di amare, accondiscendendo docilmente a un destino di mancata vicendevolezza. Ma, piuttosto che non consumarlo affatto e viverlo solo come casta devozione, quest’amore preferisco abbrancarlo come posso, grossolanamente e senza soddisfazione, ché altrimenti non sarei più neppure capace di guardarmi e dire: «Io».

    Listening to:
    It never entered my mind – Miles Davis Quintet

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  • 3 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Ragionare di me: è sempre invano.
    Di me non so. Inespressa,
    non m’avverto che quale presentimento.
    Così, come una bella addormentata,
    o un’erba tenera al rigido mattino,
    sospiro trepidante il bacio di rugiada
    che desti, accarezzi e sveli,
    senza prosciugare il mistero.

    Listening to:
    Gentlemen take polaroids – Japan

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