• Il dono delle parole

    5 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone
    un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri
    l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?

    A regalarmi le parole d’inchiostro, e non più di sole onde sonore, sono state due donne. Due donne col mio stesso nome. Non una gran coincidenza, a essere onesti: il mio nome è tanto comune da poter passare quasi per un’antonomasia del femminile in diverse parti del mondo. Eppure, m’è parsa sempre una cosa significativa che il leggere e lo scrivere mi siano stati trasmessi come fossero un retaggio meritato per omonimia e che la prima cosa che io abbia voluto imparare a decifrare e tracciare siano state proprio quelle cinque lettere, due consonanti e tre vocali, raggruppate in tre sillabe per via (ma questo l’avrei scoperto solo più tardi) di uno iato.

    Settembre 1988: il mio quinto “non compleanno”, ché per colpa di mio fratello (e della scaramanzia) m’è sempre toccato di rinunciare a festeggiare la data esatta della ricorrenza e così ogni volta aspettavo due giorni di troppo prima di poter spegnere le candeline. Tra i regali una penna rosa dall’inchiostro rosso, con in cima un orsetto e dentro porporina magenta fluttuante; un oggetto un po’ kitsch, come sono spesso le cose destinate ai bambini. La voglia di capire finalmente cosa ci facessero i grandi con quel genere di strumenti, visto che pareva ovvio non si trattasse di disegnare, e magari pure un poco d’invidia nei confronti di mio fratello, che di lì a qualche giorno avrebbe iniziato la prima elementare. Fu la nonna con pazienza a spiegare la relazione tra suoni e segni sulla carta, mentre io incalzante chiedevo sempre di più, fino alla domanda fondamentale: «Nonna, mi insegni il mio nome?»
    E quello, appreso direttamente in corsivo, in bella grafia tonda e chiara (in seguito smarrita per sopraggiunta sciatteria), poi scritto ossessivamente per giorni e giorni su tutto ciò su cui si potesse farlo senza beccarsi una ramanzina.

    Che strana ironia che uno dei miei ricordi più cari abbia come protagonista proprio una penna rosa e che la stessa, quando non era in uso, la si mettese “a riposo” in un portapenne di latta di Candy Candy, essendomi entrambe le cose – e il colore e il cartone animato – da sempre e tutt’ora sgradite…

    L’infatuazione, tuttavia, fu di breve durata: nel giro di un paio di mesi a scrivere e leggere non ci pensai più nemmeno di sfuggita. Piovvero addosso così tanti avvenimenti! La penna rosa con la porporina restò a casa e io me ne andai a oltre mille chilometri di distanza. Conobbi la nebbia e la brina. Assaporai per la prima volta la nostalgia. Scoprii cosa fosse l’assenza e quanto pungesse. Imparai a sentirmi estranea e diversa, in alcuni casi perfino disprezzata. Sperimentai la solitudine. In tutto questo, le parole d’inchiostro smisero d’interessarmi e, se mi capitava di sfogliare i libri di scuola di mio fratello, era solo per guardare le illustrazioni.

    Nel settembre ’89 s’era infine di nuovo a casa e stavolta toccava a me entrare alle elementari, con tanto di grembiule blu e fiocco bianco nuovi di zecca. Tuttavia, come m’è poi accaduto ancora con snervante frequenza nel corso degli studi (quasi che si trattasse d’una personale maledizione), si presentò subito un intoppo logistico. Nonostante si fosse nel pieno dell’era dei figli unici, infatti, capitò che proprio quell’anno il numero dei bambini eccedesse quello delle aule per contenerli. Pertanto, in attesa di trovare una soluzione migliore, si partì coi doppi turni e la mia classe – come stupirsene, vista la mia proverbiale “fortuna”! – fu sorteggiata per le ore pomeridiane.
    E fu in un languido dopopranzo siciliano, caldo da sembrare ancora di piena estate, che conobbi una donna cinquantenne dagli occhi chiari e i capelli biondi, la piega inappuntabile fatta coi bigodini, uno chemisier turchese di lino e una bella collana di gocce d’ambra opaca. La mia maestra. L’unica per quell’anno scolastico, dato che la “rivoluzione” del modulo e delle tre insegnanti sarebbe partita quello successivo.
    Grazie alla maestra, le parole da poter scrivere e leggere si moltiplicarono a dismisura in appena una manciata di mesi. Poco dopo s’iniziò a familiarizzare anche con le regole per poter mettere insieme nel modo corretto frasi che avessero un senso compiuto. E con l’esercizio quotidiano, prima delle vacanze estive s’era già passati dai pensierini striminziti a brevi componimenti su argomenti forse banali per un adulto, ma che per un bambino esaurivano tutto quanto si conoscesse.

    Per merito della stessa maestra, l’avvio della seconda elementare portò con sé un incontro capitale. Tra gli articoli del corredo scolastico richiesto, infatti, aveva inserito pure un volume tracagnotto dall’aria preziosa e ammaliante, con copertina rigida blu scura e titolo scritto in corpacciute lettere gialle: Il piccolo Palazzi. Il mio primo dizionario. La prima cornucopia di parole dalla quale poter attingere autonomamente a piacimento per affinare via via i pensieri.
    Quante ore passate a sfogliare con avidità quelle pagine! Così come a ricopiare le definizioni dei lemmi sulla rubrica, per poterle meglio ricordare, e a scoprire i sinonimi e con essi diversi modi per dire la stessa cosa, sebbene con connotazioni di volta in volta sottilmente differenti.
    A un tale ritmo, non ci volle molto perché quel dizionario per bambini diventasse davvero troppo piccolo per la mia curiosità; perciò non ebbi rimorsi quando incominciai a tradirlo col più possente e verde olivastro Devoto-Oli del papà. Allorché anche quello smise di dare soddisfazione adeguata, presi a spulciare di nascosto la vera chicca della libreria di casa, quel Dir – Dizionario italiano ragionato, che è un’autentica prelibatezza per feticisti delle parole (e disgraziatamente è ormai fuori stampa da decenni). Divenni tanto ingorda che nel giro di appena un lustro, complice l’ingresso alle medie, l’italiano iniziò a sembrarmi addirittura angusto: mi servivano ulteriori parole. Per primo venne l’inglese e anni più tardi mi diedi al saccheggio entusiasta pure dello spagnolo. E nel frattempo arrivarono romanzi, drammi, saggi e poesie a fornire sempre nuovi spunti e nuove suggestioni, insegnando non solo termini fino ad allora sconosciuti, ma soprattutto modi impensabili di usarli e di combinarli tra loro.

    A forza di letture e scorribande sui dizionari, quasi senza che me ne accorgessi, le parole diventarono una scelta di vita, se così si può dire. Per amor loro furono selezionati il corso di laurea triennale e poi quello specialistico e perfino l’occupazione; la quale non sarà l’optimum – visto che paga poco, costringe a sovraccaricarsi di commissioni e a scrivere di cose per le quali si ha un interesse pressoché nullo – però permette di starsene a battere sui tasti tutto il giorno e quindi, come si dice, è sempre meglio che lavorare.

    Non sono, però, tutte rose e fiori in questo amore “matto e disperatissimo”, giacché col dono delle parole s’è presentato quasi subito anche il tarlo assillante di volerle piegare al proprio estro. Ed è a tal proposito che queste compagne e consolatrici, altrimenti affidabilissime e benevole, mi hanno sempre mostrato la loro natura anfibia venata d’irritante crudeltà. Decenni di corteggiamenti gentili non le hanno mai convinte a sorridermi davvero e se provo a circuirle, si ritraggono sdegnate. Mi sfuggono, diffidenti non si abbandonano a me, guardinghe si lasciano comporre ma non plasmare. Così tutto resta sempre una rimasticatura di cose d’altri, da loro scritte prima e meglio.
    Eppure non sono un’adepta neghittosa: non passa giorno che non mi dedichi – e con zelo – al culto delle parole. Malgrado ciò, pare che le stimmate della grazia non possano essermi concesse; tutt’al più mi viene dato di scrivere di me e scrivere queste cose diaristiche, ingenuamente effusive, stantie, barocche, pachidermiche, prive d’interesse, che mi circoscrivono senza tuttavia acchiapparmi e figurarsi, dunque, se riuscirebbero mai a intercettare, fosse anche solo per banale casualità, qualcosa d’estrinseco, che possa dare a un anonimo lettore l’illusione d’aver trovato in esse messaggi per sé.

    Forse sarebbe ora d’incassare la sconfitta, deporre la penna e arrendermi alla forma più pura di venerazione: accontentarmi di amare, accondiscendendo docilmente a un destino di mancata vicendevolezza. Ma, piuttosto che non consumarlo affatto e viverlo solo come casta devozione, quest’amore preferisco abbrancarlo come posso, grossolanamente e senza soddisfazione, ché altrimenti non sarei più neppure capace di guardarmi e dire: «Io».

    Listening to:
    It never entered my mind – Miles Davis Quintet

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  • 3 dicembre 2023
    Poesia
    dicembre 2023

    Ragionare di me: è sempre invano.
    Di me non so. Inespressa,
    non m’avverto che quale presentimento.
    Così, come una bella addormentata,
    o un’erba tenera al rigido mattino,
    sospiro trepidante il bacio di rugiada
    che desti, accarezzi e sveli,
    senza prosciugare il mistero.

    Listening to:
    Gentlemen take polaroids – Japan

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  • Affinità elettive

    2 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Qual grazia, qual’amore, o qual destino
    Mi darà penne in guisa di colomba;
    Ch’i’ mi riposi, e levimi da terra?

    A possedere dei libri periodicamente tocca di doverli spolverare e di tanto in tanto è necessario farlo in grande stile, rimuovendoli a uno a uno dal loro palchetto. Così può capitare che, mentre li si tira fuori dallo scaffale, la colla di un Post-it, esausta degli anni di onorato servizio, decida di mollare la presa e ci si ritrovi a raccogliere dal pavimento un foglietto giallo con una serie di appunti annotati minutamente, e che una parola risalti tra tutte: dissidio. E allora non serve nemmeno starci troppo a pensare: il volume a cui quegli appunti appartenevano lo si ritrova subito, perché c’è solo un nome che viene in mente all’istante in relazione a quella parola.

    Terza E, liceo scientifico “Antonio Meucci”, anno scolastico 1999-2000: che tempi di smodata abbondanza erano quelli! Non s’era avuto nemmeno modo di riaversi dall’ubriacatura dantesca, che ci si trovava a tu per tu con Francesco Petrarca, un nuovo gigante. E, a dirla tutta, da subito la sensazione fu quella d’aver incontrato un’indole più affine alla mia rispetto a quella del prodigioso fiorentino. Perché Dante – ci mancherebbe! – lo avevo amato, però con cautela e deferenza e soggezione, come si amano le cose superbe, che dall’empireo della loro magnificenza sembrano inesorabilmente inchiodarti al tuo essere indegno e lillipuziano.

    Non che non fosse vertiginoso pure l’aretino, o che fosse meno abile nell’affilare parole capaci d’infilzare la carne e l’anima; però era umano. E da umano sbagliava, tentennava, desiderava, era roso dal rimorso e dalla vergogna ed era incoerente e tormentato. Da umano si dibatteva nell’inquietudine per colpa di quel dissidio, appunto, che diceva dell’inconciliabilità delle aspirazioni che si coltivavano per sé con la realtà di quel che s’era capaci di essere, e dell’impossibilità di far prevalere una volta per tutte le proprie facce fulgide su quelle in ombra.
    Chissà che fatica starsene sempre in mezzo, con da un lato i desideri mondani e dall’altro lo spirito a strattonare vigorosamente in direzioni opposte come le pariglie di cavalli di Magdeburgo! Però che poesia scaturiva da quella fatica! Un diamante purissimo formatosi sotto la pressione della pena fin troppo umana d’essere sempre in perdita, perché, che fosse l’uno o l’altro estremo a prevalere, s’era comunque condannati a rinunciare a qualche cosa e quindi alla frustrazione. E questa contraddizione incandescente, questo essere (o voler essere a turno) una cosa e pure il suo opposto e intimamente non sentire di coincidere a pieno né con una parte né con l’altra, era una condizione ben nota anche a me, seppure in modi infinitamente più prosaici. Del resto, io ero quella cresciuta con “Lady Oscar” e “Ken il guerriero”, quella che amava Barbie però odiava il rosa, quella che ascoltava il grunge ma anche la bossa nova, quella che aveva la scorza da “alternativa” per camuffare un nocciolo da irreprensibile secchiona, quella che s’immergeva in letture “controverse” e immancabilmente andava a messa la domenica e tutte le feste comandate. E fino dall’infanzia ero pure quella irresistibilmente attratta dalle cose “alte” e sublimi, ma che alla lunga si stancava (e tuttora mi stanco) a stare sulle punte e regolarmente doveva (e ancora oggi debbo) rifiatare con cose più triviali, tornando rasoterra, al mio livello di competenza.

    In più, c’era che avevo sedici anni e a quell’età perfino io, notoriamente tarda in questo genere di cose, ormai non ero più immune ai tormenti del cuore; e conseguentemente, come si fa nell’adolescenza, avevo preso il gusto perverso di stuzzicare lungamente con la complicità di canzoni, poesie, film e romanzi gli sbreghi aperti da quelle passioni acerbe. Petrarca era assolutamente perfetto per rispondere a tale esigenza di deliziosa auto-sevizia. Infatti, sebbene avesse tentato per tutta la vita di raggiungere la fama scrivendo di cose (a suo avviso) più serie, per sorte beffarda esprimeva al meglio la propria eccezionalità nei versi d’amore, che a lui disgraziatamente parevano nient’altro che nugae. A me quei “frammenti di cose in volgare”, invece, sembravano assolutamente folgoranti: vividi, ribollenti, gravi, disperati, urgenti e istintivi, a dispetto della forma rigorosa ed elegante. E, soprattutto, profondamente terreni.
    Niente a che vedere con Dante, il quale – se si eccettuano le rime “petrose”, che però sono poco più che meri virtuosismi stilistici in preparazione all’asprezza linguistica e al realismo dell’Inferno – aveva parole d’amore che non potevano fare a meno d’involarsi, da quant’erano senza peso. Nient’affatto inconsistenti, certo, e tuttavia sottili, rarefatte, celesti. Al fiorentino i versi di questo genere venivano fuori sempre come se fossero destinati alla declamazione da parte di un coro angelico: tersi, algidi e compìti, addirittura un poco “sterilizzati”, quasi – se mi si passa la blasfemia – lievemente “stitici”. Senza sangue, insomma. Perché non è un mistero che le vere passioni che gli pulsavano in petto, le sole autenticamente dispotiche e forsennate e capaci d’infiammargli la penna, fossero la politica e Firenze; tanto che perfino l’esercizio delle lettere, benché praticato con inarrivabile arte, non era altro che ulteriore strumento per alimentarle e dar loro sfogo. Ciascuno sceglie il proprio veleno, verrebbe da dire.

    Di Petrarca m’era congeniale, inoltre, che avesse trovato in sant’Agostino un punto di riferimento, un autentico idolo a cui guardare con ammirazione e da prendere in tutto e per tutto come esempio, un nume tutelare a cui ricorrere per ricevere consiglio e consolazione, un’anima sorella con la quale avvertire un viscerale senso di consonanza e intessere un dialogo in grado di travalicare le costrizioni dello spaziotempo. Proprio com’era successo a me con quel poeta lusitano che cambiava nomi, personalità e stili con la facilità con cui noi comuni mortali ci si cambia d’abiti, che avevo scoperto da poco e che già mi sembrava non avesse mai scritto un solo verso che non fosse destinato a stanarmi, a squadrarmi, a riflettermi.

    E, infine, non poteva non colpire il mio immaginario il fatto che l’aretino avesse affrontato il Gigante della Provenza, quel Mont Ventoux il cui nome a noi appassionati di ciclismo evoca subito ricordi d’imprese epiche e cotte altrettanto memorabili. E me lo figuravo lassù, giunto non poco trafelato sulla cima brulla e quasi lunare del Monte Calvo, a cercare la voce di Dio nel mugghiare del vento e poi trovarla, come sempre, tra le righe del vescovo d’Ippona. E trovarla pure dotata di una certa ironia! Ché dopo una tale avventura si avrebbe avuto pieno diritto di sentirsi un po’ tronfi, invece era un gran bello schiaffo aprire una pagina a caso e scoprirsi rimproverati proprio per quella scalata. E una gran prova di carattere il non restarne piccati. Pertanto mi convinsi che Petrarca, a differenza di Dante, oltre alla carne debole e a una certa tendenza all’idolatria, dovesse aver avuto pure il senso dell’umorismo.

    Come resistere, dunque? Anche se avessi tentato di farlo, non mi sarebbe mai riuscito di evitare che fosse subito amore incontinente. Un tipo d’amore che al fiorentino sarebbe facilmente sembrato zotico e riprovevole, ma mi piace pensare che all’aretino sarebbe risultato gradito, sebbene, anche in questo caso, non senza qualche strascico di rimorso di coscienza.

    Listening to:
    Imagine a man – The Who

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  • 28 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Muta, affilavo il cuore
    al taglio di impensabili aquiloni
    (già prossimi, già nostri, già lontani):
    aeree bare, tumuli nevosi
    del mio domani giovane, del sole.

    Pian piano si scopre d’avere ancora voglia di mettere in fila parole con regolarità, proprio come ai vecchi tempi, nonostante il trasloco virtuale forzato abbia regalato uno spazio nel quale si continua a muoversi un poco goffamente e seppur dopo mesi rimangano tante cose da sistemare, per via della caterva di incompatibilità tecniche tra passato e presente e della poca confidenza nel metterci mano, non essendo che autodidatti.
    Tra un ritocco cosmetico raffazzonato e l’altro, si scopre pure che è possibile osare tornare a scrivere a “penna” sciolta, che il mutismo è vinto e perfino la raucedine pare ormai guarita, poiché l’intimidazione con cui s’era stati sadicamente nerbati non era che minaccia spuntata, estremo tentativo d’imporsi perfino in assenza, colpo di coda d’una tracotanza di cui troppo a lungo si è stati complici nello zittirsi e piegarsi ossequentemente.

    E più si scrive, più si ha voglia di farlo. E più si scrive, più ci si sente lucidi e sereni, ché in fondo s’è sempre scritto soprattutto per quello. Le parole come un formidabile diserbante contro la gramigna mentale e quella dello spirito, o una cassetta degli attrezzi per assemblare idee disarticolate.

    Eppure, di tanto in tanto, rintocca ancora il dolore trascorso e lampeggia come un’insegna infamante la vergogna d’aver permesso e pure cocciutamente inseguito a lungo, a dispetto di sintomi ed evidenze, un amore tutto zanne e pungiglioni e spire asfissianti, ché solo quello si credeva di poter ottenere per sé, solo quello si pensava di poter meritare, sebbene si fosse ancora verdi e incorrotti e forse non del tutto insipidi, come s’era stati lungamente addestrati a stimarsi. E insieme al dolore che batte ritmico in testa e nello stomaco, sboccia un terrore mordace, fiore carnivoro che azzanna vecchie ferite, e sibila che non c’è più nulla da sperare, che non c’è altro da fare ormai oltre alla conta dei danni e che tutto ciò che non s’è avuto non lo si avrà, tutto ciò che non si è stati non lo si sarà mai. Allora a sprazzi si cede all’angoscia che non resti che questa solitudine salvifica, sì, e però spaventosa, perché in fondo ci si sta comodi e non sarebbe difficile lasciar distrattamente vincere pigrizia e viltà e trasformarla in abitudine tenace, sebbene sia decisamente troppo presto per risolversi a tanto.

    E, come sempre, l’unico esorcismo a disposizione è scrivere pure di questo, cavandoselo dal petto prima che il veleno della rassegnazione, la più invalidante delle virtù, intossichi tutto. E dunque, come sempre, alla fine non restano che queste parole sparpagliate col desiderio d’esprimersi, o forse solo per fingersi – agli occhi del mondo così come ai propri – raro e variopinto colibrì, pur continuando a covare la paura ben nota d’essere, in realtà, nient’altro che quaglia comune e sgraziata.

    Listening to:
    Bending hectic – The Smile

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  • Mylae

    26 novembre 2023
    Poesia
    novembre 2023

    Gracile braccio
    spiegato a settentrione nell’azzurro animato,
    appendice di Sicilia,
    quasi-isola dell’Isola.

    Sette sorelle, più audaci,
    s’avventurarono al largo;
    cauta restasti a guardare, con salda radice
    piantata alla riva.

    Il duplice sfarzo d’avere e albe
    e tramonti sul mare
    lo sconti soffrendo la razzia dai venti,
    ché non c’è grazia che giunga esente da fio.

    Il maestrale che scudiscia le spiagge
    ha schiantato palme e steccati,
    t’ha asperso di pioggia in rapsodici scrosci,
    offrendo acerbo un boccone d’inverno.

    Flessuosa come lucertola ai piedi del Tirreno,
    distesa impassibile, ormai navigata, attendi
    paziente il prossimo bacio
    di sole dorato.

    Listening to:
    Wild is the wind – David Bowie

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  • Crisi di coscienza

    25 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    L’ironia del destino non ha eguali: per la seconda volta nel giro di appena un paio d’anni, mi propongono di prendere parte a un progetto di training dell’intelligenza artificiale generativa. Proprio di quella GenAI che sta rendendo sempre più superfluo (e ancor più sottopagato…) il lavoro mio e di quelli come me. E probabilmente per la seconda volta, fatti un paio di conti, non mi resterà altra alternativa, se non accettare. Al diavolo gli scrupoli morali e le preoccupazioni per l’avvenire! Tanto, se non lo farò io, se ne incaricherà qualcun altro e il risultato sarà il medesimo.

    Quindi è verosimile che presto mi ritrovi a insegnare a un algoritmo come cancellarmi più efficacemente, visto che il primo tentativo sembra non essere andato del tutto a buon fine, dal mercato del lavoro. In soldoni, opererò attivamente per la mia rovina, cosa che per me non è del tutto inusitata, ma che rincresce e imbarazza maggiormente, se fatta in modo deliberato.

    Forse, tuttavia, non è una questione di ironia del destino. In realtà, è più un fatto di esorbitante arroganza del capitale, il quale prima s’accontentava solo di sfruttare, mentre adesso chiede addirittura che ci si autoelimini. E, possibilmente, mostrando adeguata riconoscenza per l’opportunità ricevuta (per la serie: “saluteremo il signor padrone, per il male che ci ha fatto…”), perché comunque si tratta di un lavoro con compenso orario. Certo, si viene assoldati per divenire i sicari di se stessi, ma non è mica il caso di attaccarsi a simili quisquilie! L’importante è che alla fine si garantiscano a chi di dovere utili sempre più pingui e rogne sempre più esigue.

    È a tutti gli effetti una forma di ricatto, perché, a onta del pungolo della coscienza, non esiste davvero una scelta. Come ci si potrebbe opporre? In che modo si potrebbe riuscire a difendersi? Con una versione aggiornata del luddismo che prenda di mira ChatGPT et similia? Impossibile, anacronistico e perfino un poco ridicolo. I software di GenAI non sono affatto come i telai meccanici del XIX secolo: sono algoritmi immateriali. E noi siamo il popolo dei freelance della gig economy, che lavorano ciascuno da casa propria e non hanno alcuna rappresentanza (e neppure, per la verità, alcuna coscienza) collettiva, né ordini professionali che possano fare intermediazione. Per i sindacati, poi, semplicemente non esistiamo. I partiti, invece, ci disdegnano con untuosa cordialità: alcuni perché non rappresentiamo un gruppo di interesse, perciò da noi non hanno nulla da guadagnare; altri in quanto generalmente rientriamo nel famigerato regime fiscale della flat tax e, di conseguenza, tanto basta a considerarci tutti evasori ad honorem. Vallo a spiegare a chi pontifica dai banchi del Parlamento che pure noi abbiamo delle spese di sussistenza, a cui far fronte con ricavi nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di una partita IVA artigiana o un libero professionista. Per non dire del fatto che, pure se volessimo, poiché lavoriamo da remoto, emettiamo fattura elettronica e riceviamo tutti i compensi tramite bonifico, le tasse proprio non riusciremmo a scansarle.

    E non è che me ne lamenti: quel che debbo allo Stato l’ho sempre pagato e pure volentieri, perché è giusto così. Il problema è che m’aspetterei un minimo di protezione in cambio. Non dico che si dovrebbe fare come in Cina, dove lo sviluppo e la diffusione dell’intelligenza artificiale sono rigorosamente regolamentati e limitati per garantire i livelli occupazionali; ma neppure che si debba, secondo tradizione occidentale consolidata, lasciare spazio al far west, in nome della difesa della libera iniziativa e di presunti principi democratici che, confidando ciecamente nel potere taumaturgico della mano invisibile del mercato, finiscono – che strana coincidenza! – per avvantaggiare sempre e solo le classi egemoni.
    Anche perché un domani, noi vittime del progresso, noi “sommersi”, diverremo una zavorra gravosa, un costo sociale di cui dovranno farsi carico quelli che (ancora) sono al sicuro, i “salvati”. A meno che non ci si abbandoni all’involuzione totale e si decida per la soppressione completa del welfare statale. E ammesso che alla fine, in un futuro distopico forse non troppo lontano e nemmeno del tutto impraticabile, per cavare tutti d’impaccio, non ci venga chiesto di autoeliminarci anche fisicamente in nome delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. La quale, tristemente, ormai è fatta coincidere soltanto con i detentori dei grandi capitali finanziari transnazionali.

    Listening to:
    Career opportunities – The Clash

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    1 commento su Crisi di coscienza
  • Solo persone

    23 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Any man’s death diminishes me,
    Because I am involved in mankind.
    And therefore never send to know for whom the bell tolls;
    It tolls for thee.

    Non ho voglia, né competenze e nemmeno la prosopopea necessaria per dire la mia sul fatto di cronaca nera che da giorni ha scatenato la solita cacofonia del gallinaio di politici, giornalisti, femministe, influencer, psicologi, sociologi e chi più ne ha più ne metta, che sanno sempre esattamente scovare le cause, identificare coloro ai quali distribuire le colpe e proporre rimedi infallibili, affinché ciò che è stato non si ripeta. Inoltre, questo genere di scrittura mi pare non si addica molto al mio “stile”. Tuttavia, l’idea che in ragione di quanto accaduto ci si debba vergognare a prescindere di essere maschi proprio non ce la faccio a lasciarla passare così, senza commenti.

    In primis perché questa cosa dei maschi contro le femmine, coccarde azzurre contro fiocchetti rosa, come se esistesse un modello assoluto, granitico e imperativo del maschile e uno altrettanto rigido e inevitabile del femminile, mi è parsa sempre una sonora fesseria. L’idea che i maschi vengano tutti da uno stesso stampo è semplicistica e settaria. E ancora più inaccettabile è quella che questo fantomatico stampo sia disgraziatamente fallato, mentre la matrice da cui provengono le femmine sia impeccabile.
    A me le generalizzazioni non sono mai piaciute, tantomeno quelle di questo tipo. Sarà che sono cresciuta tra due fratelli, di cui uno talmente vicino d’età da essere praticamente un gemello, al punto che dalla nascita alla prima giovinezza ho condiviso con lui sostanzialmente tutto: i giochi, gli amici, le uscite e alle volte perfino i vestiti. E quindi, sì, sono una femmina, ma i maschi (non solo quelli con i quali sono imparentata) li ho frequentati assiduamente, in maniera approfondita e nelle situazioni più disparate, e per lo più senza implicazioni che andassero oltre la semplice e innocente amicizia, per cui ho potuto constatare in prima persona che non sono per nulla una categoria omogenea, che ciascuno (come pure le femmine) è un essere a sé.

    In secondo luogo, perché credo di poter avere un poco più di voce in capitolo rispetto ad altri per parlare delle dinamiche tra maschi e femmine, avendone conosciuto le rose e – ahimè! – non essendo digiuna delle cicatrici, quelle profonde e indimenticabili, che lasciano le spine. E, a maggior ragione, avendo sperimentato tanto il buono quanto il cattivo, non riesco ad accettare di dover ammucchiare nella stessa catasta, per via di un presunto peccato originale, coloro da cui sono stata benvoluta e che hanno sempre usato riguardo nei miei confronti e chi mi ha offesa e umiliata, negandomi finanche il più elementare rispetto umano. Né posso tollerare che siano i maschi a sentirsi in obbligo di doversi apporre in toto, inclusi quelli che hanno come unica colpa il non essere portatori di un doppio cromosoma X, un marchio d’infamia.

    La verità è che, al di là delle ovvie differenze anatomiche e fisiologiche, ci accomuna il fatto di essere tutti persone. Persone e basta. Individui, ciascuno nel proprio modo unico e irripetibile. Dunque il problema non è educare i maschi o le femmine, o i maschi e le femmine; né esecrare un genere oppure l’altro. Il problema è ricominciare a pensare in termini di esseri umani tout court, ricusando l’ossessione sistematica attuale, che vuole solo distinguere e classificare, distribuendo etichette e titoli e lettere negli acronimi, affinché si sia sempre più scissi in gruppi e fazioni e circoli via via più striminziti e l’un contro l’altro armati. Sebbene ci abbindolino, raccontandoci che questa minuziosa catalogazione sia portata avanti con l’intento di farci sentire tutti “inclusi”, di fatto, a forza di racchiudere ciascuno nello steccato della propria definizione iper-specifica, le comunità si stanno polverizzando e noi ci ritroviamo tutti più isolati, indifesi e sradicati. Mi sbaglierò, ma non mi sembra affatto straordinario che, in presenza di altri fattori predisponenti, questa condizione così angosciante (e innaturale) possa trasformarsi nel perfetto brodo di coltura per il disagio e la violenza. Inoltre, ammesso che della violenza ce ne si debba vergognare “per osmosi”, anche quando non la si approva né la si è mai praticata, non dovremmo forse farlo tutti, in quanto membri di un sovrainsieme che include il sottoinsieme dei maschi?

    Le divisioni le abbiamo testate a lungo: sono decenni che parliamo di lotta al patriarcato e contrapponiamo maschi (cattivi) e femmine (buone); eppure non mi pare sia cambiato molto, tutt’altro. Tant’è che nemmeno i ragazzi della Generazione Z – quelli che fin da piccoli sono stati esposti a film e serie TV nei quali le femmine sono poco meno che supereroine e i maschi sono tutti pigri, irresponsabili, sciocchi, rabbiosi, maneschi e traditori – sono estranei alla violenza di genere e al femminicidio. Magari, varrebbe la pena di chiedersi se parte del problema non derivi proprio da questa mancanza di modelli positivi. Perché, per la verità, a me non risulta che si dia mai risalto alle storie di quegli uomini (e non sono affatto pochi), che non solo non hanno mai alzato un dito su nessuno, ma che quotidianamente si danno da fare per prendersi cura dei propri cari o perfino di estranei, e non soltanto nei modi stereotipicamente maschili (portare uno stipendio a casa o riparare le cose che si rompono), ma anche dedicandosi alle mansioni di accudimento che per tradizione associamo esclusivamente alle donne. Ecco, può darsi che additare dei buoni esempi da seguire possa giovare un po’ di più che non instillare la vergogna a prescindere…

    E può darsi che collettivamente ci serva, inoltre, ricordare con maggior frequenza che maschi e femmine siamo tutti su uno stesso cammino, che porta ciascuno (in tempi e modi che ci sono sconosciuti) a un’identica destinazione: un appuntamento finale al quale necessariamente dovremo presentarci in solitudine. Quest’appuntamento è un mistero che, comunque la si pensi, fa tremare le vene e i polsi, non fosse altro che per l’impossibilità di immaginare concretamente il nulla che ipotizzano gli scettici, o per l’incommensurabilità dell’idea di un aldilà di incorporea eternità, secondo la versione dei credenti. E proprio questo mistero ci affratella nella finitudine e nell’ignoranza, e ci impone la responsabilità di rispettare la vita sopra ogni cosa, quella delle femmine così come quella dei maschi.

    Insomma, credo che sarebbe il caso di farci pontieri, invece di arruolarci sempre nelle fila dei muratori, e di impegnarci per una società che superi l’opposizione e il conflitto maschi contro femmine, senza che si debba passare per la denigrazione dei primi né la glorificazione delle seconde. Una società non più manichea, ma capace di abbracciare la complessità e dinamica abbastanza da accogliere e integrare i cambiamenti storici, senza che li si debba imporre col randello di una onnipresente propaganda politica e culturale – nemmeno particolarmente raffinata – che, mentre rade al suolo gli schemi preesistenti, a chi è rimasto senza più punti di riferimento non lascia altro da fare che starsene attonito e smarrito a rimirare le macerie. Una società nuova, che vinca le tentazioni revansciste di certo (nazi)femminismo pregno d’odio e non combatta gli errori antichi con altri d’uguale natura e opposti soggetti passivi, e dunque non pretenda che vi sia qualcuno che debba pensarsi reietto o giudicarsi “sbagliato” in astratto per poter essere ammesso a farne parte. Una società che, seguendo il saggio monito di un filosofo in passato assai travisato, non propugni la dissipazione dello stare in mezzo ai propri simili esponendo gli aculei, bensì incoraggi a tendere sempre più mani aperte.

    Listening to:
    La mia rivoluzione – Marco Parente

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  • Pudore

    20 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    To know a living thing is to kill it.
    You have to kill a thing to know it satisfactorily.

    Svelarsi, vantandosi d’essere sinceri; anzi, com’è più comune dire oggi, “veri”. Condividere ogni cosa e ogni cosa mostrare: il corpo, il dolore, la gioia, l’amore. Sbandierare sentimenti ed emozioni provati per le cause più disparate, incluse quelle più “solenni” e private: bambini che nascono, cari che ci lasciano, malattie, progetti di vita e naufragi esistenziali. Tutto è pubblico, o si pensa debba esserlo, perché si crede d’esistere solo se si è osservati; videor ergo sum è la formula che riassume l’uomo contemporaneo, con buona pace del povero Cartesio. E poi c’è che il mondo vuol sapere, vedere, intromettersi, criticare, “partecipare” e reclama tutto questo come fosse un diritto divino. Chi resta abbottonato è guardato col sospetto che si riserva a chi ha qualcosa da nascondere, o deve scontrarsi con la stizza con la quale si reagisce all’altezzoso. Del resto, oggi che ci interessa solo rivendicare il diritto a una libertà egoriferita e sfrenata, abbiamo stabilito che vergognarsi è male. E, per carità, è male per davvero! Perché la vergogna non ci “appartiene”: è un’emozione secondaria, appresa, è il foro interiore che tuona con voce estranea e ammonisce e umilia sulla base di principi fissati da altri, che abbiamo acquisito. Però la vergogna non è inutile, benché sia dolorosa, spesso addirittura paralizzante, e nonostante anch’essa – al pari della “condivisione” senza limiti – ci reifichi, in quanto esiste esclusivamente in relazione a un altro da sé presente o possibile e al suo giudizio espresso o ipotetico.

    Indipendentemente da come la si pensi – che si consideri con biasimo questo “offrirsi” e lo si classifichi come cosa volgare, oppure no – resta il fatto che tutta questa esibizione è vana. In ciascuno di noi c’è sempre un’ostinata parte eccedente, che va oltre quel che l’occhio può vedere, quel che l’altro può conoscere. Per quanto ci si possa svelare, che se ne sia consapevoli o meno, si è sempre più di ciò che si appare ed è esattamente e solo in quella parte recondita – la nostra intimità – che siamo realmente “veri”. E allora si tratta di stabilire con oculatezza dove tracciare il perimetro che separa quel che può essere ammannito al “pubblico” da quanto merita di rimanere riservato, avocato a sé. Si tratta di fissare il confine della propria umanità.

    Quel confine è il pudore, una virtù preziosa e assai démodé. Il pudore come atto di resistenza all’alienazione, allo sguardo dell’altro che ci rende oggetto. Il pudore, insomma, come baluardo di soggettività e farmaco riumanizzante. Perché non esiste alcun diritto del mondo a sapere e vedere ogni cosa, perché sapere e vedere ogni cosa significa violare ciò di cui tutto si conosce, conculcarne la libertà, possederlo. Dunque non c’è colpa nello schivare l’invadenza morbosa dell’esterno, che vuol appropriarsi dell’interno e piantarci il proprio vessillo: è nulla più che un atto di legittima difesa. Si tratta di mantenersi “vivi”, poiché per conoscere del tutto una creatura, in definitiva, occorre “ucciderla” e questa non è certo una facoltà che si possa concedere agli altri a cuor leggero.

    Listening to:
    Words – Gregory Alan Isakov

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  • Strage di fiori

    18 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    L’irruente malagrazia di un acquazzone serale ha travolto senza riguardi l’ennesima eco di un’estate incredibilmente tenace. Quasi a voler ristabilire prontamente l’ordine, il maestrale sperona sbrigativo le nuvole, svelando a singhiozzo un sottile spiraglio di luna crescente. Frustati dalle raffiche, i riflessi dei lampioni fremono nelle pozzanghere del cortile. Il silenzio è coperto dal brusio della buganvillea sul balcone, che con l’aiuto del vento si scrolla la pioggia di dosso, colta alla sprovvista nel pieno dello sforzo di un’altra incipiente fioritura fuori stagione. Brattee e boccioli intirizziscono impotenti sui rami: domattina non rimarrà che uno scempio di viola sgargiante. Anche la gatta, da dietro il vetro, scruta i postumi dell’inatteso rovescio, il germe di bellezza sprecato. Forse curiosa, forse contrita, più probabilmente solo soprappensiero come un dio pigro, sazio e annoiato.

    Listening to:
    Hurricane laughter – Fontaines D.C.

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  • Ἁμαρτία

    15 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
    Am an attendant lord, one that will do
    To swell a progress, start a scene or two,
    Advise the prince; no doubt, an easy tool,
    Deferential, glad to be of use,
    Politic, cautious, and meticulous;
    Full of high sentence, but a bit obtuse;
    At times, indeed, almost ridiculous—
    Almost, at times, the Fool.

    Se non fosse per un Tognazzi senior semplicemente splendido (ma sai che novità: quand’è che non è stato per lo meno commendevole il grande Ugo?), “La tragedia di un uomo ridicolo” sarebbe solo un film piuttosto dimenticabile – io direi proprio brutto, ma temo l’accusa di lesa maestà – di Bertolucci dei primi anni Ottanta. Però il titolo è senza dubbio indovinato, perché centra la più penosamente umana delle verità: che nel dolore e nel tracollo difficilmente si è titanici e dignitosi come gli eroi classici; più spesso si è semplicemente grotteschi e macchiettistici.

    Soffre e cade con decoro solo chi soffre e cade senza colpa; per tutti gli altri la tragedia è quasi sempre mera conseguenza (diretta o indiretta) del proprio errare, quel “mancare il bersaglio” che i Greci chiamavano hamartía e che nella Septuaginta, per estensione, assunse il significato di “peccato”.

    Shakespeare, che è stato capace di comprendere e raccontare l’umano meglio di chiunque altro (anzi, a dar credito ad Harold Bloom, l’umano così come lo conosciamo oggi l’avrebbe addirittura inventato), non poteva non afferrare perfettamente anche quest’aspetto. E, infatti, l’ha reso il fulcro del più stilisticamente ineccepibile dei propri drammi, quel Re Lear che ubriaca con la sua architettura puntigliosa e prodigiosamente armoniosa. Un’opera che è un ibrido tra una mise en abyme “senza fondo” e un frattale disegnato a parole, tutta giocata sul rispecchiamento e sull’antitesi, nella quale si rincorrono e moltiplicano simmetrie e paralleli e commutazioni e rovesciamenti tra i vari personaggi e i loro archi narrativi, e alla fine tutto si risolve in una circolarità d’una compiutezza che pare “a orologeria”.
    Eppure, tutta questa certosina perfezione non serve a raccontare altro che la storia di un re vecchio, narciso e sciocco, che scambia la blandizia per amore e s’illude che il potere regale sia una sua qualità intrinseca e non una condizione che gli deriva dalla corona che indossa, dimostrando di non capire alcunché non solo di politica, ma pure di vita quotidiana. Un monarca ridicolo, appunto, che man mano che si dipana la trama scivola su un pendio d’inesorabile degradazione. Nella propria caduta precipitosa Lear è tradito, umiliato, patisce freddo e stenti, esce di senno, traccia una scia di vittime collaterali sul proprio cammino e da ultimo muore, e tutto per colpa, in definitiva, solo di se stesso.

    Per il Bardo, personaggi da burla sono pure Antonio e Cleopatra: due esseri umani in disarmo, che per loro sfortuna non sospettano affatto la loro condizione. Due vanesi, capricciosi e dissoluti relitti del passato, che si credono ancora sulla cresta dell’onda e sono convinti che, dacché hanno deciso di impantanarsi nelle mollezze della vita periferica e irrilevante di Alessandria, anche Roma e la Storia si siano fermate per aspettarli. Due talmente ottenebrati dal proprio rispettivo ego da immaginare d’avere ancora il potere di distribuire le carte, quando dovrebbero già ringraziare che si continui a riservare loro a malapena uno sgabello traballante attorno al tavolo da gioco.
    E perfino Amleto non è immune al ridicolo. Parrà sacrilego, lo so, ma come altro definire un principe trentenne egocentrico, dispettoso, lunatico e bizzoso né più né meno di un adolescente, che per di più è assediato da visioni spettrali, incline alla malinconia e all’inazione e lesto a tradire gli amici? Uno che pondera con gravitas e quindi derubrica, per scrupolo morale e soprattutto pavidità, l’ipotesi del proprio suicidio, salvo poi causare per assoluta insensibilità quello della donna “amata”? Uno che per errore diviene pure l’assassino del padre di lei nonché, messo all’angolo dal meccanismo della trama, quello del fratello della stessa; fino, in sostanza, a morire a propria volta (e non senza ironia) per sbaglio, lasciando il regno paterno, che avrebbe voluto riscattare dall’usurpazione, sguarnito di re, regina ed eredi al trono?

    A ben guardare, in effetti, a rendere ridicola una tragedia per Shakespeare non è tanto il fatto che sia autoinflitta, quanto quello che scaturisca da un maldestro errore di (auto)valutazione, da una arrogante cecità nei confronti di se stessi e del proprio reale valore; oppure dall’incapacità di accollarsi la vergogna delle proprie miserie, astenendosi dal ricorrere a giustificazioni di comodo o a capri espiatori. In Macbeth, per esempio, MacDuff, che non si nasconde dalla responsabilità d’aver originato (per quanto solo per ragioni di parentela) il proprio sfacelo e perciò non esita un istante a etichettarsi “peccatore”, è riscattato da questa umile e straziante presa di coscienza che, mentre all’apparenza lo ridimensiona, gli guadagna la facoltà di soffrire da gigante.

    Il mondo classico pullulava di eroi, in quanto i Greci e i Romani – magnanimi o forse solo creduli – nella tragedia concedevano all’uomo alleati soprannaturali ficcanaso e interventisti, sicché non era lasciato a cavarsela in proprio nei momenti cruciali. Potendo contare sul patrocinio divino, mantenere (o conquistare) caratura e dignità in ogni circostanza non è poi cosa tanto proibitiva. Tutt’altro discorso è riuscirci nell’universo umanissimo di Shakespeare, in cui Dio esiste, certo, ma è poco più che il secondino muto e inflessibile di uno sterminato Panopticon. Senza l’aiuto di un’intelligenza oltremondana, se non si è coraggiosi abbastanza da essere spietati con se stessi, è ben difficile elevarsi al di sopra della propria sofferenza e non apparire sciocchi e arlecchineschi, quando si è causa del proprio stesso male.

    Cittadini di un mondo epicureo e nichilista, pure noi, che davvero non siamo altro che “quintessenza di polvere”, seppur sovente accecati dalla presunzione d’essere opere d’arte e simili agli angeli e agli dei, non di rado nei nostri confronti siamo ignari e pavidi tanto quanto Lear, Antonio, Cleopatra e Amleto. Così, chi più chi meno, prima o poi ci facciamo ridicoli (in via permanente o a intermittenza), allorché il nostro non centrare il bersaglio ci consegna fatalmente a una tragedia “su misura”. Ciononostante, per vittimismo e vanagloria, spesso nemmeno a quel punto riusciamo a cessare d’auto-ingannarci. Ottusi da secoli di mistica della sofferenza, infatti, ci figuriamo che il dolore ci abbellisca e di avere nel patimento e nella débâcle la statura e la compostezza di un Edipo o di un’Antigone, quando, se va bene, abbiamo solo la piccineria e la goffaggine di un Basil Fawlty o un Fantozzi e, se va male, quella di un Mr. Bean.

    La mia personale hamartía è l’essere una che ha atteso per quarant’anni che le “aprissero la porta davanti a una parete senza porta” e, quel che è ancor più grottesco, senza neppure saper localizzare con esattezza la parete. Troppo impegnata a indugiare indefinitamente, a non incomodare mai nessuno, a essere sempre docile e assennata, e troppo appagata dall’anestetico escapismo offerto da questo scrivere compulsivo e sterile, da un’immaginazione nociva nella propria ipertrofia e dal vivere vicariamente, rimasticando esistenze altrui e accattando esperienze virtuali dai libri, dalla musica e dal cinema, io pure ho costruito mattone dopo mattone la mia tragicommedia. Fino a raggiungere l’acme della risibilità il giorno in cui mi sono convinta d’aver trovato finalmente il sole attorno al quale gravitare, mentre in verità non si trattava che del barbaglio nervoso di una lampadina sull’acqua; al punto che, a rileggerle adesso, le parole incaute e assolute di allora mi suscitano un’ironia aspra, strettamente apparentata col disgusto – e, malgrado tutto, anche con la tenerezza – nei confronti di quella me stessa che, a colpi di migliori intenzioni e insicurezze e inesperienza e soprattutto ingenuità perniciosa, è la sola artefice di ogni mia sconfitta e ferita.

    È tutta qui la mia tragedia ridicola. Chissà se, prima del sipario, saprò guadagnarmi per lo meno un accenno di catarsi dal peccato che mi incastra e mi denuncia nella mia nuda e meschina arci-umana fragilità…

    Listening to:
    We’re in love – boygenius

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NIENTE DI ALIENO

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