• Nasten’ka c’est moi

    6 ottobre 2022
    Riflessioni
    ottobre 2022

    […] to hold, as ’twere, the mirror up to nature

    No, non per l’altezza vertiginosa della scrittura. O solo in parte. Solo a volte. Di certo non con Le Notti Bianche. La foga di leggere scambiata per piacere. Quel girare le pagine appassionato, ingordo. Con Mìtja e Alëša era incantesimo o ipnosi. Ma con Nasten’ka sembrava un corpo a corpo. Perché, benché fosse confortevole illudermi di rivedermi nel Sognatore, era quella tracimante smania giovanile di vivere tutta proiettata verso un ideale (che era in verità un rispettabile premio di consolazione), a chiamarmi in causa. A evocare ricordi. A suggerire paralleli.

    Ma io mi rifiutavo di tendere l’orecchio. Di capire.

    E non era richiesta molta introspezione o molta fantasia, per collegare le quattro notti pietroburghesi a quelle indimenticabili sere d’estate perlustrate passeggiando avanti e indietro, con il lieve sciabordio delle onde a fare da metronomo e un sentore salmastro che si insinuava nelle narici. Sì, l’ambientazione era quanto di più dissimile si potesse immaginare, ma la trama si dipanò quasi identica.

    Non era una nonna e non era una spilla, ma anch’io avevo il mio carceriere e la mia catena. Di una generazione più vicina e che non aveva bisogno di assicurarmi concretamente alle proprie sottane, ma l’esito non faceva differenza. Era una voce estranea che mi turbinava in testa. Una etero-coscienza che mi ammoniva, mi minacciava, mi insultava. Un guinzaglio psichico, che mi permetteva di allontanarmi solo fino a una certa gittata, per poi punirmi con un frustrante rinculo. E, quando per un attimo mi abbandonai a un’ebrezza sconosciuta e dimenticai quanta corda mi era stata concessa, mi strattonò indietro con una violenza che mi annichilì.

    Il dolce imbarazzo mutò in vergogna. La curiosità divenne colpa. Il sentimento una macchia da cancellare. Negare tutto. Perfino l’evidenza. Prendere la prima cosa bella mai avuta tra le mani e gettarla ai cani. Perché bisognava aspettare. Qualcuno sarebbe arrivato. In un momento più adatto. Più rispettabile.

    E cominciò la lotta con questa dannata cosa che non voleva saperne di crepare. Per quanto tentassi di soffocarla per poter placare i morsi della coscienza, le rimostranze del cuore, che gorgogliavano indomabili in una dimensione più intima e primitiva, le ridavano ossigeno.

    Fu così che, come per Nastàs’ja Filìppovna con Myškin, amare e respingere divennero un tutt’uno.

    Alla fine ho trovato anch’io il mio Rogòžin: una nuova catena, autoimposta, che mi impedisse colpi di testa. Il mio non mi ha uccisa, però. O forse, in parte, sì.

    Ma è stata una penitenza meritata, per la colpa che mi consumava da anni. Quell’oltraggio alla gioventù, all’innocenza e alla vita stessa, che ho officiato come un rito sacro ed era, in verità, nient’altro che un turpe delitto. E io, Raskòl’nikov senza Sonja né Porfirij Petrovič, e dunque senza speranza, avevo bisogno di una punizione. Per finalmente vedere e capire, pormi domande, ricostruire gli eventi. Cogliere le affinità con Nasten’ka e Nastàs’ja. E consumare in un mare di lacrime, che mi sorprendono all’improvviso quando un ricordo si avventa o un sogno mi tende un tranello, il lutto di un rimpianto lungo una vita e il rimorso del male fatto senza pensare che il mio non era l’unico cuore in gioco e che l’altro si era già offerto apertamente, come una fiche baldanzosa sul tavolo verde. E accettare come opportuno contrappasso il non sapere bene cosa poterne fare di questa ritrovata libertà, oggi che l’anima pesa come piombo e il tempo è sgocciolato via prima che si riuscisse a rendersene conto.

    Listening to:
    Green gloves – The National

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  • Cinematografica

    7 luglio 2022
    Musica
    luglio 2022

    In memory, everything seems to happen to music

    Se la musica non viene dall’esterno, di norma nei miei pensieri c’è comunque qualcosa che suona. I giorni in cui mi sveglio senza una canzone in testa sono l’eccezione più che la regola. Quasi ogni attività della mia vita, compreso il lavoro e spesso perfino il sogno, sembra doversi necessariamente avvalere di un commento musicale. Non però come in quei prodotti televisivi di discutibile valore artistico, in cui l’invadente colonna sonora sembra sempre irrompere a sproposito, aggredendo il silenzio alle spalle, sciupando così le scene più che completandole e aggiungendo quel di più che diventa subito troppo, nella smania bulimica di enfatizzare e di tirare fuori a forza un’emozione, e obbligatoriamente solo e soltanto quella prestabilita; piuttosto come in un film d’essai, in cui la musica contribuisca solo a definire l’ambientazione e a creare l’atmosfera, lasciando nei momenti salienti fiduciosamente sbrigliati il sentire e la facoltà d’interpretazione dello spettatore.

    Grazie ai fedeli auricolari, prima del walkman poi del lettore mp3, che somministravano canzoni per ogni occasione, come in un film mi ci sono davvero sentita tante volte. Mentre in una mattina torinese la voce di Patti Smith mi faceva da nocchiero nella nebbia lattiginosa, tanto spessa da cancellare Palazzo Madama. In pomeriggi inquieti di primavera a passeggiare da sola, ingollando chilometri tra gente sconosciuta in una città estranea, mentre gli Afterhours raccontavano di milanesi che ammazzano il sabato. Nell’anonimato di plastiche e lerce tappezzerie dello scompartimento di un treno notturno dalla Sicilia, con Damien Rice a cantare e lacrime silenziose dettate dal timore di non essere all’altezza del futuro che avevo scelto, che gelavano le guance nel freddo di un’aria condizionata a temperatura troppo bassa per un aprile non ancora maturo. Nelle notti insonni dell’adolescenza, distesa sul letto nel buio illuminato dalle stelline fosforescenti attaccate al soffitto o seduta alla scrivania a vergare lettere torrenziali da accartocciare e buttare nel cestino o da spedire di nascosto in buste colorate, accompagnata dagli Smashing Pumpkins, da Jeff Buckley o da Neil Young. Nel tragitto fino al liceo con Tijuana lady dei Gomez a scandire il passo. In maratone di lavoro fino alla mattina per rincorrere una scadenza e David Bowie come solo incoraggiamento.

    E anche con la pioggia a ticchettare sui vetri della cucina, in una notte rischiarata unicamente dallo schermo del computer, a considerare tra i singhiozzi la decisione che mi ha portata dove sono adesso, chiedendomi insieme agli Amor Fou cosa fosse la libertà e dandomi una risposta audace, che spero l’epilogo della storia riveli essere quella più saggia.

    Listening to:
    Only for you – Heartless Bastards

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  • Paralipomeni

    29 giugno 2022
    Riflessioni
    giugno 2022

    Be cheerful; wipe thine eyes.
    Some falls are means the happier to arise.

    Gracile e tremolante sotto il peso di una decisione inopinata e gravida di conseguenze, con l’andare del tempo rispunta un senso d’identità. I contorni di questo essere che ero abituata a chiamare “io” paiono meno sfumati, i suoi tratti meno estranei e perturbanti. Ogni giorno, insieme alla voglia di studiarmi e soppesarmi per comprendere da dove abbia evocato coraggio e fermezza a sufficienza per scegliere questa solitudine incerta e scomoda e inquietante, si irrobustisce il desiderio di recuperare passioni, abitudini e rituali abbandonati come la pelle vecchia dei serpenti. Riaffiorano liberamente immagini, suoni, gesti e gusti, che per pudore si era evitato di condividere o per compiacenza si era accettato di sconfessare e – senza nostalgia, bensì con la forma mentis analitica dello scienziato – li si può rivisitare. Gelosamente custoditi nei recessi della memoria, non sono andati perduti e riconsiderarli, una volta giunta al di qua del guado, aiuta a recuperare la percezione di ciò che era il “prima”, a ricostruire l’identikit della ragazza che fui e riconoscerla ancora tenacemente presente, nonostante una lunga fase di latenza.

    I ricordi restituiscono struttura al flusso magmatico dei pensieri e permettono – oh, sorpresa! – di rintracciarmi, debole ma irriducibile, mutata eppure costante, a dispetto di tutto. Omettere, rinnegare e trascurare per condiscendenza non è stato sufficiente a estirpare, cancellare e relegare nell’abisso impenetrabile della dimenticanza definitiva e inappellabile ciò che era (o si pensava sarebbe stato) deriso, criticato e sminuito ed è una rinfrescante scoperta, che mette la prima boa di contrasto a questa improvvisa e frastornante deriva.

    Listening to:
    I’m not down – The Clash

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  • Esilio e ripartenza

    14 giugno 2022
    Riflessioni
    giugno 2022

    I, a stranger and afraid
    In a world I never made.

    Tutto è territorio inesplorato. Questa nuova condizione. Questa coscienza non più candida e certamente non pacificata. Questa determinazione sorprendente e sorprendentemente robusta. Questo modo di procedere millimetro per millimetro, perché non è concessa maggiore lungimiranza. Perfino questa nuova casa virtuale, vergine dei tre lustri di elucubrazioni passate e così dissimile da ciò che l’ha preceduta.

    Per l’esule tutto è sconosciuto, indiscutibilmente spaventoso e vagamente esaltante. Il distacco infiamma rimpianti e malinconie e la nostalgia gonfia il cuore fino a slabbrarne le pareti. E io mi sento esiliata da me stessa. La persona che avrei giurato di essere è dispersa e quella che è emersa è inquietante nella sua audacia e ammirevole nella sua provvidenziale (ancorché tardiva) ribellione all’acquiescenza.

    Mi mancano la vecchia rassicurante innocenza e l’ingenuità abituale, rimaste impigliate in un cespuglio intricato di delusioni, sofferenze e disinganno. Ho nostalgia della presuntuosa leggerezza che mi autorizzava a pensarmi una persona perbene, adesso che ho fatto quello che mai avrei immaginato di poter fare. E poco importa che fosse l’unica scelta sensata: averla compiuta resta profondamente destabilizzante.

    Oggi mi sono estranea. Con un’identità da svelare, forse da rifondare o – chissà! – ancora tutta da escogitare. Trovarsi in questa condizione a un passo dalla quarta decade di vita è sotto molti aspetti agghiacciante. Eppure non è concesso sottrarsi a questo cimento, a meno di non volersi arenare passivamente in una secca qualunque e lasciarsi illanguidire nella sterile attesa di un improbabile deus ex machina.

    Non resta che rassegnarsi all’inevitabile e inoltrarsi stando all’erta e con curiosità nell’ignoto.

    Listening to:
    Why does it always rain on me? – Travis

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  • Autodeterminazione

    2 giugno 2022
    Riflessioni
    giugno 2022

    Al di là degli anni di illusioni, spesi ostinatamente ad aspettare invano il clic di un incastro fortunato, di un intervento del destino che avrebbe sistemato ogni cosa in un’armonia lieve e lieta, resta il sapore rugginoso della corrosione che ha intaccato innocenza e speranza, lasciandomi oggi forse più saggia e certamente più vecchia. Resta la paura di non sapere se si possa ripartire, né da dove o come farlo. Ma essere stata capace di trovare in qualche recesso del cuore il coraggio di una scelta dirompente di autonomia, che non pareva lontanamente alla mia portata, incentiva a confidare di non essere del tutto priva di risorse e che, da qualche parte, possano esserci un cammino da aprire e determinazione e audacia sufficienti per l’impresa. E – chissà! – perfino un po’ di fortuna in serbo solo per me.

    Listening to:
    Don’t be scared – Andrew Bird

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  • Encheiridion

    12 Maggio 2022
    Riflessioni
    maggio 2022
                                                     Per me, se lo voglio, tutti i segni sono favorevoli;
    infatti qualunque cosa accada tra quelle presagite,
    dipende da me trarne vantaggio.

    Un alone di ineluttabilità ovatta gli spigoli della realtà che via via va agglutinandosi e cresce il desiderio di imboccare imperturbabili questo cammino, sforzandosi stoicamente di giungere al traguardo astraendosi dalla meschinità della situazione. Dall’alto di una calma riconciliata con il passato e che ha già scontato il cordoglio per il futuro, raccogliere come in una caccia al tesoro ogni monito e ogni insegnamento disseminato per il percorso tortuoso e accidentato, affinché siano lezioni per un domani fecondo di possibilità. Ma la volontà vacilla tra apprensioni e impassibilità ed è un’eterna lotta interiore tra la consapevolezza che tra tutti i presagi e gli indizi ci siano anche quelli di una nuova fioritura, purché lo si desideri, e il disagio di non sapere quale piede vada messo avanti per primo per innescare la marcia.

    Listening to:
    Venus in furs – The Velvet Underground

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  • Too young to hold on…

    11 Maggio 2022
    Riflessioni
    maggio 2022

    Quante vole bisogna perdonare? E quali offese? Quand’è che la misericordia smette di essere un esercizio di carità, una manifestazione d’amore gratuito, una pratica santa, un segno di bontà e inizia a diventare una resistenza assurda, una mortificazione ridicola, un sacrificio autolesionista, una sacrilega mancanza di rispetto per se stessi?

    Mi pare di avvertire distintamente dov’è il limite e sono ragionevolmente certa che sia stato superato. Eppure mi fanno difetto il coraggio e l’egoismo per dire il primo “no” e dichiarare che basta così, che non ho più voglia di far finta di niente, di condonare e dimenticare, specie considerando che di ogni mio inciampo – ancorché minimo – si è tenuta e si tiene, invece, una contabilità minuziosa per potermi all’occorrenza ferire profondamente e senza riguardi con lo scudiscio violento del senso di colpa.

    Vorrei disperatamente gridare un perentorio “non plus ultra!” e mi si chiude la gola. Come sempre mi rifugio nel silenzio, nella sopportazione che mi fa irrancidire il sangue, in questo masochistico atteggiamento di resa, per non infrangere una promessa affine ormai a un ergastolo, che fa i miei giorni via via più infelici.

    Non ci sono scialuppe, salvagenti, boe, bagnini. Da dove sono niente e nessuno può portarmi a riva. Posso solo nuotare e in questo momento, più dolorosamente che mai, ho quasi la certezza che non riuscirò a fare altro che affogare, che la mia vita sia già perduta. Nonostante sia ancora abbastanza giovane da poter considerare criminale ostinarsi solo per serietà, sani principi e pavidità, resto paralizzata e so solo piangere la rabbia che non riesco a dire.

    Listening to:
    The sacrifice – Michael Nyman

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  • Stati d’animo stromboliani

    10 Maggio 2022
    Riflessioni
    maggio 2022

    Sarà che la Sicilia è terra di vulcani e perciò noi siciliani partecipiamo della natura di questo fuoco fluido, che senza sosta scorre sotto la superficie dell’isola, che siamo statici e indolenti in apparenza e dentro siamo caos e vapori. Un continuo ribollire occulto, un montare di gas e poi repentine eruzioni e brusche esplosioni. Immoti come placidi bovini o gatti stesi al sole del pomeriggio, ma lesti a scattare e sbottare senza preavviso, se abbiamo un diavolo per capello.

    Se, come Tomasi di Lampedusa faceva dire al Principe di Salina ne Il Gattopardo, la Sicilia dorme, il suo è un sonno gonfio di sogni in cui ruggisce un inconscio esagitato. Sarà per questo che a noi dell’isola, sotto questa apatia esteriore, avvampa spesso una frenesia più violenta di certe mareggiate invernali che cambiano il profilo della costa, spianano le spiagge e distruggono gli stabilimenti balneari. Perché qui non esiste la mite monotonia delle pianure a perdita d’occhio, né la quiete eterea delle vette montane, che ci è estranea nella sua elegante purezza. Quaggiù perfino l’alta montagna è fuoco senza pace, che non attende altro se non il momento giusto per tracimare, schizzare, scoppiare.

    Listening to:
    The only living boy in New York – Simon & Garfunkel

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  • Il volto nello specchio

    9 Maggio 2022
    Riflessioni
    maggio 2022

    Questa faccia strana, un poco infantile, egemonizzata da un paio d’occhi decisamente grandi e leggermente storpiata da una dentatura imperfetta, quanto l’ho odiata! E quante volte, insicura, ne ho studiato il riflesso, osservandone severamente per ore i particolari alla ricerca di ogni più impercettibile pecca, o analizzandone le espressioni per capirne i meccanismi, per provare a imparare a non arrossire – esperimento fin qui miseramente fallito – e per verificare quanto lasciasse trasparire oltre la pelle. Ho scrutato di tutto allo specchio – la gioia, il dolore, il pianto, la timidezza… – nel tentativo (vano?) di intuire cosa vedano gli altri quando guardano me.

    Dopo quasi quattro decadi, ho imparato infine ad accettarla per quel che è e non vorrei più cambiarla. No, ormai nemmeno il sorriso un po’ disallineato mi disturba, nemmeno il naso o le perenni occhiaie, né le fossette o la spruzzata di lentiggini sugli zigomi. Se dicessi che mi piaccio, mentirei. Né si spiegherebbe perché, se qualcuno mi fissa, mi prenda subito il terrore d’avere qualcosa fuori posto. Col tempo mi sono, però, affezionata alla mia immagine, a questa faccia blandamente bambinesca e non ancora sgualcita, che si adatta bene alla mia sostanziale  inesperienza del mondo. A questi occhi rotondi, che sembrano perennemente spalancati e sono appropriati in modo ineccepibile per una che è sempre incline allo stupore e all’entusiasmo appassionato, specie per cause perse che non comportano mai successo o guadagno o prestigio. Per una che ha conservato il piacere del gusto a scapito di quello per l’utile. Di tutti i miei difetti, proprio questa predisposizione allo slancio improvvido e gratuito mi pare quello più vicino a poter essere scambiato per una grazia e coltivo, anzi, la presunzione che sia questa impetuosa dedizione la mia migliore qualità.

    Non so se tanto basti a giustificare una faccia come la mia, a nobilitarla, ma oggi è diventato sufficiente per me e va bene così.

    Listening to:
    Una faccia in prestito – Paolo Conte

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  • 8 Maggio 2022
    Riflessioni
    maggio 2022

    Ogni domenica penso che la comunione che prendo dovrebbe ustionarmi il palato e la lingua, da tanto sono lontana dalla grazia di Dio. L’abbandono cieco – la gesuitica sottomissione di fede perinde ac cadaver – non l’ho mai avuto e oggi mi appartiene ancora meno. Eppure regolarmente mi ostino ad accostarmi a un sacramento al quale non sono neppure più saldamente sicura di credere. Non riesco a costringermi alla logica coerenza di rinunciare anche all’ultima àncora che mi impedisce di andare del tutto alla deriva, adesso che ogni altro punto fermo è stato escisso con chirurgica esattezza. Così settimanalmente cerco il conforto non di un’abitudine, bensì di un momento di balsamica apertura alla speranza. In mancanza di una fede incrollabile, mi sforzo di avere fiducia e tento di accogliere – magari perfino di mettere all’angolo – il Signore che mi sfugge, che ignora le mie preghiere, che resta in silenzio e sembra cinico o indifferente al mio dolore.

    Non so cosa mi aspetto come frutto di tanta perseveranza, di certo non un miracolo. Forse ho solo fame di un’epifania di senso. Non sono pronta a cessare di credere che ci sia un’entità che sovrintende al destino e che tutte queste sconfitte e tutti questi tormenti non siano casuali, sfortune capitate per semplice probabilità. Voglio illudermi che servano a qualcosa. Ho bisogno di poter confidare che ogni contrarietà, lacrima e delusione sia essenziale nello sviluppo coerente di una storia, che sia una tappa ineludibile per arrivare alla conclusione fissata. E non pretendo – e nemmeno m’importa – che la meta ultima sia un “e vissero tutti felici e contenti”, né un altrove o un aldilà di eterna beatitudine che ricompensi della sofferenza terrena. Mi basterebbe appena poter sapere che non è tutto vano e inosservato o, peggio, privo di significato e accidentale come un qualsiasi lancio di dadi.

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NIENTE DI ALIENO

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