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  • 22 febbraio 2022
    Riflessioni
    febbraio 2022

    Forse anche io sono un crogiuolo,
    una fabbrica di futuro
    al pari di tutti gli uomini
    che neppure se lo sognano…
    Perché non ha tregua il lavorìo,
    non siede su se stessa la creazione.
    E anche ora che cosa sto facendo?
    Non guardare all’apparenza,
    si esprime nel linguaggio della morte
    ogni nostra vita, ma è vita, vita soltanto.

    Anche ora cosa sto facendo?

    Sono una pentola a pressione un attimo prima del fischio. L’aspetto non lascia ancora trapelare alcunché, ma sotto queste mentite spoglie c’è una tigre in gabbia che si dibatte. Nel sogno ne ritrovo i ruggiti, la smania furiosa, l’indomabilità. So qual è la parte marcia che dovrei scartare e non ho il coraggio di calare la mannaia. Conosco le cause di questa inquietudine, della repulsione che improvvisamente si gonfia come uno tsunami, della rabbia che si accumula e che cerco di ammucchiare negli angoli nel tentativo disperato di ignorarla. E il fermento interiore, il rovello, non si placa un momento. C’è qualcosa da seppellire per poter continuare a vivere, perché persistere quando si è sperimentato quanto possa essere vero che “l’inferno sono gli altri” è un torto fatto alla vita, prima che a se stessi; eppure l’azione si paralizza e, come Amleto, la coscienza mi fa vile.

    Mi restano, allora, solo i soliti analgesici. Ma per quanto ancora basterà?

    Listening to:
    London, London – Caetano Veloso

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  • E sorridiamo all’umana tristezza

    25 dicembre 2021
    Senza categoria
    dicembre 2021

    Oggi è Natale.

    Le maschere celano volti e soffocano sorrisi. Il simile che ci passa accanto non è più fratello, bensì potenziale nemico. La stretta di mano è un attentato. L’abbraccio un’avviluppante minaccia. Il bacio una biasimevole abitudine antigienica del passato.

    Festeggiamo la Luce. Che sia il Sole pagano che rinasce, il Dio cristiano che s’incarna e irrompe nella Storia o solo i baluginii delle luminarie festive, poco importa. Celebriamo il bagliore nel cupo dell’inverno. Ma ipocritamente abbiamo il buio dentro, l’ombra nel cuore e un’aridità di spirito che da troppi mesi sempre più ci dissecca e sclerotizza. La facoltà di amare è atrofizzata. Il desiderio velleitario – quella voglia asfissiante d’impossibile – è soffocato come una smania volgare, di cui è a malapena opportuno vergognarsi. Solo l’attaccamento alla mera esistenza è permesso. Solo la strenua difesa della semplice costanza in vita è degna d’essere perseguita. Anzi, di più, lodata. Eletta a somma virtù perfino.

    Tuttavia, pure in questi giorni insignificanti, affastellati come cianfrusaglie l’uno sull’altro, per chi abbia la pazienza di stanarla e sensi e cuore per attingerla e accoglierla resta ancora la Bellezza. Fantastica. Vertiginosa. Immortale. E tanto basta. O può bastare. Senza altro scopo, senza altra prospettiva che l’essere esclusivamente reperto anagrafico non ancora depennato, la Bellezza è l’unica possibile Weltanschauung, l’unica teleologia e la sola Stella Polare superstite.

     

    E allora mi sento confortato.
    E sorridiamo all’umana tristezza.

    Listening to:
    Uragano vite – Marco Parente

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  • Scempio

    29 Maggio 2021
    Senza categoria
    maggio 2021

    A fermarsi un momento a pensare senza riserve mentali, con brutale onestà, la consapevolezza urticante di tutti gli errori commessi si diffonde come un’infezione. Che cadesse una tessera del domino: tanto è bastato perché a valanga si susseguissero scelte una più sconsiderata dell’altra. Come se non fosse possibile, o desiderabile, nemmeno tentare di riparare al primo inciampo. Come se un alone fatale obbligasse piuttosto a storpiare e deturpare via via in maniera meno rimediabile il quadro.

    E dopo aver piantato una a una le sbarre, perché sorprendersi della gabbia? Ma che sia autoinflitta, e finanche perversamente desiderata, non rende meno asfissiante la prigionia.

    Listening to:
    Shipbuilding – Elvis Costello

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  • In-azione

    13 aprile 2021
    Senza categoria
    aprile 2021

    Un ingorgo che non può essere disotturato. Un circuito su cui girare all’infinito. Un senso d’oppressione a cui non si riesce a dare sollievo. Un prurito che non si può raggiungere e grattare. La sensazione di essere a un punto morto dell’esistenza diventa sempre più onnipresente. Sarebbe l’innesco perfetto per una crisi di mezza età in piena regola, se solo avessi il coraggio degli atti radicali. Ma i desideri sono forti e la volontà è debole, troppo molle perfino per un esaurimento. E la testa, la testa che non smette di immaginare, è insieme linimento e guinzaglio. Fantasie così vivide da sembrare materia forniscono una realtà virtuale coinvolgente e convincente, temperano la noia, la rabbia, l’insoddisfazione e, impedendo la completa disperazione, ancorano a un binario morto una vita che si è srotolata già così tanto da essere ormai oltre la stagione della fioritura, con gemme che si rattrappiscono sui rami non essendosi, però, ancora rassegnate a non sbocciare.

    Così ogni mattina è un nuovo proposito, una nuova promessa e ancora e sempre, venuta la notte, non resta che registrare l’ennesimo tradimento consumato fantasticando grandiosità ed evocando presenze impossibili. E il tempo sprecato si accumula e ne chiama altro e altro ancora…

    Listening to:
    Cataracts – Andrew Bird

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  • 10 marzo 2021
    Senza categoria
    marzo 2021

    A cosa è servita l’obbedienza? Ogni regola rispettata è diventata solo un ulteriore chiodo per assicurarmi sempre più fermamente alla mia croce. Di rinuncia in rinuncia e di sottomissione in sottomissione, l’orizzonte piano piano si è ristretto fino a farsi una feritoia da cui la luce filtra appena. In quanto ai sogni, presto non resteranno nemmeno l’energia e il coraggio per fantasticarli, se mai nessun castello in aria è diventato per lo meno un ballon d’essai con cui provare a vedere se ci fosse abbastanza vento perché si andasse da qualche parte. E mentre anche il premio di consolazione sembra più precario che mai, guardo alle medaglie di chi non ha mai pensato a fare null’altro che ciò che voleva (incurante di chi potesse prenderla male o restarne deluso o ferito), arrendendomi alla certezza che non ci sia retribuzione per aver colorato dentro i contorni per tutta la vita.

    Listening to:
    Catch the wind – Donovan

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  • 25 febbraio 2021
    Senza categoria
    febbraio 2021

    Passerà, prima o poi, questo volere qualcosa senza sapere cosa?

    La noia nei confronti di tutto e la pervicace speranza che niente cambi. Due estremi che strattonano uno da una parte e uno dall’altra con forza equivalente. E in mezzo un abisso che si spalanca. La vertigine del precipizio, l’inquietudine, l’ansia. E la ricerca di un escapismo che funga da compassionevole anestesia. L’arte della fuga, l’unica che abbia mai padroneggiato.

    Listening to:
    Station to station – David Bowie

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  • 10 dicembre 2020
    Senza categoria
    dicembre 2020

    Che passi il tempo, solo questo. Potessi esprimere un unico desiderio, sarebbe un salto temporale da adesso a quando questo voto potrà essere sciolto. Lo sforzo è tutto qui: nel dover reprimere questa smania, che morde le caviglie come un cagnolino che mette i denti. Non fa male, ma non smette d’infastidire un attimo. È una lotta costante tra la voglia di non credere e gettare tutto alle ortiche e quella di resistere, perché non si sa mai ci si debba poi pentire di aver mancato di fede. E intanto l’ignoranza pesa e opprime e il tempo sembra una sgradevole pratica da sbrigare. Se solo potessi avere il filo magico della fiaba, lo tirerei quel tanto che basta per superare quest’incertezza e questo tempo di sacrificio promesso forse più per scaramanzia che per fiducia. Ma a qualcosa ci si deve pur poter appigliare e la speranza miracolosa si paga in moneta di privazione, da sempre e per sempre. Così non resta che aspettare…

    Listening to:
    Il diavolaccio – Marco Parente

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  • Esplorando

    13 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    Questa strana estate senza vacanze è, tuttavia, un’estate di viaggio. L’estate di una personale spedizione alla ricerca delle mie Montagne della Luna. Sarò il saccente Burton? O l’arrogante Speke? Resterò testardamente irremovibile e pervicacemente ego-centrica? Avrò il coraggio di lasciare emergere tratti che preferisco fingere di non sospettare nemmeno? Tornerò scornata e sconfitta, decisa a liquidare tutto come una montatura? Tornerò vincente, ma delusa? Tornerò io? O tornerà qualcuno che ha il mio stesso aspetto, ma che non è affatto la stessa Maria che è partita? Sarà un’impresa o un fallimento?

    Da un po’ di tempo a questa parte mi sembra di avere solo domande e nessuna risposta, nessuna certezza. Sono la versione sperimentale di me stessa, precaria e in fieri, che tutto è pronta a mettere in dubbio e tutto è pronta a riconsiderare. E mentre sento il suolo traballante, mi pare che il mio sguardo si sia fatto più acuto. Via via che verità di comodo e bugie pietose e postulati figli della paura svelano la propria natura, mi pare di riuscire a vedere venire a galla cose su di me e sugli altri rispetto alle quali la cecità dei miei occhi era totale. Non così, tuttavia, quella dell’anima, che le stesse cose le conosceva – o per lo meno le intuiva – e cercava di portarle in superficie manifestandole come vaghi fastidi, inspiegabili ansie, inopportuni scatti d’ira, indecifrabili gioie, intempestive lacrime, apparentemente immotivati timori. E, se da un lato mi sento posseduta da una sorta di furia iconoclasta, desiderosa di abbattere e di distruggere e di cancellare, dall’altro ho un bisogno e un desiderio di “sacro” che si fanno sempre più brucianti. Ho necessità di una nuova teogonia e nuovi altari, santi nuovi e nuovi valori. Di un tempo diverso, in cui poter guardare i germogli e aspettare prima di decidere cosa tagliare, senza rigidi precetti. Un tempo che accetti anche l’ortica o la gramigna, senza tenere l’erbicida sempre a portata di mano.

    Listening to: 
    Epilogue – Ryuichi Sakamoto

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  • Apostasia

    11 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    Che genere di dio sei, tu che non distingui offerte e offese?

    Che genere di dio sei, tu che, purché provenga da me, tutto consideri con indifferenza o sdegno?

    Che genere di dio sei, tu che hai leggi contraddittorie e non imparziali?

    Che genere di dio sei, tu che ad alcuni chiedi l’impossibile e perdoni ad altri di non aver fatto nemmeno l’indispensabile?

    Che genere di dio sei, tu che tra la tua progenie hai distribuito patenti di divinità e d’insignificanza con inammissibile arbitrio?

    Che genere di dio sei, tu che hai chiesto il sacrificio della mia adolescenza?

    Che genere di dio sei, tu che impassibile l’hai guardata dissanguarsi come fosse una visione qualunque?

    Che genere di dio sei, tu che hai scritto le tue promesse nell’acqua di un fiume impetuoso?

    Che genere di dio sei, tu che ancora e ancora mi hai illusa e poi tradita?

    Che genere di dio sei, tu che per tutti hai comprensione e per tutti hai un perdono, meno che per me?

    Che genere di dio sei, tu che distribuisci premi e colpe, sia quelli che queste immeritati?

    Che genere di dio sei, tu che usi misericordia agli uni e implacabilità con gli altri?

    Che genere di dio sei, tu che a tutti profetizzi il bene e per me intravedi solo un presente e un destino infelici?

     

    Io ti rinnego.

    E rinnego ogni mitezza e ogni accondiscendenza, avendo nelle viscere il dolore di chi sa che l’abiura è tardiva e non serve a recuperare quello che è perduto.

    Fuori dalla tua nazione, lontano dalla tua legge, posso finalmente sottrarmi al mio “peccato originale”, che in verità, se fossi onesta come ti proclami, sapresti non essere affatto mio. E, pur dolente e in ritardo, posso pensarmi finalmente libera di scegliere da sola l’unità di misura con cui soppesarmi.

    Listening to:
    Song to the siren – Tim Buckley

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  • 9 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    E ora che sempre più vedo quello che è, quello che sei, mi sento molto meno piccola, meno indifesa. Vedo l’ipocrisia e la cattiveria sotto la vernice della mitezza e dell’equità. E sono consapevole del disprezzo. Lo sento nettamente, mentre mi viene vomitato addosso in modo subdolo e insinuante. Ma sentirlo per quello che è, non come un mio senso di colpa da espiare, gli toglie il potere di dilaniarmi. Risuona sempre più come una percezione neutra e sempre meno come un dolore. Non è più una ferita ricevuta, è un mero dato da registrare. E parla di te, non di me. Di ogni stilettata io sono solo il bersaglio, non la causa.

    Adesso lo vedo. Adesso lo so.

    Listening to:
    Geraldine – Glasvegas

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