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  • 10 marzo 2021
    Senza categoria
    marzo 2021

    A cosa è servita l’obbedienza? Ogni regola rispettata è diventata solo un ulteriore chiodo per assicurarmi sempre più fermamente alla mia croce. Di rinuncia in rinuncia e di sottomissione in sottomissione, l’orizzonte piano piano si è ristretto fino a farsi una feritoia da cui la luce filtra appena. In quanto ai sogni, presto non resteranno nemmeno l’energia e il coraggio per fantasticarli, se mai nessun castello in aria è diventato per lo meno un ballon d’essai con cui provare a vedere se ci fosse abbastanza vento perché si andasse da qualche parte. E mentre anche il premio di consolazione sembra più precario che mai, guardo alle medaglie di chi non ha mai pensato a fare null’altro che ciò che voleva (incurante di chi potesse prenderla male o restarne deluso o ferito), arrendendomi alla certezza che non ci sia retribuzione per aver colorato dentro i contorni per tutta la vita.

    Listening to:
    Catch the wind – Donovan

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  • 25 febbraio 2021
    Senza categoria
    febbraio 2021

    Passerà, prima o poi, questo volere qualcosa senza sapere cosa?

    La noia nei confronti di tutto e la pervicace speranza che niente cambi. Due estremi che strattonano uno da una parte e uno dall’altra con forza equivalente. E in mezzo un abisso che si spalanca. La vertigine del precipizio, l’inquietudine, l’ansia. E la ricerca di un escapismo che funga da compassionevole anestesia. L’arte della fuga, l’unica che abbia mai padroneggiato.

    Listening to:
    Station to station – David Bowie

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  • 10 dicembre 2020
    Senza categoria
    dicembre 2020

    Che passi il tempo, solo questo. Potessi esprimere un unico desiderio, sarebbe un salto temporale da adesso a quando questo voto potrà essere sciolto. Lo sforzo è tutto qui: nel dover reprimere questa smania, che morde le caviglie come un cagnolino che mette i denti. Non fa male, ma non smette d’infastidire un attimo. È una lotta costante tra la voglia di non credere e gettare tutto alle ortiche e quella di resistere, perché non si sa mai ci si debba poi pentire di aver mancato di fede. E intanto l’ignoranza pesa e opprime e il tempo sembra una sgradevole pratica da sbrigare. Se solo potessi avere il filo magico della fiaba, lo tirerei quel tanto che basta per superare quest’incertezza e questo tempo di sacrificio promesso forse più per scaramanzia che per fiducia. Ma a qualcosa ci si deve pur poter appigliare e la speranza miracolosa si paga in moneta di privazione, da sempre e per sempre. Così non resta che aspettare…

    Listening to:
    Il diavolaccio – Marco Parente

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  • Esplorando

    13 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    Questa strana estate senza vacanze è, tuttavia, un’estate di viaggio. L’estate di una personale spedizione alla ricerca delle mie Montagne della Luna. Sarò il saccente Burton? O l’arrogante Speke? Resterò testardamente irremovibile e pervicacemente ego-centrica? Avrò il coraggio di lasciare emergere tratti che preferisco fingere di non sospettare nemmeno? Tornerò scornata e sconfitta, decisa a liquidare tutto come una montatura? Tornerò vincente, ma delusa? Tornerò io? O tornerà qualcuno che ha il mio stesso aspetto, ma che non è affatto la stessa Maria che è partita? Sarà un’impresa o un fallimento?

    Da un po’ di tempo a questa parte mi sembra di avere solo domande e nessuna risposta, nessuna certezza. Sono la versione sperimentale di me stessa, precaria e in fieri, che tutto è pronta a mettere in dubbio e tutto è pronta a riconsiderare. E mentre sento il suolo traballante, mi pare che il mio sguardo si sia fatto più acuto. Via via che verità di comodo e bugie pietose e postulati figli della paura svelano la propria natura, mi pare di riuscire a vedere venire a galla cose su di me e sugli altri rispetto alle quali la cecità dei miei occhi era totale. Non così, tuttavia, quella dell’anima, che le stesse cose le conosceva – o per lo meno le intuiva – e cercava di portarle in superficie manifestandole come vaghi fastidi, inspiegabili ansie, inopportuni scatti d’ira, indecifrabili gioie, intempestive lacrime, apparentemente immotivati timori. E, se da un lato mi sento posseduta da una sorta di furia iconoclasta, desiderosa di abbattere e di distruggere e di cancellare, dall’altro ho un bisogno e un desiderio di “sacro” che si fanno sempre più brucianti. Ho necessità di una nuova teogonia e nuovi altari, santi nuovi e nuovi valori. Di un tempo diverso, in cui poter guardare i germogli e aspettare prima di decidere cosa tagliare, senza rigidi precetti. Un tempo che accetti anche l’ortica o la gramigna, senza tenere l’erbicida sempre a portata di mano.

    Listening to: 
    Epilogue – Ryuichi Sakamoto

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  • Apostasia

    11 agosto 2020
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    agosto 2020

    Che genere di dio sei, tu che non distingui offerte e offese?

    Che genere di dio sei, tu che, purché provenga da me, tutto consideri con indifferenza o sdegno?

    Che genere di dio sei, tu che hai leggi contraddittorie e non imparziali?

    Che genere di dio sei, tu che ad alcuni chiedi l’impossibile e perdoni ad altri di non aver fatto nemmeno l’indispensabile?

    Che genere di dio sei, tu che tra la tua progenie hai distribuito patenti di divinità e d’insignificanza con inammissibile arbitrio?

    Che genere di dio sei, tu che hai chiesto il sacrificio della mia adolescenza?

    Che genere di dio sei, tu che impassibile l’hai guardata dissanguarsi come fosse una visione qualunque?

    Che genere di dio sei, tu che hai scritto le tue promesse nell’acqua di un fiume impetuoso?

    Che genere di dio sei, tu che ancora e ancora mi hai illusa e poi tradita?

    Che genere di dio sei, tu che per tutti hai comprensione e per tutti hai un perdono, meno che per me?

    Che genere di dio sei, tu che distribuisci premi e colpe, sia quelli che queste immeritati?

    Che genere di dio sei, tu che usi misericordia agli uni e implacabilità con gli altri?

    Che genere di dio sei, tu che a tutti profetizzi il bene e per me intravedi solo un presente e un destino infelici?

     

    Io ti rinnego.

    E rinnego ogni mitezza e ogni accondiscendenza, avendo nelle viscere il dolore di chi sa che l’abiura è tardiva e non serve a recuperare quello che è perduto.

    Fuori dalla tua nazione, lontano dalla tua legge, posso finalmente sottrarmi al mio “peccato originale”, che in verità, se fossi onesta come ti proclami, sapresti non essere affatto mio. E, pur dolente e in ritardo, posso pensarmi finalmente libera di scegliere da sola l’unità di misura con cui soppesarmi.

    Listening to:
    Song to the siren – Tim Buckley

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  • 9 agosto 2020
    Senza categoria
    agosto 2020

    E ora che sempre più vedo quello che è, quello che sei, mi sento molto meno piccola, meno indifesa. Vedo l’ipocrisia e la cattiveria sotto la vernice della mitezza e dell’equità. E sono consapevole del disprezzo. Lo sento nettamente, mentre mi viene vomitato addosso in modo subdolo e insinuante. Ma sentirlo per quello che è, non come un mio senso di colpa da espiare, gli toglie il potere di dilaniarmi. Risuona sempre più come una percezione neutra e sempre meno come un dolore. Non è più una ferita ricevuta, è un mero dato da registrare. E parla di te, non di me. Di ogni stilettata io sono solo il bersaglio, non la causa.

    Adesso lo vedo. Adesso lo so.

    Listening to:
    Geraldine – Glasvegas

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  • 19 luglio 2020
    Senza categoria
    luglio 2020

    Insensibile. Così mi definiva. E io a chiedermi per anni come fosse possibile, allora, avere tutte quelle lacrime, da dove venissero, perché a volte sembrasse interminabile il tempo necessario per poterle contenere. Lacrime da emozioni di retroguardia, vissute sempre ex post, come se in diretta mi fossero precluse. Lacrime silenziose, da relegare dietro porte chiuse e consumare in solitudine. In pubblico la vita era un’anestesia perenne e così di tante cose mi sono accorta fuori tempo massimo, una volta che ho potuto guardarle rintanata al sicuro nell’intimità della mia stanza.

    Quindi insensibile, sì, ma per mia natura o solo in ossequio all’etichetta assegnatami? Insensibile per mandato…

    Un corpo da temere e zittire e domare come un animale feroce. Con standard irraggiungibili a cui tendere, che richiedevano – anche solo per provare ad avvicinarvisi – l’eradicazione di ogni vulnerabilità, ogni dubbio, ogni possibilità di errore, ogni umanità. Una vita a reprimersi e vergognarsi, a nascondersi e svalutarsi, a guardare le cose belle col sospetto di chi non si crede alla loro altezza. A pensare che la mia felicità dovesse essere subalterna, se rompeva patti leonini ai quali mi era stata imposta tacitamente la fedeltà e arrivava prima di date fissate con non si sa quale criterio. O a non notarla nemmeno la possibilità della felicità, perché – consapevole che non fosse ancora il tempo stabilito – mi negavo inconsciamente perfino la facoltà di percepire sensazioni e turbamenti. E intanto vedere il perdono per gli altri, la comprensione, addirittura la giustificazione delle loro deviazioni da norme che per me, invece, erano ferree e insindacabili come dogmi. Cogliere la crudeltà e l’insensatezza di tutto questo e ciononostante riuscire a sentirsi in colpa anche solo di aver ricevuto una telefonata, portando nel cuore il cimitero di tutte le cose lasciate morire, sacrificate su un altare che non era mio, per compiacere qualcuno che non ero io. Sopportando in silenzio, senza ribellarsi mai, perché questo mi era stato insegnato: che il sacrificio e il dolore sono per una donna la condizione esistenziale.

    Listening to:
    The mercy seat – Nick Cave & The Bad Seeds

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  • Approvazione

    17 luglio 2020
    Senza categoria
    luglio 2020

    What drink’st thou oft, instead of homage sweet,
    But poisoned flattery?

    Nel culto di chi o di cosa viviamo? Di chi sono gli dei che veneriamo? Abbiamo davvero scelto noi l’altare sul quale sacrificare tempo e fatiche? Come abbiamo deciso a cosa consacrare la nostra vita? Per compiacere chi? Per noi stessi o un’autorità esterna che ogni tanto ci dispensa qualche zuccherino e così ci tiene in suo potere? Siamo davvero autonomi o siamo inconsciamente eterodiretti da desideri che non ci appartengono?

    Ap-pro-va-zio-ne. Cinque sillabe da cui tento di curarmi e, mentre sono alle prese con la mia terapia, i miei “colleghi” malati li vedo dappertutto, come non mi era mai capitato di notare. Se c’è una pandemia, è questa ricerca spasmodica dell’apprezzamento, quasi che avesse valore solo ciò che riceve il plauso di qualcun altro. È una voglia d’essere guardati, notati, lodati nell’illusione di curare ferite antiche. Ma trovare lo sguardo così ardentemente bramato e mai davvero catturato è impossibile. Neanche milioni di milioni di altri occhi potranno colmare quel preciso desiderio. Mentre quelli, quelli non ci guarderanno mai come avremmo voluto, e se anche fosse, sarebbe troppo tardi. Con le cose buone è sempre una questione di tempismo: in ritardo o in anticipo non servono a niente.

    L’unica cura possibile è, pertanto, una rivoluzione: un’inversione a U in direzione di se stessi, perché lo sguardo che brilla sia il proprio, perché sia il nostro il viso su cui si allarga un sorriso orgoglioso e niente possa fare vacillare una soddisfazione intima, viscerale, cercata e costruita con in mente solo le proprie passioni, i propri desideri, la parte autentica di sé.

    Listening to:
    Like a friend – Pulp

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  • Saving grace

    13 giugno 2020
    Senza categoria
    giugno 2020

    Attorno la tempesta. Nubi dense, scure, che vomitano pioggia a conati violenti. Lampi che fendono il cielo. Tuoni squassanti. Venti impetuosi. Strepito. Confusione. Non sappiamo dove stiamo andando, eppure ci andiamo velocissimo.

    Dentro una pace nuova, sconosciuta, sorprendente. Forse fragile come un cristallo, ma tenace come certe cose sottili sempre sul punto di spezzarsi e pervicacemente impegnate a resistere.

    C’è una grazia speciale nel lasciarsi andare, nell’accettare la spinta del vento, nello smettere di restare abbarbicati alla propria immagine di sé, a illusioni e definizioni, alle proprie presunte promesse mancate, che – benché sembrassero la corda tesa dell’arco, che ci avrebbe proiettato lontano – non erano altro che confini e catene e camere di contenzione.

    Listening to:
    Meglio che niente – Pino Marino

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  • Sarà bellissimo

    2 giugno 2020
    Senza categoria
    giugno 2020

    Qui, in nessuno altro posto che non sia qui. Nessun altrove da desiderare. E adesso. Nessun passato da rammendare, né futuro da tessere. Ciò che è stato, è stato e mi appartiene, ma non mi definisce, non mi limita e non mi esaurisce. Quel che sarà, sarà e mi va bene. Non c’è modo di saperlo, né di poterlo costruire o prevedere con meticolosa esattezza. L’imponderabile è sempre in agguato e la nostra ostinazione non è così potente da piegare il caso e, no, non c’è chiaroveggenza che riesca ad afferrarlo, né previdenza che possa abbracciare tutti gli scenari possibili. Il futuro arriverà imperioso e inaspettato: non si può far altro che attendere per vederlo dispiegarsi. Nel frattempo sono qui adesso e sono effimera, come tutte le cose del mondo; dunque non ho tempo per concentrarmi su obiettivi e standard stabiliti da chicchessia, se di essi non m’importa affatto e il perseguirli e raggiungerli non sarebbe altro che una pantomima. Sono troppo vecchia per andare in giro come un venditore porta a porta che mendica dieci minuti di attenzione, con lo spirito che si accartoccia un po’ di più a ogni scampanellata che resta senza risposta e un sorriso fasullo sempre appeso sotto il naso, nella speranza di abbindolare il prossimo che guarderà dallo spioncino. E, poiché il tempo a mia disposizione è scarso e non c’è modo di esperire e conoscere tutto, tanto vale concentrarmi su me stessa.

    Listening to:
    Costruire per distruggere – Afterhours

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NIENTE DI ALIENO

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