Ho sempre vissuto l’estate con una certa insofferenza: patisco il caldo e ho un colorito decisamente inadatto al sole del Sud del Mediterraneo. Tuttavia, quel che sempre m’ha disturbata di più di questa stagione è la sensazione da “sabato del villaggio” che la precede: quell’attesa, quelle illusioni che poi puntualmente precipitano nella quotidianità solita. L’estate mi piace ancora meno adesso che, in quanto lavoratore autonomo, agosto è solo un mese come un altro, che s’esaurisce tra una consegna e un F24 da pagare. Senza contare che agosto, per chi vive nelle regioni del Mezzogiorno, ha pure la sgradevole caratteristica d’accentuare all’improvviso la consapevolezza del tempo che passa. Nel ritrovarsi con amici e parenti che non si ha occasione di frequentare regolarmente, infatti, non si può non notare il cambiamento altrui e, di conseguenza, accorgersi in maniera più acuta anche del proprio.
In tutta onestà, nella maggior parte dei casi – e, si badi, io non m’assolvo da questa colpa – si tratta di un cambiamento strenuamente negato, camuffato attraverso il mantenimento e l’assimilazione – o, sarebbe meglio dire, la maldestra imitazione – di stili e atteggiamenti propri d’età più verdi. Si tenta, insomma, un po’ tutti di fingersi sempre assolutamente attuali. Non è, però, il non voler fare i conti con l’idea del decadimento fisico e con la propria mortalità: è più un tentativo di mantenersi rilevanti in una società, quella capitalista, che si nutre del culto del “nuovo” e applica, pertanto, anche agli esseri umani il concetto di obsolescenza programmata.
La glorificazione della gioventù e del presente, del resto, serve a puntellare un sistema in evidente declino, che collasserebbe rapidamente, se i popoli avessero la possibilità di osservare il passato e le sue conquiste in maniera spassionata, non sotto la lente deformante di visioni che convenientemente ne evidenziano solo gli aspetti negativi, e fosse concessa loro altrettanta obiettività nel valutare gli scenari futuri che si vanno concretizzando.
Sfortunatamente, da decenni siamo il target di una sofisticata psy-op di massa, che ha sterilizzato ogni possibilità di dissenso usando la cultura come strumento d’elezione, in modo da espugnare le coscienze ed erodere la capacità di discernimento degli individui.
All’origine di tutto c’è la nascita del postmoderno, grazie al quale è stata creata un’illusione di novità che, negando ogni possibilità di conflitto concettuale e stilistico, in quanto il nuovo è sempre prodotto mediante un’operazione di bricolage in cui il vecchio non è contestato e superato, bensì semplicemente riproposto e riassemblato, ha portato alla cancellazione dell’idea stessa di futuro. Il pastiche e il revival, che sono la cifra del postmodernismo, rappresentano – come sottolineò acutamente Fredric Jameson – la logica culturale del tardo capitalismo, che s’è impossessata perfino del nostro inconscio. In forza di ciò, il TINA tatcheriano è arrivato a essere accettato unanimemente come un dato di fatto, nonostante l’inoppugnabilità dei limiti del sistema.
Non c’è, pertanto, da stupirsi che sia proprio la decade della Lady di ferro, che del capitalismo ha segnato il trionfo indiscusso, quella che oggi viene rispolverata ad nauseam nella moda, nei prodotti audiovisivi, nella musica e così via. L’inoculazione di questa nostalgia indiretta ai giovani dalla generazione Z a scendere, infatti, è uno dei cardini della modellizzazione preventiva di desideri, aspirazioni e speranze secondo i dettami del capitale. Basta guardarsi attorno per vedere che non esiste più alcuna traccia di quei moti di ribellione al pensiero dominante che nelle epoche passate segnavano una cesura tra i valori, l’estetica e la produzione culturale di una generazione e di quella successiva, che reclamava la propria voce e la libertà d’immaginare e costruire il proprio futuro. Oggi – per dirla con Mark Fisher – i concetti di “alternativo” e “indipendente”, lungi dall’indicare qualcosa al di fuori della cultura mainstream, sono divenuti degli stili organici a essa, perché non esiste altro se non un infinito presente, da cui sono banditi sia la sfida e il potenziale sovversivo dell’utopia sia il confronto dialettico con la tradizione.
In questo contesto, se non ci si vuole trasformare rapidamente in individui irrilevanti e oggetto di derisione, non si può non atteggiarsi a giovani per sempre. La vecchiaia, infatti, rappresenta un tempo esteso, un’idea di prospettiva che confligge con l’orizzonte angusto di cui ha bisogno il capitalismo per continuare a prosperare, ed è per questo denigrata e messa alla berlina (si pensi all’uso del termine “boomer” in senso dispregiativo).
Eppure io adesso, alla soglia dei quarantadue anni, so di essere una persona migliore di quanto non fossi in gioventù. Attraverso le esperienze vissute, negli anni ho ammorbidito molte asperità del mio carattere, corretto la miopia della superficiale intransigenza morale che m’era stata trasmessa e, abbandonando il dogmatismo avito, sviluppato un pensiero più critico e curioso, oltre ad aver imparato a riconoscere i miei trigger emotivi e le mie fragilità. Sono forse divenuta perfetta? Certo che no, ma credo d’aver aumentato il mio valore umano, essendo oggi un individuo più consapevole, aperto e compassionevole di prima; e non sarei potuta diventarlo se non avessi collezionato gli anni che m’hanno portata nel pieno della mezza età.
Per il bene collettivo, sarebbe più utile valorizzare la saggezza che si accumula quando si finisce per sfregare contro la faccia scabra dell’esistenza, invece di incoraggiare l’intera società a mettere in scena una fittizia gioventù perenne. Disgraziatamente, tuttavia, uno dei pilastri del capitalismo è la totale indifferenza nei confronti del bene collettivo.
Listening to:
Ogni cosa a suo tempo – Moltheni