• Ricordati di ricordare

    9 novembre 2025
    Riflessioni
    novembre 2025

    To taste everything in eternity as once in time. All happens only once, but
    that is forever. A toujours. Memory is the talisman of the sleepwalker
    on the floor of eternity. If nothing is lost neither is anything gained. There is
    only what endures. I AM. That covers all experience, all wisdom, all truth.

    Henry Miller – al quale oggi ho scippato pure la citazione in esergo – scrisse che, quando ci si convince che tutte le uscite siano bloccate, le alternative sono due: iniziare a credere ai miracoli o rimanere fermi come colibrì. In parte per irresolutezza e in parte per congenita ingenuità, io ho sempre preferito un ibrido tra tali opzioni: un’attesa fiduciosa ma sfiancante. Così la speranza in un deus ex machina o in una serendipità che provvidenzialmente giungano a sbrogliare nodi, spianare montagne, tappare falle ed erigere ponti è sempre accompagnata da un attivismo forsennato che, come il rapidissimo battere d’ali del piccolo volatile multicolore, ha il solo scopo di mantenermi – seppur sospesa a mezz’aria – sostanzialmente immobile.

    Si direbbe che abbia paura di radicarmi del tutto e sopprimere una buona volta ogni altro scenario possibile (ancorché improbabile), e all’opposto tema altrettanto che, spostandomi anche solo un poco più in là, il mio destino finisca per mancare il bersaglio. Non m’ha evidentemente insegnato nulla la storia dell’appuntamento a Samarra (o Samarcanda o Baghdad, qualunque sia la versione che preferite).

    Qualcuno che sia saggio e di buone letture potrebbe a questo punto suggerire che – essendo evidente che non viviamo affatto nel migliore dei mondi possibili – è assai probabile che ciò che ha in serbo il destino siano nuove peripezie, se va bene intervallate ogni tanto da soddisfazioni agrodolci, e che, se anche si giungesse da ultimo ad acciuffare il finale inizialmente desiderato e che pareva inevitabile, ci sarebbe poco di che rallegrarsi. Ché il peggio che possa accadere a un desiderio è la sua realizzazione, specie se questo ha avuto nel mentre tempo più che in abbondanza per diventare avariato ed è solo la lente deformante del sentimentalismo misto all’idealizzazione e al senso di lealtà (nei confronti di se stessi o di altri, a seconda dei casi) a farlo apparire ancora attraente.

    Si direbbe, dunque, più assennato tentare di divincolarsi dal proprio destino immaginato e lasciare vivere i desideri nel reame delle fantasticherie, confinati lì dove il disinganno non ha giurisdizione, rivisitandoli di tanto in tanto per assaporare l’attualità ininterrotta che è propria di tutto quel che è presente solo nella memoria. Usare il ricordo, insomma, come rimedio che estingue l’assenza dei sé ipotetici, delle circostanze sognate.

    A ben guardare, non è che un altro modo per star fermi ed è – per lo meno in apparenza – anche più indolore.

    Listening to:
    Hummingbird – Wilco

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  • La dolce stagione

    22 ottobre 2025
    Riflessioni
    ottobre 2025

    I’d brush the Summer by
    With half a smile, and half a spurn

    È arrivato presto quest’anno – ed esuberante di pioggia e di vento – l’autunno; non in anticipo sul calendario, ma certamente prima di quanto sia usuale da queste parti. S’è fatto assaggiare quasi come una primizia d’inverno e poi d’improvviso è tornato nei ranghi, esibendo la solita sequela di mattine limpide, tiepide e dorate che scemano in pomeriggi ogni giorno più brevi, intercalata d’occasionali ugge e acquazzoni.

    Se solo ci fosse ancora un posto qui in cui godere del crepitìo delle foglie secche sotto le suole, non si potrebbe chiedere di meglio. Sfortunatamente, la manutenzione del verde pubblico non è soggetta ai desideri individuali, così gli unici alberi con una chioma decidua che ci fossero nelle vicinanze sono stati brutalmente accorciati ormai oltre un anno fa, perché non intralciassero la ristrutturazione della villa comunale, e le macchie sparse di sempreverdi che punteggiano altre vie e piazze non possono per definizione supplire alla mancanza.

    Rimangono, però, tutti gli altri riti consolidati e i generi di conforto che rendono questa parte dell’anno la mia preferita e forse non è il caso di drammatizzare. Eppure certe assenze, al pari di certe attese, hanno un pungiglione specialmente aguzzo, che pizzica più a fondo e le rende estremamente ostiche da sopportare.

    Listening to:
    Ramble on – Led Zeppelin

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  • Io è un altro

    4 settembre 2025
    Riflessioni
    settembre 2025

    […] lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare
    sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.

    Non ho mai tenuto sistematicamente un diario dei sogni, ma da molti anni m’assicuro di annotare sempre almeno quelli più interessanti, riportando la data di ciascuno. Di tanto in tanto mi capita di passarli in rassegna e non di rado di cogliere a posteriori allarmi e segnali in forma simbolica, messaggi per traslato tesi a proteggere, a consolare o a illuminare, che inequivocabilmente testimoniano la grazia inestimabile – chissà se esclusivamente umana – di non essere mai completamente soli ad affrontare il mondo.
    Se anche fossimo confinati nell’eremo più isolato e impenetrabile, infatti, avremmo sempre un “compagno interiore”, che solo in parte ha le fattezze perturbanti di quell’alterità insondabile, belluina e imbarazzante che gli attribuì Freud, ché l’inconscio non è solo Ombra, discarica, orripilante displasia: è anche braccio destro attento e premuroso, bastione e tabernacolo della nostra quintessenza, nonché la sola fonte in noi da cui possa sgorgare vertiginosa bellezza.

    L’aveva capito bene quell’adolescente eccezionale che vergò quattro parole, fulminanti nella loro precisione spoglia e acuminata, per dire quale fosse la sorgente della propria poesia: je est un autre.

    Un altro che ci assiste da dietro le quinte negli stati liminali dell’esistenza e si presenta quotidianamente sul nostro cammino sotto infiniti travestimenti, ancora e ancora, sperando che prima o poi riusciamo a smascherarlo e, guardandolo, a riconoscere noi stessi. La nostra mostruosità. Il nostro splendore.

    Ho tentato di disertare per decenni questa strana caccia al tesoro, d’ignorare gli indizi, ma l’altro, insonne e infaticabile, non ha mai cessato di provare a richiamare la mia attenzione con i suoi modi bruti che scandalizzano la ragione, il guardiano zelante dell’artefatto sociale col quale nella maggior parte dei casi ci ostiniamo a identificarci con adesione ferma ed entusiasta. E nelle occasioni in cui la mia cocciutaggine s’è dimostrata più ottusa, non s’è fatto scrupolo a mettersi di traverso, inceppando tutto, tramutando il vago sentore della sua presenza in spiacevole sintomo.

    Da qualche tempo mi pare che l’altro borbotti qualcosa, che si sia fatto di nuovo più inquieto. Mi sembra d’intuire che abbia voglia d’andare altrove, ma al momento non sono ancora riuscita a comprendere dove, e mi chiedo quale sarà l’ospite di cui, come un parassita, si servirà per guidarmi alla meta o quali saranno le immagini con cui animerà il mio sonno per mostrarmi la rotta. La novità è che non sono riluttante stavolta, piuttosto curiosa. Forse addirittura impaziente.

    Listening to:
    Play it out – Wolf Alice

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  • Ogni cosa a suo tempo

    20 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    Ho sempre vissuto l’estate con una certa insofferenza: patisco il caldo e ho un colorito decisamente inadatto al sole del Sud del Mediterraneo. Tuttavia, quel che sempre m’ha disturbata di più di questa stagione è la sensazione da “sabato del villaggio” che la precede: quell’attesa, quelle illusioni che poi puntualmente precipitano nella quotidianità solita. L’estate mi piace ancora meno adesso che, in quanto lavoratore autonomo, agosto è solo un mese come un altro, che s’esaurisce tra una consegna e un F24 da pagare. Senza contare che agosto, per chi vive nelle regioni del Mezzogiorno, ha pure la sgradevole caratteristica d’accentuare all’improvviso la consapevolezza del tempo che passa. Nel ritrovarsi con amici e parenti che non si ha occasione di frequentare regolarmente, infatti, non si può non notare il cambiamento altrui e, di conseguenza, accorgersi in maniera più acuta anche del proprio.

    In tutta onestà, nella maggior parte dei casi – e, si badi, io non m’assolvo da questa colpa – si tratta di un cambiamento strenuamente negato, camuffato attraverso il mantenimento e l’assimilazione – o, sarebbe meglio dire, la maldestra imitazione – di stili e atteggiamenti propri d’età più verdi. Si tenta, insomma, un po’ tutti di fingersi sempre assolutamente attuali. Non è, però, il non voler fare i conti con l’idea del decadimento fisico e con la propria mortalità: è più un tentativo di mantenersi rilevanti in una società, quella capitalista, che si nutre del culto del “nuovo” e applica, pertanto, anche agli esseri umani il concetto di obsolescenza programmata.

    La glorificazione della gioventù e del presente, del resto, serve a puntellare un sistema in evidente declino, che collasserebbe rapidamente, se i popoli avessero la possibilità di osservare il passato e le sue conquiste in maniera spassionata, non sotto la lente deformante di visioni che convenientemente ne evidenziano solo gli aspetti negativi, e fosse concessa loro altrettanta obiettività nel valutare gli scenari futuri che si vanno concretizzando.

    Sfortunatamente, da decenni siamo il target di una sofisticata psy-op di massa, che ha sterilizzato ogni possibilità di dissenso usando la cultura come strumento d’elezione, in modo da espugnare le coscienze ed erodere la capacità di discernimento degli individui.

    All’origine di tutto c’è la nascita del postmoderno, grazie al quale è stata creata un’illusione di novità che, negando ogni possibilità di conflitto concettuale e stilistico, in quanto il nuovo è sempre prodotto mediante un’operazione di bricolage in cui il vecchio non è contestato e superato, bensì semplicemente riproposto e riassemblato, ha portato alla cancellazione dell’idea stessa di futuro. Il pastiche e il revival, che sono la cifra del postmodernismo, rappresentano – come sottolineò acutamente Fredric Jameson – la logica culturale del tardo capitalismo, che s’è impossessata perfino del nostro inconscio. In forza di ciò, il TINA tatcheriano è arrivato a essere accettato unanimemente come un dato di fatto, nonostante l’inoppugnabilità dei limiti del sistema.

    Non c’è, pertanto, da stupirsi che sia proprio la decade della Lady di ferro, che del capitalismo ha segnato il trionfo indiscusso, quella che oggi viene rispolverata ad nauseam nella moda, nei prodotti audiovisivi, nella musica e così via. L’inoculazione di questa nostalgia indiretta ai giovani dalla generazione Z a scendere, infatti, è uno dei cardini della modellizzazione preventiva di desideri, aspirazioni e speranze secondo i dettami del capitale. Basta guardarsi attorno per vedere che non esiste più alcuna traccia di quei moti di ribellione al pensiero dominante che nelle epoche passate segnavano una cesura tra i valori, l’estetica e la produzione culturale di una generazione e di quella successiva, che reclamava la propria voce e la libertà d’immaginare e costruire il proprio futuro. Oggi – per dirla con Mark Fisher – i concetti di “alternativo” e “indipendente”, lungi dall’indicare qualcosa al di fuori della cultura mainstream, sono divenuti degli stili organici a essa, perché non esiste altro se non un infinito presente, da cui sono banditi sia la sfida e il potenziale sovversivo dell’utopia sia il confronto dialettico con la tradizione.

    In questo contesto, se non ci si vuole trasformare rapidamente in individui irrilevanti e oggetto di derisione, non si può non atteggiarsi a giovani per sempre. La vecchiaia, infatti, rappresenta un tempo esteso, un’idea di prospettiva che confligge con l’orizzonte angusto di cui ha bisogno il capitalismo per continuare a prosperare, ed è per questo denigrata e messa alla berlina (si pensi all’uso del termine “boomer” in senso dispregiativo).

    Eppure io adesso, alla soglia dei quarantadue anni, so di essere una persona migliore di quanto non fossi in gioventù. Attraverso le esperienze vissute, negli anni ho ammorbidito molte asperità del mio carattere, corretto la miopia della superficiale intransigenza morale che m’era stata trasmessa e, abbandonando il dogmatismo avito, sviluppato un pensiero più critico e curioso, oltre ad aver imparato a riconoscere i miei trigger emotivi e le mie fragilità. Sono forse divenuta perfetta? Certo che no, ma credo d’aver aumentato il mio valore umano, essendo oggi un individuo più consapevole, aperto e compassionevole di prima; e non sarei potuta diventarlo se non avessi collezionato gli anni che m’hanno portata nel pieno della mezza età.

    Per il bene collettivo, sarebbe più utile valorizzare la saggezza che si accumula quando si finisce per sfregare contro la faccia scabra dell’esistenza, invece di incoraggiare l’intera società a mettere in scena una fittizia gioventù perenne. Disgraziatamente, tuttavia, uno dei pilastri del capitalismo è la totale indifferenza nei confronti del bene collettivo.

    Listening to:
    Ogni cosa a suo tempo – Moltheni

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  • Interea fugit irreparabile tempus

    12 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    […] ma egli ebbe quello che il suo cuore bramava, e tardò
    molto ad averlo, e forse non c’è felicità più grande.

    Dedicare la vita al tentativo di emendare un errore a partire dal quale pare che tutto il futuro sia stato compromesso, come il Pedro Damián di Borges, nella speranza di riuscire un giorno nell’impresa e assaporare, infine, l’impareggiabile letizia che è il premio per i traguardi raggiunti dopo lunga e laboriosa attesa.

    Ma come sopportare, nel frattempo, la pena tremenda della colpa dalla quale non si riesce ad assolversi, nonostante l’esoso tributo che le si è già pagato? Come resistere allo scoramento figlio della sterilità di ogni azione e dell’ignoranza del futuro? Come sopravvivere alla stanchezza degli anni, che si affastellano inutilmente in pile sempre più mastodontiche?

    Dialogare all’infinito col nulla, corteggiando desideri che appaiono via via più illusori, richiede o una disciplina inflessibile o uno sconfinato masochismo e io non credo m’appartengano né l’una né l’altro. Per disgrazia, tuttavia, la lista di ciò che non possiedo sembra includere pure il coraggio d’arrendersi e dunque, nel salasso travolgente dei giorni che passano, mi tocca espiare il viluppo inestricabile della codardia passata e di quella attuale.

    Listening to:
    Time – David Bowie

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  • “Touching from a distance…”

    7 agosto 2025
    Riflessioni
    agosto 2025

    Ci sono parole che si sa di dover scrivere, prima o poi. Appuntamenti indefiniti, che pendono come spade di Damocle in attesa che la gravità induca l’inevitabile. È una certezza quasi banale per quanto è lampante, una necessità non meno incoercibile del bisogno di respirare e che disgraziatamente del respirare non ha l’automatismo.

    Riuscire a stanare quelle parole, costringerle a uscire allo scoperto, è un’impresa che esaurisce progressivamente propulsione nello schianto ripetuto contro innumerevoli barriere. La ragione, la decenza, la discrezione, il tempo: tutto è nemico. Eppure non si placa la smania di provare a scovarle, ghermirle e consegnarle al mondo; non perché parlino all’umanità, ma perché arrivino dove debbono arrivare, a una destinazione ignota dalla quale forse si è interdetti. Il dubbio, tuttavia, non è sufficiente a sedare la follia di voler aggirare il possibile – probabile? – divieto, chiamando in soccorso il caso o il destino o qualunque altra cosa possa tornare utile allo scopo.

    Listening to:
    Transmission – Joy Division

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  • Akrasia

    26 luglio 2025
    Riflessioni
    luglio 2025

    Mi duole il tempo in ogni cellula del corpo, questa Quaresima che non ha visto un Carnevale preliminare, né conoscerà Pasqua, o almeno tanto sembrano suggerire gli indizi che si raccolgono quotidianamente. Mi duole quest’anticamera che non pare avere porte e non si capisce, dunque, a che scopo vi si debba soggiornare. Mi duole il tempismo sfasato del mio metronomo interiore, che ha sempre rintoccato i battiti sbagliati. Mi duole l’imbecillità continua del consueto tentativo indefesso di rianimare fantasmi. Mi duole la mancanza d’astuzia d’una volontà masochistica che s’intestardisce a sperare.

    Listening to:
    Antarctica – Divorce

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  • Bastian contrario

    22 luglio 2025
    Riflessioni
    luglio 2025

    Ho sempre odiato gli intellettuali limpidi, forbiti e remoti. Quelli la cui voce personale sul registro è specchiata e non si potrebbe mai accusarli d’aver avuto una passione che fosse men che ineccepibile. Quelli per cui, se un romanzo non è all’altezza di Tolstoj o Balzac e non è per lo meno d’impegno civile, allora è spazzatura da ombrellone; e non importa che, magari, si tratti di Richard Yates o di Dino Buzzati. Quelli a cui perfino Harold Bloom e il suo canone occidentale sembrano sbracatamente indulgenti, perché, come non mancano sempre di sottolineare con espressione tra il paternalistico e l’affranto, dopo la letteratura greca è stato solo declino.

    Tra il sommo e l’infimo, tuttavia, ci sono gradazioni infinite e di tanto in tanto si può – e si dovrebbe – pescare qualcosa a metà e concedersi di trarne diletto, anche se si ha familiarità con i grandi capolavori. Così come si può – e si deve – riconoscere il valore di opere acute e irriverenti, che non si sono fatte scrupoli di smontare le forme rituali e di giocare con i mostri sacri della letteratura senza farsi paralizzare dall’ossequio obbligatorio, perché apprezzarle sinceramente non equivale a un delitto di lesa maestà. Ci vogliono, infatti, più genio e più conoscenza e amore nei confronti della fonte per “dissacrare” Amleto come ha fatto Tom Stoppard, che non per vomitare l’ennesima torma di esausti superlativi esornativi all’indirizzo di Shakespeare.

    Non che il sublime William di Stratford-upon-Avon non li meriti tutti gli elogi, inclusi i più sovrabbondanti ma, dato il suo acume, scommetterei qualunque cifra sul fatto che, fosse stato in vita, sarebbe stato il primo a essere conquistato dal candido (e divertente) disorientamento di due poveri cristi che non sanno nemmeno perché stiano dove stanno o perché accada loro quel che gli accade e, soprattutto, perché lanciando una moneta infinite volte questa cada sempre immancabilmente sulla testa.

    È questa nostalgia dell’Eden, questo pernicioso culto del passato – che non è usato come esempio né come pungolo o come controparte con cui intavolare un processo dialettico, bensì esclusivamente come un’icona davanti alla quale non si può fare altro che genuflettersi con sacro timore – a sclerotizzare il panorama letterario e artistico contemporaneo in Italia, il paese in cui le accademie sono il sancta sanctorum di figure che, non importa se vecchie o giovani, nella maggioranza dei casi hanno lo spirito ammuffito e nessuna voglia di reclamare la propria voce autentica, limitandosi a rimasticare questo o quel pensiero, purché si tratti di cose risalenti ad almeno cinquant’anni fa. Con le uniche eccezioni dei gender e, in una prospettiva più ampia, degli ethnic studies che, tuttavia, pur essendo indispensabili ed essendo nati con intenti lodevoli, ironicamente si stanno sempre più avviando verso l’intolleranza e la cancellazione di ogni voce dissonante.

    Forse, però, mi sbaglio e il mio disfattismo culturale non è che l’ennesimo prodotto della mia caratteristica indole “eretica”. Nel tentativo ozioso di dirimere la questione, intanto mi trastullo senza vergogna con una canzone leggera ed estiva…

    Listening to:
    A distant life – The Murder Capital

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  • Pompieri, incendiari e visionari

    19 luglio 2025
    Riflessioni
    luglio 2025

    Se la nostra vita manca di zolfo, cioè di una costante
    magia, è perché ci compiacciamo di contemplare le nostre
    azioni e di perderci in riflessioni sulle forme fantasticate
    delle azioni, anziché lasciarci condurre da esse.

    Immaginare le possibilità e inseguirle, non escluderne alcuna – non ancora e forse mai – convincendosi che l’agentività duri quanto il proprio tempo e non esistano date di scadenza. O, all’opposto, affrettarsi a procacciarsi uno striminzito premio di consolazione, ben più esiguo del minimo sindacale, per poter almeno dire di non esser rimasti del tutto a mani vuote.

    È curioso come in una manciata di giorni due amici della stessa età m’abbiano rivolto esortazioni antitetiche e, considerando le differenze nelle variabili statistiche, è certamente interessante dal punto di vista sociologico. Da un lato m’è giunto un invito alla baldanza e a non considerare precluso alcunché; dall’altro un incoraggiamento a demistificare ogni velleità con disdegno volpino, a lasciarsi espugnare dalla rassegnazione con apparente serenità.

    Nondimeno, per quanto superficialmente contraddittorie, entrambe le sollecitazioni poggiano sul medesimo assunto: l’individuo ha il controllo sulla propria vita e ne può instradare a piacimento l’itinerario. M’è venuto allora da pensare al magnifico ribelle Antonin Artaud, alla sua idea che questa potestà includa finanche la possibilità d’accendere la vita come s’innesca una miccia, per cui pure la magia e il mistero scaturirebbero da atti deliberati.

    Nessuna delle suddette visioni, tuttavia, mi convince pienamente. Ai miei occhi, infatti, ciascuna inciampa nella mancata considerazione della schiera completa degli attanti che contribuiscono alla scrittura della storia di ciascuno, a prescindere da quanta volontà, costanza e programmazione si possa avere. Oltre a tener presente l’innegabile verità che l’individuo è costantemente immerso in un oceano di forze esterne manifeste, che lo influenzano e hanno il potenziale di deviare le traiettorie impostate, ho sempre avuto l’impressione che esista un reticolato invisibile di connessioni che conduce inevitabilmente a certi appuntamenti, a certi luoghi, a certe persone. Che piaccia o meno.

    Non è sicuramente possibile – tantomeno auspicabile – abbandonarsi a tali forze, ma ho sempre considerato sciocco ritenere che si possa piegarle in ogni circostanza. Mi pare ovvio che non si abbia mai il pieno controllo dei risultati, al pari del contadino che semina e, se lo fa nella stagione più propizia e con la tecnica corretta, può ragionevolmente sperare di raccogliere a tempo debito, ma ciò non costituisce in alcun modo un’ipoteca sugli eventuali frutti. Gelate, siccità, inondazioni, parassiti: sono tanti gli antagonisti che non può scartare. E così è necessario aprirsi all’idea che la vita in larga parte accada da sé.

    Nel mondo contemporaneo pare ridicolo che una persona moderatamente colta possa credere che ogni uomo abbia un destino. Occorre, piuttosto, essere cinici e realisti, ragionare in termini scientifici e rifiutare tutto quel che puzza di soprannaturale come una trogloditica superstizione. Eppure non m’è mai riuscito di sfrattare certe idee, forse deleterie, e chissà che non stia già pagando il prezzo di questa incapacità.

    Listening to:
    Tell me I never knew that – caroline & Caroline Polachek

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  • Haiku #1

    15 luglio 2025
    Poesia
    luglio 2025

    Verde la grazia
    elusiva intagliò
    il suo sigillo.

    Listening to:
    Wound – The Smashing Pumpkins

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NIENTE DI ALIENO

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