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  • Fare o non fare

    19 febbraio 2025
    Riflessioni
    febbraio 2025

    La vita è sempre nient’altro che un tentativo. Si prova a farne qualcosa, al meglio delle proprie possibilità. La boria incoraggia alcuni ad affrontarla come fosse un progetto, ma in essa non c’è nulla che abbia la natura prevedibile – quell’espletarsi indefettibile e impassibilmente procedurale – di un algoritmo e, dunque, non è mai davvero possibile avere il controllo totale di azioni e conseguenze. In qualunque momento forze esterne – il caso, gli altri, le fatalità, la grazia… – possono mettere a soqquadro il diagramma di flusso che abbiamo minuziosamente elaborato e tutto può sfumare o fiorire inopinatamente.

    Forse scrisse bene colui che la definì “uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro”.

    *****

    Da qualche giorno c’è una matita che occhieggia per richiamare la mia attenzione; implora d’essere afferrata e usata per scombiccherare un altro dettaglio del mio personale sbozzo nel vuoto. Tuttavia, il timore – meglio, la speranza inconfessabile – che, pur nella sua mondana e quintessenziale inutilità, lo scarabocchio potrebbe finire per non essere un tentativo inane, è come una paralisi improvvisa e irreversibile.

    Così me ne sto come la moglie di Lot davanti alle scelleratezze di Sodoma, consumandomi nell’inazione, nell’ideazione preliminare, nell’intenzione della perfezione che immancabilmente inibisce la realizzazione di alcunché. Come sempre irragionevolmente nemica di me stessa e come sempre pusillanime, anche quando nell’impresa non ci sarebbe davvero nulla che si potrebbe finire per perdere…

    Listening to:
    Quiet light – The National

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  • Messaggi in bottiglia

    8 febbraio 2025
    Riflessioni
    febbraio 2025

    […] solo questa è la porta da cui,
    se mai, potrai trovare scampo.
    Scrivi, scrivi.
    Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via,
    una riga si potrà salvare. (Forse).

    Ho visto tante albe ultimamente. È forse il solo risvolto gradevole di questi tempi dissanguati dall’incombere di una filza infinita di scadenze che, mentre si smaltiscono, si rigenerano. Il lavoro rende la vita un uroboro obnubilante, ma non è questa la ragione della mia imperdonabile diserzione, ché – a volerlo davvero – il tempo di passare da qui in un modo o nell’altro l’avrei potuto accozzare. È, piuttosto, il disagio di sapere d’avere addosso occhi predatori, che sorvegliano questo posto con regolarità maniacale. È tale controllo ossessivo, che sbigottisce e infastidisce in pari misura, a togliere il piacere di frequentare la mia stanza viola.

    Ho sempre saputo e accettato che l’espormi scrivendo “in pubblico” comportasse inevitabilmente attirare lettori sgraditi, ma vi sono circostanze che rendono alcuni sguardi particolarmente molesti e non è solo (e non è tanto) l’indiscrezione a spiacere – l’idea che venendo qui si possano carpire chissà quali segreti – è l’impressione d’essere studiati per poter essere meglio decifrati e manipolati o perché si possa identificare una falla da cui trarre vantaggio all’occorrenza.

    Riconosco che sia paradossale dolersi delle infrazioni alla propria privacy, dacché s’è deciso di sacrificare volontariamente il proprio culto della riservatezza esibendo la propria vita interiore sul web. Ma non si tratta d’una scelta fatta a cuor leggero. Non è per capriccio che si viene qui a scrivere: è per necessità.

    E la necessità s’è fatta nuovamente vivida e pungente in una delle tante albe salutate, mentre il giorno si schiudeva rosato e croccante e tiepido come in un anticipo di primavera. Ché quest’attività apparentemente futile, per l’ennesima volta, m’è apparsa nitidamente per quel che è: la sola cosa che mi riesca, se non proprio bene, di certo meglio di tutte le altre. E, dunque, l’unica risorsa che ho, ché intimamente ho sempre intuito l’impossibilità d’avere altra salvezza, grazia, incantesimo o esorcismo. Se qualcosa di buono è destinato a venire per me, sarà per questa via; non vedo come potrebbe essere altrimenti.

    Ancora una volta, in assenza d’alternative, non mi resta che prendere atto della necessità di raccontarmi – agli altri come a me stessa – scrivendo queste “lettere al mondo” quale farmaco per sconfiggere ritrosia e inazione e nutrire la speranza, pregando che uno dei tanti messaggi in bottiglia affidati a un destino ignoto, prima o poi, a dispetto degli sguardi malevoli e invadenti, s’areni sulla riva giusta.

    Listening to:
    Il diavolaccio – Marco Parente

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  • Sotto controllo

    26 gennaio 2025
    Poesia
    gennaio 2025

    Curiosità foranee
    fameliche
    sorvegliano il fiore asserragliato
    nell’ermetico bocciolo.
    Bramano ghermire segreti
    annidati nel fitto difensivo
    dei petali, intralciando molesti
    la schiusa.

    Listening to:
    The fall – The Murder Capital

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  • “Te piace ‘o presepe?”

    23 dicembre 2024
    Riflessioni
    dicembre 2024

    Eh… Questo Natale si è presentato come comanda Iddio. Co’ tutti
    i sentimenti si è presentato, d’altronde lo deve fare è il mese suo.

    Fa freddo. Da giorni piove e grandina a intermittenza, a seconda di quel che sul momento impone il ponente screanzato coi suoi schiaffoni brutali, che sbatacchiano senza riguardi tutto ciò che ha la sventura di non trovarsi al riparo. E allora – sebbene dalle mie parti il “Natale come comanda Iddio” sia generalmente tiepido e soleggiato – come si fa a non pensare a Luca Cupiello che, in un incipit teatrale tra i più gustosi, non entra in scena, bensì emerge poco a poco davanti agli occhi del pubblico, sbucando da una valanga di coltri e sciarpe e scialli, per poi iniziare il noto batti e ribatti di punzecchiature con la moglie Concetta?

    C’è stato un tempo – nemmeno così lontano – in cui si credette appassionatamente nell’importanza di comunicare con le classi popolari usando stilemi che fossero loro familiari, per risultare accessibili al grosso di una nazione ancora largamente analfabeta o poco più, senza tuttavia lasciare da parte la profondità. L’idea era che sensibilità e intelligenza non avessero nulla a che vedere col censo e che al popolo non mancassero affatto le facoltà per poter elaborare concetti complessi. Si guardava agli strati meno abbienti della società con rispetto, riconoscendone il potenziale e ossequiando il valore delle loro tradizioni, convinti che si dovesse solo aiutarli ad affinare il gusto e appuntire gli strumenti espressivi.

    Oggi, invece, da un lato si accusano di paternalismo tutti i tentativi di educare le classi popolari e dall’altro si trattano queste fasce sociali con derisione e un disprezzo da ancien régime, considerandole una massa d’irrecuperabili ottentotti a cui ammannire crasse sciocchezze concepite in maniera sbrigativa e scontata, che non servono ad altro, se non a incoraggiare chiunque vi sia esposto a rotolarsi sempre più entusiasticamente nella melma dei bassi istinti e a seguire con zelo inappuntabile il decalogo del perfetto consumatore, al quale è proibita ogni emozione che non sia connessa con – o sublimabile in – qualcosa di materiale.

    Nel frattempo, la “cultura” se ne sta custodita, accuratamente serrata a tripla mandata, in un sancta sanctorum praticabile solo per uno sparuto gruppo di eletti, nella quasi totalità dei casi insigniti di questo diritto per successione dinastica. E proprio la sinistra, nata a suo tempo per rappresentare e difendere chi non ha sostanze sufficienti per provvedere da sé a far valere le proprie istanze, ormai da decenni – per lo meno nell’Occidente ubriaco di capitalismo – è la paladina per eccellenza di questo vomitevole snobismo, che lusinga le classi egemoni mentre arrocca sempre più il privilegio e la sperequazione. Salvo poi stupirsi di questa o quella débâcle elettorale, come se fosse stata ingenerosa e imprevedibile.

    Non c’è niente da fare: a me, proprio come a Nennillo, questo “presepe” non piace affatto e penso che ci sarebbe un disperato bisogno di un ritorno del “paternalismo” alla Eduardo, prima che per alcune generazioni diventi disgraziatamente davvero troppo tardi per fare qualcosa.

    Listening to:
    Father Christmas – The Kinks

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  • Grandine

    21 dicembre 2024
    Poesia
    dicembre 2024

    Nel buio dicembrino angariato dal vento
    il cielo brusco sbaccella semi
    di ghiaccio a cascata,
    come una malaccetta pioggia
    di riso aspersa su sposi infelici.

    Listening to:
    Night sky – Andrew Bird

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  • Metanoia

    11 dicembre 2024
    Riflessioni
    dicembre 2024

    Domenica sera faceva freddo, il falso freddo di qui, quello che non dipende tanto dalla temperatura, quanto dal vento. Per l’Immacolata, insieme alle luci colorate che per poco meno d’un mese fioriranno a intermittenza dopo ogni tramonto, ha deciso di presentarsi la tramontana, che dispettosa guizza e s’insinua in ogni fessura e pizzica le narici, costringendo il respiro ad accorciarsi mentre la pelle s’increspa di brividi.

    Su via Risorgimento – poco lontano da casa, all’altezza delle scuole – m’è parso di ritrovare per un istante l’odore di quei pomeriggi bui in cui si usciva per incontrarsi con gli amici, senza che ci fosse bisogno di appuntamenti, giacché il luogo verso il quale tutti inevitabilmente confluivamo era la marina, dove l’aria fine d’inverno s’ingrossava dell’aroma salmastro e ferroso delle panchine. E poi si passeggiava e chiacchierava, stretti nei cappotti, con le mani in tasca e le punte delle dita intirizzite, ciascuno sperando d’incontrare – o non incontrare – qualcuno in particolare.

    Per un momento mi sono sentita uguale a quei tempi. La Maria adolescente che guardava sempre in basso e, perciò, le persone che desiderava incontrare più che vederle le intuiva soltanto. La Maria che attendeva dicembre e quei pomeriggi e quelle serate punteggiate di lucine lampeggianti per undici mesi all’anno, e si rammaricava che passassero sempre troppo in fretta.

    È stata questione di un attimo. Poi, estemporanea com’era venuta, la sensazione se n’è andata, lasciando il posto alla consapevolezza che la ragazza di ieri è ormai familiare tanto quanto lo sarebbe la propria immagine impressa in negativo s’una lastra fotografica: grosso modo coerente, ma di fatto non identica, perché invertita.

    Ribaltarmi, capovolgermi. Mi sento come se m’avesse fatto questo la vita e, benché sia stato alto il prezzo da corrispondere, non mi pare un male. Assaporo il privilegio d’addentrarmi in un altro dicembre con cuore e mente e occhi nuovi, confidando d’essere più vicina a trovare l’angolazione migliore da cui osservare le cose.

    Listening to:
    Lost changes – Beth Gibbons

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  • Beautiful loser

    4 dicembre 2024
    Riflessioni
    dicembre 2024

    In un modo o nell’altro, tutti si sta rinchiusi in prigioni fonematiche (o grafemiche, a seconda del medium), cubicoli angusti che ci delimitano in perimetri ricevuti o autoimposti.

    Si fa presto a dire che non ci si dovrebbe lasciar condizionare dalle etichette che ci affibbiano, né imprigionarsi nelle definizioni che ci assegniamo da soli. Il fatto è che è impossibile dire solo “io sono”, accontentarsi di questa affermazione scarna senza corredarla di attributi. “Io sono” non è sufficiente, suggerisce un’assenza che suscita un languore impaziente e – con le infinite porte che lascia aperte – ci precipita nell’imbarazzo della scelta, l’abisso più spaventoso che esista.

    Conosciamo il mondo per distinzione. Il buio in quanto assenza di luce, l’alto come opposto al basso, il caldo come ciò che non è freddo. Se non mi definisco buono e non mi dico cattivo, allora cosa sono? L’ambivalenza fastidiosa che avvertiamo affiorare la seppelliamo, quindi, con una sovrabbondanza di specificazioni. Peccato che quella abbia il vizio di rimanere come un rauco rumore di fondo…

    L’anestetico d’elezione, nella maggioranza dei casi, è esteriorizzare quel che inconsciamente sentiamo appartenerci ma non riusciamo ad attribuirci, per illuderci che si possa prenderne le distanze. E così vivere una quotidianità “serena”.

    Eppure monca, dimidiata, costretta.

    A questo punto della vita, sono stanca delle finzioni di comodo e delle prospettive parziali, tanto di quelle edulcoranti quanto di quelle svilenti. Ho già sprecato la gioventù a guardarmi “di profilo”. Prima di sperperare pure questa età di mezzo, è tempo di prendere coraggio e reclamare e le incapacità, i difetti, l’inconcludenza e, finalmente, anche quanto c’è in me di peculiare in senso positivo. Riconoscere che, sì, non c’è dubbio che abbia una naturale attitudine al fallimento, ma che a essa faccia da contrappeso un’altrettanto innata “bellezza” e che la mia grazia distintiva sia proprio l’irripetibile alchimia tra questi due estremi.

    E prendere atto una volta per tutte che da qualunque cosa che ignori l’una o l’altra non possano che venire nocumento e infelicità.

    Listening to:
    Birds – Neil Young

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  • Armistizio

    23 novembre 2024
    Riflessioni
    novembre 2024

    Chissà se questa quiete che ultimamente mi sabota la scrittura è il segno di un assestamento interiore, della cessata belligeranza tra le istanze dell’accomodamento e della giustizia, della ragionevolezza e della speranza, della logica e del cuore; oppure è solo una prematura avvisaglia della vecchiaia, che tutto annacqua e illanguidisce di pari passo col declinare – tra le altre – della facoltà di sopportare la frizione infiammatoria delle emozioni violente e antinomiche.

    Che possa esser vera la prima ipotesi me lo fa pensare il senso di pacificazione che sono giunta a sentire nei confronti del passato recente e remoto, che rende ormai superflua – e perfino quasi indesiderabile – ogni damnatio memoriae cautelativa, così come ogni masochistica rivangatura.

    Quel che è stato è stato ed è servito a qualcosa.

    Ecco, se c’è un merito che posso riconoscermi, è l’aver imparato a non sprecare alcuna sofferenza, ad ascoltare l’ambasciata di ogni amarezza, anche quando il messaggio è spiacevole. Pazientemente ho smontato ogni illusione che nutrivo riguardo a me stessa e gli alibi di comodo che impedivano di vedere quanto nulla sia mai stato casuale – a eccezione del milieu in cui sono venuta al mondo – o frutto di un perverso accanimento del destino. Il fronte del conflitto è sempre stato tutto interiore, così come lo erano le armate impegnate nel combattimento, e ogni scintilla esterna non era che il pretesto per prolungare inani ostilità.

    Assumersi la responsabilità della propria vita è un’investitura dolorosa, eppure rinvigorente, in quanto restituisce il potere congenito al quale s’era inconsciamente abdicato. L’attrazione nei confronti di ciò che è nocivo per se stessi, quell’apparentemente invincibile forza centripeta a cui si pensava di potersi solo abbandonare, è una scelta personale. Non c’è nulla di predestinato nell’incaponirsi a immolarsi sui campi di battaglie inutili e comunque già perse in partenza.

    Quando finalmente ce ne si accorge, tutto quel che resta da fare è sventolare bandiera bianca e dirottare i propri sforzi sul perseguimento della pace.

    Listening to:
    Words lost meaning – The Murder Capital

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  • Bonaccia

    10 novembre 2024
    Riflessioni
    novembre 2024

    Day after day, day after day,
    We stuck, nor breath nor motion;
    As idle as a painted ship
    Upon a painted ocean.

    Tanto vale scrivere di questo, piuttosto che continuare a non scrivere. Tanto vale raccontare l’afasia. Non è che manchino i pensieri: è la definizione a difettare. Nell’inerzia di queste settimane di quiete snervante, nella loro impassibile monotonia, i pensieri affiorano vaporosi come nuvole e altrettanto imprecisi nei confini, e non sovvengono le parole che possano digrossarli.

    Nel frattempo non s’intravede all’orizzonte cosa possa interrompere l’estenuante agonia di quel che ormai lo spirito ha largamente superato, affinché anche la realtà materiale si metta al passo. Anzi, peggio: i prossimi appuntamenti in agenda hanno il sentore stantio di un passato che pare preistoria, da tanto s’è cambiati.

    Invece, a dispetto di tutto, ancora una volta – l’ennesima e certamente non l’ultima – mi ritroverò a contendere alla sovrimpressione di emozioni e considerazioni altrui il diritto di averne di mie e del tutto differenti, perfino antitetiche, e il diritto di non essere invidiosa né triste né frustrata. Ancora una volta sarò costretta a sperimentare il dispiacere d’essere fraintesa e sconosciuta, completamente ignorata in quel che la filosofia definirebbe la mia “singolarità”. Ancora una volta mi toccherà inghiottire la pena di sapere che nell’intimo dà una perfida soddisfazione l’immaginarmi disperata o in difficoltà e che insuccesso e avvilimento sono tutto quel che s’è sempre inconsciamente desiderato per me.

    Per farmi coraggio mi ripeto che andrà bene, che questa volta dalle stilettate incassate non potrà scaturire il consueto dolore reattivo, quell’incendio accecante che innesca brusche risposte di cui pentirsi. Non potrà, perché ormai sono più solida e consapevole e anche rassegnata. Eppure resta vivo il timore che i fatti possano smentirmi. E – chissà! – forse tra non molto ci sarà amarezza d’avanzo da sfogare scrivendo qui.

    A pensarci, in fondo, la bonaccia persistente degli ultimi tempi non pare poi tanto spiacevole…

    Listening to:
    I need new eyes – Mount Eerie

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  • Identità

    13 ottobre 2024
    Riflessioni
    ottobre 2024

    Todas las cosas son palabras del
    idioma en que Alguien o Algo, noche y día,
    escribe esa infinita algarabía
    que es la historia del mundo. En su tropel

    pasan Cartago y Roma, yo, tú, él,
    mi vida que no entiendo, esta agonía
    de ser enigma, azar, criptografía
    y toda la discordia de Babel.

    Periodicamente tocca rinnovare i documenti e così può capitare che le urgenze burocratiche si trasformino in occasioni per riflettere su di sé e sugli stringati tratti che dovrebbero descrivere un’identità, la propria. Asettici, come una data di nascita, e superficiali, come un indirizzo di residenza, ed esteriori, come una fotografia e la misura di un’altezza, dovrebbero individuarci in modo inequivocabile, distinguerci oltre ogni ragionevole dubbio dalla moltitudine degli altri.

    E, certo, il volto è cosa assai personale; ma che racconta quell’immagine cristallizzata su un anonimo sfondo bianco, se non il lieve disagio e la rigidità che prendono il sopravvento dietro l’esigua privacy offerta dalla lercia tendina d’una cabina per fototessere? Dice forse che nei dieci anni passati tra il nuovo documento e il precedente, seppure si appaia ancora pressoché uguali, niente – o quasi – sembra essere rimasto illeso?

    E ha mai detto nulla di rilevante quel pezzo di carta, fin dalla sua prima versione, risalente ormai a ventisei anni fa? Ha mai raccontato di come io sia il frutto della frizione lancinante tra le pareti dello spazio angusto in cui ero stata confinata e l’immensità della mia fantasia? Di come, a crescere con entusiasmo in una selva di paletti, si finisca come una pianta che caparbia aggira gli impedimenti torcendosi e flettendosi e diventando un bizzarro groviglio, un’aberrazione rispetto a quel che sarebbe dovuta e potuta essere?

    Per fortuna, chi sono non lo so con la nettezza fendente di un dogma nemmeno io, ché così tanto resta ancora da esplorare!

    Ventisei anni fa ero certa si potesse distinguere il bene dal male, additare l’uno e l’altro, riconoscendoli senza tentennamenti. E cinque anni dopo credevo che i miei comportamenti giudiziosi m’avrebbero guadagnato un destino benevolo. E dieci anni fa pensavo d’averlo finalmente incontrato. E oggi? Oggi sono conciliante dove prima ero intransigente e disincantata dove prima ero illusa.

    Ecco, forse la sola certezza rocciosa che ho è quella d’essere – e probabilmente d’essere sempre intimamente stata – una pessimista titubante, che s’impegna appassionatamente a rassegnarsi al peggio, ma con spontaneità bambinesca finisce sempre per ritrovarsi vulnerabile nei confronti dei sussulti della speranza.

    Listening to:
    Tiny suicides – Bright Eyes

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NIENTE DI ALIENO

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