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  • Perline colorate

    30 settembre 2024
    Riflessioni
    settembre 2024

    Ed una delle ragioni principali che allontanano dal vero
    cammino che dovrebbero seguire coloro che si affacciano a
    queste conoscenze, è l’idea che si ha da principio, che le
    cose buone sono inaccessibili perché si dà loro il nome di
    grandi, alte, elevate, sublimi. E così si rovina tutto.

    Cos’è una vita in cui il buono a cui puntare è solo quello attingibile, il nettare annacquato, la gratificazione andante a un tiro di schioppo, il compiacimento mediocre a portata di chiunque? C’è – deve esserci! – sempre una porta stretta da varcare, una selva di pericoli, un sentiero tortuoso e irto di tranelli attraverso cui laurearsi coraggiosi e meritevoli. C’è – deve esserci! – un issarsi sulle punte e arrampicarsi, sfidando lo sprezzo verticale di quel che dal buono vorrebbe escluderci; altrimenti a cosa vale la meta?

    Oppure no.

    Forse non è vero che quel che è difficile e distante ed esigente sia più sommo e prezioso e desiderabile. Forse non so niente e non ho mai capito nulla. Forse le cose buone sono minuzzoli qualsiasi, manciate di perline colorate, invece che gemme da strappare a fatica dalla roccia. Forse dovrebbero essere comode e destare sospetto allorché non lo sono, e non viceversa. Forse la soddisfazione più grande è riceverle senza essersele guadagnate, come un diritto naturale che sorge in capo dalla nascita per il solo fatto d’essere venuti al mondo. Forse non è peregrino sperare che questo diritto valga erga omnes e che le cose buone – che siano grandi o piccole, eccelse o insignificanti – siano destinate a tutti.

    Sì, perfino a me.

    Listening to:
    Can’t pretend to know – The Murder Capital

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  • Oracoli

    20 settembre 2024
    Riflessioni
    settembre 2024

    Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che
    avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete
    ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla.

    Ho un’app sul telefono che ogni giorno mi dà un consiglio spontaneo. Da sempre vado alla ricerca di questi avvertimenti fortunosi; che si tratti di aprire una pagina a caso d’un libro o di pescare alla cieca una carta dei tarocchi, è il mio modo di mantenermi ricettiva nei confronti di quel che non dipende dalla mia volontà, di quelle possibilità che vogliono accadere e se ne stanno in trepidante attesa del momento in cui la smetterò di recalcitrare e impuntarmi per mantenere la vita nel binario in cui vorrei costringerla. Se vogliamo, è il mio modo di mantenermi scettica nei confronti della lungimiranza del mio giudizio. Del resto, i fatti hanno dato prove abbondanti che il discernimento non è una delle qualità che posseggo.

    Così mi abbandono allo slancio di quel che va da sé senza sforzo né intenzione né condizionamenti, confidando che mi capti nella sua disinvolta corrente e mi dirotti, portandomi lì dov’è previsto che giunga e al momento opportuno.

    E, a ben guardare, quanta saggezza c’è ogni volta nei messaggi che ricevo!

    In questo momento hai bisogno di qualcosa di tenero e gentile.

    È quanto mi ha detto oggi il mio consulente virtuale e non c’è niente di più vero, ché da troppo tempo – o forse da sempre – quel che più mi manca è la grazia di una carezza. Di una cortesia gratuita, che non vada meritata e sia assolta dall’obbligo di restituzione. Di una dolcezza inevitabile, alla quale non si possa sfuggire acquattandosi dietro uno scudo di autocritica o senso di colpa.

    L’errore è stato credere fin qui che fosse solo una concessione da implorare ad altri – o meglio, da desiderare con arsura silenziosa e disperata, ché a dispetto dell’urgenza il coraggio di chiedere non l’ho avuto mai – quand’è in primis a me stessa che dovrei rivolgere la supplica.

    Dormire a sufficienza, mangiare quanto e come si deve, iniziare a dar seguito ai buoni propositi, accudire me stessa e pensare che non sia vanità, che queste attenzioni siano giuste e dovute, che non si possa far sempre il limone e spremersi fino all’ultima goccia. Ecco la tenerezza che è più indifferibile, la gentilezza che è più necessaria e la grazia che è più improbabile che ottenga.

    Listening to:
    Terrible love – The National

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  • Nel labirinto

    14 settembre 2024
    Riflessioni
    settembre 2024

    No habrá nunca una puerta. Estás adentro
    y el alcázar abarca el universo
    y no tiene ni anverso ni reverso
    ni externo muro ni secreto centro.
    No esperes que el rigor de tu camino
    que tercamente se bifurca en otro,
    que tercamente se bifurca en otro,
    tendrá fin. Es de hierro tu destino
    como tu juez. No aguardes la embestida
    del toro que es un hombre y cuya extraña
    forma plural da horror a la maraña
    de interminable piedra entretejida.
    No existe. Nada esperes. Ni siquiera
    en el negro crepúsculo la fiera.

    È settembre ed è ventoso, grigio di pioviggine e fresco da intirizzire la pelle nel sonno, se si dimentica la finestra spalancata.

    La prima avvisaglia d’autunno.

    Eppure quest’anno non basta. Non soccorre nemmeno la consueta fioca felicità dell’anticipazione della stagione delle foglie cadenti – che pure tanto amo – in questo groviglio strampalato, che non si può dipanare perché non ha capo né coda, come un anello infinito in cui tutto è ugualmente futile e insignificante e non si può che tornare sempre nel punto da dove s’è partiti e quel che cambia di volta in volta è solo l’essere sempre più vecchi.

    Proseguo attraverso questo “odiato sentiero di monotone pareti” con inerzia svogliata e lo sguardo smagato di chi s’è assuefatto alla delusione e all’iniquità e prende atto dello sfacelo, registrandolo come una realtà irreversibile, l’esito naturale di un vizio congenito. Per questo m’hanno allevata e io, come sempre obbediente, per questo mi sono spesa con zelo indefesso, facendo del fallimento il mio capolavoro, la mia sola eccellenza.

    Listening to:
    Weeping wall – David Bowie

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  • Tanti auguri a me(?)

    10 settembre 2024
    Riflessioni
    settembre 2024

    In fondo, oggi non è che un giorno come un altro in questa vita che si sbriga con meccanicità preterintenzionale, come una pratica scocciante, e in cui si fa – o non si fa – coartati come sonnambuli da forze che non si possono dominare: il dovere, il lavoro, le contingenze quotidiane…

    Si scivola tra le cose con inerte malleabilità, senza una stella polare né una meta, senza soddisfazioni né gioie e, da qualche tempo, senza neppure il familiare malessere pulsante che rintoccando dolorosamente dava la prova d’essere vivi. Un torpore sepolcrale s’è preso tutto, incluse le parole, al punto che scrivere pare all’improvviso essere diventata una fatica improba e una velleità esorbitante.

    Vien voglia solo di dormire, dormire e arrendersi, cavandosi dall’obbligo di dover costantemente dar prova d’essere perfettamente autonomi e indipendenti, di bastare a sé stessi. Vien voglia solo d’immaginare di aver qualcuno che dica «faccio io… sono qui… lascia che ti aiuti…» e potersi prendere il lusso d’essere deboli e bisognosi di cura, come una cosa fragile e preziosa.

    Sembra tutto così enorme, sproporzionato rispetto alle energie che si hanno. E ogni azione pare insulsa e inutile: l’arrabattarsi diurno per non si sa che e le notti insonni e i buoni propositi fumosi e i pensieri tetri che ristagnano putridi e incapaci di deterrenza.

     

    Sono vecchia e sono stanca.

     

    Listening to:
    Firefighters – Being Dead

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  • Il nuovo che avanza

    15 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro
    sapere, e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento,
    forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior
    fiducia che le nostre gioie. Ché sono esse i momenti in cui qualcosa
    di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto; i nostri sentimenti
    ammutoliscono in casta timidezza, tutto in noi indietreggia, sorge
    una calma, e il nuovo, che nessuno conosce, vi sta nel mezzo e tace.

    In un corteo di giorni soffocanti, l’estate procede flemmatica verso il suo declino. Il Ferragosto è arrivato e dopo, come sempre, settembre giungerà precipitosamente e settembre continua tuttora a sopraffare col senso incalzante d’un secondo inizio d’anno, un poco perché è difficile liberarsi delle memorie scolastiche, nonostante il tempo trascorso, e un poco perché, se fossi di quelli che festeggiano, è il mese in cui spegnerei le candeline. Gli auspici e i buoni propositi, tuttavia, ormai s’inventariano con poca convinzione e stavolta ancor più che nel recente passato. Infine la sfiducia – o la ragione, secondo i punti di vista – pare aver preso il sopravvento perfino su di me, ché tanto qualunque cosa faccia – e ne ho fatte di cose insolite negli ultimi dodici mesi! – o non faccia, come per una crudele proprietà commutativa, non cambia il risultato finale.

    Perciò già adesso inizia a riaffiorare la tristezza, col suo sentore ammuffito, come l’umidità che risale da fondamenta raffazzonate. E però viene anche voglia di osservarla, questa tristezza soffusa che monta senza posa, e di chiedersi cosa stia a significare, quale trasformazione voglia propiziare e quale germe di novità inoculi in me, ché pare – almeno stando a Rilke – sia attraverso di essa che il futuro ci penetra per poi venir fuori sotto forma di destino.

    Quale destino fa anticamera nel mio cuore? Non so dirlo. Se per rispondere bastasse la logica, ci sarebbe poco di che rallegrarsi: quel che è possibile dedurre non lascia margini all’ottimismo. E le parole d’incoraggiamento che ancora mi vengono elargite per cortese abitudine ormai all’orecchio stridono come unghie s’una lavagna di ardesia. Infatti, che aiuto può dare negare l’evidenza che il fiore degli anni sia stato tutto già consumato, ostinandosi a credere a una giovinezza irreale e a una fittizia abbondanza di possibilità? È più proficuo accettare quel che è flagrante e lasciarsi trasfigurare da tale consapevolezza. Solo con questa radicale onestà si potrà incubare il destino “giusto” – forse non quello più convenzionalmente roseo o invidiabile, ma certamente quello su misura per ciò che si è – finché esso non maturi e possa erompere; altrimenti non si farà altro che recitare una pagliacciata, sprecando il tempo che resta imbottigliati nell’illusione che si possa trattenerlo fingendo che non trascorra.

    Listening to:
    No fate awaits me – Son Lux (feat. Faux Fix)

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  • Solve et coagula

    8 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Pictures! Pictures! Pictures! Often, before I learned, did
    I wonder whence came the multitudes of pictures that
    thronged my dreams; for they were pictures the like of
    which I had never seen in real wake-a-day life.

    Pioggia, pipistrelli ed enormi rapaci intrappolati dentro casa.

    Fa caldo, dormo ancora meno del solito e nelle poche ore di sonno mi visitano strane immagini. Ho vissuto anni funestati dagli incubi nel recente passato, ma i sogni attuali sono d’altra natura e, diversamente da quelli di allora, non suscitano né angoscia né rabbia né orrore. C’era un messaggio in quelle scene terribili infestate da insetti e da intrusi e alla fine, arrendendomi all’evidenza, l’ho accolto. C’è sicuramente un messaggio pure in quelle di oggi, seppure non saprei ancora dire quale sia.

    Per quel che ricordo, i miei sogni sono sempre stati affollati di persone o di animali e hanno sempre avuto sviluppi implausibili, con cambiamenti repentini di scenario e di linee temporali. E soprattutto sono sempre stati “bui”. Fin qui nelle mie notti non ho attraversato altro che un’infinità di nigredo. Con un’unica significativa eccezione: nel marzo del 2022, mentre iniziava ad affiorare la risolutezza per la più dolorosa e la più saggia delle scelte che abbia mai compiuto, sognai un diluvio di sole in una mattina abbacinante d’estate. Forse – chissà! – un analista junghiano la interpreterebbe come l’indizio di un’albedo.

    In mezzo a tutta quella luce c’era una presenza che mi ha visitata spesso, e prima e dopo quell’occasione, nel sonno. E forse in questa figura ricorrente lo stesso analista junghiano riconoscerebbe il mio animus. L’archetipo del maschile nel mio inconscio, il mio “uomo totem”, come lo definii maldestramente in un pezzo scritto tanti anni fa sotto pseudonimo e che si meritò – malgrado la sua ingenuità – una pubblicazione “importante”. E forse non gli parrebbe sorprendente né allarmante che pure nella cosa più “di successo” che abbia mai fatto il protagonista sia questa figura, che è stata sotto molti aspetti la mia salvezza e per anni anche la mia dannazione. Del resto, ho la sensazione che tale centralità fosse quasi un diritto acquisito, giacché tutto quel che so di me glielo debbo, direttamente o per vie traverse.

    Quasi come una divinità ctonia, mi ha visitata ripetutamente nell’oscurità della solutio. Quindi, fattosi messaggero luminoso, mi ha manifestato la fase successiva di ablutio. Spero ardentemente che possa tornare a guidarmi ancora nelle titubanze di questa travagliata citrinitas, in cui tento di ridare una solidità a tutto quel che adesso è impalpabile e fumoso. E poi – pregando d’aver coraggio a sufficienza per andare sul serio fino alle estreme conseguenze del processo e al trionfo della rubedo –  pure nell’ultimo disfacimento e nella trasmutazione finale. Finché non si chiuderà il cerchio, si armonizzerà quello che pare inconciliabile e infine verranno a galla la mia autentica natura e le sue reali inclinazioni e potenzialità, e giungerà il momento di un addio che escluda senza appello ogni ulteriore possibilità di ripensamento.

    Listening to:
    Strictly confidential – Roxy Music

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  • La vita che verrà

    4 agosto 2024
    Riflessioni
    agosto 2024

    Un sabato pomeriggio grigio d’afa agostana. Immobile e silenzioso. L’ozio del cuore dell’estate. E all’improvviso il vento, che va e viene a folate e non si sa da quale parte spiri.

    Qualcosa si muove. Nonostante le apparenze, qualcosa si muove sempre. Il difficile è capire cosa e verso dove. Intanto sullo schermo della TV campeggia una Torre Eiffel insolitamente addobbata e la memoria corre a venticinque anni fa.

    L’inconsueto accessorio dello svettante intrico di metallo non erano i cinque cerchi olimpici allora, bensì il conto alla rovescia per il cambio di millennio, e Parigi in quel lontano 1999 non era la capitale dello sport mondiale, ma solo la Parigi estiva abituale: un carnaio di turisti da ogni parte del mondo, che si muovono involontariamente come un gregge e visitano tutti gli stessi luoghi e fanno e mangiano e comprano tutti le stesse cose.

    Non mi piacque Parigi. Non mi piacque affatto. Come qualche anno prima non mi piacque Venezia. O – sarebbe più corretto dire – non mi piacquero la Parigi e la Venezia che visitai, quelle in versione Lonely Planet, quei luna park di cartapesta a uso e consumo del turismo, con le loro atmosfere artatamente pittoresche e stucchevolmente “romantiche” (oggi si direbbe instagrammabili). Sarebbe il caso di tornare a visitare entrambe, stavolta tenendosi giudiziosamente alla larga dal sestiere di San Marco e dal I arrondissement, e chissà che prima o poi non lo faccia davvero…

    In mezzo alla nausea che mi dava l’onnipresente grandeur neoclassica, c’era il senso di un fermentare sotterraneo e non era solo l’aria rovente in quell’angusta stanza d’albergo sottotetto di Rue Buffault a tenermi sveglia nelle notti parigine. C’era l’apprensione per quello che si sarebbe trovato una volta rientrati a Milazzo, la sensazione serpeggiante di un redde rationem imminente; ché le cose allora vorticavano – altroché! – e io ero troppo acerba per non avere le vertigini.

    Oggi la vita è assai più criptica, il suo lavorìo è segreto e lentissimo e l’agosto presente si srotola pigro e insignificante. Il domani si annuncia senza sorprese e, proprio per questo, forse spaventa ancora di più di quanto non intimorisse in quei giorni di luglio, quando ci si sentiva sul ciglio di un cataclisma.

    E ancora non si dorme e ancora si sta a fissare per ore gli spiragli di luce sul soffitto chiedendosi se sarà migliore la vita che verrà, sebbene stavolta nemmeno s’intraveda come ciò potrebbe accadere.

    Listening to:
    Broken biscuits – English Teacher

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  • Incorreggibile

    25 luglio 2024
    Poesia
    luglio 2024

    Dolce come un frutto maturo, l’estate
    è scivolata rapida, inosservata,
    in giorni, mesi, anni
    spesi a fantasticare il futuro.

    Si guasta la superficie del frutto,
    la polpa si fa alcolica, smaccata,
    incombe l’autunno coi suoi affanni
    e sempre si smania il tempo venturo.

    Listening to:
    Long way home – Ray LaMontagne

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  • Voglia di poesia

    23 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    La musica prima di ogni altra cosa:
    e per questo preferisci l’impari,
    più vago e solubile nell’aria,
    senza nulla in sé che pesi e si posi.

    Grafemi su grafemi, come in catena di montaggio, per mettere insieme insipide sequenze di morfemi e fluide frasi formulari, da cui ogni asperità è bandita. Tanto chiedono gli algoritmi e tanto gli ammanniamo. Per venire incontro alle capacità del lettore medio? Chissà! O magari per far sì che il lettore medio si faccia via via più ottuso e con un lessico sempre più striminzito, dunque con pensieri più grossolani e superficiali; ché – non è un mistero – gli sciocchi si comandano con maggiore facilità e sono più propensi a farsi abbindolare, che si tratti di convincerli a un acquisto superfluo o a un voto “utile”.

    Tocca d’attenersi per forza di cose alle mutevoli regole della SEO, che nel mio caso si materializzano in una checklist tassativa come un decalogo, che tra le altre prescrizioni imperative intima pure di verificare che “le sentenze (sic!) non superino le venticinque parole.”

    È finita, mi pare inoppugnabile: la lingua italiana muore, sacrificata con entusiasmo sull’altare del neocapitalismo e di un provincialismo becero, che scambia l’esterofilia per spirito cosmopolita e dà solo prova d’essere supinamente servile a una cultura che, grazie a quest’ebete collaborazionismo, ci ha colonizzati fino all’eradicazione della nostra identità (linguistica e non solo).

    E io partecipo quotidianamente allo scempio del nostro idioma. Per necessità, certo, ma che importa? Questo cancella forse la mia complicità? Di certo non allevia l’orrore che provo. A volte mi sento tanto schifata che non mi pare di avere diritto di scrivere altro e questo spazio viola, più che un bastione di resistenza, mi sembra la vetrina della mia ipocrisia: in orario di lavoro istupidisco il prossimo e nel tempo libero faccio la ruota come un pavone, ostentando termini desueti e costrutti bizantini, arroccata nella mia torre d’avorio.

    Non che sia necessariamente ostile a uno stile “piano”, né che glorifichi l’impenetrabilità, invocando una prosa ispida, ampollosa e oscura anche per messaggi dai fini ordinariamente descrittivi e/o informativi; però, mi piacerebbe essere autorizzata a usare un periodare che andasse oltre l’enunciato minimo o giù di lì e che non proibisse di fatto le subordinate.

    Poi capitano giorni come oggi, in cui il disgusto si fa più acuto, perché ci si sveglia con la voglia di rivisitare una delle pietre miliari della new wave (o del punk rock, a seconda dei punti di vista) e mentre si dovrebbe lavorare, invece ci si perde tra i fraseggi di chitarra di quell’album, “Marquee Moon”, che occorre ascoltare per intero due volte di seguito prima d’essere pronta a lasciarlo solo in sottofondo e a combinare qualcosa.
    E l’ascolto di Tom Verlaine e soci influenza l’intera giornata, spingendo a rispolverare, una volta compiuto il proprio dovere, il Verlaine originale. Si finisce così per incappare involontariamente in quell’Art poétique che pare un atto d’accusa personalizzato, una denuncia su misura, che schiocca sulla guancia come uno schiaffo a mano aperta. Perché in quel che si scrive per professione e che sbrana il tempo, lasciandone a disposizione non più di qualche brandello, non c’è traccia alcuna de “l’avventura buona / sparsa al vento increspato del mattino / che va sfiorando la menta e il timo…”, niente in quei testi d’esattezza impassibile e calcolata ha l’eco della canzone grigia, che è cara più di quella nitida, proprio perché in essa l’incerto s’unisce al preciso. Ci sono solo colori in quelle sentenze e nessuna sfumatura. Solo solidi, contundenti colori. E quel che è peggio è che non si tratta nemmeno di letteratura…

    Listening to:
    Prove it – Television

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  • Il settimo giorno

    11 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    Verrà mai il momento in cui tacerà il tramestio, la polvere si poserà e ci si fermerà a contemplare quanto s’è realizzato col compiacimento di chi sa d’aver fatto bene? Il tempo del riposo, in cui bearsi dei frutti del proprio operato? L’ora in cui guardare attorno a sé, riconoscendo d’aver creato qualcosa e gustandone la deliziosa soddisfazione?

    La quiete del settimo giorno è il privilegio di chi è produttivo, organizzato, efficiente e soprattutto realista, non spetta a quelli inconcludenti come sono io, che porto addosso la sciagura d’essere nata con un’indole da artista, che nel mio caso non è un marchio di distinzione di cui menare vanto, bensì una mutilazione che rende la vita più ostica del necessario. Non sono orgogliosa né felice di quel che sono, perché dell’artista ho, sì, la personalità – la fantasticheria, il perfezionismo, la maniacalità, la velleità, l’attenzione al dettaglio, la tendenza alla notomizzazione, la perenne insoddisfazione di sé, il totale disinteresse per i traguardi canonici che definiscono il successo di un’esistenza – ma non ho il talento e in mancanza di quello non ho giustificazioni per il mio non venire mai a capo di nulla. Non c’è una vocazione superiore che possa dare ragione dei miei fallimenti personali, qualcosa di una magnitudine tale da richiedere che sul suo altare si sacrifichi ogni altra parte della vita. Pertanto i miei naufragi sono tutti vani, superflui, ridicoli.

    E si potesse almeno cambiare! Ma come mutare la propria natura? Come mettere a tacere il richiamo interiore che da sempre spinge a disdegnare la serenità delle cose opportune, il conforto delle mete ragionevoli, concrete, “popolari” e a rincorrere, piuttosto, l’ispirazione? Ché è proprio questo quel che mi trascina impetuosamente fin dall’infanzia, questo essere incline a inutili entusiasmi per tutto ciò che è capace d’accendere in me una scintilla. Una scintilla che sfortunatamente, però, non sono mai in grado di trasformare in incendio. Così una sequela di fiammelle sommesse mi consuma dall’interno, mentre per gli altri sono incomprensibile come una sfinge e forse – anzi, certamente – deplorevole come chi sciupa la vita per stoltezza.

    Listening to:
    Love is all (live at “Later with Jools Holland”) – The Tallest Man On Earth

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NIENTE DI ALIENO

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