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  • In bilico

    9 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Death is the sword that hangs on a single hair;
    And that thin tenuous hair is no more than love,
    And yours is the silly head it hangs above.

    Non ci si pensa, a volte, a quanto si è precari a questo mondo, a quanto poco basti per trasformare un “è” in un “fu”. Eppure bisognerebbe tenerlo sempre a mente, per non rischiare di sprecare il tempo immaginando di averne all’infinito. Tuttavia – come ha scritto un poeta – questa cosa alla quale non possiamo sfuggire non riusciamo nemmeno ad accettarla, ed è solo sorvolando su di essa, lasciandoci assorbire dalla routine del mondo intricato e indifferente di cui siamo inquilini temporanei, che possiamo andare avanti di giorno in giorno. Ché, sì, la fede può confortare e l’ateismo suggerire che nessun essere razionale possa temere ciò che non potrà sentire, ma ai margini della coscienza rimane sempre “un piccolo alone sfocato, un brivido permanente”.

    Perché il problema è il non conoscere né come, né dove, né quando. Il problema è il non poter nemmeno immaginare il nulla assoluto di Epicuro e di Lucrezio, per via dell’incapacità intrinseca del pensiero di sopprimere sé stesso. Il problema è il non sapere cosa ci sia di là e che sogni porti con sé il sonno di quest’anestetico dal quale nessuno s’è mai risvegliato. E quest’ignoranza è come le spire di un serpente intento a stritolarci. Così, a pensare sul serio alla morte, alla nostra morte, più che essere spinti all’efficienza del carpe diem, si diventa vili e, come Amleto, paralizzati dall’inazione. Ché in fondo fare o non fare cosa cambia? Che importa presentarsi o meno all’appuntamento a Samarcanda, se tanto ovunque siamo sarà lei a trovarci?

    Non ci sarà appello contro la sentenza, quando arriverà. Non esiste scudo contro questa spada di Damocle che penzola sulla testa di ciascuno. Però, in attesa che cada si può ricorrere all’unica cura palliativa efficace che abbiamo a disposizione. Nel frattempo si può provare a ripararsi sotto l’amore, la sola cosa in grado di riempire di vita la vita. Purché sia devoto e disinteressato e non sia tiepido, non importa in quali e quante forme – ἀγάπη, ἔρως, φιλία, στοργή, ξενία, carità evangelica, passione per un’arte o una scienza… – sarà carburante sufficiente a respingere l’inerzia spaurita.
    E il giorno stabilito la morte verrà, verrà comunque e puntuale, ma ci troverà già spolpati fino all’osso. Che giunga a prenderci prosciugati, esauriti, rauchi, esangui, stremati! Qualunque cosa ci sia di là, che si faccia in modo di scoprirlo leggeri, avendo già dilapidato di qua fino all’ultimo minuzzolo di quel che si poteva spendere di sé.

    Listening to:
    This could be Texas – English Teacher

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  • Meravigliandomi del mondo

    5 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    E bella in ogni parte al guardo altrui,
    tutta bella egualmente è la natura […]

    Una distesa d’azzurro ininterrotto e finalmente un sole di quelli che incantarono perfino i Greci, che stregati dalla luce e dalla terra eccezionalmente ferace, ribattezzarono questo posto “penisola d’oro”. Dopo una primavera fin qui fatta di assalti entusiasti e precipitose ritirate, dopo l’irruenza dello scirocco e del ponente e il velo della salsedine del mare intorno e della sabbia di deserti lontani, oggi tutto è terso e splendente e verde e fiorito. Ogni albero, ogni prato, ogni cespuglio e ogni aiuola hanno il loro variopinto ornamento di cui inorgoglirsi. I gattini delle prime cucciolate dell’anno sono già abbastanza grandi per zampettare dietro alle madri in un corteo variegato; qualcuno è ancora un poco goffo, qualcun altro è troppo audace e indisciplinato. Lucertole e ramarri fanno i loro indispensabili bagni di sole. Le formiche lavorano alacri, ché per loro non c’è domenica e non c’è requie. E nel frattempo i gabbiani volano, stridono, passeggiano e osservano, appollaiati come giudici sulle scranne, e sono ormai i veri padroni della città.

    Come si può credere che siamo qui per soffrire, sebbene a stare al mondo non sia infrequente che si soffra davvero? Come si può credere che sia in moneta di strazio e di pena che dovremmo pagarci l’ingresso in una vita migliore nell’aldilà? A che scopo farci tutto questo giardino di delizie, se deve essere esperito solo come una valle di lacrime? Se l’è mai domandato chi crede esclusivamente nella privazione, nel sacrificio e nella penitenza? Ché se avesse sul serio ragione, tanto sarebbe valso farci tutto grigio e brullo e buio. Per soffrire sarebbe bastato; anzi ci avremmo sofferto di più e meglio.

    Invece siamo qui, in questo paradiso a portata di mano, membri e custodi di una meraviglia mozzafiato. Invece ci è stata data questa irresistibile bellezza, perché non scordassimo mai che è alla gioia che siamo chiamati, non al dolore. Il dolore è una circostanza, ma non è né scenario naturale né orizzonte. Tanto che, anche nel fitto della disperazione, alle volte basta incontrare un fiore perché si attutisca il buio.

    Listening to:
    I shall be released – Bob Dylan

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  • Libertà

    30 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Ogni anno di questi tempi in Italia è inevitabile che si parli di libertà. Questa parola masticata e rimasticata, abusata e semplificata al punto da averla ridotta a mera successione di fonemi da sventolare come una bandiera sbiadita. Perché definire cosa rappresenti sul serio è questione alquanto scivolosa da maneggiare.
    La libertà, infatti, è cosa alta e solenne e ponderosa, più grande perfino dell’amore, rispetto a cui è un concetto sovraordinato; ché quest’ultimo non esiste, se non è sotto l’egida della prima, e in condizione di servaggio – che che ne dicano certe tradizioni religiose retrive – non si può amare per davvero neppure Dio. Ed è spesso cosa fraintesa, spacciata per mera assenza di freni e confini e dovizia di diritti, possibilmente privi di contrappesi; ma avere licenza di fare e dire tutto quel che pare e piace o di ottenere tutto ciò che si crede ci spetti, senza responsabilità e senza dover renderne conto a nessuno, non è libertà: è indifferenza biunivoca, noncuranza vicendevole dell’individuo verso il mondo e del mondo verso l’individuo. Vale a dire una forma larvata di non-esistenza. Perché si esiste pienamente non facendosi uomo-isola, soggetto indipendente e “concluso”, focalizzato in modo ossessivo e ossequioso su di sé, bensì solo votandosi a qualcosa o a qualcuno. E votarsi a una causa, a un ideale, a un’arte, a un idolo, a un dio, a una persona o magari all’intera umanità implica il lasciarsene contaminare e coinvolgere, e impone una ridefinizione in termini relazionali del proprio concetto di “io”, il quale non può limitarsi a essere un’etichetta con cui rivendicare orgogliosamente una separazione da quel che è “non io”.

    Votarsi a qualcuno o a qualcosa significa anche divenirne custodi e la custodia è un legame di cura, di rispetto e di dedizione. Insomma, un tipo di vincolo che presuppone lato sensu una sottomissione. Il custode, infatti, seppure diversamente dal servo non sia forzato contro la propria volontà, a meno che non voglia mancare al proprio dovere, è comunque subordinato a una serie di obblighi e mansioni. I quali, tuttavia, prende su di sé per scelta e non per ineludibilità, ed è per via di tale differenza che il suo operato acquista un senso che, di riflesso, può illuminare e riempire di significato e compiutezza l’intera esistenza.

    In fondo forse la vera libertà non è altro che avere il diritto di scegliere autonomamente a chi e a cosa sottomettersi. Perciò non si può mai essere liberi in assoluto, ma al massimo ci si può trovare soltanto in uno stato di libertà condizionata. Tuttavia, se non avessimo modo di cedere volontariamente parte della nostra libertà autoimponendoci delle restrizioni, non saremmo in grado di gustare interamente la delizia dell’essere dotati della facoltà di valerci del nostro arbitrio. Ché, per paradosso, è nell’essere padroni perfino di rinunciarvi deliberatamente che la libertà trova la sua massima espressione.

    Listening to:
    Karma parente – Marco Parente

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  • Senape

    26 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Annuisce docile all’irruenza del ponente, scuotendo il giallo fiero della sua chioma novella, delicato ornamento all’esilità di steli svettanti su fusti tenaci e foglie di grossolana verzura, la senape imprevista – venuta da chissà dove – che pare il mio correlativo oggettivo. Entrambe indesiderate, spuntate per caso o per una volontà superiore imperscrutabile. Entrambe accomodanti, abituate a non chiedere nulla e farsi bastare quel che c’è. Entrambe a prima vista fragili, eppure d’una insospettabile robustezza. Lei s’inchina alle intemperie, si piega, ma resiste e ha già passato due inverni. Io incasso i colpi, a volte barcollo, ma sono ancora in piedi come un pugile ostinato. E nonostante tutto non mi è neppure passata la voglia di stupirmi, d’inseguire la meraviglia, di rintracciare la poesia anche nella ripetitività delle cose quotidiane. Come in questa senape bruna, che da due anni fiorisce a sorpresa sul mio balcone, quasi che se ne stesse lì a suggerirmi che l’improbabile non è necessariamente impossibile.

    E io questo memento lo custodisco in una piega appartata del cuore, pregando che non sia un semplice monito, bensì una promessa.

    Listening to:
    Down in the tube station at midnight – The Jam

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  • La buona sorte

    17 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Luck is not chance —
    It’s Toil —
    Fortune’s expensive smile
    Is earned —
    The Father of the Mine
    Is that old-fashioned Coin
    We spurned —

    Oggi m’è capitata una cosa imprevista, che sarebbe stata una rogna, se la Fortuna non ci avesse messo lo zampino, facendo sì che il risultato di un errore a mio svantaggio si rivelasse una gradita sorpresa. A blessing in disguise, direbbero gli anglofoni, capace di raddrizzare all’improvviso una giornata che non era iniziata nel migliore dei modi.

    Riflettendo sull’accaduto, mi sono tornati in mente quei versi di Emily Dickinson – una tra le fonti da cui attingo abitualmente la saggezza – che dicono di come la buona sorte vada guadagnata. E con fatica. Homo faber fortunae suae, insomma.
    Questo è uno dei pochi punti sui quali dissento, sebbene non del tutto, dal magistero della prodigiosa poetessa di Amherst. Infatti, io non credo fino in fondo nell’autonomia onnipotente dell’essere umano, che da sé solo può farsi artefice del proprio destino e plasmarlo a piacimento, governando finanche la Fortuna. Perché è un dato di fatto che esiste il caso e che esso – che ci piaccia o no – sia in grado d’influenzare in misura determinante il corso della nostra vita.

    Secondo il mio punto di vista – che è assolutamente personale e quindi indubbiamente opinabile – il caso e le coincidenze sono il linguaggio cifrato attraverso cui comunica con noi l’Intelligenza che scrive la storia dei singoli e del mondo. La quale ci lascia, certo, una buona dose d’arbitrio nel variare la trama secondo i capricci del nostro gusto, ma non manca di correggerci presentandoci a tradimento ostacoli non preventivati o lieti eventi fortuiti, se abbiamo deviato troppo rispetto al progetto originario. Sta poi a noi cogliere tempestivamente l’ammonimento nascosto in ogni intoppo e riconoscere la grazia che si cela nei fatti positivi accidentali. In alternativa, ci è data facoltà d’opporci a tali velati tentativi d’emendamento, continuando a confidare solo nel nostro sentire e nella cecità del nostro volere e proseguendo testardamente sul percorso che abbiamo in mente. Con l’unico esito, però, che incontreremo ancora e ancora fuoriprogramma affini, finché la lezione non sia davvero appresa.

    La vita, in una certa misura, si fa beffe del nostro borioso attivismo e sdrammatizza le nostre pretese di protagonismo assoluto, insegnandoci – si spera! – l’umiltà dei nostri confini. Ma la Dickinson era americana, pertanto una visione del genere non poteva che essere al di fuori della sua sensibilità, essendo l’America il paese dei self-made men, in cui davvero – forse in passato in modo più deciso di quanto non sia oggi – s’è sempre genuinamente creduto che volere equivalga inesorabilmente a potere. Io, però, sono italiana e come Ungaretti più modestamente penso che l’uomo sia un “monotono universo”, che se ne sta “Attaccato sul vuoto / Al suo filo di ragno” e con arroganza s’illude d’essere in grado con le proprie azioni di procacciare a se stesso ogni sorta di beni, inconsapevole del fatto che, invece, “dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.”

    Per cui ben venga l’intervento non richiesto della buona sorte, che m’ha negato quel che avrei voluto, consegnandomi in cambio dall’alto della sua soprannaturale lungimiranza una cosa che, contro ogni mia aspettativa, in verità mi serve e mi piace di più.

    Listening to:
    Roy – IDLES

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  • “It wasn’t true, but anyway…”

    12 aprile 2024
    Musica
    aprile 2024
    “It wasn’t true, but anyway…”

    And I can’t help but feel
    that I made some mistake
    but I let it go…

    L’album d’esordio dei Vampire Weekend uscì all’inizio del 2008, nei giorni in cui mi preparavo alla mia penultima sessione di esami universitari, e per me fu un colpo di fulmine. Mi piacque tanto che, subito dopo il primo ascolto, “Oxford comma” divenne la suoneria del mio telefono. Per mesi e mesi fu il più gettonato sul mio inseparabile lettore mp3 e non me ne stancai nemmeno allorché arrivò l’estate, al punto che – insieme a “I Milanesi Ammazzano il Sabato”, “Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs” e “Armchair Apocrypha” – m’accompagnò pure durante il viaggio negli Stati Uniti. E poi mi fece da colonna sonora fino alla discussione, nel novembre successivo, della tesi specialistica. Ed era ancora tra i miei ascolti più frequenti nel 2009, mentre cercavo di non farmi scoraggiare eccessivamente dall’odiosa condizione d’inoccupazione che era traumaticamente seguita alla mia quasi ventennale e sempre brillante esperienza da studentessa, e che m’insegnava per la prima volta il gusto cattivo dell’insuccesso e la vergogna di dover confessare a chi lo chiedeva – e spesso non nascondeva una sadica soddisfazione, immaginando la risposta – di non aver mai ricevuto alcun riscontro alle centinaia di candidature inviate.

    Quelle undici tracce frizzanti, piene d’orchestrazioni maestose e un misto di strumenti classici ed etnici oltre a quelli canonici del pop e del rock, che ricordavano tanto “Graceland” e i Talking Heads degli anni Ottanta, e profumavano tenuemente anche dell’estro di Morrissey e Johnny Marr e di reggae, ma tutto in una versione che aveva comunque una piacevole freschezza ed esibiva le stimmate della mia generazione, neutralizzavano per una mezz’ora abbondante l’ansia, lo sconforto e la paura che non mi restasse altro da fare, se non rassegnarmi a dirottare le mie aspirazioni sul mondo della scuola, perseguendo la carriera “di famiglia”. La quale, del resto, era esattamente quella che tutti avevano in mente per me fin da quando avevo scelto il percorso di studi universitario; e per cui io, però, non ho mai sentito alcuna vocazione. Perché non basta avere entrambi i genitori insegnanti (né essere donna) per sentirsi attratti dall’idea di stare per quarant’anni dietro una cattedra a spiegare il past simple, o magari il pretérito indefinido, a una classe di ragazzi. Per quello – a meno che non si scelga l’insegnamento come extrema ratio dopo aver fatto fiasco in tutto il resto, o si sia solo allettati dalla prospettiva di portarsi a casa uno stipendio “sicuro” – serve autentica passione.

    Quindi arrivò un’altra primavera e la mia vita diede l’impressione di sterzare finalmente dalla parte giusta. Così l’album omonimo dei Vampire Weekend smise d’essere un antidoto al malumore, diventando – grazie alla sua tracimante vivacità, che s’adattava alla perfezione allo stato d’animo del momento – il sottofondo di quel che allora si presentò col marchio d’una gioia incontenibile. E che auspicio benaugurante mi sembrò l’uscita all’alba del 2010 del loro secondo lavoro, “Contra”! Tutto appariva propiziato e protetto da buone stelle, ché niente si sapeva a quel punto di ciò che sarebbe successivamente accaduto, e la musica della band newyorkese mi divenne di conseguenza ancor più cara.

    Nel maggio di due anni fa, invece, eliminai la vecchia suoneria del telefono e la rimpiazzai con un brano maggiormente consono ai nuovi tempi, “I’m not down” dei Clash. I Vampire Weekend avevo già smesso progressivamente d’ascoltarli anni prima e da quel momento in avanti li cancellai del tutto dal mio panorama musicale di riferimento. Troppi erano i ricordi che non m’andava di rimestare. Come una mattina assolata di fine aprile tra gli scogli del punto più scenografico del promontorio. O la sera che calava sulle panchine dei terrazzamenti della scalinata che da via Impallomeni porta alle chiese di san Rocco e dell’Immacolata. E poi Ganzirri e Torre Faro affollatissime il Primo maggio. O Paolo Conte a Taormina. E tanti altri luoghi e altri momenti, che sembrarono di soverchiante bellezza, mentre non erano che scintillii ammalianti ed effimeri, fuochi d’artificio esplosi per distrarre l’attenzione dai limiti che mi venivano frattanto issati attorno. Poi, quando fu terminata la costruzione del recinto e non ci fu più bisogno di scomodarsi per mettere in atto mirabolanti diversivi che facessero da ipnosi e da lusinga, da un giorno all’altro tutto cambiò di segno e il presente acquisì un aroma spiacevole; sicché pure i ricordi, ad analizzarli con l’imparzialità che regala la distanza e col senno di poi, si scoprirono disseminati di fosche avvisaglie che non s’erano colte oppure s’era scelto colpevolmente d’ignorare, e divennero altrettanto disgustosamente appestanti. Pertanto, no, i Vampire Weekend proprio non m’andava più di sentirli nemmeno nominare. E, in ogni caso, i dischi successivi a “Contra” non m’avevano colpita tanto quanto i primi due e dal 2019 la band non pubblicava più nulla.

    Del tutto involontariamente, però, qualche giorno fa m’è capitato d’ascoltare “Prep-school gangsters”, uno dei brani del loro recentissimo nuovo lavoro, “Only God Was Above Us”, e – al di là della sottile allusione a “Half a person” degli Smiths, che già di per sé m’avrebbe ben disposta nei confronti del pezzo – ho ritrovato il sound che mi fece innamorare. Scoprendo con piacere che il senso di repulsione è stato superato e che, anzi, i Vampire Weekend sono tornati a farmi sorridere. Così, senza starci troppo a riflettere su e senza neppure ascoltare prima i singoli estratti, ho deciso di acquistare l’album. E non so se sia per la contentezza d’avere una prova concreta che le mie incrinature interne si stanno rinsaldando, oppure perché è bello davvero (a leggere i critici, parrebbe corroborata la seconda ipotesi), ma pure stavolta Cupido ha centrato il bersaglio al primo colpo. Tanto che, sebbene possa apparire alquanto prematuro, mi sbilancio a dire che questo ha molte possibilità di diventare il mio disco dell’anno.

    “Only God Was Above Us” è parente stretto di “Vampire Weekend” e “Contra”, come uno zio buontempone ma scafato, che dalla vita ha ricevuto qualche legnata, però le ha incassate tutte senza cedere all’ombrosità permanente, né al vittimismo e tantomeno al cinismo. È un album in cui trionfa l’antico barocchismo musicale, che anche stavolta suona lussureggiante e mai inutilmente pletorico, pur se condito da qualche suggestione electro pop, retaggio dei lavori più recenti. E in più c’è l’inedita aggiunta di spiccate reminiscenze del Bristol sound anni Novanta (vedi “Mary Boone”), e addirittura qua e là si affacciano un po’ di sonorità che si distendono e “smagliano” al punto che dal trip hop virano quasi verso l’ambient e il chill out, benché siano riscaldate da echi beatlesiani – è decisamente l’anno del revival dei quattro di Liverpool: non si salva nessuno, nemmeno oltreoceano – come in “The surfer”. E nei testi si conferma il consueto gusto di Ezra Koenig per l’assurdo, come sempre reso brioso tramite il ricorso a rime da filastrocca e occasionali giochi di parole. Rispetto al passato, tuttavia, la novità è che la scrittura è stata in gran parte purgata dall’idealismo degli anni verdi e rimpinzata di un più maturo realismo.
    Si tratta, in estrema sintesi, del lavoro di una band che rivisita la propria gioventù, riconsiderandola con la prospettiva disincantata di un quarantenne (età che, del resto, grossomodo hanno i suoi membri), e che non vuole fossilizzarsi sul passato, ma a partire da quello vuole gettare le fondamenta per costruire la propria evoluzione futura.

    Più o meno è lo stesso atteggiamento col quale io guardo a quel lontano 2008. Con una punta di nostalgia e tanta tenerezza nei confronti di quella ragazza, che non aveva idea del pasticcio in cui si sarebbe cacciata di lì a poco, quando avrebbe scioccamente scambiato per vere cose che non lo erano e si sarebbe incaponita nel credere di aver trovato la felicità dove in realtà per lei non c’erano che divieti, silenzi punitivi, deprezzamenti, espropri di parti di sé e lacrime. E allo stesso tempo con rammarico e rigore, per imparare dagli errori e, forte di ciò, provare a fare di meglio domani.

    Listening to:
    Prep-school gangsters – Vampire Weekend

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  • Quel che l’occhio non vede

    8 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Spesso mi sveglio con una canzone in testa e, quando succede, per tutta la giornata non c’è modo di scrollarmela di dosso: mi ritrovo a canticchiarla distrattamente mentre faccio il caffè, cucino, lavo i piatti, pulisco casa. E il più delle volte finisco anche per metterla in sottofondo in loop mentre lavoro. È un’ossessione provvisoria, che dura quanto le mie ore di veglia e si debella attraverso il sonno notturno.

    Stamattina il mio cervello ha scelto di dissotterrare un brano di uno degli artisti che mi fecero più spesso compagnia quando avevo vent’anni o giù di lì, e mi viene da pensare che non si tratti di mera casualità e che forse l’inconscio volesse mandarmi un messaggio.

    You better get yourself together soon!

    Quasi urla la voce un poco rasposa di M. Ward a un certo punto di questo 4/4 in andamento allegro, in cui palpita l’energia infettiva e martellante d’un piano a metà tra vaudeville e ragtime.

    Rimettersi in sesto. Ricomporsi. Riorganizzarsi. E farlo senza indugio. Se solo fosse chiaro cosa significhi nel mio caso rimettersi in sesto, ricomporsi e riorganizzarsi! Perché, sì, innegabilmente ci sono ancora tante cose lasciate in sospeso e vuoti e disordine. C’è soprattutto una casa piena di “buchi” che non si è ancora avuta voglia di colmare, forse per negligenza. Oppure per un ulteriore rafforzamento di quel minimalismo che m’ha sempre contraddistinta, che mi fa considerare superflui i rimpiazzi per quel che non c’è più, ché quanto è rimasto è fin troppo per me sola e la gatta. E magari non sembrerà bello, quest’appartamento esageratamente grande e piuttosto spoglio, però ha cessato d’opprimere come quando mi sentivo ospite mal sopportata all’interno delle sue quattro mura – che pure sono sempre state di mia esclusiva proprietà – e non sapevo più come fare per comprimermi e fare largo alle caterve di paccottiglia che venivano stipate incessantemente; col preciso intento – mi viene a volte da pensare con una punta di malizia – di farmi sentire a disagio, giacché erano cose ben note e il mio horror pleni e la sensazione d’asfissia che mi trasmette il sovrappiù.

    A guardarli con occhi estranei, questi spazi disadorni probabilmente daranno l’idea di precarietà o magari d’indecisione, suggerendo il prolungarsi spropositato del processo di cicatrizzazione di quella che è, senz’ombra di dubbio, una profonda ferita e, a giudizio di qualcuno, una grande sconfitta (come se perseverare quotidianamente nel degradare se stessi fosse cosa più onorevole che dire basta, ma tant’è…). Le guarigioni, tuttavia, non sono fatte d’esteriorità e non ci si risana colmando frettolosamente i vuoti, bensì osservandoli e imparando a conviverci. Del resto i tredici anni perduti, le opportunità sfumate, l’innocenza e lo slancio dati ingenuamente in oblazione non si potranno mai riavere indietro e allora che senso avrebbe apparecchiarsi un’esistenza in cui fare come se niente fosse? Occorre, invece, avere sempre presente quel che è stato e trasformarsi di conseguenza, non dare un maldestro colpo di spugna per tornare uguali a come s’era prima.

    Per quanto a due anni di distanza agli altri possa ancora sembrare poco o nient’affatto evidente, la trasformazione è pienamente in fieri, e non ha avuto – e continua a non avere – bisogno d’alcun placet. Ecco, in verità, perché in barba alle apparenze in queste stanze sguarnite si sta tanto bene: c’è lo spazio necessario per rifondare se stessi. E farlo, finalmente, in linea con il proprio gusto.

    Listening to:
    Vincent O’Brien – M. Ward

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  • Senza rompere nulla

    7 aprile 2024
    Riflessioni
    aprile 2024

    Spring is like a perhaps hand
    (which comes carefully
    out of Nowhere)arranging
    a window,into which people look(while
    people stare arranging and changing placing
    carefully there a strange
    thing and a known thing here)and

    changing everything carefully

    spring is like a perhaps
    Hand in a window
    (carefully to
    and fro moving New and
    Old things,while
    people stare carefully
    moving a perhaps
    fraction of flower here placing
    an inch of air there)and

    without breaking anything.

    Come una mano cauta e precisa, che sbuca dal nulla e cambia interamente lo scenario, la primavera ci sorprende ogni anno allestendoci una vetrina di fiori e cose note e cose nuove. Guardiamo rapiti, forse addirittura un poco inebetiti, la bellezza che la stagione dispone armoniosa sotto i nostri occhi. E viene quasi da pensare – con un egocentrismo candido, privo d’ogni traccia di malizia, come quello dei bambini – che tutto ciò esista apposta per noi, apposta per ubriacaci di gioia e di stupore.
    Nell’ammirare tale prodigiosa perizia può capitare d’essere assaliti da uno spirito d’emulazione, che suggerisce di rassettare e ripulire anche le proprie cose. E non solo quelle materiali. Ma, se la primavera ha energia e destrezza sufficienti a poter far tutto da sola, noi non siamo altrettanto abili e vigorosi e per realizzare trasformazioni di rilievo siamo sempre costretti a chiamare in causa altre mani, che ci aiutino a riorganizzare accuratamente pure le zone che ci sono irraggiungibili o a spostare gli oggetti più ponderosi. Però, quando tra quelle che ci vengono tese scegliamo una mano, è sempre una scommessa, poiché non c’è modo d’avere in anteprima la certezza assoluta che sia sul serio giudiziosa e benefica. Quello, per disgrazia, è possibile stimarlo solo a posteriori, nel momento in cui eventualmente ci si ritrova a fare l’inventario dei cocci.

    Perciò, se si è esperti nella conta dei frantumi, può succedere che la ritrosia prenda il sopravvento e si sia tentati di accontentarsi d’un rassegnato inverno ininterrotto, piuttosto che rischiare di doversi dare nuovamente al detestabile lavoro di ricomporre a uno a uno i pezzi. In fin dei conti sembrerebbe la decisione più oculata, se solo l’anima la smettesse di opporsi alla ragionevolezza e parteggiare per la primavera, insistendo col fare assillante d’un disco rotto nel ricordare la possibilità che esista la mano giusta. Quella capace non soltanto di destreggiarsi leggiadra tra gli oggetti, maneggiando perfino quelli fragili senza romperne alcuno, ma soprattutto d’ingentilirne la composizione in quel modo tanto inessenziale quanto incantevole – al pari della delizia superflua e impellente di un profumo – che non è possibile conseguire da sé.
    Peccato soltanto che per concedersi l’opportunità di trovarla sia inevitabile andare volontariamente incontro al pericolo e molto probabilmente dover affastellare nel corso delle ricerche ancora nuovi cumuli di rottami. E che per trovare il coraggio di fare tutto ciò serva un’incoscienza forse incompatibile con l’età che ormai si ha.

    Listening to:
    The place where he inserted the blade – Black Country, New Road

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  • Essere donna oggi…

    30 marzo 2024
    Musica
    marzo 2024

    Di tutte le cose che sognavo per me da ragazzina non ne ho fatta quasi nessuna e di tutti gli impegni che allora avevo preso con me stessa ho mantenuto solo quello di non diventare uno di quei relitti nostalgici, che pensano che la musica sia morta il giorno esatto in cui è terminata la loro gioventù.
    Certo, come tutti anch’io sono sentimentalmente legata alle cose che ascoltavo in adolescenza o a vent’anni, non fosse altro che per i ricordi che richiamano alla mente; ma non per questo ho smesso di leggere le riviste di settore e tenermi informata sulle nuove uscite. Perciò, anche se la mia cultura non abbraccia tutti i generi, per lo meno per quanto riguarda i miei preferiti e quelli limitrofi a essi, posso considerarmi adeguatamente aggiornata e non credo di dire il falso, se sostengo che la musica non è affatto finita; né di essere eccessivamente indulgente, se affermo che in tempi recenti sono state pubblicate cose assolutamente pregevoli. E non solo da artisti sempre affidabili – vedi i due album del progetto The Smile della premiata ditta Thom Yorke e Jonny Greenwood (più Tom Skinner) – ma perfino da esordienti. Penso, per esempio, a quando nel 2019 i Fontaines D.C. ci folgorarono con “Dogrel”, un album di debutto notevole, che non emergeva solo in confronto al resto della produzione coeva, ma ritengo sarebbe parso altrettanto bello pure se fosse uscito prima dell’era dello streaming selvaggio, che ha storpiato il modo di fruire la musica e, per molti versi, anche quello di crearla.

    Da qualche tempo, tuttavia, sembra che a tenere alte le sorti di quest’arte siano per lo più le donne; e non mi riferisco solo al successo planetario di fenomeni mainstream come Beyoncé, Taylor Swift e Billie Eilish. Anche nell’universo alternativo e indie, infatti, parrebbe essere in corso una rivoluzione in rosa. Se non altro stando alle recensioni.
    Già, perché per la verità la mia impressione è che non sia esattamente così. E no, non si tratta di voglia d’essere a tutti i costi bastian contrario. Per dirne una, il pezzo che fa da colonna sonora a questo post a me pare sinceramente una cosetta da poco, come del resto l’intero album da cui è tratto: dieci tracce di alt-country indiscutibilmente radiofonico e vagamente sovra-prodotto, che non aggiungono nulla di lontanamente significativo al panorama del genere e, se fossero state pubblicate in passato, sarebbero passate quasi inosservate o avrebbero fatto storcere il naso a qualcuno. Eppure oggi le recensioni entusiastiche, soprattutto nel mondo anglosassone, si sprecano.

    La cosa sorprendente è che a guidare il contingente di coloro i quali giudicano con una generosità smodata ogni lavoro realizzato da donne sia Pitchfork, che – per fortuna! – non sarà al livello della nostrana Livore, la cui redazione con sadico compiacimento stronca per principio chiunque venda più di una manciata di copie ad amici e parenti (tanto per dare un’idea: per loro “London Calling” è una porcheria commerciale e i Clash non possono essere considerati punk…), ma comunque è tutt’altro che una webzine di manica larga. Per intenderci, è la stessa che l’anno scorso ebbe il coraggio di andare controcorrente e affibbiare un impietoso (ma meritato) due secco a “Rush!” dei Måneskin, mentre tutti gli altri magazine cartacei e non (prezzolati? conformisti?) si sperticavano in lodi assurde, come se si trattasse di poco meno che un capolavoro. Ciononostante, basta che ci sia da recensire il disco di una donna e sembra che all’improvviso le facoltà valutative dei redattori si annebbino, al punto che non ricordo un solo caso recente in cui siano scesi al di sotto della piena sufficienza.

    Passi per le Wet Leg, il cui album d’esordio, se non altro, aveva il pregio d’essere contraddistinto da una gradevolissima autoironia; ma a pensare al coro osannante che s’è levato per “The Record” di boygenius, finito praticamente in tutte le top ten dei migliori album del 2023, o alle critiche lusinghiere collezionate ultimamente dal suo epigono britannico, “Prelude to Ecstasy” di The Last Dinner Party, c’è di che indignarsi. E chiedersi – senza nemmeno dover andare a scomodare pietre miliari della musica al femminile, come “Horses” di Patti Smith o “I Put a Spell on You” di Nina Simone o “Pearl” di Janis Joplin o “Tapestry” di Carole King – a quante cifre sarebbe il voto assegnato oggi a dischi belli, sì, ma già all’epoca un poco sopravvalutati, quali “Jagged Little Pill” di Alanis Morissette o “Back to Black” di Amy Winehouse…

    A me il fenomeno puzza tanto di virtue signalling, per accreditarsi presso un’opinione pubblica sempre più acriticamente ideologizzata.
    Si dirà che poco importa, perché a contare è il risultato e in questo modo si sta combattendo il patriarcato – quanto odio questa parola, che oggigiorno è usata smodatamente e spesso a sproposito! – e si riequilibrano finalmente i valori in un settore, quello della musica, nel quale gli uomini hanno storicamente spadroneggiato. Potrà anche essere vero, eppure io non riesco a convincermi che far prevalere il politicamente corretto senza se e senza ma nella critica musicale – e, per quel che mi riguarda, in qualsiasi altro ambito – sia un fatto positivo.
    Se fossi un’artista, desidererei che il mio lavoro fosse giudicato obiettivamente e, se è il caso, perfino aspramente criticato, piuttosto che essere blandita solo per via del mio corredo cromosomico. Anche perché il confronto col punto di vista altrui è essenziale all’affinamento del proprio “mestiere”, mentre qui mi pare si stia scadendo in qualcosa di assimilabile a ciò che avviene nel mondo della scuola, in cui l’insufficienza è quasi bandita, per non turbare la sensibilità degli studenti. Che così, però, non hanno alcun modo di rendersi conto della propria impreparazione, vivendo nell’illusione di sapere quel che non sanno, a scapito della società intera e soprattutto di loro stessi.
    Insomma, ho l’impressione che, spacciando l’operazione per femminismo, si ribadisca invece l’inferiorità delle donne che – poverine! – proprio non riescono a fare di più, e allora non ha senso infierire e nemmeno spronarle a superare i propri limiti. Tanto vale elargire loro coccarde, stelline e premi di partecipazione, trattandole alla stregua di una categoria protetta…

    Sarò strana io, ma questo – sebbene sia fatto in modo subdolo e forse non del tutto consapevole – mi pare ancor più offensivo e discriminatorio di quel che avveniva in passato. È troppo chiedere che, una volta per tutte, si pratichi una parità dei sessi autentica e, di conseguenza, s’inizi a ragionare solo di esseri umani, a prescindere dal genere a cui appartengono?

    Listening to:
    Ogallala – Hurray for the Riff Raff

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  • Da sud

    27 marzo 2024
    Poesia
    marzo 2024

    Scirocco asfissiante
    polveroso vela e scolora la primavera,
    consegna rugginosa di remoti deserti
    la sabbia e appicca prossimi desideri,
    rattizza il subbuglio magmatico
    dei pensieri, desta un’arsura assetata
    di fiamme, d’incendio che estingua
    l’intatto e il tiepido infuochi.

    Consumarsi.
    Vivere.

    Listening to:
    Terranera – Pinomarino

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