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  • Soprappensiero

    20 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024

    […] denk nicht, sondern schau!

    Non sono abbastanza ferrata per leggere Wittgenstein e comprenderlo pienamente, pertanto, se dovessi dare retta al famoso explicit del suo Tractatus Logico-Philosophicus, dovrei astenermi dal tirarlo in ballo; tuttavia, avendo frequentato un percorso universitario dell’area linguistica, è stato inevitabile entrare in contatto – seppure in modo decisamente superficiale – col pensiero del filosofo austriaco, e spero non me ne voglia, se questa volta l’esergo del post l’ho rubato alle sue Ricerche filosofiche.

    Osservare e basta, invece di pensare: è un’esortazione davvero saggia, ma come si fa a seguirla? Ben inteso, non ho dubbi che a molti riesca alla perfezione; io, però, non sono mai stata particolarmente brillante nella contemplazione impassibile e neutrale, e men che meno sono capace di governare l’indefesso lavorio mentale che m’ammorba la vita. Solo ascoltando la musica mi pare di trovare un poco di requie, ché ogni altro rimedio è malauguratamente vano.

    Con gli anni sono giunta alla conclusione che sia un problema di disconnessione tra mente e corpo: un’educazione tutta improntata all’esaltazione della trascendenza e della rarefazione dei bisogni concreti, a vantaggio di valori astratti e traguardi oltremondani, fa di questi danni. M’hanno tirata su inculcandomi il culto di un’irrealistica purezza, tanto nelle azioni quanto nei pensieri, e l’idea che il mucchio di carne che ci portiamo appresso non sia che un volgare impaccio, necessario ma fortunatamente transitorio. Pura esteriorità, vacua e infida, perché tentatrice. Niente più che un “groviglio mortale” da disprezzare, del quale provare vergogna e di cui temere gli istinti e, perciò, da dominare costantemente con pugno di ferro, finché non ci sia fatta la grazia di potercene finalmente sbarazzare.
    Se, da un lato, non mi è spiaciuto affatto d’essere stata allevata in un contesto di frugalità intenzionale e d’aver in questo modo appreso un certo distacco dai desideri materiali, la morigeratezza nei consumi (specie quelli voluttuari), e il biasimo nei confronti degli sprechi, che oggi mi consentono di vivere serena e libera dalla necessità del possesso del superfluo e dall’assillo dell’accaparramento di qualsivoglia status symbol; tutt’altra cosa è stata l’autentica mutilazione che m’è stata inflitta per quanto riguarda il rapporto col corpo.
    Il regime di paralizzante senso di colpa preventivo in cui ho patito, più che vissuto, l’adolescenza e la prima giovinezza è stato il frutto d’un insensata, anacronistica e – ahimè! – calcolata crudeltà. La quale, peraltro, mi era riservata in esclusiva, essendo io considerata l’unica tenuta al rispetto di certe ingiunzioni e a vivere in un’ascesi da monaco stilita; per cui non c’era neppure con chi condividere il fardello, di modo che ci si potesse confortare a vicenda e sentirlo meno gravoso.

    È stata tanta la riprovazione cautelare somministratami che, quando è arrivata l’età “pericolosa” nella quale avrei potuto contravvenire ai diktat morali, come per i cani dell’esperimento di Seligman e Maier, ormai l’impotenza appresa era talmente ben radicata da non rendere neppure più necessario tenermi d’occhio. Si poteva star tranquilli, la missione era compiuta: alla lunga, ero diventata io il secondino di me stessa e scoraggiavo autonomamente ogni possibile inadempienza, ancorché infinitesimale. E lo facevo, appunto, con una rassegnazione e un’autolesionistica diligenza che oggi mi ripugnano. Lo facevo come se sentissi sempre incombere uno sguardo di disapprovazione e una voce interiore altrui, che mi subissava di contumelie ogni qual volta immaginavo di poter essere “normale”. Ché io non avrei – in tutta onestà – voluto niente di più, non avendo per natura un’indole trasgressiva, né avendo mai desiderato di non essere una ragazza “perbene”.
    Dopodiché, improvvisamente mi sono trovata come un agnello in mezzo ai lupi, costretta a “giocare” nel mondo degli adulti con l’handicap di un’ingenuità, un’inesperienza e un’innocenza ancora tutte infantili: la ricetta perfetta per un disastro. Quel che poi è puntualmente avvenuto. Del resto, come immaginare una “preda” più ideale?

    E pure adesso, nonostante tutto, benché abbia esplorato, analizzato lungamente ed elaborato le ferite e le fragilità procuratemi dal tipo d’indottrinamento ricevuto, e quantunque ormai abbia un “passato” e una “qualifica” ingombrante – e per me fonte di grande imbarazzo – con la quale presentarmi, e malgrado a volte, a motivo di questo, mi senta vent’anni più vecchia rispetto ai miei coetanei, rimango in larga parte la ragazzina candida e sprovveduta d’un tempo e, perciò, sono ancora più vulnerabile. E allora come si fa a smettere di pensare, se la vita reclama di essere onorata, perché sarebbe scellerato tirarsi già in disparte a quest’età, avvizzendo in solitudine, però non si può fare conto pienamente sulla propria capacità di giudizio, non essendo sufficientemente smaliziata? Come si può pretendere che non si provi un’autentica paura, quando l’anima è già tutta un arlecchino di pezze e rammendi?
    Servirebbe d’incontrare la grazia d’un poco di gentilezza, però che stavolta fosse genuina; oppure di riuscire a mettere finalmente su almeno un velo di scorza. O forse, davvero, soltanto d’imparare a osservare quel che accade momento per momento, privilegiando l’intuizione istantanea rispetto agli inutili arrovellamenti.

    Se solo fosse facile!

    Listening to:
    Think too much (b) – Paul Simon

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  • Limiti e perfezione

    17 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024

    Nella prima infanzia credevo che mia nonna paterna fosse una maga, che per realizzare i propri prodigi si serviva di una serie di cartoni a soffietto e di un armadietto di metallo. Alla fine del rituale – il quale era piuttosto lungo e articolato – la levigatezza scorrevole della seta si trasformava in una superficie frastagliata con regolarità metronomica.

    All’interno di quel ripostiglio lungo e stretto, che pareva quasi un corridoio malamente illuminato da una piccola finestra posta in fondo, e che, tra una caterva di cose eterogenee e non di rado inequivocabilmente inutili – ché la nonna non buttava via nulla, con l’idea che tutto potesse tornare buono in futuro per qualcosa – ospitava pure il famoso armadietto metallico, in verità, non si compiva alcun sortilegio: semplicemente, oltre a essere una sarta, mia nonna era una plissettatrice e l’armadietto che tanto mi affascinava non era altro che un forno per la cottura a vapore del tessuto, in modo che col calore si fissasse la pieghettatura.
    Non era una maga, dunque, ma un’artigiana molto esperta. E scrupolosa. Tanto scrupolosa che, pure quando confezionava qualcosa per sé riutilizzando la stoffa di vecchi capi ormai dismessi dai figli, nonostante si trattasse di abiti destinati a essere indossati esclusivamente in casa, non mancava mai di realizzare anche la fodera completa e di rifinire le cuciture interne con lo sbieco. Perché per lei ogni cosa andava fatta con uguale serietà e precisione, dai lavori per i clienti alle presine da battaglia per la cucina.

    Mi capita, a volte, di chiedermi se non si sentisse mai paralizzata dal proprio inflessibile perfezionismo, il quale, a onor del vero, s’estendeva ben oltre i confini del mestiere. Quel puntiglio, che m’è stato trasmesso insieme al nome e in gran parte pure all’aspetto, è una maledizione che divora il mio tempo e mi condanna a struggermi nell’insicurezza e nell’ansia, rendendomi assai più greve del necessario la vita. Non è una questione di pedanteria: certo, la sciatteria deliberata e contenta mi disturba, ma l’approssimazione altrui, quand’è involontaria o dettata da necessità, non m’indispone affatto; sono solo le mie, le imprecisioni che mi sembrano inaccettabili e imbarazzanti e che troppo spesso addirittura m’inibiscono.

    Essere meticolosi e mai del tutto soddisfatti di sé è probabilmente un pregio, e può darsi che debba ringraziare d’averlo ereditato, perché l’assillo del mancato appagamento spinge a impegnarsi ogni volta con rinnovato zelo e, impedendo di prendere alcunché sottogamba, giocoforza conduce al miglioramento. Però, come si fa a non disprezzarsi nel frattempo? A non scoraggiarsi per via dei propri limiti? A concedersi la pazienza che si dovrebbe mostrare all’apprendista?
    E ci sarà mai un momento nel quale si arriverà a potersi compiacere almeno in parte della propria perizia? A poter guardare una cosa fatta sentendo l’orgoglio d’aver fatto bene? A non immaginarsi sempre ad arrancare dietro a un ideale costantemente sfuggente? A rasserenarsi pensando d’essere all’altezza, se non proprio di tutto, per lo meno di qualcosa?

    Peccato non aver fatto in tempo a porle a mia nonna queste domande ed essermi così ritrovata a portare il testimone del retaggio familiare come se fosse un mastodontico e soffocante giogo…

    Listening to:
    Our trinitone blast – Stereolab

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  • Il passaggio di mezzo

    13 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024

    Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul
    quale tu devi passare, nessun altro che tu sola. Certo vi
    sono innumerevoli sentieri e ponti e semidei che vorrebbero
    farti attraversare il fiume; ma solo a prezzo di te stessa;
    ti daresti in pegno e ti perderesti. Al mondo vi è un’unica via
    che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare,
    seguila. Ci fu chi disse: «Un uomo non si eleva mai tanto in
    alto come quando non sa dove la sua via può ancora portarlo.»

    Forse è davvero giunto il tempo d’instradarsi sul cammino dell’individuazione, nel senso junghiano del termine. Del resto, gli anni compiuti da pochi mesi sono quelli più appropriati per le crisi di mezza età. Quaranta, specialmente per una donna, è un numero che intimidisce, perché porta con sé la sensazione strisciante d’essere diventati da un giorno all’altro un “passato prossimo” ambulante, che, pure se prova tuttora a stirarsi verso il futuro, è costretto ad ammettere che quest’ultimo s’è fatto molto più angusto.
    E non è questione dell’assottigliarsi degli anni che rimangono da vivere, ché quanti se ne abbia davanti nessuno può saperlo in anticipo e, se si è fortunati, potrebbero essere pure altrettanti o più di quelli già trascorsi. Il problema è che si è stati giovani, con tutte le acerbità e le incompiutezze e anche le abbondanti potenzialità che questo implica, e quel momento è già passato; però non si è ancora anziani ed è, pertanto, sconosciuta quella – per dirla con l’imperatore Adriano della Yourcenar – “atroce assenza di desideri” che anestetizza la vecchiezza e (forse) la rende tollerabile. Dunque si è, o si dovrebbe essere, qualcosa di meno avventizio e maggiormente appagato rispetto a quel che si è stati nella stagione ubertosa del possibile e dei tentativi, e nonostante ciò si continua a essere creature desideranti. Anzi, a meno d’aver abbracciato una rassegnata senilità prematura, probabilmente lo si è con maggior urgenza che mai, poiché le cose che non si sono riuscite a conquistare (o a trattenere) sono divenute i costanti convitati di pietra delle proprie giornate e incoraggiano una disperata corsa contro il tempo, per ghermirle finché ancora si può.
    Inoltre, sebbene non sussistano più vincoli d’obbedienza a figure genitoriali, a onta dell’apparente autonomia conquistata, permangono le sovrastrutture che la famiglia ha inculcato, nonché gli obblighi morali e certe aspettative, le quali – sia che siano state realizzate sia che siano state tradite – diventano, se è possibile, perfino più opprimenti da sopportare, vista la scarsa possibilità ormai di compierle come pure di respingerle.

    Alla luce di tutto, non è strano che ci si possa sentire sopraffatti e disorientati e magari smaniosi di rivoluzioni. Tra i marosi della difficile navigazione nella maturità – quest’età amorfa, che non è un grembo di promesse e neppure un sudario di verdetti inappellabili – occorrerebbe impostare una rotta per intraprendere il proprio viaggio, quello che svia dalle ben note tappe convenzionalmente fissate e che nessun altro può compiere. Un itinerario finalizzato a scoprire chi si è realmente, al di là dei propri trascorsi e dei ruoli che si sono rivestiti negli anni. Al di là, insomma, della personalità che si è “acquisita” mediante l’educazione e la socialità. E bisognerebbe dare significato alla vita, un vero significato, che sia autenticamente proprio, prima che la vecchiaia irrompa e condanni al rimpianto di un’esistenza trascorsa col pilota automatico, a rincorrere traguardi fissati da altri e a venerare “divinità” avite. Banalmente, se non ci si è riusciti prima, si dovrebbe scoprire la propria “vocazione” e rispondere finalmente alla chiamata, o per lo meno provarci, per raggiungere la soddisfazione d’aver adempiuto il mandato specifico per il quale si è venuti al mondo e non rischiare di lasciare sotterrato e infruttuoso il proprio “talento”, al pari del servo malvagio e fannullone del Vangelo secondo Matteo, per poi ritrovarsi atterriti come Ivan Il’ič sul letto di morte, a chiedersi perché la vita sia tanto assurda e schifosa, che ragione ci sia in tutto il suo orrore e perché, infine, si debba morire e addirittura morire soffrendo.

    Il difficile è che solo per pochi le chiamate sono eclatanti e inequivocabili come quella di Saulo sulla via di Damasco: nella maggior parte dei casi non sono che sussurri sommessi, soffocati dal frastuono della quotidianità. Allora, se non si vuole farsi sfuggire l’occasione di addentrarsi nel proprio mistero, ci si deve impegnare a indagare se stessi, fino a stanare quella voce che altrimenti rischierebbe di rimanere inascoltata. Ma esaminarsi senza il conforto delle illusioni e della narrativa che ci si è cuciti addosso è un procedimento oltremodo sgradevole, che mina le fondamenta di quella che si presumeva fosse la propria identità e pone il proprio vissuto sotto una luce del tutto nuova. Per diventare davvero se stessi, infatti, si deve copiare Michelangelo e rimuovere dalla materia visibile le parti superflue – alle quali, però, nel frattempo s’è fatta l’abitudine – al fine di liberare la forma che vi è intrappolata. Un lavoro titanico, che richiede fatica e fervida immaginazione, con la speranza d’avere coraggio e tenacia sufficienti per eseguirlo fino in fondo e non dirottare, per pigrizia o per timore, su rimedi palliativi dozzinali, capaci magari di placare un poco l’inquietudine e tuttavia assolutamente sterili in termini di conoscenza di sé e ricerca di senso.

    E quindi, seppure un poco tremebonda, sono risoluta ad accingermi a sbozzare.

    Listening to:
    Friend of a friend – The Smile

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  • Stemperati nell’infinito

    9 gennaio 2024
    Musica
    gennaio 2024

    Wonderful music like this was the worst hurt there
    could be. The whole world was the symphony, and
    there was not enough of her to listen.

    Avere l’impressione che non esista più alcun diaframma tra sé e il tutto e di non essere altro, se non qualcosa d’indistinto dissolto nell’immensità del cosmo. Percepire il senso luminoso dell’infinito e dell’eterno e avvertire, con beatitudine pari a quella d’un feto immerso nell’agio amniotico del grembo, la sensazione squisita e disorientante di esserne organicamente parte. Romain Roland lo battezzò “sentimento oceanico”, ed è sufficiente provarlo una tantum per essere sicuri che la vita ha senso e che, malgrado tutte le sue complicazioni, è magnifica.

    Povero Cartesio! Evidentemente, come Freud, non amava la musica, altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente d’affermare il dualismo inconciliabile tra res cogitans e res extensa, giacché quest’arte – anzi, questa teurgia – offre una fin troppo facile confutazione della separazione tra pensiero e materia, involontariamente avvalorando la tesi “rivale” di Spinoza.
    Deus sive natura, la sostanza infinita, che si manifesta in modi diversi e ha diversi attributi, ma che rimane pur sempre un’unità che è al contempo causa ed effetto del mondo: chiunque ascolti davvero la musica, ricorrendovi non solo quale antidoto al silenzio, ha familiarità esperienziale con quest’ebbrezza panteistica e perciò non può rigettare con sprezzatura il monismo. Infatti, sebbene si possa legittimamente essere perplessi rispetto all’idea di un principio generatore tanto proteiforme da essere al tempo stesso origine e manifestazione di tutto il creato, o rifiutare per intero l’ipotesi dell’esistenza d’un qualsiasi artefice dell’Universo, come può non lasciare aperta almeno un’esile crepa nel proprio scetticismo chiunque abbia ascoltato, per esempio, l’ariosa e dinamica Ouverture del Flauto magico di Mozart, che dà il senso preciso del formicolare della vita animale e vegetale nella foresta, al punto che, mentre si ascolta, pure il pulsare del cuore diventa frusciare di foglie e battito d’ali, e il sangue che scorre nelle vene pare trasformato nella corsa agile e fulminea degli scoiattoli sui rami, e tutto ronza e cinguetta insieme agli archi e ai fiati?

    A dar credito ad alcune tradizioni filosofico-esoteriche remote, il cosmo stesso risuonerebbe della “musica delle sfere”, un’armonia infallibile generata dal movimento dei corpi celesti, gemella dell’altro principio – apparentemente tanto spicciolo e sistematizzabile, e ciononostante profondamente mistico ed elusivo – regolatore del tutto: i numeri. E, certo, è innegabile che la musica sia apparentata con la matematica, e non solo perché l’altezza dei suoni si misura in intervalli identificati appunto da numeri, oppure perché il pentagramma è assai simile a un piano cartesiano, in cui ad ascisse e ordinate corrispondono righe e battute.

    Forse Dio è davvero nient’altro che musica e numeri, dunque poesia e illimitata molteplicità; e quando la percezione della nostra individualità si diluisce nel flusso delle note, riconoscendo tra sé e questa corrente un’impeccabile omogeneità, ci viene concesso il privilegio d’avere un’intuizione di quella Melodia che non può essere definita, esattamente come a Emily Dickinson era dato di ricavare dal pino davanti alla propria finestra una prefazione dell’incontro col mistero da cui sgorga la “Regale Infinità” di cui tutti siamo membri.

    Listening to:
    21st century schizoid man – King Crimson

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  • À rebours

    4 gennaio 2024
    Riflessioni
    gennaio 2024
    À rebours

    Ascolteremo nella calma stanca
    la musica remota
    della nostra tremenda giovinezza
    che in un giorno lontano
    si curvò su se stessa
    e sorrideva come inebriata
    dalla troppa dolcezza e dal tremore.
    Sarà come ascoltare in una strada
    nella divinità della sera
    quelle note che salgono slegate
    lente come il crepuscolo
    dal cuore di una casa solitaria.
    Battiti della vita,
    spunti senz’armonia,
    ma che nell’ansia tesa del tuo amore
    ci crearono, o anima,
    le tempeste di tutte le armonie.
    Ché da tutte le cose
    siamo sempre fuggiti
    irrequieti e insaziati
    sempre portando nel cuore
    l’amore disperato
    verso tutte le cose.

    Al cinema il primo dell’anno: non capitava da una vita. Più o meno da quando hanno chiuso la mia sala del cuore, quella nella quale sono cresciuta, andando religiosamente ogni sabato pomeriggio a “dissipare” – avendo, però, cura di tenere da parte quel tanto che bastava per un paio di tranci di focaccia dal fornaio – la mia magra paghetta settimanale. Non importava quale fosse il film in proiezione, perché come richiamo bastava il piacere di sedermi nelle poltroncine rosse un poco scomode e venire ipnotizzata da uno di quegli schermi panoramici, che oggi – nella triste epoca dei multisala nei centri commerciali, in cui pure il cinema è una merce da infiocchettare e vendere seguendo le logiche della massimizzazione del profitto, e perciò tutto (perfino i film d’essai) puzza di popcorn al burro da ruminare a secchiate – non si usano più.

    Mentre tutta la cittadinanza comprensibilmente sciamava a vedere la commedia girata proprio nel nostro territorio la scorsa estate, un’amica in cerca di un’altra bastian contrario che le facesse compagnia mi ha invitata a vedere l’ultimo, bellissimo, film d’animazione di Hayao Miyazaki. E così il 2024 nuovo di zecca s’è subito presentato con una sorpresa: chi se lo aspettava – non avendo avuto modo di leggere nulla in anticipo – che si trattasse di un racconto sull’elaborazione del lutto! E mai sorpresa ha dato maggiormente l’impressione d’essere una stentorea coincidenza. Con una punta di megalomania si potrebbe considerarla addirittura una sincronicità, visto che negli ultimi mesi mi sono data espressamente l’imperativo di digerire finalmente il mio dolore e quest’anno, una volta per tutte, iniziare davvero a pensare al tempo successivo, e che da alcuni giorni, proprio nell’ottica di scuotermi di dosso l’indolenza rammaricata che da troppo mi pietrifica, mi sto impegnando attivamente a compiere l’esercizio che da sempre per me rappresenta il solo modo di ripartire: ricostruire il percorso all’indietro, riconnettendo i puntini come in una pista cifrata alla rovescia, per capire dove e perché s’è imboccata la strada sbagliata, affinché la sofferenza insegni qualcosa e non ci si avventuri nel futuro sfidando ciecamente la sorte.

    Per Mahito, il giovane protagonista del film, il tempo del lutto è un luogo estraneo e misterioso, un altrove di sospensione, in cui prima rifiutare combattivamente e poi affrontare e infine sottomettersi con coraggio all’ineluttabilità del destino, avvalendosi dell’apporto di forze e figure alleate e antagoniste, scoprendo che queste ultime, una volta accettata la realtà, non sono terribili e imponenti come s’era creduto in un primo tempo e non sono neppure tutte nemiche.
    Che allegoria elegante, densa e acuta! Ché il cuore del dolore è proprio così: un esilio sgradito e in larga misura spaventoso, nel quale ci si sente separati dal mondo, che nonostante tutto va avanti, e da se stessi, non riconoscendosi più e non riuscendo a intravedere la possibilità di ritrovarsi. Ma poi ci si stanca – o, per lo meno, sarebbe auspicabile che ci si stancasse – di starsene passivi a osservare l’orrore del suppurare delle proprie piaghe e si sente il bisogno di scuotersi in qualche modo.

    Le soluzioni efficaci per me sono sempre state camminare senza meta in solitudine, attenta a lasciarmi investire dalla bellezza accidentale che ci è costantemente attorno, e poi scrivere, per fluidificare i pensieri raggrumati. E infine passare in rassegna i cimeli accumulati negli anni: tutte cose per lo più prive di qualsivoglia valore economico, ma gravide di ricordi e significati sentimentali, da usare come pietre miliari mentre si compie il viaggio a ritroso nella memoria per capire esattamente in che punto ci si è perduti.

    Rovistando negli scatoloni, tra una camicia comprata un quarto di secolo fa – che miracolosamente calza ancora a pennello! – e lo zaino arancione delle superiori con dentro il walkman e le cassette che facevano da colonna sonora lungo il tragitto da casa a scuola, viene fuori un quintale di carte: quaderni, diari, agendine e blocchi per appunti vergati con accanimento e solerzia negli ultimi trent’anni, annotando pensieri, sogni, progetti, fatti realmente accaduti e situazioni ipotetiche, poesie imbarazzanti per ingenuità e bozze di racconti scipiti. E si ritrova un hard disk pieno di fotografie, tra le quali ci sono pure quelle del viaggio negli Stati Uniti dell’agosto 2008 per partecipare, con la sensazione schiacciante d’essere rimasta indietro nella vita, al matrimonio di quel fratello maggiore di appena trecentosessantatré giorni, col quale sono cresciuta gomito a gomito, quasi che fossimo gemelli.

    Nel mucchio di scatti sbagliati e banali realizzati da me, c’è una cartella di immagini la cui paternità appartiene a lui e tra esse ce n’è una che mi ritrae inguainata nel colore squillante di quella che all’epoca era la mia maglietta preferita, a sfidare il grigiore di un pomeriggio di pioviggine sul ponte di Brooklyn, con una minuscola Statua della Libertà sullo sfondo, mentre guardo da un’altra parte. Una foto un po’ sgranata e impercettibilmente mossa, perché “rubata”, come sono quasi tutte quelle in cui appaio da adulta, giacché – se mi è data la scelta – all’obiettivo preferisco sottrarmi, avvertendo davanti all’occhio vitreo della macchina fotografica lo stesso agio che s’avrebbe al cospetto di un plotone d’esecuzione. Eppure, negli scatti presi a tradimento – nonostante la proverbiale insicurezza, che mi dà l’impressione che ogni mio difetto sia lampante e che sempre m’ha incitata a nascondermi – può capitare che mi piaccia. E anche in questo mi vedo gradevole, anzi, quasi bella, a dispetto degli occhi stretti che guardavano chissà cosa e dei capelli increspati dall’impietosa umidità.

    Duole osservarsi così, scoprirsi carina e pensare che in quel momento mi trovavo, senza che potessi saperlo, appena a un passo da quel pendio precipitoso che mi ha sprofondata dove sono adesso. Se solo allora avessi avuto la saggezza di vedermi com’ero realmente, piuttosto che, come d’abitudine, lasciarmi vincere dalla vergogna, da tutte le paure e dai sensi di colpa inculcati nel corso di un’annosa guerra altrui, che aveva eletto me – e specialmente il mio corpo – quale campo di battaglia, forse nulla di quello che è stato dopo sarebbe successo. Forse non sarei caduta nella tela di chi incantava con parole, che all’apparenza raccontavano di quell’accoglienza che avevo spasmodicamente anelata e dentro nascondevano pillole velenose di ulteriore denigrazione. Forse avrei capito che, se finalmente non mi sentivo a disagio, era solo da imputare al fatto che certi modi m’erano familiari, poiché le promesse vuote e i complimenti a doppio taglio e le aggressioni passive e i paragoni insensati e ingenerosi erano il mio pane quotidiano. E magari sarei stata in grado di comprendere che, no, a nessuno spettava un’aureola né gratitudine e non mi si stava facendo un pietoso favore, perché non ero affatto una cosa indesiderabile raccattata da un cuore magnanimo, come m’è stato addirittura detto apertis verbis. E se solo prima, piuttosto che starmene sempre a occhi bassi, avessi saputo raccogliere altri sguardi, invece di sfuggire guizzando come un’anguilla, immaginandomi costantemente non all’altezza e temendo il momento nel quale ciò sarebbe fatalmente emerso con lapalissiana chiarezza…

    Tuttavia, non ha alcun senso speculare su i “se” e neppure recriminare. Dal momento in cui sono uscita dall’infanzia e da quello stato di minorità, per dirla alla Kant, che essa fisiologicamente comporta e che ci rende indifesi e incolpevoli, non m’è stato fatto nulla più di quel che ho consentito mi si facesse. È da questa consapevolezza fastidiosa che occorre ripartire, allenandosi ad accettare che le critiche altrui vadano sicuramente vagliate, ma che non debbano per forza essere assorbite e fatte proprie, che non sia necessario mettersi costantemente in dubbio e sentirsi immancabilmente in difetto; e che si sia liberi perfino di rifiutarle, quando suonano malevole o non le si reputa veritiere. E imparando a darsi da sé quella compassione e quell’accettazione che si sono rincorse invano, rifuggendo dal compiacersi dei propri limiti così come dal detestarsi in ragione di essi, per riscattare finalmente quella ragazza graziosa, che si credeva terribile e a causa di ciò immaginava non ci fossero per lei altre vie all’infuori della mortificazione perenne o della fuga preventiva.

    Listening to:
    The hiding place – Jessica Bailiff

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  • Bellezza a portata di mano

    30 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    Spazzando il balcone, un fruscìo tra le piante. Da uno dei rami ormai spogli della buganvillea, un pettirosso sgargiante becca avidamente gli ultimi baccelli superstiti della senape bianca. La scopa poggiata in tutta fretta e la porta finestra richiusa in un istante, ché la coda dell’occhio ha captato la gatta riscuotersi dal dormiveglia, come l’istinto comanda, sicché la malagrazia di una zampata al visitatore pennuto è più di una probabilità.
    A pericolo scongiurato, si sta dietro i vetri a guardare. Lei scornata e miagolante, io estatica e sorridente, gustando la fortuna di poter ammirare la creaturina impettita, mentre gode dei semi di quella pianta germogliata a sorpresa la scorsa primavera e che per tutta l’estate ha allietato coi suoi mazzetti di fiorellini gialli, chiedendo in cambio nient’altro che un poco d’acqua ogni tanto.

    Non l’avevo mai visto nel quartiere un pettirosso prima d’ora: qui abitualmente bazzicano solo verzellini, ballerine bianche, merli, gazze, tortore, piccioni e gabbiani. E allora, pur sapendo che non è mia, questa bellezza tremolante, vaporosa di piume arancio e brune, voglio pensarla ugualmente come un dono per me e un buon auspicio, uno dei tanti, come la senape arrivata da chissà dove, ché qui attorno di campi non ce ne sono per chilometri.

    La vita spesso pare una catena di sottrazioni, eppure, quando all’improvviso restituisce, stupisce con smodata larghezza. Anche nelle cose minute e quotidiane, che – a essere ricettivi – non hanno minor potere d’illuminare le giornate, ricordando che esiste una strabiliante Armonia, che tiene in equilibrio l’Universo e di tanto in tanto elargisce carezze.

    Listening to:
    Don’t cling to life – The Murder Capital

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  • 27 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] l’essenza dell’amore non è in ciò che è condiviso, è nel costringere
    l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente
    tanto, a diventare il massimo che gli consentono le forze.

    A volte leggi parole che smascherano crudelmente le tue illusioni più tenaci, quelle che hai edificato negli anni con zelo e dovizia di particolari, affinché non ti opprimessero, fino a impedirti di vivere, né il senso d’ingiustizia né la disperata nostalgia di quel che non conosci. E tu, che hai sempre creduto ai poeti quasi che fossero estensori del Verbo, non puoi certamente ignorare la scudisciata che ti è schioccata tra le spalle come una barbara sveglia.

    La verità è nello spasmo che t’incorda le viscere: non sai cosa sia l’amore “buono”, quello che nutre, incoraggia e fa sbocciare; ché intimamente non hai dubbi d’essere avvezza a nient’altro che sbarre e guinzagli e amputazioni spacciate per potature che t’avrebbero resa più forte e più bella. Tu, quale cespuglio indifeso, ti sei prestata obbediente alle cesoie, sperando che prima o poi sarebbe stato abbastanza quel che era stato sfrondato e che l’opera ultimata sarebbe stata guardata con soddisfazione, se non addirittura con orgoglio. Confidavi che un giorno, a forza di dare tutto quel che le avide lame chiedevano, ti sarebbe stato finalmente perdonato d’essere arrivata assolutamente inattesa e un poco importuna, e d’essere quella che sei.
    Per andare avanti, hai imparato a dare alle briciole il nome di pane e il dannato languore che non voleva saperne di placarsi l’hai battezzato un semplice scherzo della tua fantasia. Così, quando t’hanno ammannito altre molliche, stavolta per giunta su un vassoio appariscente, a te è parso un banchetto sardanapalesco e ti ci sei buttata a capofitto. E sono arrivate altre lame fameliche, altri divieti e altre catene, perché ancora una volta eri troppo e insieme troppo poco.

    Annaffiata da nuove lacrime, hai scoperto che, a meno d’imporselo, non esiste limite a quel che si può sacrificare, sebbene avresti potuto giurare non ci fosse più alcunché che non avessi già immolato su altari altrui. Finché un giorno ti sei sentita tanto scarna che, se t’avessero reciso anche solo un millimetro di più, saresti avvizzita del tutto dalla sera alla mattina. E allora ti sei sottratta all’ennesimo taglio, ma tuttora non hai imparato a darti il concime e piantarti sostegni per sopportare il vento, né ti sei davvero convinta che pure tu potresti fiorire.

    Nel frattempo è trascorsa la primavera e ormai non è più tempo d’aspettare i cambi di calendari per dare seguito ai buoni propositi. Per iniziare, purché lo si voglia, un giorno vale l’altro.

    Listening to:
    All flowers in time bend towards the sun – Jeff Buckley & Elizabeth Fraser

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  • Il coraggio e gli altri

    23 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    […] al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato
    senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia
    consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana.

    Un venerdì di dicembre, di primo pomeriggio, la TV accesa a fare da sottofondo intanto che si rigoverna la cucina dopo il pranzo. Da qualche giorno su Rai Tre è iniziato un programma in cui i conduttori e gli ospiti parlano coi giovani di sentimenti, a partire dallo spunto fornito da alcuni dei capolavori della letteratura mondiale. Le puntate precedenti erano state noiose, sovraccariche di semplificazioni e banalità, ma tutto sommato innocue; questa volta, però, è diverso. Il tema del giorno è il coraggio e, mentre si sfrega il piano cottura, si viene colpiti da un’affermazione contundente: «Il coraggio più difficile da avere è quello di mettersi in gioco, di cambiare, il coraggio di ammettere gli errori e i propri limiti, e il coraggio di fare ciò che si reputa giusto, ciò che si desidera e non quello che le convenzioni impongono, come Anna Karenina…»
    E da lì in poi è tutto un ignorare assolutamente i contenuti morali di uno dei romanzi più densi e straordinari mai scritti, per magnificare l’audacia di una donna “eroica”, vittima dei tempi e delle loro costrizioni, che purtroppo paga a caro prezzo, fino a rimetterci la vita, le proprie scelte di libertà dettate dall’amore, perché – si lascia velatamente intendere – un finale più “giusto” era sfortunatamente impossibile, visto che s’era nell’ultimo quarto del XIX secolo e, di conseguenza, il “risveglio” dal pensiero oscurantista era di là da venire. E, ça va sans dire, con una nonchalance che sbigottisce per la vacuità e l’approssimazione che sottende, non si perde occasione di fare un parallelo coi casi contemporanei di cronaca nera; come se tradire un marito (perbene, non un aguzzino) e poi abbandonare questi e un figlio, per prendersi l’uomo dal quale la cognata del proprio fratello sperava così tanto di ricevere una proposta di matrimonio da ammalarsi quando ciò non accade, fosse anche solo lontanamente assimilabile all’allontanarsi da un partner abusante…

    Dunque è così che vogliamo insegnare i sentimenti alle nuove generazioni? Trasmettendo il messaggio che il male fatto agli altri sia accettabile, se lo si fa per perseguire ciò che si crede sia il proprio bene? E che sia giusto farsi trascinare in maniera sconsiderata dalle proprie tempeste interiori, perché tanto gli unici a contare siamo noi stessi e quel che il nostro io reclama? Davvero il coraggio è prendere per sé quel che si vuole, senza darsi pensiero delle macerie che ci si lascia alle spalle?
    Farsi travolgere dai propri desideri e restare avviluppati dalle loro spire, incuranti degli effetti che questo comporta e di chi debba pagarne il prezzo, non è, piuttosto, una manifestazione d’infantile egoismo, insensibilità e avventatezza? Sul serio basta che il motore di certe azioni sia la passione, perché le si possa considerare legittime e ci si possa ritenere assolti dalla colpa delle loro ricadute?

    Se parliamo di coraggio e di personaggi letterari femminili, non è forse più impavida la Käte Bogner di Heinrich Böll, che ama con tenacia il suo Fred tornato spezzato dalla guerra e lo fa con dolcezza anche a distanza, come a lui serve che sia per non impazzire, e a dispetto dello squallore circostante e del peso e dell’amarezza d’essere stata lasciata a badare da sola ai figli? Non è forse un esempio migliore – e non solo per i giovani – chi per amore il proprio io lo mette da parte e fa pure quel che per sé è scomodo e perfino sgradevole e doloroso? Non è più audace chi tempra il proprio sentimento nella rinuncia, se essa è funzionale al bene dell’altro?
    E non si tratta di glorificare l’immolarsi perversamente non avendo rispetto per la propria persona: lungi da me il mitizzare la tendenza al martirio, la codipendenza affettiva o i legami disfunzionali! A far la differenza è l’amore: se è autentico, allora il sacrificio non è masochismo, bensì dono nella sua accezione più pura e sostentamento per chi ne beneficia e per chi lo compie.

    Certo, dal pensiero dominante la determinazione d’una moglie devota è considerata con disapprovazione, come una manifestazione della cultura del patriarcato, o con sufficienza, come una cosa démodé; una donna “forte”, che spezza le catene delle costrizioni sociali e dell’ipocrita diseguaglianza matrimoniale, appropriandosi della sua facoltà di autodeterminazione e prendendosi da sé la parità che le è negata, invece, è assai più affine alla temperie del momento. Però, prima di proporre certi accostamenti, sarebbe onesto tener conto del fatto che occorra distorcere largamente le intenzioni dell’autore e il significato stesso dell’opera per fare di Anna un’eroina.
    La Karenina è indubbiamente un personaggio grandioso, tuttavia, se si vuole rispettare quel che è uscito dalla penna di Tolstoj, che pure non le ha negato attenuanti e compassione, rimane sostanzialmente un personaggio “negativo”. Non ci sono molte possibilità d’interpretazione: l’eroe del romanzo è Lèvin e l’amore esemplare è quello tra lui e Kitty. Evidentemente, però, quelli de “La biblioteca dei sentimenti” sono fiduciosi di saperla più lunga di colui che il libro l’ha scritto.

    Questioni ermeneutiche a parte, il punto di vista morale della trasmissione non è un caso isolato e riflette quella che ormai è la tendenza generale, tanto che la china che stiamo prendendo inizia a sembrare davvero pericolosa. Tutta questa esaltazione dell’egoismo, presentandolo sotto le mentite spoglie della libertà, è più che immorale: è nociva.
    Il fatto è che gli altri esistono e non sono mere comparse con l’unica funzione di aggiungere un poco di varietà alle scene del film della nostra vita, o semplici strumenti dei quali servirci secondo l’utilità del momento. Per quanto si cerchi accanitamente di convincerci del contrario, erodendo le comunità e puntando all’isolamento dei singoli, l’uomo – oggi come ai tempi di Aristotele – è un animale sociale e come pensiamo di garantire il soddisfacimento del bisogno di socialità se, al posto del senso di responsabilità nei confronti degli altri, instilliamo negli individui l’idea che ciascuno abbia come riferimento nient’altro che il proprio io e debba seguire esclusivamente – e in modo del tutto dissennato – i propri appetiti?

    Listening to:
    Shadowplay – Joy Division

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  • Ad maiora(?)

    22 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023

    La vita somiglia al peggior incubo di ogni appassionato di enigmistica: un cruciverba senza schema da fare direttamente con la penna; se si annerisce una casella sbagliata, almeno una parte della soluzione sarà compromessa e non più recuperabile. E nella vita non è dato neppure d’essere furbi e mettere semplicemente dei puntini per segnare quelle caselle che si pensa non siano destinate a ospitare alcuna lettera, così da poter eventualmente rivedere il proprio giudizio e correggerlo in un secondo momento.

    Eppure, non è forse una delle più feroci bellezze dell’esistenza che ogni scelta e ogni atto compiuto sacrifichino tutte le altre possibilità? E non è in ragione di ciò a cui rinunciamo che il nostro agire acquista significato? Vivere è, in fin dei conti, accettare dei rischi e assumersi delle responsabilità, e questo vale pure se non s’è dotati d’indole temeraria, poiché perfino l’inerzia è una decisione e come tale comporta delle ripercussioni.
    Sebbene a volte sia possibile tornare sui propri passi, le cose che possono essere disfatte non possono certamente essere cancellate e, per quante correzioni di rotta si possa tentare di compiere, almeno il tempo investito rimane in ogni caso irrecuperabile. L’arbitrio di cui siamo dotati ci dà un assaggio della demiurgica libertà degli dei, ma le sue conseguenze ci ancorano alla condizione umana, additandone crudelmente le deficienze: siamo precari, malaccorti e assolutamente non onnipotenti.

    Tuttavia, ad avere il coraggio di rivendicare a viso aperto quale opera propria e i successi e i fallimenti, trattenendosi dall’attribuire a sé solo il bene e scaricare altrove – convincendosi per pusillanimità d’essere “vittime” incolpevoli – il male, si scopre che anche tra i cespugli di rovi si nascondono fiori. Pertanto, se si è permeabili agli ammaestramenti che si ricevono tanto nella gioia quanto – e soprattutto – nel dolore e nella frustrazione, può darsi che malgrado si anneriscano caselle sbagliate, in definitiva nulla risulti davvero scempiato. È indubbio che l’esito sarà differente da quello previsto, però non è detto che debba necessariamente essere peggiore.

    Ché poi una vita esultante, traboccante di soli trionfi, chi la vorrebbe davvero?
    Ancora una volta è un poeta (forse il più lucido e penetrante tra quelli del Novecento), ad aver indicato la via maestra: occorre lasciare che ci accada tutto, bellezza e terrore. Per essere “completi”, è necessario forgiarsi e irrobustirsi non solo nella fucina dello splendore, ma pure sotto le percosse del martello della disperazione. È questo l’unico modo per scoprire se stessi: testare la propria duttilità e la propria resistenza. E – perché no? – si potrebbe finire per sorprendersi d’essere meno gracili di quanto ci si aspettasse.

    Risolvendosi a far fruttare la propria sofferenza e le proprie sconfitte mettendosi in discussione, non è da escludere – benché una valutazione obiettiva sia possibile solo a posteriori – che proprio gli errori e le loro lezioni possano portare a cose, sì, in larga misura estranee rispetto ai programmi originariamente architettati per sé, e ciononostante più giuste, più “nostre”, più floride, migliori.
    Alla luce di questa speranza, l’anno che declina se ne va trascinando una coda di desiderio di provare a sperimentare se dalle ceneri dei miei errori esiziali si possa risorgere come araba fenice, smagliante creatura pennuta di fiamme. E io, sicuramente ridimensionata e – mi auguro – anche temprata dagli insegnamenti e dagli ammonimenti accumulati, a dispetto delle residue incrostazioni d’innata esitazione, sento sempre più rimbombare tra cuore e stomaco, come il rintocco di un battito irrequieto, una neonata e inedita audacia di voler finalmente cimentarmi nella sfida.

    Listening to:
    Get miles – Gomez

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  • Mare quasi d’inverno

    18 dicembre 2023
    Riflessioni
    dicembre 2023
    Mare quasi d’inverno

    Mar che ti volgi ovunque è riva e chiami,
    Cuor che ti muovi ovunque è pena e l’ami:

    Ritornan l’acque e i sentimenti al fondo,
    Ma per salire puri ancora al mondo.

    Due giorni di pioggia e tramontana pungente prodromici d’inverno, poi uno d’umido cupo e infine una domenica sontuosamente tiepida di cielo sgombro e sole sfrontato, quasi si trattasse di una premonizione primaverile. Non fosse che il tramonto cade ancora troppo in fretta, si sarebbe potuto pensare d’essere già in marzo, piuttosto che a un passo dal Natale.
    Incoraggiati dal bel tempo, non è strano sia venuta voglia d’uscire a camminare e, per forza di cose, camminare qui non può voler dire altro che mare. Così s’è salutata la gatta, che – mezza assopita nel morbido conforto postprandiale della sua coperta sul divano – ha elargito in risposta nient’altro che regale indifferenza, e ci si è chiusi la porta alle spalle. Col solo equipaggiamento d’un disco a far compagnia e a fornire un poco d’atmosfera attraverso gli auricolari, ci si è avviati con l’intenzione d’andare verso levante e poi, al momento di svoltare, come se si seguisse un improvviso richiamo, s’è finiti per proseguire dritto e ci si è ritrovati a ponente, su quelle spiagge che immalinconiscono vagamente, per via di ricordi agrodolci con i quali la riconciliazione piena è tuttora di là da venire.

    Un ondeggiare flemmatico e l’umido del brecciolino sotto le suole e l’azzurro a racchiudere dall’alto e dal basso l’angolo più dolce del promontorio e la luce gentile del lembo estremo d’autunno, come balsami a lenire gli unici sentimenti rimasti sospesi tra il passato e il presente. In grazia di questi magnanimi aiutanti, s’è completata un’ulteriore tappa del cammino in cui, un piede avanti all’altro, giorno dopo giorno s’annacquano la rabbia e la vergogna del troppo a lungo non aver saputo essere avvocati e custodi di se stessi. Vien quasi da pensare che, infine, ci si possa addirittura perdonare, ché di attenuanti se ne avrebbero d’avanzo.

    E poi, tra tutte le cose che erano state sottratte, viene voglia di riappropriarsi sempre più anche della sintonia con questa lingua di terra, trascurata per non contrariare chi non faceva che vilipenderla, sapendo fin troppo bene quanto ciò straziasse e inseguendo precisamente quell’effetto. E, al di qua di una saggezza dolorosa – ma pure necessaria – e della gioventù trascorsa, viene soprattutto voglia d’immaginarsi al tempo futuro e desiderarsi, malgrado tutto e con un poco d’imprudenza, costantemente fedeli alla propria natura estranea al cinismo e priva di callo sul cuore.

    Listening to:
    Misery Lane – Being Dead

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