Vai al contenuto
  • Essere donna oggi…

    30 marzo 2024
    Musica
    marzo 2024

    Di tutte le cose che sognavo per me da ragazzina non ne ho fatta quasi nessuna e di tutti gli impegni che allora avevo preso con me stessa ho mantenuto solo quello di non diventare uno di quei relitti nostalgici, che pensano che la musica sia morta il giorno esatto in cui è terminata la loro gioventù.
    Certo, come tutti anch’io sono sentimentalmente legata alle cose che ascoltavo in adolescenza o a vent’anni, non fosse altro che per i ricordi che richiamano alla mente; ma non per questo ho smesso di leggere le riviste di settore e tenermi informata sulle nuove uscite. Perciò, anche se la mia cultura non abbraccia tutti i generi, per lo meno per quanto riguarda i miei preferiti e quelli limitrofi a essi, posso considerarmi adeguatamente aggiornata e non credo di dire il falso, se sostengo che la musica non è affatto finita; né di essere eccessivamente indulgente, se affermo che in tempi recenti sono state pubblicate cose assolutamente pregevoli. E non solo da artisti sempre affidabili – vedi i due album del progetto The Smile della premiata ditta Thom Yorke e Jonny Greenwood (più Tom Skinner) – ma perfino da esordienti. Penso, per esempio, a quando nel 2019 i Fontaines D.C. ci folgorarono con “Dogrel”, un album di debutto notevole, che non emergeva solo in confronto al resto della produzione coeva, ma ritengo sarebbe parso altrettanto bello pure se fosse uscito prima dell’era dello streaming selvaggio, che ha storpiato il modo di fruire la musica e, per molti versi, anche quello di crearla.

    Da qualche tempo, tuttavia, sembra che a tenere alte le sorti di quest’arte siano per lo più le donne; e non mi riferisco solo al successo planetario di fenomeni mainstream come Beyoncé, Taylor Swift e Billie Eilish. Anche nell’universo alternativo e indie, infatti, parrebbe essere in corso una rivoluzione in rosa. Se non altro stando alle recensioni.
    Già, perché per la verità la mia impressione è che non sia esattamente così. E no, non si tratta di voglia d’essere a tutti i costi bastian contrario. Per dirne una, il pezzo che fa da colonna sonora a questo post a me pare sinceramente una cosetta da poco, come del resto l’intero album da cui è tratto: dieci tracce di alt-country indiscutibilmente radiofonico e vagamente sovra-prodotto, che non aggiungono nulla di lontanamente significativo al panorama del genere e, se fossero state pubblicate in passato, sarebbero passate quasi inosservate o avrebbero fatto storcere il naso a qualcuno. Eppure oggi le recensioni entusiastiche, soprattutto nel mondo anglosassone, si sprecano.

    La cosa sorprendente è che a guidare il contingente di coloro i quali giudicano con una generosità smodata ogni lavoro realizzato da donne sia Pitchfork, che – per fortuna! – non sarà al livello della nostrana Livore, la cui redazione con sadico compiacimento stronca per principio chiunque venda più di una manciata di copie ad amici e parenti (tanto per dare un’idea: per loro “London Calling” è una porcheria commerciale e i Clash non possono essere considerati punk…), ma comunque è tutt’altro che una webzine di manica larga. Per intenderci, è la stessa che l’anno scorso ebbe il coraggio di andare controcorrente e affibbiare un impietoso (ma meritato) due secco a “Rush!” dei Måneskin, mentre tutti gli altri magazine cartacei e non (prezzolati? conformisti?) si sperticavano in lodi assurde, come se si trattasse di poco meno che un capolavoro. Ciononostante, basta che ci sia da recensire il disco di una donna e sembra che all’improvviso le facoltà valutative dei redattori si annebbino, al punto che non ricordo un solo caso recente in cui siano scesi al di sotto della piena sufficienza.

    Passi per le Wet Leg, il cui album d’esordio, se non altro, aveva il pregio d’essere contraddistinto da una gradevolissima autoironia; ma a pensare al coro osannante che s’è levato per “The Record” di boygenius, finito praticamente in tutte le top ten dei migliori album del 2023, o alle critiche lusinghiere collezionate ultimamente dal suo epigono britannico, “Prelude to Ecstasy” di The Last Dinner Party, c’è di che indignarsi. E chiedersi – senza nemmeno dover andare a scomodare pietre miliari della musica al femminile, come “Horses” di Patti Smith o “I Put a Spell on You” di Nina Simone o “Pearl” di Janis Joplin o “Tapestry” di Carole King – a quante cifre sarebbe il voto assegnato oggi a dischi belli, sì, ma già all’epoca un poco sopravvalutati, quali “Jagged Little Pill” di Alanis Morissette o “Back to Black” di Amy Winehouse…

    A me il fenomeno puzza tanto di virtue signalling, per accreditarsi presso un’opinione pubblica sempre più acriticamente ideologizzata.
    Si dirà che poco importa, perché a contare è il risultato e in questo modo si sta combattendo il patriarcato – quanto odio questa parola, che oggigiorno è usata smodatamente e spesso a sproposito! – e si riequilibrano finalmente i valori in un settore, quello della musica, nel quale gli uomini hanno storicamente spadroneggiato. Potrà anche essere vero, eppure io non riesco a convincermi che far prevalere il politicamente corretto senza se e senza ma nella critica musicale – e, per quel che mi riguarda, in qualsiasi altro ambito – sia un fatto positivo.
    Se fossi un’artista, desidererei che il mio lavoro fosse giudicato obiettivamente e, se è il caso, perfino aspramente criticato, piuttosto che essere blandita solo per via del mio corredo cromosomico. Anche perché il confronto col punto di vista altrui è essenziale all’affinamento del proprio “mestiere”, mentre qui mi pare si stia scadendo in qualcosa di assimilabile a ciò che avviene nel mondo della scuola, in cui l’insufficienza è quasi bandita, per non turbare la sensibilità degli studenti. Che così, però, non hanno alcun modo di rendersi conto della propria impreparazione, vivendo nell’illusione di sapere quel che non sanno, a scapito della società intera e soprattutto di loro stessi.
    Insomma, ho l’impressione che, spacciando l’operazione per femminismo, si ribadisca invece l’inferiorità delle donne che – poverine! – proprio non riescono a fare di più, e allora non ha senso infierire e nemmeno spronarle a superare i propri limiti. Tanto vale elargire loro coccarde, stelline e premi di partecipazione, trattandole alla stregua di una categoria protetta…

    Sarò strana io, ma questo – sebbene sia fatto in modo subdolo e forse non del tutto consapevole – mi pare ancor più offensivo e discriminatorio di quel che avveniva in passato. È troppo chiedere che, una volta per tutte, si pratichi una parità dei sessi autentica e, di conseguenza, s’inizi a ragionare solo di esseri umani, a prescindere dal genere a cui appartengono?

    Listening to:
    Ogallala – Hurray for the Riff Raff

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Essere donna oggi…
  • Da sud

    27 marzo 2024
    Poesia
    marzo 2024

    Scirocco asfissiante
    polveroso vela e scolora la primavera,
    consegna rugginosa di remoti deserti
    la sabbia e appicca prossimi desideri,
    rattizza il subbuglio magmatico
    dei pensieri, desta un’arsura assetata
    di fiamme, d’incendio che estingua
    l’intatto e il tiepido infuochi.

    Consumarsi.
    Vivere.

    Listening to:
    Terranera – Pinomarino

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Da sud
  • Fluire

    24 marzo 2024
    Riflessioni
    marzo 2024

    Stanca del clickbaiting degli annunci che tocca sopportare se si sceglie un piano gratuito di WordPress, all’inizio del mese ho preso una decisione epocale: ho scelto di spendere del denaro per questa “stanzetta” viola, donandole un dominio esclusivo.

    Adesso, finalmente, posso dire d’essere un po’ più “padrona” di questo diario o, quantomeno, mi sono comprata la libertà di decidere cosa debba o non debba vedere chi passa da queste parti. Ho pensato fosse un bel modo per celebrare la sua maggiore età, visto che – nella prima versione, rigorosamente dello stesso colore di questa, ma con un altro titolo – venne alla luce nel marzo del 2006, diciotto anni fa.
    Erano i giorni della mia discussione della tesi di laurea triennale e sapevo d’avere davanti una manciata di mesi d’inattività forzata, in attesa del trasferimento a Torino per proseguire gli studi; così, necessitando di qualcosa che mi tenesse occupata nel frattempo, in un pomeriggio di noia radunai il coraggio di rischiare di espormi al pubblico ludibrio e iniziai a infestare il web con i miei ridicoli borborigmi. Durò poco: meno di nove mesi più tardi fui già costretta a un primo trasferimento. E, nell’abbandonare Windows Live Spaces per spostarmi altrove, dovetti lasciare indietro tutti i post scritti, ché all’epoca non c’era modo di portare nulla con sé durante la migrazione, a meno di dedicarsi a un lungo lavoro di copia e incolla, che comunque non sarebbe riuscito a mantenere i commenti.
    Ma il cambiamento, benché effettuato a malincuore, si rivelò sorprendentemente positivo. Approdai, infatti, su Blogger e mi piacque così tanto che ci rimasi per quasi sedici anni, felice delle opportunità offerte dal template open source. Lì imparai, a forza di tentativi ed errori, i rudimenti dell’HTML (e perfino d’un poco di CSS) per personalizzare il mio spazio. E sempre lì – pur fedele all’intento dichiarato fin dal titolo di festinare lente – documentando con zelo le tappe salienti del percorso, sono cresciuta, passando da inquieta studentessa ventitreenne a disincantata donna di mezza età.

    Per questi e altri motivi m’era estremamente caro quel posto, con la sua grafica spartana e il minuto Verdana scelto come carattere identitario, i widget di Last Fm e Anobii che documentavano i miei ascolti e le mie letture, e i tanti amici che passavano a commentare. Era una cosa bella. Posso dire – a costo di suonare trita e melensa – che era divenuta una parte di me. E, proprio perché si sapeva che vi ero oltremodo affezionata, quale provocazione e umiliazione finale, due anni fa s’è fatto in modo di sottrarmela; confidando probabilmente non tanto nella mia pavidità – ché le minacce non potevano impensierire, essendo fondate sul nulla – quanto nella mia indole docile e avversa al conflitto, che, a prescindere dalla ragione o dal torto, consiglia sempre di fare un passo indietro piuttosto che alimentare l’escalation.

    In effetti, come previsto, per l’ennesima volta mi sono piegata, e a coronamento di oltre un decennio di odiose rinunce in nome della dedizione a qualcosa che masochisticamente credevo fosse meritevole d’essere onorato e del quieto vivere, da ultimo ho detto addio pure alla mia casa virtuale. Per ritrovarmi qui, su questa piattaforma che non mi soddisfa, in quanto l’abitudine a usarla quotidianamente per lavoro toglie in parte allo scrivere per diletto la sensazione che si tratti d’un momento di piacevole evasione.

    In fondo la mia accidentata storia da blogger non fa che ricalcare una vita piena d’inceppamenti, scivoloni e false partenze; ché, se c’è qualcosa di cui sul serio sono totalmente incapace, è la sicura ed elegante fluidità nel procedere.
    Vivo col medesimo grado di scioltezza esibito da quegli attori a cui inesperienza, mediocrità tecnica o esiguo talento – o magari più d’uno di tali fattori contemporaneamente – impediscono l’automatismo nella performance, precludendo loro il reagire in perfetto tempo reale allo scorrere delle scene e rendendogli tanto macchinoso il cambiare espressione, al punto che s’attardano sempre un momento di troppo sull’emozione precedente prima di riuscire a tirar fuori quella successiva, facendo frattanto sopravvenire allo spettatore l’impressione surreale di stare osservando l’estenuante colorarsi della barra di progresso di un’applicazione informatica in corso di caricamento. In un modo altrettanto penoso da vedere, io conduco l’esistenza arrancando e incagliandomi regolarmente in qualche ostacolo fortuito o conseguente alle mie stesse azioni. Forse per impreparazione o magari per un’innata goffaggine. E chissà che non avesse ragione chi da bambina, per smorzare il mio entusiasmo e la mia vivacità, quando ballonzolavo allegramente per casa, mi tagliava le gambe accusandomi puntualmente – seppure col sorriso, per assicurarsi di potersi eventualmente difendere, adducendo la scusa che si trattasse soltanto d’uno scherzo – d’avere “la grazia di un elefante”…

    Non escludo che sgraziata io lo sia davvero e lo sia sempre stata, e che sia questa tara congenita la ragione che rende ostico il mio fluire. Però quanta deliberata crudeltà in quel paragone! E quanta assurdità! Ché io, di costituzione piuttosto mingherlina, proprio non ho mai avuto nulla in comune con un pachiderma e, perfino alla mia veneranda età attuale, tutta intera peserò sì e no la metà della proboscide d’un esemplare adulto. Eppure allora credetti senza riserve a quella cattiveria priva di fondamento, come tutt’ora – sebbene non faccia che ripetermi che non dovrei più farlo – intimamente continuo a credere a ogni altra stilettata gratuita che mi viene assestata, da qualunque parte essa provenga.
    Perciò, la verità è che magari è per via di questo, di questa insicurezza incallita che m’induce a sorvegliarmi e giudicarmi guardandomi costantemente dall’esterno con inclemente severità, invece di dimorare comodamente nella mia pelle sentendola calzarmi a pennello, che il corso del mio esistere è tanto meccanico e pieno d’intralci e batoste e retromarce e capitomboli e, dunque, apparentemente privo d’ogni disinvoltura.

    Tuttavia, a questo punto della vita, dopo mille tentativi tutti immancabilmente falliti, ho il sospetto che, per quanto impegno possa profondere nel provare con le mie sole forze ad avere la meglio sul lunghissimo addestramento all’auto-svalutazione ricevuto, l’unica soluzione davvero efficace per debellare le conseguenze del seme venefico che m’è stato piantato dentro fin dalla culla sarebbe un diserbante che somigliasse molto o a un miracolo o a un esorcismo.

    Listening to:
    One of these things first – Nick Drake

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Fluire
  • Leap of faith

    16 marzo 2024
    Riflessioni
    marzo 2024
    Leap of faith

    Forse la vera fede non è quella del mistico, quella calcolata e dai rischi limitati, che si fonda sulla sottrazione. Rinunce, passi indietro e distacco dalle cose del mondo richiedono una forza di volontà rocciosa, ma non implicano necessariamente una fiducia cieca in un’entità esterna. L’ascetismo, infatti, non è resa, bensì supremo controllo. A ben guardare, la fede del mistico è, prima di tutto, una fede in sé e nella propria capacità di dominare istinti, pulsioni, situazioni. Insomma, una glorificazione della propria autoefficacia, in cui il traguardo spirituale s’insegue e si raggiunge in virtù delle proprie forze, di una contemplazione che altro non è se non attivismo sublimato. Il mistico va a caccia del divino, lo insegue e lo corteggia, non aspetta che questo gli si presenti davanti a piacimento, come una provvidenziale pietra d’inciampo sul cammino.

    Forse la vera fede è, piuttosto, quella generosa dell’esploratore, che avendo come unico viatico un entusiasmo strabordante, nutrito dalla visione di un traguardo della cui esistenza e localizzazione non vi sono prove schiaccianti e talvolta nemmeno indizi adeguatamente incoraggianti, nondimeno s’addentra con un abbandono privo di tentennamenti nell’avventura. L’esploratore ha un’anima bambina, curiosa e spontanea, che non teme i salti nel vuoto e soprattutto non s’attarda più del necessario a ipotizzarne le possibili conseguenze nefaste e non si fa imbrigliare da paure prudenziali. Somiglia al Matto dei tarocchi, che incauto si approssima all’orlo del precipizio col mento all’insù e lo sguardo rivolto al cielo. In una mano una rosa bianca, nell’altra uno striminzito fagotto; ché questo e nient’altro gli serve come equipaggiamento: una testimonianza di bellezza e fragilità, e una manciata d’effetti personali. La purezza di cuore e un misero bagaglio d’esperienza sono tutto il corredo che ha a disposizione per il suo viaggio, che poi è il cammino dell’uomo nella sua vita terrena, nella quale ciascuno debutta perfettamente innocente e ignorante.

    A braccia aperte, come un bambino sovraeccitato, il Matto è disponibile ad accogliere ogni evenienza: il buono e il cattivo, le gioie e le difficoltà. È un novellino, un’aristotelica tabula rasa; perciò il suo numero è lo zero, la cifra “magica” che assorbe quelle con le quali si moltiplica, ma pure la cifra che rappresenta il nulla, quell’assenza assoluta che concepiamo solo come pura astrazione, non essendo in grado nemmeno di pensarla, in quanto il pensiero stesso “inquina” il supremo non essere, riempiendolo di qualcosa. Di sé. Il nulla che, per una sorta di coincidentia oppositorum, diventa l’incubatore del suo contrario, l’altrettanto sommamente impensabile infinito.

    Da quando un paio di decenni fa è sbocciato il mio interesse per la psicologia analitica junghiana, sono sempre stata affascinata dai tarocchi. Non per il loro uso divinatorio, nel quale non credo affatto – magari bastasse una stesa di carte per conoscere il futuro! – quanto per il loro significato simbolico. Per questo nel mazzo mi concentro esclusivamente sugli arcani maggiori, le carte che rappresentano alcune delle figure archetipiche che si ritrovano anche nei miti e nelle leggende dei popoli del mondo. Il Bagatto, la Papessa, l’Imperatrice… una serie di “lame” – così sono genericamente dette le singole carte dei tarocchi – numerate dall’uno al ventuno. Più una speciale: il Matto, lo zero, che non è la prima e non è l’ultima carta del mazzo, o forse è entrambe. Una carta eccentrica e al di sopra delle gerarchie che, infatti, ha dato origine a quello che nei mazzi da gioco è poi divenuto il Jolly.
    Usandoli focalizzandosi sul loro significato allegorico, gli arcani maggiori possono essere molto utili per fare il punto della propria esistenza e per portare a galla ciò che è inabissato nell’inconscio. Così ogni tanto ne pesco uno, confidando che il potere del caso mi regali per coincidenza quello più adatto al momento, e poi mi soffermo su quel che simboleggia. Rifletto e mi pongo domande rispetto a cosa quei concetti rappresentino per me nel presente e in che modo mi possano fare da conferma o da sprone, in cosa mi rassicurino e in cosa mi mettano in discussione. Seguo il raziocino, ma soprattutto l’intuizione e le sensazioni, ché è attraverso quelle che l’inconscio ci parla. E mi scruto con severità, obbligandomi a fronteggiare pure quello che di me preferirei non riconoscere.

    Oggi – come a questo punto s’è facilmente potuto intuire – ho pescato proprio il Matto. La carta dei nuovi inizi, della libertà, dell’avventura, della spontaneità, dell’entusiasmo, dell’ottimismo, degli atti di fede e del potenziale illimitato. Insomma, di tutto quello che vorrei e di tutto quello di cui ho paura. Perché il rovescio del Matto sono la credulità, l’avventatezza, il finire per essere presi in giro, le illusioni iridescenti che svaniscono come bolle di sapone. E sono stata costretta ad ammettere che, a dispetto delle buone intenzioni, la deterrenza esercitata dai significati negativi ha fin qui sovrastato la potenza d’innesco dei cambiamenti connessi a quelli positivi.
    Ma andare avanti si deve, nonostante i pur giustificati timori; altrimenti che senso avrebbe avuto la decisione presa ormai quasi due anni fa? Ché sarebbe assurdo essersi affrancati dal giogo e tuttavia restarsene come prima, quando si stava sempre o a fare la bestia da lavoro o rintanati nella stalla, perché non era permesso pascolare.

    Allora, quasi per farmi coraggio, ho messo su un album che non solo è un capolavoro, ma è pure la prova che a volte perfino le cose sulla carta più inverosimili possono accadere, se un ventenne londinese con l’aspetto da quarantenne, un’inclinazione all’osservazione sociale lucida e spietata e una ricca vena poetica riuscì a sorpresa a scalare le charts britanniche all’immediata vigilia del trionfo della ben confezionata vacuità degli anni ’80. E per l’ennesima volta mi sono ripetuta che, sebbene a guardare le cose da qui paia impossibile, da qualche parte c’è – deve necessariamente esserci! – un brandello di grazia destinato a me, e magari c’incapperò per caso o magari lo troverò volontariamente; ma, come che sia, ciò accadrà solo a patto che decida una buona volta di darmi sul serio una mossa. Perché le cose liete, a differenza delle sciagure, non vengono mai a bussare come un venditore porta a porta. E mi sono ripromessa che, pure se fosse scritto che a un certo punto del cammino debba cadere nel dirupo, per lo meno voglio fare in modo che sia una caduta in avanti. Se debbo essere comunque sconfitta, che sia per il troppo slancio e non per l’eccessiva esitazione!

    Listening to:
    Big tears – Elvis Costello & The Attractions

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Leap of faith
  • Aspetta primavera, Maria

    8 marzo 2024
    Riflessioni
    marzo 2024

    A Light exists in Spring
    Not present on the Year
    At any other period –
    When March is scarcely here
    A Color stands abroad
    On Solitary Fields
    That Science cannot overtake
    But Human Nature feels.

    It waits upon the Lawn,
    It shows the furthest Tree
    Upon the furthest Slope you know
    It almost speaks to you.

    Fuori dalla finestra cielo azzurro e sole. Giallo e svettante, il tarassaco beccheggia tra l’erba di un’aiuola del cortile del palazzo di fronte, sopportando paziente l’esuberanza della brezza da sud. La pervinca, in un’abbondanza verde lucida di nuovo fogliame, si prepara a sbocciare. Le giornate si allungano. I tramonti si riscaldano di tinte aranciate.
    Stese sui fili del balcone, sventolano lenzuola e tovaglie, rassicuranti bandiere di domestica quotidianità. In sottofondo suona un album di melodie allegre, per assecondare il pizzicore di quella vivacità che di norma mi prende all’approssimarsi della bella stagione, e sovvengono ricordi di un’altra primavera incipiente, di Belle and Sebastian e Velvet Underground e The Shins, e di una Torino di marzo sorprendentemente calda e luminosa, che pareva starsene lì apposta per esser divorata a passo spedito, mentre ci si affannava tra un plesso universitario e l’altro all’inseguimento della lezione successiva, e poi di corsa fino a via Dellala, all’ultimo piano del numero 8, per quelle 250 ore di tirocinio formativo al FAI, in cui la formazione consisteva nell’impacchettare roba, sbrigare commissioni futili, pulire tavoli, sedie e gazebo della terrazza, andare alla ricerca di apparecchi acustici smarriti e spostare un enorme ficus all’interno o all’esterno, in base al variare delle condizioni climatiche. E ogni tanto si rubava qualche momento per leggere David Foster Wallace al sole sulle panchine dei giardini Cavour oppure di piazza Bodoni, o per fare scorta di cri-cri Piemont e chicchi di caffè pralinati al mercato di corso Palestro, o semplicemente per chiacchierare sotto il monumento equestre in piazza Carlo Alberto, proprio al centro del mio rettangolo preferito di città. A sera si rincasava con i negozi già chiusi, dopo cena si studiava fino a notte inoltrata e il grosso del weekend lo si passava tra libri e appunti, pulizie, spesa e bucato. E ogni lunedì come Sisifo si ripartiva da capo. Una vita senza respiro, in cui però non ci si stancava mai, perché il carburante di quelle giornate infinite era la sensazione frizzante che qualcosa stesse per cominciare.

    Oggi, invece, anche se permane la voglia di cercare ispirazione nella musica lieta, la stanchezza è diventata una dimensione esistenziale. Non è un fatto di membra esauste e dolenti, ché quella, al contrario, è una sensazione gratificante di pienezza, che dà l’idea d’aver compiuto qualcosa e assolve dal sospetto d’aver sperperato il tempo, autorizzando ad andarsene a dormire quieti come chi s’è guadagnato il riposo. È, piuttosto, un’intima insofferenza, figlia della rassegnata presa d’atto che si debbano fare i conti con quel che resta e non ci sia più posto per chimere e rosee illusioni, adesso che a smorzare l’entusiasmo ci hanno crudelmente pensato gli anni e l’esperienza. E, tuttavia, contro ogni logica, non passano del tutto né l’attesa della primavera né la speranza e non mi riesce di smettere di masticare la muta preghiera di veder prima o poi arrivare una cosa buona che possa reclamare per me, e che in mezzo alle erbacce finalmente faccia capolino un fiore.

    Listening to:
    Anna – The Children’s Hour

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Aspetta primavera, Maria
  • Sehnsucht

    29 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Volentieri gli uomini cercano dietro una poesia ciò che essi
    chiamano ‘il particolare significato’. E sono simili alle
    scimmie, che sempre annaspano con le mani dietro
    lo specchio, quasi fosse là dietro il corpo da afferrare.

    La verità nelle immagini. Non sotto di esse, come un tesoro da dissotterrare; né sopra, come una creatura alata da provare ad acchiappare al volo. Non recondita o distante ma lì, squadernata proprio sotto gli occhi. Sfrontata, tagliente, commovente, spaventosa. Ci vuole stomaco per fronteggiarla così, la verità, agghindata d’aggettivi eppure nuda. Cesellata, figurata e plasmata – traslata, dilatata, compressa, colorata, ritmata, rimata – ma mai adulterata. Talvolta iridescente e tortuosa e riccamente arabescata, senza però diventare leziosa o perdere nerbo. La verità che, in forza di tale complicata e invereconda autenticità, ti addita mentre la osservi, lasciandoti senza fiato e scampo.
    Questo ho sempre amato della poesia, fin da bambina. Da quando la maestra mi spiegò che l’autunno di Cardarelli, che s’annunciava con “piogge di settembre / torrenziali e piangenti”, era la veglia funebre dell’estate. Le perturbazioni, nere prefiche che si dolevano dell’esaurirsi della bella stagione, consumavano quel lutto ricorrente senza riserbo né parsimonia, perché ogni fine è a suo modo una morte e riverbera la nostra che verrà. E, dunque, lacrime. Lacrime per il sole impallidito e per sé, per gli anni migliori dell’esistenza ormai trascorsi, per quel tempo radioso che “lungamente ci dice addio.”

    Nella vita, però, nel momento in cui ci si imbatte in essa la verità si rivela muta, percettibile ma ineffabile. A ben guardare, se la si vuol condividere con altri, non la si può raccontare che sotto forma di metafora. Il linguaggio stesso, del resto – come ricordava Hofmannsthal – è pura rappresentazione, una serie d’immagini che s’intrecciano e si sovrappongono e si sostengono l’un l’altra, e la differenza tra l’uomo comune e il poeta è solo che quest’ultimo è incessantemente cosciente di tale realtà. E magnanimamente si fa mediatore tra noi e la verità, perché attraverso le immagini che compone ci sia dato di placare vicariamente il desiderio struggente e impotente di trovare significanti per quei significati per noi altrimenti indicibili, per quel sentire che non saremmo in grado di descrivere, se non con sconsolante pressappochismo.

    Perciò, non è strano che unicamente tra i versi io abbia trovato parole che cogliessero interamente la brama incurabile d’altrove che ho sempre sentito, la cocente nostalgia di qualcosa d’indefinito e sconosciuto e irraggiungibile, di un luogo a cui appartenere per senso d’identità, di un porto in cui riparare nelle tempeste, della concavità accogliente di un abbraccio gratuito e sicuro. E, certo, i significanti in sé non hanno poteri taumaturgici; però quanto consola sapere di non essere i soli corrosi da questo assurdo anelare!

    Listening to:
    Five years – David Bowie

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Sehnsucht
  • Cattivi presagi

    24 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Come la vita è lenta.
    E come la speranza è violenta.

    Una volta mi dedicarono una poesia. Era assolutamente inadatta al momento, totalmente incongruente rispetto alle circostanze. Cosa spinse a scegliere proprio quella, cosa c’entrassimo noi – due adolescenti siciliani – con la Senna che scorre sotto un ponte di Parigi, e quale fosse il legame tra l’effusione un poco splenica e un poco cinica di un poeta che lamentava la caducità dell’amore e le nostre infinite camminate avanti e indietro per il lungomare, dubito riuscirò mai a comprenderlo.

    Passeggiavamo per ore, appaiati ma convenientemente distanti, perché non ci si potesse sfiorare nemmeno per sbaglio, mentre io mi fissavo con ostinato imbarazzo le Adidas blu scuro e lui provava con gentilezza, una pazienza encomiabile e un arsenale di circonlocuzioni a scassinare uno dopo l’altro i miei innumerevoli chiavistelli, sperando che prima o poi cedessi a quel che era evidente a tutti, meno che a me: mi ero innamorata. E quella voglia di sfiancarsi, di non starsene seduti mai, era l’irrequietezza peculiare delle cose belle quando sono nuove fiammanti, che cancella il caldo e il freddo, e s’espande, reclama uno sfogo e nel frattempo prende in ostaggio i pensieri, il tempo, il sonno, la fame, la stanchezza.
    Tutto profumava di destino in modo inebriante. Le incredibili coincidenze sembravano presagi inequivocabili di felicità. Si chiacchierava appassionatamente per serate intere di musica e letteratura e dei massimi sistemi. Io lo sbirciavo solo di sottecchi o da lontano, stando ben attenta che non lo notasse, incredula che quel diciottenne brillante e arguto, alto, sottile e distrattamente bello, come se non fosse consapevole d’esserlo o non gli importasse, tra tutte non avesse occhi che per me. E a un certo punto parve d’iniziare a sentire spirare una vaga fiducia, quel buonumore che s’attacca addosso quando si ha l’impressione che ogni cosa sia indirizzata verso il meglio; perché, sì, non poteva essere che così: ce n’erano tutti i sintomi.
    Però non c’è sopportazione che possa essere eterna e infine scadde il tempo del parlare obliquo. Mentre l’estate ormai illanguidiva, mi palesò i suoi sentimenti, corredandoli di quei versi che raccontavano dell’ineluttabilità degli addii. Fu come una iettatura involontaria, ma tanto potente da storpiare l’incanto. Da lì in poi andò tutto per il verso sbagliato: tempi, luoghi, azioni e interferenze; e il sogno sfumò a un passo dal realizzarsi.

    Lo stesso schema – con una meticolosità abrasiva, che non ha trascurato alcun ambito della mia esistenza – si è ripetuto decine di volte: indizi su indizi benauguranti ad alimentare entusiasmi e attese e scavare un cantuccio nel cuore in cui incubare la speranza; e poi un segno ominoso, appena uno, a decretare perentoriamente che tra tutte le promesse fosse sempre quella infausta a doversi compiere alla fine. Come una maledizione che procede al mio fianco, quasi che fossi venuta al mondo unicamente per sperimentare tutte le possibili sfumature dell’illusione e della frustrazione. E si potesse almeno dolersene senza risultare indecorosi! Ma soffrire e lamentarsi d’inezie del genere – semplici “cose che capitano ai vivi”, come usavano dire i miei nonni materni per liquidare le quisquilie – è osceno e puerile. Cos’è la mia tenace “sfortuna” davanti ai dolori formidabili di chi fa i conti con il lutto, la malattia, la miseria, la fame, la violenza, la guerra?
    Perciò non resta che tacere e trascinarsi appresso stoicamente questa sciocca e incorreggibile anima che, sebbene sia più crivellata di un groviera, nemmeno a forza di prove empiriche riesce a imparare l’arte di centellinare i vagheggiamenti e non aspettarsi mai nulla ed essere grata d’essere viva e sana e con un tetto sulla testa. E farsi bastare che ci sia il pane, ché io evidentemente non sono tra quelli destinati ad avere pure le rose.

    Listening to:
    Beautiful boy – The Last Dinner Party

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Cattivi presagi
  • Nihil alienum

    21 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    Ogni vero libro si misura con la demonicità della
    vita. In questa capacità di scrutare verità anche
    intollerabili c’è una bontà più grande di ogni conciliante
    bonomia, la disponibilità a scendere sino in fondo,
    con impavida e sconsolata pietà, nel nostro buio.

    Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo tutti ammettere di somigliare più all’uomo del sottosuolo che a Lev Nikolaevič Myškin o ad Alëša Karamazov. Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo riconoscere il male in noi e dare atto che la malvagità ci appartiene inevitabilmente, che è annidata dentro ciascuno per lo meno in potenza. Una vita virtuosa, in definitiva, non è altro che una lotta indefessa contro l’entelechia, un sottrarsi intenzionale alla tensione ineluttabile che, lasciata libera di agire, ci condannerebbe ad attuare necessariamente il nostro potenziale luciferino.

    Secondo Rousseau, il male non è connaturato all’uomo, bensì è il frutto avvelenato della storia e della società. Un pensiero consolatorio e un poco ingenuo, partorito per un’intima predisposizione all’utopia e avulso da qualsivoglia dato di realtà. Il ben più cinico e smaliziato Hobbes, al contrario, proclamò che l’uomo per natura è belva pronta ad azzannare a morte il proprio simile, se le circostanze o la convenienza lo incoraggiano, e che la società è un artefatto finalizzato proprio a scongiurare un perenne stato di guerra omnium contra omnes. Due visioni diametralmente opposte, ma non inconciliabili, entrambe in parte vere e in parte confutabili.

    Un angelo e un demone “l’un contro l’altro armati”: questo è ciò che siamo, a onta della nostra vanità, nessuno escluso; ché perfino san Francesco d’Assisi, prima d’essere frate, fu soldato volontario (e in guerra non si va per far carezze al nemico), mentre Hitler era teneramente affezionato alla sua cagna Blondi.
    Se sia la parte celeste o quella sulfurea a dover prevalere, spesso è solo il caso a decretarlo. La fortuna o la sfortuna di un incontro. Il nascere in un contesto oppure in un altro. La fame o la sazietà. Il disagio psichico o la sua assenza. Non sempre ci è dato di scegliere le nostre condizioni – e mai ad alcuno quelle iniziali – e talvolta nemmeno abbiamo facoltà di governare le reazioni a esse che l’istinto comanda.

    Ecco quel che è in fondo il peccato originale, la crepa che percorre inevitabilmente l’uomo: essere pienamente capace di partorire e di spargere intorno a sé l’orrore. E contro questa fiera spaventosa, acquattata in qualche recesso del cuore ma sempre vigile e pronta a scattare, e contro il caso, che a tradimento può suscitarla presentandoci occasioni in grado di metterci all’angolo, è una lotta impari, che nemmeno una sorveglianza costante e una volontà infaticabile talvolta sono sufficienti a vincere. Per eradicare del tutto il male in noi, infatti, occorrerebbe un sesquipedale salto ontologico, che ci elevasse con un portentoso balzo alla statura di creature empiree; un’ipotesi tanto allettante quanto irrealizzabile, poiché non esistono possibilità di fuga dalla nostra difettosa natura e neppure ai santi può riuscire di smettere d’essere umani.

    E allora dovremmo avere l’umiltà di osservarla, questa natura bifronte. In noi prima ancora che negli altri; ché è troppo facile proiettare l’oscurità fuori di sé, prenderne le distanze e additarla con trinariciuta riprovazione, mentre ci si ringalluzzisce per via della propria presunta probità, che dà licenza di percepirsi a una quota superiore e guardarsi allo specchio con illusoria pacificazione e ipocrita compiacimento. Dovremmo ammettere che già solo nella (apparentemente innocua) superbia di proclamarsi impeccabilmente buoni, c’è cattiveria a sufficienza per insozzare l’anima, giacché nel sentirsi immacolati striscia subdolamente il disprezzo dei propri simili che, invece, non sono immuni all’inciampo.
    Dunque è impossibile essere per davvero buoni, se non s’è consapevoli di essere anche abietti e perciò in prima persona disperatamente bisognosi di redenzione, di compassione, di un’indulgenza che ami e accolga pure quel che in sé è marcio, dissoluto e ripugnante. La rettitudine non è amare il bello, il puro, il gentile e l’onesto; quello non presuppone alcuna virtù né costa fatica: è poco più che un riflesso automatico. La grandezza d’animo è nel non tentennare nella condanna del luridume e ciononostante trovare il modo di farsi latori di grazia anche nella melma nauseabonda d’un porcile. A partire dal proprio, vincendo l’umanissima tentazione di disconoscerne i miasmi.

    Listening to:
    Ticking – SPRINTS

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Nihil alienum
  • Maledetto scrivere

    12 febbraio 2024
    Riflessioni
    febbraio 2024

    […] lo scrivere non è espressione, tirar fuori
    qualcosa da noi, ma fede nella bellezza delle
    parole, fuori di noi, dai nostri vizi o pregi.

    La scrittura di getto non esiste: di getto si buttano giù solo appunti e liste della spesa. La scrittura, se non ha fini puramente pragmatici, è attesa. Si sta davanti alla pagina bianca – “grande deserto da attraversare, mai attraversato”, come la definì acutamente Bachelard – e s’affronta questa immane solitudine, aspettando che qualcosa discenda. Non si dovrebbe lasciare che siano i moti convettivi dell’anima a materializzare i segni che riempiono la carta o lo schermo. Non dovrebbe trattarsi di un semplice movimento da dentro a fuori, soprattutto non di un conato che nasca dal fondo delle viscere; dovrebbe essere un planare di parole che – come ammoniva pure Cristina Campo – non ci appartengono. Perché, se cediamo all’impazienza e ne verghiamo di “nostre”, intime e urgenti e ingenuamente entusiaste o angustiate o confessionali, poi sarebbe sempre saggio cestinarle con vergogna. Ciò che nella presunzione della mente pareva rilevante e pressappoco perfetto, infatti, osservato fuori di sé si rivela fatalmente sciocco, impudico, abominevole, zoppicante, sconnesso, superficiale, imbarazzante.

    Di aborti e mostruosità del genere ne colleziona a miliardi chi ha la presunzione di scrivere, e ancor più di attese. E tra noi che siamo afflitti da questo vizio tenace, la stragrande maggioranza attende sempre a vuoto. Sono pochissimi, in proporzione, coloro il cui diligente vigilare porta frutto, quelli che come rabdomanti poi sentono a colpo sicuro se e dove s’è posata la manna e possono raccogliere quel cibo celeste, riempiendo la faretra di parole aguzze, capaci di volo teso e orientato al millimetro, perciò infallibili nel trafiggere i bersagli. Noialtri, invece, non abbiamo neppure la consolazione di raccattare ciottoli buoni ad alimentare la rozza veemenza della fionda. Le nostre parole sono adatte al limite a volteggiare inconcludentemente e dopo invertire la rotta come boomerang, per tornare a morirci puntualmente tra le mani.

    E allora perché gravarsi di tutte queste attese e della solitudine smaniosa e sovente sconfortante, che è la sola condizione nella quale può avvenire il confronto col campo bianco che s’aspirerebbe ad arare con strie di parole? Perché farlo, se non siamo aspersi da quella grazia superiore che di quel che è personale fa mero pretesto, ne sfrutta tutt’al più l’intenzione, e lo purga e trasfigura, distillandone la quintessenza e spremendone l’universale?

    Ma la voglia di scrivere è come un prurito che non c’è modo d’estinguere né di grattare e tantomeno d’ignorare…

    Listening to:
    Words (between the lines of age) – Neil Young

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Maledetto scrivere
  • Mondo e antimondo

    8 febbraio 2024
    Musica
    febbraio 2024
    Mondo e antimondo

    Non ti credo
    ma c’è chi giura che esisti,
    forse non ti so cercare
    o rassegnarmi a cadere
    e tu giochi a nasconderti
    non ti fai trovare,
    sembriamo
    due strani innamorati
    ma io ti sento
    qui alle mie spalle,
    a volte mi sento toccare.

    Non è un mistero che della musica di Umberto Maria Giardini mi sia innamorata fin dall’album d’esordio, firmato con l’ormai dismesso nom de plume Moltheni. “Natura in Replay” fu uno dei pilastri della colonna sonora che mi accompagnò nel passaggio dal secondo al terzo millennio e da lì in poi non ho mai smesso di seguire quest’artista schivo e periferico, fieramente estraneo ai trend del momento, e – pur nella sua fisiologica evoluzione, visto che parliamo ormai di un quarto di secolo di carriera – mantenutosi in linea di massima fedele al proprio sound alt-rock, che nei momenti più “pensosi” si fa ipnoticamente ecoico e freddo, con gli strumenti che diventano così adamantini da sembrare quasi virtuali e fanno risaltare per contrasto l’intensità accorata della voce di Giardini.
    Negli anni è rimasta invariata pure la sua impervia poetica dell’ellissi e del frammento, punteggiata di accostamenti arditi, quasi stridenti (penso, per esempio, all’azzardata metafora che assimila un amore soffocante a “una coperta d’amianto”) , che a volte fanno pensare al Conte di Lautréamont e ai surrealisti, e di menzioni di cose sul piano denotativo del tutto impoetiche, che richiamano vagamente il T.S. Eliot che dava voce a J. Alfred Prufrock e soprattutto Philip Larkin, probabilmente il supremo esperto nell’arte di distillare eccelsa poesia da immagini volgarmente quotidiane. Una scrittura che s’intuisce facilmente essere nutrita con buone letture e che è, di conseguenza, tutt’altro che adatta a raggiungere un vasto pubblico. Però, per la verità, a differenza di altri, che partiti da outsider non hanno disdegnato tentativi di incursione nel mainstream (penso ai Marlene Kuntz di Cristiano Godano, che in quest’album fa capolino nel brano “Le tue mani”), il cantautore marchigiano non ha mai dato segno di dolersi – né di gloriarsi – del proprio status di artista di nicchia.

    Proprio il titolo del disco di debutto riassume al meglio lo stile lirico di Giardini, in cui artificiale e naturale sono spesso giustapposti, lasciando sovente trasparire quanto tale convivenza sia intrinsecamente malagevole e ciononostante, poiché viviamo nell’era della tecnica, inevitabile. La natura, in particolare, è da sempre uno dei leitmotiv dei suoi testi, ed è talvolta declinata in versione pacificamente bucolica e talaltra ha la selvatichezza imprevedibile, ferina e indomita che si ritrova in alcune liriche di William Blake o in gran parte del canzoniere di Salvatore Toma. Ed è proprio al salentino che mi fa pensare la title track di quello che potrebbe essere il miglior lavoro del cantautore fino a ora.
    Al solito, non è facile capire se s’è riusciti a interpretare correttamente le intenzioni, vista la consueta dose d’impenetrabilità dei versi; tuttavia, credo di poter dire con buona approssimazione che “Mondo e antimondo” affronti ancora una volta, con un condimento di abbondante (e forse ormai definitiva) sfiducia nei confronti della società e dell’umanità contemporanee, un tema ricorrente nelle canzoni di Giardini fin dai lontani tempi di “Curami Deus” (era il 2001): il divino e il rapporto con esso. Un rapporto contrastato – che oscilla tra scetticismo, ruggine e fiducioso abbandono – in cui un senso religioso primitivo e spontaneo, di stampo quasi infantile (nel senso più elevato del termine) e panteistico, si scontra con l’aleggiare opprimente della precettistica del Cattolicesimo canonico e dello spettro del Dio punitivo e collerico dell’Antico Testamento.
    Il Dio di Giardini è sempre un Dio ipotetico, perché non se ne dà per sicura l’esistenza, e un Dio dell’antitesi, in quanto dotato di connotati ossimorici. Un Dio che si vorrebbe rifiutare, restando rintanati in un immanentismo nichilista (non a caso il secondo album del cantautore s’intitolava “Fiducia nel Nulla Migliore”), scuro e desolato; e al quale si desidererebbe al contempo consegnarsi, arresi e contriti, nella speranza che esista davvero quella cosa chiamata anima e ci sia modo di salvare la propria. Insomma, un Dio non dissimile da quello nel quale Toma affermava di non credere, ma la cui presenza non gli riusciva di non avvertire.
    In quest’ultimo round dell’annoso agone tra Giardini e Dio, tuttavia, pare che sia quest’ultimo a uscirne vincitore. “Mondo e antimondo”, infatti, è un brano nettamente bipartito, in cui alla condizione di perdizione morale raccontata nella prima parte, si contrappone la ribellione di chi ha scelto il rigore e di sobbarcarsi la dedizione necessariamente richiesta per aderire alla sequela del divino. Una scelta scomoda assunta con la consapevolezza che sia il solo modo per ascendere a un anti-mondo di rinuncia, sì, ma anche di redenzione, pienezza, purezza e luminosità, che è nettamente opposto al mondo infimo e squallido dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della vanagloria e dell’accaparramento della ricchezza, nel quale ridicolaggini – quali le gare di cucina che infestano la TV – sono ritenute d’importanza capitale, mentre ci si è assuefatti all’orrore al punto tale da non sentirsene personalmente intaccati e così si può ignorare, come fosse cosa che non ci riguarda, la sofferenza del prossimo.

    Non dovrebbe essere ignorato, invece, quest’album pubblicato lo scorso dicembre, che – eccetto un paio di brani, come “Re” e “Versus minorenne” – non ha il dono dell’immediatezza e ha sicuramente bisogno di numerosi ascolti per essere assaporato e metabolizzato pienamente. Benché non fatichi ad ammettere che non siamo di fronte a una pietra miliare della musica, a mio avviso, si tratta decisamente di una tra le migliori uscite italiane degli ultimi anni. Un disco “integerrimo”, che non guarda minimamente a un mercato nazionale in cui da anni impazzano le ormai polverose produzioni danzerecce in stile Dardust (che, però, continuano – chissà perché – a far sempre gridare al miracolo i critici “istituzionali” nostrani); e soprattutto, come d’abitudine, un disco “sentito” e assolutamente sincero, che si tiene alla larga dall’autocompiacimento snobistico nel quale troppo spesso cade chi è orgogliosamente marginale e approfitta di ciò per dare sfogo alla propria vanità, facendo sfoggio d’erudizione linguistica e musicale, col solo obiettivo di ammantarsi di un’aura di ricercatezza a misura di un pubblico di “eletti”, che è quanto di più affettato e anti-artistico ci possa essere.

    Listening to:
    Mondo e antimondo – Umberto Maria Giardini

    Condividi:

    • Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
    • Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
    Mi piace Caricamento…
    Nessun commento su Mondo e antimondo
Pagina Precedente
1 … 6 7 8 9 10 … 66
Pagina successiva

Blog su WordPress.com.

NIENTE DI ALIENO

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

    • Archivio
    • Categorie
    • Chi sono
    • Domandare è lecito
  • Abbonati Abbonato
    NIENTE DI ALIENO

    Have a WordPress.com account? Log in now.

  • NIENTE DI ALIENO
    Visualizza sito nel Reader
    Gestisci gli abbonamentiRegistratiAccedi
    Segnala questo contenuto
    Riduci la barra
%d