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  • Voglia di poesia

    23 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    La musica prima di ogni altra cosa:
    e per questo preferisci l’impari,
    più vago e solubile nell’aria,
    senza nulla in sé che pesi e si posi.

    Grafemi su grafemi, come in catena di montaggio, per mettere insieme insipide sequenze di morfemi e fluide frasi formulari, da cui ogni asperità è bandita. Tanto chiedono gli algoritmi e tanto gli ammanniamo. Per venire incontro alle capacità del lettore medio? Chissà! O magari per far sì che il lettore medio si faccia via via più ottuso e con un lessico sempre più striminzito, dunque con pensieri più grossolani e superficiali; ché – non è un mistero – gli sciocchi si comandano con maggiore facilità e sono più propensi a farsi abbindolare, che si tratti di convincerli a un acquisto superfluo o a un voto “utile”.

    Tocca d’attenersi per forza di cose alle mutevoli regole della SEO, che nel mio caso si materializzano in una checklist tassativa come un decalogo, che tra le altre prescrizioni imperative intima pure di verificare che “le sentenze (sic!) non superino le venticinque parole.”

    È finita, mi pare inoppugnabile: la lingua italiana muore, sacrificata con entusiasmo sull’altare del neocapitalismo e di un provincialismo becero, che scambia l’esterofilia per spirito cosmopolita e dà solo prova d’essere supinamente servile a una cultura che, grazie a quest’ebete collaborazionismo, ci ha colonizzati fino all’eradicazione della nostra identità (linguistica e non solo).

    E io partecipo quotidianamente allo scempio del nostro idioma. Per necessità, certo, ma che importa? Questo cancella forse la mia complicità? Di certo non allevia l’orrore che provo. A volte mi sento tanto schifata che non mi pare di avere diritto di scrivere altro e questo spazio viola, più che un bastione di resistenza, mi sembra la vetrina della mia ipocrisia: in orario di lavoro istupidisco il prossimo e nel tempo libero faccio la ruota come un pavone, ostentando termini desueti e costrutti bizantini, arroccata nella mia torre d’avorio.

    Non che sia necessariamente ostile a uno stile “piano”, né che glorifichi l’impenetrabilità, invocando una prosa ispida, ampollosa e oscura anche per messaggi dai fini ordinariamente descrittivi e/o informativi; però, mi piacerebbe essere autorizzata a usare un periodare che andasse oltre l’enunciato minimo o giù di lì e che non proibisse di fatto le subordinate.

    Poi capitano giorni come oggi, in cui il disgusto si fa più acuto, perché ci si sveglia con la voglia di rivisitare una delle pietre miliari della new wave (o del punk rock, a seconda dei punti di vista) e mentre si dovrebbe lavorare, invece ci si perde tra i fraseggi di chitarra di quell’album, “Marquee Moon”, che occorre ascoltare per intero due volte di seguito prima d’essere pronta a lasciarlo solo in sottofondo e a combinare qualcosa.
    E l’ascolto di Tom Verlaine e soci influenza l’intera giornata, spingendo a rispolverare, una volta compiuto il proprio dovere, il Verlaine originale. Si finisce così per incappare involontariamente in quell’Art poétique che pare un atto d’accusa personalizzato, una denuncia su misura, che schiocca sulla guancia come uno schiaffo a mano aperta. Perché in quel che si scrive per professione e che sbrana il tempo, lasciandone a disposizione non più di qualche brandello, non c’è traccia alcuna de “l’avventura buona / sparsa al vento increspato del mattino / che va sfiorando la menta e il timo…”, niente in quei testi d’esattezza impassibile e calcolata ha l’eco della canzone grigia, che è cara più di quella nitida, proprio perché in essa l’incerto s’unisce al preciso. Ci sono solo colori in quelle sentenze e nessuna sfumatura. Solo solidi, contundenti colori. E quel che è peggio è che non si tratta nemmeno di letteratura…

    Listening to:
    Prove it – Television

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  • Il settimo giorno

    11 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    Verrà mai il momento in cui tacerà il tramestio, la polvere si poserà e ci si fermerà a contemplare quanto s’è realizzato col compiacimento di chi sa d’aver fatto bene? Il tempo del riposo, in cui bearsi dei frutti del proprio operato? L’ora in cui guardare attorno a sé, riconoscendo d’aver creato qualcosa e gustandone la deliziosa soddisfazione?

    La quiete del settimo giorno è il privilegio di chi è produttivo, organizzato, efficiente e soprattutto realista, non spetta a quelli inconcludenti come sono io, che porto addosso la sciagura d’essere nata con un’indole da artista, che nel mio caso non è un marchio di distinzione di cui menare vanto, bensì una mutilazione che rende la vita più ostica del necessario. Non sono orgogliosa né felice di quel che sono, perché dell’artista ho, sì, la personalità – la fantasticheria, il perfezionismo, la maniacalità, la velleità, l’attenzione al dettaglio, la tendenza alla notomizzazione, la perenne insoddisfazione di sé, il totale disinteresse per i traguardi canonici che definiscono il successo di un’esistenza – ma non ho il talento e in mancanza di quello non ho giustificazioni per il mio non venire mai a capo di nulla. Non c’è una vocazione superiore che possa dare ragione dei miei fallimenti personali, qualcosa di una magnitudine tale da richiedere che sul suo altare si sacrifichi ogni altra parte della vita. Pertanto i miei naufragi sono tutti vani, superflui, ridicoli.

    E si potesse almeno cambiare! Ma come mutare la propria natura? Come mettere a tacere il richiamo interiore che da sempre spinge a disdegnare la serenità delle cose opportune, il conforto delle mete ragionevoli, concrete, “popolari” e a rincorrere, piuttosto, l’ispirazione? Ché è proprio questo quel che mi trascina impetuosamente fin dall’infanzia, questo essere incline a inutili entusiasmi per tutto ciò che è capace d’accendere in me una scintilla. Una scintilla che sfortunatamente, però, non sono mai in grado di trasformare in incendio. Così una sequela di fiammelle sommesse mi consuma dall’interno, mentre per gli altri sono incomprensibile come una sfinge e forse – anzi, certamente – deplorevole come chi sciupa la vita per stoltezza.

    Listening to:
    Love is all (live at “Later with Jools Holland”) – The Tallest Man On Earth

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  • The uneventful life

    5 luglio 2024
    Riflessioni
    luglio 2024

    Tre giorni di gioia e di giallo in una torrida Toscana. Un sogno realizzato. Una parentesi eccentrica rispetto alla vita solita, alla soporifera routine di quest’esistenza insopportabilmente feriale in cui si sciupano gli anni e la libertà riconquistata.

    S’è impigliato lì tutto il coraggio – o almeno così pare – lì, nel punto in cui s’è deciso finalmente di sviare dal cammino che pareva inevitabile. Non sono riuscita a portarlo con me nel nuovo itinerario, che pertanto dà l’impressione di compiersi quasi per inerzia, senza sorprese né entusiasmi, tutt’al più con qualche avversità e qualche bega, ma né le une né le altre tanto rimarchevoli da essere degne di nota e dare per lo meno una dignità tragica a questa quotidianità sbiadita.
    Intanto le settimane e i mesi si affastellano gli uni sugli altri e così gli anni, e presto saranno quarantuno.

    Non basta un assaggio una tantum di stravaganza a chiudere tutte le parentesi rimaste in sospeso. In fondo sono ancora la stessa di prima. Ancora imbelle. Ancora esitante. Ancora speranzosa che un cataclisma accada da sé e di potermi trovare a portata della sua onda d’urto. Ancora fiduciosa che un incontro fatale illumini finalmente il senso di tutto, che riveli la necessità d’ogni patimento inghiottito, scacciando per sempre l’agghiacciante pensiero che sia stato solo frutto del caso beffardo o di cattive stelle dalla cui influenza non ci si può emancipare, o peggio, della mia incondizionata inettitudine, ché so perfettamente d’aver sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

    Eppure, mentre rigiro tra le dita un ninnolo che è il simbolo tangibile dell’empirea crudeltà che pare governare la mia vita, mi sembra d’avere attenuanti in abbondanza. Quanti segni inequivocabili mi sono stati parati davanti! E mai nessuno che portasse sul serio a qualcosa che non fosse un nuovo strato di frustrazione… Come se ci si divertisse perfidamente a vedermi illudere e sperare e poi disingannare e piangere, perché qualcosa fatalmente doveva sempre andare storto.
    E almeno le disillusioni fossero servite a vaccinarmi dalla fiducia che debba per forza esserci qualcosa di buono che mi attende dietro una delle tante curve di questo cammino tortuoso! In quel caso sarei capace di fare i conti con quel che c’è per davvero, invece d’inseguire fumose chimere, e potrei perfino rischiare di azzeccare finalmente qualcosa; ma sembra che a certe lezioni io sia particolarmente refrattaria e abbia bisogno d’infinite ripetizioni.

    Nel frattempo attendo. Paziento, confido e infine mi rassegno a fare l’ennesimo bilancio del nulla. Ché tanto è questo che sempre accade: niente.

    Listening to:
    Tour de France – Kraftwerk

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  • Ikiru

    22 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    […] burn, burn, burn, like fabulous yellow roman candles
    exploding like spiders across the stars and in the middle you
    see the blue centerlight pop and everybody goes ‘Awww!’

    Non bramare l’ululato reboante della tempesta, bensì godere del gagnolare inebetente d’una pioviggine autunnale: pare sia la ricetta della felicità. Le cose grigie. Le cose quiete. Le cose prevedibili e sicure. Le soluzioni più convenienti. Le strade già battute. Un vita rispettabile, di buongusto e sfumature tenui, in cui ogni slancio scomposto è opportunamente sterilizzato in ossequio alla prammatica e quel che eccede la norma è inevitabilmente riprovevole demenza e risibile velleità. Una vita popolata solo di desideri chiaramente delineati, concreti, afferrabili; meglio ancora se a portata d’una strisciata della carta di credito.

    Il resto è pericoloso spreco di tempo e sperpero di potenziale. Il resto è solo mangime per l’inquietudine, quest’appetito implacabile che non andrebbe foraggiato. È più saggio obnubilarlo, anestetizzarlo, stordirne il palato con la grossolanità stucchevole di un’ordinaria melassa, ipnotizzarlo col riverbero di lustrini per distrarlo dalle lusinghe ustorie di bagliori siderali accecanti. Ma la promessa di una vita soporifera, manierata, sotto un cielo infestato di inoffensive stelle di cartapesta, atterrisce più d’una minaccia. Un’esistenza del genere dà l’idea d’essere di una lunghezza estenuante e in confronto perfino la passata disperazione senza spiragli acquista fascino, ché almeno allora c’era un titanismo ribollente a imbrogliare le viscere e manifestare, seppure in negativo, l’ebrezza delle cose ardenti.

    No, non riuscirò mai a capire come si possa considerare che l’optimum nella vita sia raggiungere la sonnolenza sazia di un molle dopo pranzo domenicale.

    Listening to:
    Favourite – Fontaines D.C.

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  • Trauerzug

    15 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    Avessi potuto allestire a piacimento la mia vita, curarne la messa in scena alla maniera di un regista, avrei avuto la canzone perfetta per ogni momento. Oh, sì, decisamente! Questa, per esempio, l’avrei usata per un esterno notte. Pioggia tiepida in un buio salino, fragrante d’inizio estate. Nuvole come spugne spremute a sorpresa sulla marina, sopra l’impassibile luce aranciata dei lampioni. Due di corsa, mano nella mano. Veloci a cercare riparo sotto gli alberi. I petti ansanti per la concitazione, qualche goccia tra i capelli, qualcuna sul naso, qualcuna sulle braccia nude. Addobbo rugiadoso consono alla loro rigogliosa gioventù, liquido piacere che ne intirizzisce lievemente la pelle. Si guardano negli occhi all’improvviso, riscontrando l’una nello sguardo dell’altro un’uguale meraviglia e riconoscenza d’essere vivi.

    Un breve momento di ordinaria felicità fortuita.
    Una delle tante – troppe – cose che non conoscerò mai…

    Poiché la vita non la si può predisporre a tavolino per come la si immagina, la mia playlist delle canzoni perfette è nient’altro che un’infinita marcia funebre, una sottolineatura stridente per il lungo e tetro commiato da tutte le ipotesi e fantasticherie che ormai sarebbe indecente anche solo vagheggiare. È trascorso il tempo in cui si sarebbe potuti essere entusiasti e spontanei, senza timore d’apparire indecorosi, o peggio, ridicoli. Ciò che rimane è il principato delle cose fioche, insipide, tiepide e dignitose.

    Tutto quel che non ho fatto non lo farò.
    Tutto quel che non ho provato non lo proverò.

    Dio, com’è soffocante vestire questo lutto! Com’è raccapricciante il pensiero che non ci sia scampo dall’esistere nella coda lugubre e tediosa di tutto ciò che s’è sbagliato, sprecato o guardato fuggire…

    Listening to:
    Ceremony – New Order

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  • “Don’t walk away in silence…”

    9 giugno 2024
    Riflessioni
    giugno 2024

    Il poeta è un fingitore.
    Finge così completamente
    che arriva a fingere che è dolore
    il dolore che davvero sente.
    E quanti leggono ciò che scrive,
    nel dolore letto sentono proprio
    non i due che egli ha provato,
    ma solo quello che essi non hanno.

    Ci sono periodi nei quali il dovere divora tutto il resto. E il dovere sono oltre cinquantamila parole da scrivere in appena una manciata di giorni. Parole insulse, banalmente descrittive o superficialmente esplicative, svolazzi che servono a ingrossare e camuffare l’ovvio quel tanto che basta perché un algoritmo possa trovarlo affascinante e meritevole d’essere segnalato all’attenzione del pubblico. Parole alle quali, tuttavia, debbo la mia capacità di sostentarmi, perciò non posso che esser loro grata, nonostante tutto. Nonostante inghiottano tutte le altre parole, quelle da leggere e quelle da lasciare in questo posto oppure su uno dei tanti quaderni e taccuini che continuo incorreggibilmente ad accumulare. Però a volte mi sento odiosamente satura, ottusa da queste quisquilie che tengono in ostaggio il mio tempo e la mia attenzione infestandomi la mente, al punto che a fine giornata ho paura vengano a perseguitarmi anche di notte e che perfino i miei sogni trabocchino di ingredienti di biscotti per cani, wattaggi di friggitrici ad aria, tipologie di shampoo secco…
    E quando succede – non importa l’ora – prima di cedere al sonno ho bisogno di un assaggio di bellezza, di un esorcismo contro la futilità claustrofobica delle sequenze di lettere che ho messo in fila fino a un momento prima. Così solitamente apro YouTube e mi godo uno o due video musicali che mi sono cari o una scena memorabile di un film che amo.

    A volte, come ieri notte, le due cose coincidono. Avevo voglia di riascoltare “Transmission” dei Joy Division e, grazie al vero e proprio culto generatosi attorno a “Control” – il film biografico sul loro frontman – che si è via via confuso e sovrapposto alle vere immagini di Ian Curtis e della band, in qualche caso perfino soppiantandole, mi sono trovata a riassaporare insieme alla musica la bellezza del bianco e nero spigoloso, a tratti quasi espressionista, della notevole pellicola di Anton Corbijn, al centro della cui impassibile anti-retorica, che rifiuta il melodramma e la monumentalizzazione del proprio protagonista e rifugge dalla consueta mitologia che caratterizza i biopic, splende in modo abbagliante la performance assolutamente fenomenale e iperrealistica di Sam Riley.

    “Control” non è la storia di un’ascesa, il classico viaggio dell’eroe irto di prove e antagonisti al cui termine, però, ci sono immancabilmente il trionfo e la gloria. “Control” è fin dal principio il racconto di una caduta. Che non è certo una picchiata e non è priva di entusiasmi e maestosità e genio e bellezza, i quali tuttavia non riescono mai a scacciare la sensazione di stare assistendo a un’esemplificazione dettagliata della struggente inevitabilità del moto di un grave su un piano inclinato. Più di ogni altro suo merito – e non sono pochi – quel che mi ha sempre colpita di questo film è come riesca efficacemente a raccontare l’impossibilità di comunicare il dolore, se l’unico modo che si conosce per farlo è la creazione artistica. Ché disgraziatamente tutti quelli che vi s’imbattono quel dolore autentico lo scambiano per un patimento estetico, cogliendone solo la poesia senza riuscire a intravedere lo sbrego da cui questa sgorga e considerando la sofferenza all’origine di quell’esternazione come un mero strumento di cui approfittare, niente più che un meraviglioso specchio in cui riverberare la propria pena o una cassa di risonanza in cui irrobustirne l’eco.

    In fondo è questo ciò che chiediamo all’arte: che ci dia immagini o suoni o parole per definire quel che elude le nostre limitate capacità espressive. A qualcuno, secondo un criterio imperscrutabile, tocca il doppio fardello di conoscere il dolore e di saperlo illustrare a beneficio di noialtri, che ingrati glielo scippiamo, reclamandolo per noi come rinforzo o come conforto, spolpandolo a nostro uso e consumo, per lo più senza nemmeno darci pena di pensare per un istante a colui al quale compete la sua paternità e perciò senza l’ombra di compassione, dando anzi per scontato – come se ci spettasse di diritto – che qualcuno esista o sia esistito per fornirci attraverso la propria sofferenza linimento e catarsi per la nostra. Pretendiamo agnelli sacrificali, che s’immolino per il nostro diletto o la nostra consolazione, e quand’anche li mitizziamo e ci convinciamo di amarli, è sempre e solo un sentimento auto-riferito, che scaturisce squisitamente in ragione di ciò che essi significano per noi e del “servizio” che ci hanno reso.

    A chi è bersaglio di un “amore” tanto irriconoscente e rapace forse risulterebbe più innocua l’indifferenza, ché se ci si esprime lo si fa per sfiatare i propri vapori roventi e non certamente per farsi valvola per quelli altrui, e non serve una perspicacia rara per immaginare quanto debba essere spiacevole essere molestati da un presunto affetto che somiglia straordinariamente all’abuso, in quanto implica il venire defraudati della propria interiorità. Eppure non proviamo mai vergogna per questa appropriazione dettataci dall’egoismo che discende dal nostro essere creature fragili, spesso ammutolite davanti all’enigma dei fatti della vita e perciò disperatamente bisognose di salvatori e di eroi, dei quali a nessuno importa se lo siano con entusiasmo o con riluttanza, a nessuno importa a che prezzo. Purché ci riesca vantaggioso, tanto ci basta e la coscienza tace.

    Listening to:
    Atmosphere – Joy Division

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  • Scettica preghiera

    25 Maggio 2024
    Poesia
    maggio 2024

    Al cuore sciocco – spontaneo
    come un bambino, illuso
    come un visionario, indifeso
    come un animaletto mansueto –
    smetti d’ammannire chimere e d’additare
    gioie reali che non può afferrare.
    Infondigli, piuttosto, la sapienza
    che insegni a vagliare
    nel setaccio d’un istante fulmineo
    la grazia dalla sciagura,
    ché il cuore sciocco non ha prudenza
    e con sanguigno candore
    lesto all’una e all’altra s’immola.

    Listening to:
    Dying breed – Marissa Nadler

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  • Insieme nella notte

    23 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    L’indifferenza peggiore è quella nei confronti della sofferenza, perciò interessarsi al dolore degli altri è da considerarsi cosa buona e giusta e auspicabile. O, per lo meno, così sembra finché non si finisce nel mirino di tale interesse. Quando ne diventiamo noi stessi il bersaglio, infatti, ci accorgiamo che la presunta solidarietà verso la sofferenza altrui spesso è null’altro che pena.

    Quanto è facile elargire una buona parola o un consiglio – quasi sempre non richiesto – simulando compenetrazione, mentre intimamente ci corrobora e rassicura il sentirci in una posizione di vantaggio! Dal nostro piedistallo dispensiamo “pietà” e “comprensione”, aspergendole come una grazia celeste sul malcapitato di turno, che annaspa nell’abisso del proprio patimento. La pena è così: è una asserzione di differenza, separatezza e superiorità. È un modo di guardare il dolore dell’altro con una bonomia di prammatica, che placa la coscienza di chi la elargisce e stuzzica la piaga di colui che la riceve. Il quale, per sua sfortuna, non è neppure libero di rigettare tanta “premura” con lo sgarbo che meriterebbe, a meno che non voglia passare da ingrato e scortese.

    Tutt’altra cosa è la compassione. Quella sì che riesce a far breccia nel senso d’isolamento dell’afflitto, dandogli nella tribolazione una compagnia che, benché non sia una cura, è un conforto sufficiente a risollevare il cuore. Tuttavia, patire insieme a un altro un dolore che non è proprio è difficile, poiché presuppone che si riconosca che, se quel tormento non ci appartiene, è solo in virtù di circostanze benevole e non già in forza di uno stato d’immunità a esso. Per provare autentica e commossa condivisione emotiva è necessario essere consapevoli che un giorno potrebbe toccare a noi di dibatterci nella stessa melma, ché niente ci mette al riparo da tale rischio e non siamo dispensati, per via d’un qualche merito o d’una fortunosa elezione divina, dall’assaggiare le spine della vita.

    La compassione non è “partecipare” alla sofferenza ammaestrando l’altro col fare saccente di chi si crede un’arca di saggezza e lungimiranza, né blandendolo coi pannicelli caldi di parole di circostanza e neppure spargendo pidocchiosa “generosità”, come si fa con gli spiccioli in sovrappiù che si danno sbrigativamente al mendicante che ci tende la mano. La compassione è avvicinare l’altro che piange nel buio e sussurrargli dolcemente all’orecchio: «Anche per me è notte.»*

    Listening to:
    Decks dark – Radiohead

    *Quest’ultima immagine, ovviamente, non è farina del mio sacco. Debbo queste parole, che mi sarebbe piaciuto poter mettere in esergo, a un testo letto molti anni fa – quando ancora l’arroganza giovanile mi spingeva a confidare ciecamente nella mia memoria e non prendere diligentemente nota di ogni pagina illuminante incontrata – e che non sono mai più riuscita a rintracciare. Forse si trattava di uno scritto di Rilke o (con maggiore probabilità) di un aneddoto che riguardava il poeta austriaco. Se qualcuno di coloro che leggeranno il post dovesse saperne di più in merito, gli sarei eternamente grata qualora volesse condividere l’informazione nei commenti.

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  • Siccità

    18 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che
    attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti
    a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri.

    Nel nitrito dello scirocco l’estate morde il freno. La poca pioggia caduta nel pomeriggio adombrato di rena ramata non ha estinto l’arsura della terra, che pallida e screpolata spasima per ben più copiose libagioni. Ma il cielo neghittoso stenta ad adempiere il proprio dovere. Promette, illude, traccheggia e poi volubile tradisce l’attesa, l’estende ad libitum quasi con sadica soddisfazione. Sembra che non gli importi nulla della sete da basso, mentre a precipizio ci osserva – chissà se lo spettacolo è divertente – come noi guardiamo le processioni nere e alacri delle formiche, ammirati e sollevati che non sia toccata a noi un’esistenza tanto gravosa e monotona.

    Aspetteremo ancora. Del resto cos’altro si può fare?

    La natura ha un modo infallibile d’insegnare la pazienza. E com’è odiosa questa lezione! E com’è preziosa. Ché Dio solo sa quanto noi, uomini contemporanei con la fortuna di trovarsi nella parte satolla del mondo, abbiamo bisogno d’imparare che non tutto è a portata di mano o di clic, che non tutto è arrendevole alla prepotenza delle nostre voglie e docile alla tirannia dei nostri capricci, e che dalle gratificazioni immediate per lo più viene un appagamento mediocre, splendido e variopinto e breve come un fuoco d’artificio e che come un fuoco d’artificio una volta esaurito lascia nell’aria il vuoto e lo strascico di un olezzo sulfureo.

    Listening to:
    Linctus House – Robyn Hitchcock

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  • “…também bate um coração”

    17 Maggio 2024
    Riflessioni
    maggio 2024

    Il sax tenore rauco di Stan Getz e la voce calante di João Gilberto (talvolta davvero impercettibilmente desafinada), che con una semplicità quasi sommessa e ipnoticamente conturbante manifestano al mondo l’estro favoloso di Tom Jobim. Da circa venticinque anni è questo per me il suono delle prime avvisaglie d’estate. Fin dai tempi delle Settimane enigmistiche riempite sul balcone di casa nel tepore dei pomeriggi dell’ultimo brandello di scuola che precedeva le vacanze, ché uno dei vantaggi dell’essere secchiona era quello d’arrivare a metà maggio con tutti i voti già abbondantemente in ordine, e allora ci si poteva concedere senza rimorsi di dedicare il tempo ai cruciverba senza schema e agli aneddoti cifrati, piuttosto che a prepararsi per le interrogazioni. E questo disco – uno dei pochi di cui mio padre non si lagnasse, perché la bossa nova gli rievocava ricordi felici dell’adolescenza – andava quotidianamente in loop nel lettore Cd del mio sfruttatissimo radioregistratore Sharp, finché non veniva l’ora di scendere a fare due passi sul lungomare e incontrarsi con gli amici per una chiacchierata prima di cena.

    Oggi, con l’ennesimo scirocco di questa primavera indecisa che opacizza il cielo, appannando gli indizi estivi che il termometro assevera, suona ancora la stessa musica. E, se allora passeggiando al tramonto si raccoglievano presagi tra il dondolio delle maree e il calore intrappolato nel basalto nero del parapetto della marina, cercando con un poco d’apprensione d’intuire in che direzione volesse srotolarsi quella vita ancora acerba, adesso si prova a districare – tentando la sprezzatura e il disincanto che si addicono alla mezza età – una massa di strane coincidenze e vaticini, che da due anni s’accumulano e paiono puntare tutti nella stessa direzione. Si cerca di riportare un ordine razionale, di ridurre tutto a una linearità inappuntabile, che sgonfi qualunque ingenuo entusiasmo sul nascere, perché quel che sembra stiano lì a indicare i segni che piovono addosso come un diluvio inarrestabile appare del tutto mancante di logica.

    Però sarebbe bello potersi concedere di credere alla profezia dell’arcobaleno, che sembrò spuntare apposta per me dopo un pomeriggio di lacrime, e a quelle della coccinella che visse per mesi nella mia camera da letto e del numero che sembra braccarmi ovunque rivolga lo sguardo. Sarebbe bello lasciarsi convincere da questi incoraggiamenti del fatto che, terminato il transito doloroso, sia la fortuna ciò mi spetta nella seconda parte della vita. E ancor più bello sarebbe potersi permettere la demenza d’avere fede in altri oracoli, che con emozionato pessimismo serbo per me, guardandomi attentamente dal lasciare che ne trapeli finanche una virgola giacché, seppure siano ben più circostanziati, sono parimenti assai più assurdi.

    Speranze del genere sono un lusso pericoloso, un’anestesia avvolti nella quale scivolare tra le cose della vita con indifferenza, fino ad accorgersi a scoppio ritardato d’essere stati impegnati nell’inseguimento di chimere e d’aver lasciato sfuggire quel che, invece, si sarebbe potuto afferrare. Eppure è così triste costringersi a vivere senza fantasia né desideri! E come sembrano insipidi il meno peggio e le soluzioni di buon senso e di convenienza! Viene quasi voglia, piuttosto, di ritirarsi da ogni cosa, in un eremitaggio perpetuo che almeno splenderebbe di coraggio sacrificale, invece che puzzare di calcolo e di comodo. Perché, nonostante tutto, nel petto c’è un cuore inappagato, che bramerebbe di palpitare ancora.

    Listening to:
    Desafinado – Stan Getz & João Gilberto (feat. Antônio Carlos Jobim)

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NIENTE DI ALIENO

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

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