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  • Solo persone

    23 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Any man’s death diminishes me,
    Because I am involved in mankind.
    And therefore never send to know for whom the bell tolls;
    It tolls for thee.

    Non ho voglia, né competenze e nemmeno la prosopopea necessaria per dire la mia sul fatto di cronaca nera che da giorni ha scatenato la solita cacofonia del gallinaio di politici, giornalisti, femministe, influencer, psicologi, sociologi e chi più ne ha più ne metta, che sanno sempre esattamente scovare le cause, identificare coloro ai quali distribuire le colpe e proporre rimedi infallibili, affinché ciò che è stato non si ripeta. Inoltre, questo genere di scrittura mi pare non si addica molto al mio “stile”. Tuttavia, l’idea che in ragione di quanto accaduto ci si debba vergognare a prescindere di essere maschi proprio non ce la faccio a lasciarla passare così, senza commenti.

    In primis perché questa cosa dei maschi contro le femmine, coccarde azzurre contro fiocchetti rosa, come se esistesse un modello assoluto, granitico e imperativo del maschile e uno altrettanto rigido e inevitabile del femminile, mi è parsa sempre una sonora fesseria. L’idea che i maschi vengano tutti da uno stesso stampo è semplicistica e settaria. E ancora più inaccettabile è quella che questo fantomatico stampo sia disgraziatamente fallato, mentre la matrice da cui provengono le femmine sia impeccabile.
    A me le generalizzazioni non sono mai piaciute, tantomeno quelle di questo tipo. Sarà che sono cresciuta tra due fratelli, di cui uno talmente vicino d’età da essere praticamente un gemello, al punto che dalla nascita alla prima giovinezza ho condiviso con lui sostanzialmente tutto: i giochi, gli amici, le uscite e alle volte perfino i vestiti. E quindi, sì, sono una femmina, ma i maschi (non solo quelli con i quali sono imparentata) li ho frequentati assiduamente, in maniera approfondita e nelle situazioni più disparate, e per lo più senza implicazioni che andassero oltre la semplice e innocente amicizia, per cui ho potuto constatare in prima persona che non sono per nulla una categoria omogenea, che ciascuno (come pure le femmine) è un essere a sé.

    In secondo luogo, perché credo di poter avere un poco più di voce in capitolo rispetto ad altri per parlare delle dinamiche tra maschi e femmine, avendone conosciuto le rose e – ahimè! – non essendo digiuna delle cicatrici, quelle profonde e indimenticabili, che lasciano le spine. E, a maggior ragione, avendo sperimentato tanto il buono quanto il cattivo, non riesco ad accettare di dover ammucchiare nella stessa catasta, per via di un presunto peccato originale, coloro da cui sono stata benvoluta e che hanno sempre usato riguardo nei miei confronti e chi mi ha offesa e umiliata, negandomi finanche il più elementare rispetto umano. Né posso tollerare che siano i maschi a sentirsi in obbligo di doversi apporre in toto, inclusi quelli che hanno come unica colpa il non essere portatori di un doppio cromosoma X, un marchio d’infamia.

    La verità è che, al di là delle ovvie differenze anatomiche e fisiologiche, ci accomuna il fatto di essere tutti persone. Persone e basta. Individui, ciascuno nel proprio modo unico e irripetibile. Dunque il problema non è educare i maschi o le femmine, o i maschi e le femmine; né esecrare un genere oppure l’altro. Il problema è ricominciare a pensare in termini di esseri umani tout court, ricusando l’ossessione sistematica attuale, che vuole solo distinguere e classificare, distribuendo etichette e titoli e lettere negli acronimi, affinché si sia sempre più scissi in gruppi e fazioni e circoli via via più striminziti e l’un contro l’altro armati. Sebbene ci abbindolino, raccontandoci che questa minuziosa catalogazione sia portata avanti con l’intento di farci sentire tutti “inclusi”, di fatto, a forza di racchiudere ciascuno nello steccato della propria definizione iper-specifica, le comunità si stanno polverizzando e noi ci ritroviamo tutti più isolati, indifesi e sradicati. Mi sbaglierò, ma non mi sembra affatto straordinario che, in presenza di altri fattori predisponenti, questa condizione così angosciante (e innaturale) possa trasformarsi nel perfetto brodo di coltura per il disagio e la violenza. Inoltre, ammesso che della violenza ce ne si debba vergognare “per osmosi”, anche quando non la si approva né la si è mai praticata, non dovremmo forse farlo tutti, in quanto membri di un sovrainsieme che include il sottoinsieme dei maschi?

    Le divisioni le abbiamo testate a lungo: sono decenni che parliamo di lotta al patriarcato e contrapponiamo maschi (cattivi) e femmine (buone); eppure non mi pare sia cambiato molto, tutt’altro. Tant’è che nemmeno i ragazzi della Generazione Z – quelli che fin da piccoli sono stati esposti a film e serie TV nei quali le femmine sono poco meno che supereroine e i maschi sono tutti pigri, irresponsabili, sciocchi, rabbiosi, maneschi e traditori – sono estranei alla violenza di genere e al femminicidio. Magari, varrebbe la pena di chiedersi se parte del problema non derivi proprio da questa mancanza di modelli positivi. Perché, per la verità, a me non risulta che si dia mai risalto alle storie di quegli uomini (e non sono affatto pochi), che non solo non hanno mai alzato un dito su nessuno, ma che quotidianamente si danno da fare per prendersi cura dei propri cari o perfino di estranei, e non soltanto nei modi stereotipicamente maschili (portare uno stipendio a casa o riparare le cose che si rompono), ma anche dedicandosi alle mansioni di accudimento che per tradizione associamo esclusivamente alle donne. Ecco, può darsi che additare dei buoni esempi da seguire possa giovare un po’ di più che non instillare la vergogna a prescindere…

    E può darsi che collettivamente ci serva, inoltre, ricordare con maggior frequenza che maschi e femmine siamo tutti su uno stesso cammino, che porta ciascuno (in tempi e modi che ci sono sconosciuti) a un’identica destinazione: un appuntamento finale al quale necessariamente dovremo presentarci in solitudine. Quest’appuntamento è un mistero che, comunque la si pensi, fa tremare le vene e i polsi, non fosse altro che per l’impossibilità di immaginare concretamente il nulla che ipotizzano gli scettici, o per l’incommensurabilità dell’idea di un aldilà di incorporea eternità, secondo la versione dei credenti. E proprio questo mistero ci affratella nella finitudine e nell’ignoranza, e ci impone la responsabilità di rispettare la vita sopra ogni cosa, quella delle femmine così come quella dei maschi.

    Insomma, credo che sarebbe il caso di farci pontieri, invece di arruolarci sempre nelle fila dei muratori, e di impegnarci per una società che superi l’opposizione e il conflitto maschi contro femmine, senza che si debba passare per la denigrazione dei primi né la glorificazione delle seconde. Una società non più manichea, ma capace di abbracciare la complessità e dinamica abbastanza da accogliere e integrare i cambiamenti storici, senza che li si debba imporre col randello di una onnipresente propaganda politica e culturale – nemmeno particolarmente raffinata – che, mentre rade al suolo gli schemi preesistenti, a chi è rimasto senza più punti di riferimento non lascia altro da fare che starsene attonito e smarrito a rimirare le macerie. Una società nuova, che vinca le tentazioni revansciste di certo (nazi)femminismo pregno d’odio e non combatta gli errori antichi con altri d’uguale natura e opposti soggetti passivi, e dunque non pretenda che vi sia qualcuno che debba pensarsi reietto o giudicarsi “sbagliato” in astratto per poter essere ammesso a farne parte. Una società che, seguendo il saggio monito di un filosofo in passato assai travisato, non propugni la dissipazione dello stare in mezzo ai propri simili esponendo gli aculei, bensì incoraggi a tendere sempre più mani aperte.

    Listening to:
    La mia rivoluzione – Marco Parente

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  • Pudore

    20 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    To know a living thing is to kill it.
    You have to kill a thing to know it satisfactorily.

    Svelarsi, vantandosi d’essere sinceri; anzi, com’è più comune dire oggi, “veri”. Condividere ogni cosa e ogni cosa mostrare: il corpo, il dolore, la gioia, l’amore. Sbandierare sentimenti ed emozioni provati per le cause più disparate, incluse quelle più “solenni” e private: bambini che nascono, cari che ci lasciano, malattie, progetti di vita e naufragi esistenziali. Tutto è pubblico, o si pensa debba esserlo, perché si crede d’esistere solo se si è osservati; videor ergo sum è la formula che riassume l’uomo contemporaneo, con buona pace del povero Cartesio. E poi c’è che il mondo vuol sapere, vedere, intromettersi, criticare, “partecipare” e reclama tutto questo come fosse un diritto divino. Chi resta abbottonato è guardato col sospetto che si riserva a chi ha qualcosa da nascondere, o deve scontrarsi con la stizza con la quale si reagisce all’altezzoso. Del resto, oggi che ci interessa solo rivendicare il diritto a una libertà egoriferita e sfrenata, abbiamo stabilito che vergognarsi è male. E, per carità, è male per davvero! Perché la vergogna non ci “appartiene”: è un’emozione secondaria, appresa, è il foro interiore che tuona con voce estranea e ammonisce e umilia sulla base di principi fissati da altri, che abbiamo acquisito. Però la vergogna non è inutile, benché sia dolorosa, spesso addirittura paralizzante, e nonostante anch’essa – al pari della “condivisione” senza limiti – ci reifichi, in quanto esiste esclusivamente in relazione a un altro da sé presente o possibile e al suo giudizio espresso o ipotetico.

    Indipendentemente da come la si pensi – che si consideri con biasimo questo “offrirsi” e lo si classifichi come cosa volgare, oppure no – resta il fatto che tutta questa esibizione è vana. In ciascuno di noi c’è sempre un’ostinata parte eccedente, che va oltre quel che l’occhio può vedere, quel che l’altro può conoscere. Per quanto ci si possa svelare, che se ne sia consapevoli o meno, si è sempre più di ciò che si appare ed è esattamente e solo in quella parte recondita – la nostra intimità – che siamo realmente “veri”. E allora si tratta di stabilire con oculatezza dove tracciare il perimetro che separa quel che può essere ammannito al “pubblico” da quanto merita di rimanere riservato, avocato a sé. Si tratta di fissare il confine della propria umanità.

    Quel confine è il pudore, una virtù preziosa e assai démodé. Il pudore come atto di resistenza all’alienazione, allo sguardo dell’altro che ci rende oggetto. Il pudore, insomma, come baluardo di soggettività e farmaco riumanizzante. Perché non esiste alcun diritto del mondo a sapere e vedere ogni cosa, perché sapere e vedere ogni cosa significa violare ciò di cui tutto si conosce, conculcarne la libertà, possederlo. Dunque non c’è colpa nello schivare l’invadenza morbosa dell’esterno, che vuol appropriarsi dell’interno e piantarci il proprio vessillo: è nulla più che un atto di legittima difesa. Si tratta di mantenersi “vivi”, poiché per conoscere del tutto una creatura, in definitiva, occorre “ucciderla” e questa non è certo una facoltà che si possa concedere agli altri a cuor leggero.

    Listening to:
    Words – Gregory Alan Isakov

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  • Strage di fiori

    18 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    L’irruente malagrazia di un acquazzone serale ha travolto senza riguardi l’ennesima eco di un’estate incredibilmente tenace. Quasi a voler ristabilire prontamente l’ordine, il maestrale sperona sbrigativo le nuvole, svelando a singhiozzo un sottile spiraglio di luna crescente. Frustati dalle raffiche, i riflessi dei lampioni fremono nelle pozzanghere del cortile. Il silenzio è coperto dal brusio della buganvillea sul balcone, che con l’aiuto del vento si scrolla la pioggia di dosso, colta alla sprovvista nel pieno dello sforzo di un’altra incipiente fioritura fuori stagione. Brattee e boccioli intirizziscono impotenti sui rami: domattina non rimarrà che uno scempio di viola sgargiante. Anche la gatta, da dietro il vetro, scruta i postumi dell’inatteso rovescio, il germe di bellezza sprecato. Forse curiosa, forse contrita, più probabilmente solo soprappensiero come un dio pigro, sazio e annoiato.

    Listening to:
    Hurricane laughter – Fontaines D.C.

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  • Ἁμαρτία

    15 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
    Am an attendant lord, one that will do
    To swell a progress, start a scene or two,
    Advise the prince; no doubt, an easy tool,
    Deferential, glad to be of use,
    Politic, cautious, and meticulous;
    Full of high sentence, but a bit obtuse;
    At times, indeed, almost ridiculous—
    Almost, at times, the Fool.

    Se non fosse per un Tognazzi senior semplicemente splendido (ma sai che novità: quand’è che non è stato per lo meno commendevole il grande Ugo?), “La tragedia di un uomo ridicolo” sarebbe solo un film piuttosto dimenticabile – io direi proprio brutto, ma temo l’accusa di lesa maestà – di Bertolucci dei primi anni Ottanta. Però il titolo è senza dubbio indovinato, perché centra la più penosamente umana delle verità: che nel dolore e nel tracollo difficilmente si è titanici e dignitosi come gli eroi classici; più spesso si è semplicemente grotteschi e macchiettistici.

    Soffre e cade con decoro solo chi soffre e cade senza colpa; per tutti gli altri la tragedia è quasi sempre mera conseguenza (diretta o indiretta) del proprio errare, quel “mancare il bersaglio” che i Greci chiamavano hamartía e che nella Septuaginta, per estensione, assunse il significato di “peccato”.

    Shakespeare, che è stato capace di comprendere e raccontare l’umano meglio di chiunque altro (anzi, a dar credito ad Harold Bloom, l’umano così come lo conosciamo oggi l’avrebbe addirittura inventato), non poteva non afferrare perfettamente anche quest’aspetto. E, infatti, l’ha reso il fulcro del più stilisticamente ineccepibile dei propri drammi, quel Re Lear che ubriaca con la sua architettura puntigliosa e prodigiosamente armoniosa. Un’opera che è un ibrido tra una mise en abyme “senza fondo” e un frattale disegnato a parole, tutta giocata sul rispecchiamento e sull’antitesi, nella quale si rincorrono e moltiplicano simmetrie e paralleli e commutazioni e rovesciamenti tra i vari personaggi e i loro archi narrativi, e alla fine tutto si risolve in una circolarità d’una compiutezza che pare “a orologeria”.
    Eppure, tutta questa certosina perfezione non serve a raccontare altro che la storia di un re vecchio, narciso e sciocco, che scambia la blandizia per amore e s’illude che il potere regale sia una sua qualità intrinseca e non una condizione che gli deriva dalla corona che indossa, dimostrando di non capire alcunché non solo di politica, ma pure di vita quotidiana. Un monarca ridicolo, appunto, che man mano che si dipana la trama scivola su un pendio d’inesorabile degradazione. Nella propria caduta precipitosa Lear è tradito, umiliato, patisce freddo e stenti, esce di senno, traccia una scia di vittime collaterali sul proprio cammino e da ultimo muore, e tutto per colpa, in definitiva, solo di se stesso.

    Per il Bardo, personaggi da burla sono pure Antonio e Cleopatra: due esseri umani in disarmo, che per loro sfortuna non sospettano affatto la loro condizione. Due vanesi, capricciosi e dissoluti relitti del passato, che si credono ancora sulla cresta dell’onda e sono convinti che, dacché hanno deciso di impantanarsi nelle mollezze della vita periferica e irrilevante di Alessandria, anche Roma e la Storia si siano fermate per aspettarli. Due talmente ottenebrati dal proprio rispettivo ego da immaginare d’avere ancora il potere di distribuire le carte, quando dovrebbero già ringraziare che si continui a riservare loro a malapena uno sgabello traballante attorno al tavolo da gioco.
    E perfino Amleto non è immune al ridicolo. Parrà sacrilego, lo so, ma come altro definire un principe trentenne egocentrico, dispettoso, lunatico e bizzoso né più né meno di un adolescente, che per di più è assediato da visioni spettrali, incline alla malinconia e all’inazione e lesto a tradire gli amici? Uno che pondera con gravitas e quindi derubrica, per scrupolo morale e soprattutto pavidità, l’ipotesi del proprio suicidio, salvo poi causare per assoluta insensibilità quello della donna “amata”? Uno che per errore diviene pure l’assassino del padre di lei nonché, messo all’angolo dal meccanismo della trama, quello del fratello della stessa; fino, in sostanza, a morire a propria volta (e non senza ironia) per sbaglio, lasciando il regno paterno, che avrebbe voluto riscattare dall’usurpazione, sguarnito di re, regina ed eredi al trono?

    A ben guardare, in effetti, a rendere ridicola una tragedia per Shakespeare non è tanto il fatto che sia autoinflitta, quanto quello che scaturisca da un maldestro errore di (auto)valutazione, da una arrogante cecità nei confronti di se stessi e del proprio reale valore; oppure dall’incapacità di accollarsi la vergogna delle proprie miserie, astenendosi dal ricorrere a giustificazioni di comodo o a capri espiatori. In Macbeth, per esempio, MacDuff, che non si nasconde dalla responsabilità d’aver originato (per quanto solo per ragioni di parentela) il proprio sfacelo e perciò non esita un istante a etichettarsi “peccatore”, è riscattato da questa umile e straziante presa di coscienza che, mentre all’apparenza lo ridimensiona, gli guadagna la facoltà di soffrire da gigante.

    Il mondo classico pullulava di eroi, in quanto i Greci e i Romani – magnanimi o forse solo creduli – nella tragedia concedevano all’uomo alleati soprannaturali ficcanaso e interventisti, sicché non era lasciato a cavarsela in proprio nei momenti cruciali. Potendo contare sul patrocinio divino, mantenere (o conquistare) caratura e dignità in ogni circostanza non è poi cosa tanto proibitiva. Tutt’altro discorso è riuscirci nell’universo umanissimo di Shakespeare, in cui Dio esiste, certo, ma è poco più che il secondino muto e inflessibile di uno sterminato Panopticon. Senza l’aiuto di un’intelligenza oltremondana, se non si è coraggiosi abbastanza da essere spietati con se stessi, è ben difficile elevarsi al di sopra della propria sofferenza e non apparire sciocchi e arlecchineschi, quando si è causa del proprio stesso male.

    Cittadini di un mondo epicureo e nichilista, pure noi, che davvero non siamo altro che “quintessenza di polvere”, seppur sovente accecati dalla presunzione d’essere opere d’arte e simili agli angeli e agli dei, non di rado nei nostri confronti siamo ignari e pavidi tanto quanto Lear, Antonio, Cleopatra e Amleto. Così, chi più chi meno, prima o poi ci facciamo ridicoli (in via permanente o a intermittenza), allorché il nostro non centrare il bersaglio ci consegna fatalmente a una tragedia “su misura”. Ciononostante, per vittimismo e vanagloria, spesso nemmeno a quel punto riusciamo a cessare d’auto-ingannarci. Ottusi da secoli di mistica della sofferenza, infatti, ci figuriamo che il dolore ci abbellisca e di avere nel patimento e nella débâcle la statura e la compostezza di un Edipo o di un’Antigone, quando, se va bene, abbiamo solo la piccineria e la goffaggine di un Basil Fawlty o un Fantozzi e, se va male, quella di un Mr. Bean.

    La mia personale hamartía è l’essere una che ha atteso per quarant’anni che le “aprissero la porta davanti a una parete senza porta” e, quel che è ancor più grottesco, senza neppure saper localizzare con esattezza la parete. Troppo impegnata a indugiare indefinitamente, a non incomodare mai nessuno, a essere sempre docile e assennata, e troppo appagata dall’anestetico escapismo offerto da questo scrivere compulsivo e sterile, da un’immaginazione nociva nella propria ipertrofia e dal vivere vicariamente, rimasticando esistenze altrui e accattando esperienze virtuali dai libri, dalla musica e dal cinema, io pure ho costruito mattone dopo mattone la mia tragicommedia. Fino a raggiungere l’acme della risibilità il giorno in cui mi sono convinta d’aver trovato finalmente il sole attorno al quale gravitare, mentre in verità non si trattava che del barbaglio nervoso di una lampadina sull’acqua; al punto che, a rileggerle adesso, le parole incaute e assolute di allora mi suscitano un’ironia aspra, strettamente apparentata col disgusto – e, malgrado tutto, anche con la tenerezza – nei confronti di quella me stessa che, a colpi di migliori intenzioni e insicurezze e inesperienza e soprattutto ingenuità perniciosa, è la sola artefice di ogni mia sconfitta e ferita.

    È tutta qui la mia tragedia ridicola. Chissà se, prima del sipario, saprò guadagnarmi per lo meno un accenno di catarsi dal peccato che mi incastra e mi denuncia nella mia nuda e meschina arci-umana fragilità…

    Listening to:
    We’re in love – boygenius

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  • Monty

    10 novembre 2023
    Cinema
    novembre 2023
    Monty

    For all there is to give I offer:
    Crumbs, barn, and halter.

    Era una mattina d’estate, forse di luglio. Avrò avuto nove o tutt’al più dieci anni. Seduta al tavolo della cucina, telecomando alla mano saltavo da un canale all’altro, cercando qualcosa per passare il tempo, ché all’epoca mio padre in spiaggia ci portava al pomeriggio e le ore antimeridiane d’attesa a volte erano infinite.

    Su Rai Tre due figure in un bianco e nero leggermente sgranato stavano dentro uno spazio buio, che solo più tardi si rivelò essere il vagone di un treno. Lei d’una bellezza non convenzionalmente candida e rassicurante, con quei suoi occhietti scuri puntuti e il musetto da roditore, che le davano un’aria vagamente esotica e blandamente maliziosa. Lui semplicemente ineffabile. Bello, sì, decisamente bello, ma non fu quello che catturò la mia attenzione. Fu la pelle che pareva per davvero palpitante e s’increspava impercettibilmente di sottili rughe attorno agli occhi e sugli zigomi. Fu lo sguardo febbrile, urgente, che dava l’idea d’essere capace di illuminarsi dall’interno. Furono le mani tremule ed esitanti, che sembravano raccontare a un tempo smania e vergogna. Fu il senso sommesso di sconfitta e greve malinconia, che trapelava tra le maglie di un desiderio che pure era ben distinguibile.

    Lei recitava d’essere imbronciata e se ne stava a fare smorfiette enfatiche, avvolta nella morbidezza di un effetto flou, che le dava l’aspetto da diva. Mentre lui, invece, parlava e si muoveva proprio come uno che stesse vivendo e pensando sul serio. L’impressione era che non stesse abitando la caducità di uno spazio-tempo artefatto, bensì che fosse stato colto in un giorno qualunque della vita e fosse, come accade nel quotidiano, impegnato a escogitare lì per lì cosa dire o ad assecondare l’impeto del momento. A guardarlo, pareva assolutamente inverosimile che per tutta quella situazione esistessero battute già scritte e mandate a memoria…

    L’uomo che vidi per la prima volta sullo schermo in quella remota mattina d’estate – scoprì consultando la guida TV su Il venerdì di Repubblica – si chiamava Montgomery Clift. Per me, bambina che capiva quel che può capire una bambina e sapeva pressoché niente, fu un’esperienza sconvolgente, quasi iniziatica. La mia immaginazione s’infiammò e ne fui subito irretita. Intanto per via di quel nome insolito, articolato e nasale, che a me faceva venire in mente solo i cappotti con gli alamari e “I Simpson”, e che però messo vicino a quel cognome rapido, che culminava abbattendosi sui denti, suonava indimenticabile: perfetto per una stella del cinema classico. E poi, in particolar modo, perché in quell’uomo c’era qualcosa d’irresistibilmente speciale, qualcosa che io intuivo e che, sebbene non avrei saputo spiegare esattamente di cosa si trattasse, ero certa che fosse raro e importante.

    Continuai a pensarci per tutto il resto del giorno a quell’attore, che aveva il viso cangiante come i riflessi iridescenti sulle bolle di sapone e al pari di quelle pareva etereo e fragile, così diverso da tutti gli altri visti in precedenza. Ci pensai pure in spiaggia e fino alla sera, prima che mi sorprendesse il sonno.

    Non avevo strumenti per comprendere, tantomeno lessico e profondità di pensiero sufficienti per spiegare quel che mi affascinava, per dire perché quella – per molti versi, oggi lo so, avventata – assenza totale di simulazione mi sembrasse già allora così miracolosa. Non avevo idea di cosa volesse dire “creare pericolosamente”, secondo il precetto di Camus, e neppure di quali enormi responsabilità occorresse accettare senza riserve o condizioni, per avere facoltà d’esercitare il grande potere che è esclusivo dell’artista. Né mai avevo constatato l’autentica vertigine che un attore può regalare, quando gesti e parole si asciugano fino a farsi scarni e quel che resta da guardare è solo un’anima disarmata, esposta senza titubanze allo sguardo altrui. Soprattutto, in quel momento non sapevo, perché non avevo visto altro che quello spezzone di “Stazione Termini”, che Monty ogni singola volta (e purtroppo non furono che appena diciassette) se n’era stato là davanti alla macchina da presa accessibile e indifeso come un corpo oblativo, che si offriva con abbandono e temerarietà al proprio personaggio e al di lui mondo, affinché noi spettatori potessimo essere toccati intimamente dal senso di verità lancinante ed esatto, che ci abbaglia quando ci capita d’imbatterci nell’amore, nella morte, nella grazia o nella poesia.

    Scevro di qualsiasi narcisismo, Clift si omogeneizzava perfettamente nel tessuto delle scene: facendosi più ricettivo che attivo, si consegnava con disponibilità totale all’atmosfera. Guardarlo è come osservare, rubando le parole del sommo poeta, una “cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare”: tanto era straordinaria la sua capacità di non farsi inibire né forzare dall’occhio gigante e affamato della macchina da presa e di riuscire, tuttavia, a restare alieno al naturalismo più ovvio e insignificante. Perché, per quanto appaiano fluide e spontanee, nelle interpretazioni di Monty – ed è qui che sta la sua vera singolarità – non c’è mai nulla d’istintivo o di casuale. Ogni performance è pensata meticolosamente e ha in sé una costellazione di dettagli estremamente minuti, che non risultano mai teatrali, e che colpiscono in maniera più subliminale che cosciente. Dettagli che non sono lì per fingere realismo, o per lo meno non solo, ma assumono significati simbolici e forniscono scorci sulla vita interiore del personaggio. Senza timore d’essere smentiti, si potrebbe affermare che il gesto psicologico cechoviano non abbia mai avuto un interprete migliore.

    Fa davvero male al cuore vedere come un attore del genere sia quasi dimenticato dal pubblico e così spesso snobbato (in favore di altri assai meno dotati) anche dagli addetti ai lavori, quando si fanno quelle sciocche classifiche dei più grandi di tutti i tempi, che sono una delle manie più pervasive e obbrobriose dell’età attuale, che ha l’arroganza di voler dire la parola definitiva su ogni cosa.

    Ciononostante, forse non tutto è perduto e – chissà! – la memoria permane ed è destinata a perpetrarsi, magari inconsapevolmente. Qualche settimana fa, infatti, in maniera del tutto fortuita e nel contesto di un “prodotto” che mai avrei immaginato potesse dar spazio a qualcosa del genere, sono incappata in un’interpretazione che m’è parsa debitrice – non so se e quanto volutamente – dell’esempio di Clift (specialmente del George Eastman di “Un posto al sole”). E, per di più, non debitrice in un modo furbescamente imitativo, bensì come se fosse frutto di un’adesione programmatica dettata da una naturale consonanza del sentire.

    È stato confortante notare che sembra resistere ancora un fronte che si oppone all’oblio e che potrebbe perfino essere un poco meno sparuto di quanto appaia a prima vista. Ed è da quel momento che, con curiosità e un misto di sollievo e fiducia, non riesco a smettere di pensarci.

    Listening to:
    O grande amor – Stan Getz & João Gilberto (feat. Antônio Carlos Jobim)

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  • Quam celerrime

    5 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    […] the strength and pain
    Of being young; that it can’t come again,
    But is for others undiminished somewhere.

    Ah, che disgrazia invecchiare senza cinismo! Anzi, peggio, senza nemmeno il sano realismo che consiglierebbe di licenziare una volta per tutte e alla svelta, prima di cadere nel ridicolo, le velleità assurde e gli avanzi anacronistici del sentimentalismo adolescenziale.

    Ma di realismo a me è sempre piaciuto solo quello magico e a Eboli e Fontamara preferisco di gran lunga Macondo. Così mi rimangono la sensazione molesta d’essere ogni ora più prossima all’andare fuori tempo massimo e la pervicacia disperata di non volermi comunque sottomettere a modesti premi di consolazione.

    A essere spietatamente obiettivi, questa pare proprio la ricetta perfetta per sprecare la vita: inseguire il meglio, che è irraggiungibile, a scapito del bene che potrebbe essere a portata di mano. E frattanto che si è impegnati nel culto di questa scempiaggine, vivere isolati come monaci che agognano, in incessante preghiera tra la chiesa e il chiostro e la cella, d’essere eletti un giorno a imbattersi nella mistica delizia e nell’esoterica tortura dell’estasi.

    Listening to:
    Lycee – Chrisma

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  • L’autunno, finalmente

    4 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Season of mists and mellow fruitfulness,
    Close bosom-friend of the maturing sun;
    Conspiring with him how to load and bless
    With fruit the vines that round the thatch-eves run

    T’attendo ogni volta e tu, benché ormai spesso si tratti solo d’una apparizione serotina e fugace, non manchi mai la tua visita annuale. Sei sempre bello, bruno intercalato d’ocra e d’arancio, e odoroso di pioggia e di ponente salino. Arrivi e dispensi generoso i tuoi doni usuali: i brevi tramonti paonazzi novembrini; l’improvvisa conversione del sole di mezzogiorno, che dall’oggi al domani disconosce l’impertinenza estiva e si fa virgineamente pudico; la prima tramontana, che comanda su due piedi finestre serrate e coperte sul letto; la freschezza umida, acidula e croccante delle mele novelle e la pastosa dolcezza affumicata delle caldarroste.

    Grazie ai tuoi buoni uffici, anche la gatta abbandona infine l’asettico refrigerio delle piastrelle e torna a bramare il tiepido contatto del corpo contro il corpo. Così, mentre la tazza esala vapore che sa di bergamotto e “Scott 4” cadenza nitido e sinuoso l’atmosfera pomeridiana e Borges ammicca allettante dalla libreria, sebbene esistenzialmente inappagata, per un momento posso concedermi d’assaporare l’essere impeccabilmente lieta.

    Listening to:
    Duchess – Scott Walker

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  • Sete di stelle

    3 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    […] la tua vera essenza non sta profondamente nascosta dentro di te,
    bensì immensamente al di sopra di te, o per lo meno
    di ciò che tu abitualmente prendi per il tuo io.

    A voler dar retta a Nietzsche, pare che per trovare se stessi giovino più i servigi della piccozza che quelli dello scandaglio. E in fin dei conti sta proprio qui il problema, che sovente scoraggia perfino dal tentare. Perché, se lo scandaglio prima o poi è destinato in ogni caso a raggiungere il fondo, non fosse altro che per la condanna fisica che impone la caduta dei gravi; ascendere reclama, invece, partecipazione attiva e pianificazione e circospezione e di durare lunga fatica. Laddove l’uno è strumento di per sé risolutivo, la piccozza è ausilio necessario e tuttavia non sufficiente.

    Diventare ciò che si è sarebbe, perciò, un atto di volontà e non di coraggio. Ché il coraggio spesso è richiesto di darselo per un istante solo e poi tutto segue in automatico, come una reazione a catena; mentre la volontà è un impegno ingrato da rinnovare quotidianamente sine die, pena il suo esaurirsi e l’inevitabile concomitante cessazione dei suoi effetti.

    In questi nostri tempi forsennati, che rigurgitano costantemente doveri, incombenze e perfino bagattelle, pare non ci siano né spazio né risorse per progetti tanto ostici, ambiziosi e dispendiosi. Eppure la sensazione è che non esista alcun’altra causa a cui sia più proficuo votarsi che quella di, finalmente, provare a raggiungersi.

    Listening to:
    The stars will leave their stage – The Murder Capital

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  • Restiamo umani

    1 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    What passing-bells for these who die as cattle?

    No, l’orrore passato subìto non potrà mai giustificare l’orrore odierno inflitto. L’atto di bardarvi di stelle di David all’ONU ha il sapore dell’oltraggio alla memoria dei vostri stessi morti, strumentalizzati senza pudore per rivendicare la licenza d’uccidere.

    La pulizia etnica rimane un crimine contro l’umanità, a prescindere da chi ne sia il mandante, e non c’è ragione che possa giustificare massacri di innocenti. La vita è vita: o vale in quanto tale, senza “pesarla” in base a bandiere e confini e religioni e appartenenze; o non vale affatto, quella di nessuno, senza eccezioni. Bombardare case di inermi civili, ospedali e accampamenti di profughi non è una colpa veniale, che ci si può scrollare dalle spalle con nonchalance, adducendo un presunto diritto alla sicurezza. E gli uomini e le donne e gli anziani e i bambini di Gaza, perché non godono del medesimo diritto?

    Nulla può assolvere dal delitto infame di tenere un’intera popolazione in ostaggio senz’acqua, né cibo, né forniture mediche e senza alcuna possibilità di trovare salvezza altrove. Basta, secondo voi, l’assenza di vie ferrate e canne fumarie a rendere Gaza diversa da un lager? O, se vi offende di meno, dall’Alesia assediata da Cesare, che tanto abbiamo imparato (giustamente) a esecrare dall’alto della nostra moderna, inclusiva e politicamente corretta civiltà? Come fate a tacitare la coscienza, mentre trattate i palestinesi come Untermenschen? Non vi fa ribrezzo l’idea stessa? Non vi ricorda davvero più nulla questa parola?

    Ma perché, poi, stupirmene tanto? In fin dei conti è cosa nota: “La storia non è magistra / di niente che ci riguardi”…

    Listening to:
    For what it’s worth – Buffalo Springfield

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  • 30 ottobre 2023
    Riflessioni
    ottobre 2023

    Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie,
    non rimarrebbe nulla della nostra speranza.

    Un giorno luminoso tornerà la pace tra noi. La carezza della tua misericordia mi raggiungerà, perché avrò smesso di sfuggirla. La macchia di cui mi sono imbrattata – l’unica che per la tua Chiesa (la famiglia da cui oggi mi sento estraniata) è indelebile, l’unica che non ammette resipiscenza, la sola per la quale è proibita l’assoluzione – mi parrà meno pacchianamente oscena e non avrò più vergogna d’inoltrarmi ancora nella penombra fragrante d’incenso della tua casa. Né ti porterò più rancore per avermi tradita, per aver contraccambiato in amarezza e dolore l’offerta della mia obbedienza ai tuoi precetti; ché le tue promesse non sono mai state per questa vita ed è solo mia la colpa d’averne frainteso termini e condizioni.

    Quel giorno smetterai di tacere divinamente imperturbabile, osservatore glaciale, ragioniere pedante di premi e punizioni, poiché mi si saranno aperti nuovamente le orecchie e il cuore e avrò ritrovato la facoltà d’udire l’incessante sussurro della tua incondizionata e pietosa onnipresenza.

    Listening to:
    Solid air – John Martyn

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