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  • L’autunno, finalmente

    4 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    Season of mists and mellow fruitfulness,
    Close bosom-friend of the maturing sun;
    Conspiring with him how to load and bless
    With fruit the vines that round the thatch-eves run

    T’attendo ogni volta e tu, benché ormai spesso si tratti solo d’una apparizione serotina e fugace, non manchi mai la tua visita annuale. Sei sempre bello, bruno intercalato d’ocra e d’arancio, e odoroso di pioggia e di ponente salino. Arrivi e dispensi generoso i tuoi doni usuali: i brevi tramonti paonazzi novembrini; l’improvvisa conversione del sole di mezzogiorno, che dall’oggi al domani disconosce l’impertinenza estiva e si fa virgineamente pudico; la prima tramontana, che comanda su due piedi finestre serrate e coperte sul letto; la freschezza umida, acidula e croccante delle mele novelle e la pastosa dolcezza affumicata delle caldarroste.

    Grazie ai tuoi buoni uffici, anche la gatta abbandona infine l’asettico refrigerio delle piastrelle e torna a bramare il tiepido contatto del corpo contro il corpo. Così, mentre la tazza esala vapore che sa di bergamotto e “Scott 4” cadenza nitido e sinuoso l’atmosfera pomeridiana e Borges ammicca allettante dalla libreria, sebbene esistenzialmente inappagata, per un momento posso concedermi d’assaporare l’essere impeccabilmente lieta.

    Listening to:
    Duchess – Scott Walker

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  • Sete di stelle

    3 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    […] la tua vera essenza non sta profondamente nascosta dentro di te,
    bensì immensamente al di sopra di te, o per lo meno
    di ciò che tu abitualmente prendi per il tuo io.

    A voler dar retta a Nietzsche, pare che per trovare se stessi giovino più i servigi della piccozza che quelli dello scandaglio. E in fin dei conti sta proprio qui il problema, che sovente scoraggia perfino dal tentare. Perché, se lo scandaglio prima o poi è destinato in ogni caso a raggiungere il fondo, non fosse altro che per la condanna fisica che impone la caduta dei gravi; ascendere reclama, invece, partecipazione attiva e pianificazione e circospezione e di durare lunga fatica. Laddove l’uno è strumento di per sé risolutivo, la piccozza è ausilio necessario e tuttavia non sufficiente.

    Diventare ciò che si è sarebbe, perciò, un atto di volontà e non di coraggio. Ché il coraggio spesso è richiesto di darselo per un istante solo e poi tutto segue in automatico, come una reazione a catena; mentre la volontà è un impegno ingrato da rinnovare quotidianamente sine die, pena il suo esaurirsi e l’inevitabile concomitante cessazione dei suoi effetti.

    In questi nostri tempi forsennati, che rigurgitano costantemente doveri, incombenze e perfino bagattelle, pare non ci siano né spazio né risorse per progetti tanto ostici, ambiziosi e dispendiosi. Eppure la sensazione è che non esista alcun’altra causa a cui sia più proficuo votarsi che quella di, finalmente, provare a raggiungersi.

    Listening to:
    The stars will leave their stage – The Murder Capital

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  • Restiamo umani

    1 novembre 2023
    Riflessioni
    novembre 2023

    What passing-bells for these who die as cattle?

    No, l’orrore passato subìto non potrà mai giustificare l’orrore odierno inflitto. L’atto di bardarvi di stelle di David all’ONU ha il sapore dell’oltraggio alla memoria dei vostri stessi morti, strumentalizzati senza pudore per rivendicare la licenza d’uccidere.

    La pulizia etnica rimane un crimine contro l’umanità, a prescindere da chi ne sia il mandante, e non c’è ragione che possa giustificare massacri di innocenti. La vita è vita: o vale in quanto tale, senza “pesarla” in base a bandiere e confini e religioni e appartenenze; o non vale affatto, quella di nessuno, senza eccezioni. Bombardare case di inermi civili, ospedali e accampamenti di profughi non è una colpa veniale, che ci si può scrollare dalle spalle con nonchalance, adducendo un presunto diritto alla sicurezza. E gli uomini e le donne e gli anziani e i bambini di Gaza, perché non godono del medesimo diritto?

    Nulla può assolvere dal delitto infame di tenere un’intera popolazione in ostaggio senz’acqua, né cibo, né forniture mediche e senza alcuna possibilità di trovare salvezza altrove. Basta, secondo voi, l’assenza di vie ferrate e canne fumarie a rendere Gaza diversa da un lager? O, se vi offende di meno, dall’Alesia assediata da Cesare, che tanto abbiamo imparato (giustamente) a esecrare dall’alto della nostra moderna, inclusiva e politicamente corretta civiltà? Come fate a tacitare la coscienza, mentre trattate i palestinesi come Untermenschen? Non vi fa ribrezzo l’idea stessa? Non vi ricorda davvero più nulla questa parola?

    Ma perché, poi, stupirmene tanto? In fin dei conti è cosa nota: “La storia non è magistra / di niente che ci riguardi”…

    Listening to:
    For what it’s worth – Buffalo Springfield

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  • 30 ottobre 2023
    Riflessioni
    ottobre 2023

    Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie,
    non rimarrebbe nulla della nostra speranza.

    Un giorno luminoso tornerà la pace tra noi. La carezza della tua misericordia mi raggiungerà, perché avrò smesso di sfuggirla. La macchia di cui mi sono imbrattata – l’unica che per la tua Chiesa (la famiglia da cui oggi mi sento estraniata) è indelebile, l’unica che non ammette resipiscenza, la sola per la quale è proibita l’assoluzione – mi parrà meno pacchianamente oscena e non avrò più vergogna d’inoltrarmi ancora nella penombra fragrante d’incenso della tua casa. Né ti porterò più rancore per avermi tradita, per aver contraccambiato in amarezza e dolore l’offerta della mia obbedienza ai tuoi precetti; ché le tue promesse non sono mai state per questa vita ed è solo mia la colpa d’averne frainteso termini e condizioni.

    Quel giorno smetterai di tacere divinamente imperturbabile, osservatore glaciale, ragioniere pedante di premi e punizioni, poiché mi si saranno aperti nuovamente le orecchie e il cuore e avrò ritrovato la facoltà d’udire l’incessante sussurro della tua incondizionata e pietosa onnipresenza.

    Listening to:
    Solid air – John Martyn

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  • 29 ottobre 2023
    Riflessioni
    ottobre 2023

    “Hope” is the thing with feathers –
    That perches in the soul –
    And sings the tune without the words –
    And never stops – at all –

    Sperare. Che sciocchezza! Ché l’età dovrebbe aver dettato prudenza e i fatti della vita disincanto. Quaranta non sono ancora troppi anni, ma abbastanza per essere già molti e varrebbe davvero la pena di capitolare, accettare che ormai si possa raccogliere solo qualche premio d’autunno, sommesso, residuale, orfano di fiamma, caldo scemante di brace. Rassegnarsi che il meglio sia trascorso e che l’abbiamo sprecato scommettendo su cavalli sbagliati, senza che se ne possa addossare la colpa ad altri che a se stessi, e che adesso non sia più possibile illudersi di azzeccare il vincente, ché – a esser saggi – ci si dovrebbe accontentare di imbroccare un piazzato, e sarebbe già molta grazia.

    Eppure questo vizio atroce incalza ancora, insinuando il dubbio conturbante che non possa essere tutto qui, che debba essere stato tenuto in serbo per noi un incontro numinoso o una svolta fatale o una sincronicità sbalorditiva, in grado di sviare la nostra vita su un binario differente, che porti a un diverso finale. Un epilogo che certamente non potrà avere le scintille promettenti della primavera, ma che conservi, tuttavia, l’incendio rigoglioso dell’estate.

    Listening to:
    Anthem – Leonard Cohen

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  • 25 ottobre 2023
    Poesia
    ottobre 2023

    Baccello di carrubo bruno, arido,
    cocciuto, sotto la scorza vizza rinserri
    una dolce sofficità segreta,
    che forse ormai nessuno giungerà a gustare;
    ché gli altri baccelli intorno
    sono d’un verde tenero
    e invitanti.

    Listening to:
    Executioner – Robyn Hitchcock

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  • Impressioni d’ottobre

    22 ottobre 2023
    Riflessioni
    ottobre 2023

    Nuvole impalpabili, come una volta di ragnatele nel cielo pomeridiano di un’estate infinita. La pioggia e l’autunno sono ancora annunci a vuoto, promesse a salve. Solo l’imbrunire, zelante, rispetta le consegne e si presenta ogni giorno con crescente anticipo. La luce magenta, pacata, ormai priva dell’arancio acceso di settembre, s’inabissa nel mare alla svelta. Un tramonto succinto apre i cancelli a un buio ancora infestato dal frinire di cicale.

    Listening to:
    Concorde – Black Country, New Road

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  • Assuefazione coatta

    14 ottobre 2022
    Riflessioni
    ottobre 2022

    […] So Eden sank to grief,
    so dawn goes down to day.
    Nothing gold can stay.

    Vecchia. Sfiorita. Piena di amarezza. Nel cuore una schiera di cenotafi a commemorare le possibilità abortite. Porte ormai inespugnabili serrate da mille chiavistelli.

    Fossi almeno diventata cinica, potrei sorridere con sprezzatura di questa malinconia che rimpiange l’adolescenza mai davvero vissuta, la giovinezza consegnata incautamente a chi non poteva – o non voleva? – lasciare che sbocciasse e con loro tutte le strade non percorse, le profezie confutate, le ribellioni mancate. Ma resto oscenamente sentimentale come i ragazzini, a cui bastano due note di una canzone per avere il cardiopalmo. O come gli anziani, a cui non servono altro che un suono, un nome, un ricordo sbiadito per imbarazzare gli astanti con un’insopprimibile, impudente, liquida commozione.

    Come si fa ad accettare una mezza età incalzante, se tra questa e l’infanzia c’è solo una voragine? Come si fa a congedare il desiderio della spensieratezza e di un’incosciente gioia di vivere mai provate? Come ci si rassegna a un’esistenza Biedermeier senza essere potuti passare prima per lo Sturm und Drang?

    Trovare le risposte a queste domande è un esercizio ozioso. La vita, imperiosa, propone minestra o finestra. All’urgenza del tempo non si sfugge: al massimo ci è dato di rassegnarci alla sua tracotanza.

    Ci si abituerà anche a questo. Non c’è altro che si possa fare.

    Listening to:
    Equilibrio – Moltheni

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  • Nasten’ka c’est moi

    6 ottobre 2022
    Riflessioni
    ottobre 2022

    […] to hold, as ’twere, the mirror up to nature

    No, non per l’altezza vertiginosa della scrittura. O solo in parte. Solo a volte. Di certo non con Le Notti Bianche. La foga di leggere scambiata per piacere. Quel girare le pagine appassionato, ingordo. Con Mìtja e Alëša era incantesimo o ipnosi. Ma con Nasten’ka sembrava un corpo a corpo. Perché, benché fosse confortevole illudermi di rivedermi nel Sognatore, era quella tracimante smania giovanile di vivere tutta proiettata verso un ideale (che era in verità un rispettabile premio di consolazione), a chiamarmi in causa. A evocare ricordi. A suggerire paralleli.

    Ma io mi rifiutavo di tendere l’orecchio. Di capire.

    E non era richiesta molta introspezione o molta fantasia, per collegare le quattro notti pietroburghesi a quelle indimenticabili sere d’estate perlustrate passeggiando avanti e indietro, con il lieve sciabordio delle onde a fare da metronomo e un sentore salmastro che si insinuava nelle narici. Sì, l’ambientazione era quanto di più dissimile si potesse immaginare, ma la trama si dipanò quasi identica.

    Non era una nonna e non era una spilla, ma anch’io avevo il mio carceriere e la mia catena. Di una generazione più vicina e che non aveva bisogno di assicurarmi concretamente alle proprie sottane, ma l’esito non faceva differenza. Era una voce estranea che mi turbinava in testa. Una etero-coscienza che mi ammoniva, mi minacciava, mi insultava. Un guinzaglio psichico, che mi permetteva di allontanarmi solo fino a una certa gittata, per poi punirmi con un frustrante rinculo. E, quando per un attimo mi abbandonai a un’ebrezza sconosciuta e dimenticai quanta corda mi era stata concessa, mi strattonò indietro con una violenza che mi annichilì.

    Il dolce imbarazzo mutò in vergogna. La curiosità divenne colpa. Il sentimento una macchia da cancellare. Negare tutto. Perfino l’evidenza. Prendere la prima cosa bella mai avuta tra le mani e gettarla ai cani. Perché bisognava aspettare. Qualcuno sarebbe arrivato. In un momento più adatto. Più rispettabile.

    E cominciò la lotta con questa dannata cosa che non voleva saperne di crepare. Per quanto tentassi di soffocarla per poter placare i morsi della coscienza, le rimostranze del cuore, che gorgogliavano indomabili in una dimensione più intima e primitiva, le ridavano ossigeno.

    Fu così che, come per Nastàs’ja Filìppovna con Myškin, amare e respingere divennero un tutt’uno.

    Alla fine ho trovato anch’io il mio Rogòžin: una nuova catena, autoimposta, che mi impedisse colpi di testa. Il mio non mi ha uccisa, però. O forse, in parte, sì.

    Ma è stata una penitenza meritata, per la colpa che mi consumava da anni. Quell’oltraggio alla gioventù, all’innocenza e alla vita stessa, che ho officiato come un rito sacro ed era, in verità, nient’altro che un turpe delitto. E io, Raskòl’nikov senza Sonja né Porfirij Petrovič, e dunque senza speranza, avevo bisogno di una punizione. Per finalmente vedere e capire, pormi domande, ricostruire gli eventi. Cogliere le affinità con Nasten’ka e Nastàs’ja. E consumare in un mare di lacrime, che mi sorprendono all’improvviso quando un ricordo si avventa o un sogno mi tende un tranello, il lutto di un rimpianto lungo una vita e il rimorso del male fatto senza pensare che il mio non era l’unico cuore in gioco e che l’altro si era già offerto apertamente, come una fiche baldanzosa sul tavolo verde. E accettare come opportuno contrappasso il non sapere bene cosa poterne fare di questa ritrovata libertà, oggi che l’anima pesa come piombo e il tempo è sgocciolato via prima che si riuscisse a rendersene conto.

    Listening to:
    Green gloves – The National

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  • Cinematografica

    7 luglio 2022
    Musica
    luglio 2022

    In memory, everything seems to happen to music

    Se la musica non viene dall’esterno, di norma nei miei pensieri c’è comunque qualcosa che suona. I giorni in cui mi sveglio senza una canzone in testa sono l’eccezione più che la regola. Quasi ogni attività della mia vita, compreso il lavoro e spesso perfino il sogno, sembra doversi necessariamente avvalere di un commento musicale. Non però come in quei prodotti televisivi di discutibile valore artistico, in cui l’invadente colonna sonora sembra sempre irrompere a sproposito, aggredendo il silenzio alle spalle, sciupando così le scene più che completandole e aggiungendo quel di più che diventa subito troppo, nella smania bulimica di enfatizzare e di tirare fuori a forza un’emozione, e obbligatoriamente solo e soltanto quella prestabilita; piuttosto come in un film d’essai, in cui la musica contribuisca solo a definire l’ambientazione e a creare l’atmosfera, lasciando nei momenti salienti fiduciosamente sbrigliati il sentire e la facoltà d’interpretazione dello spettatore.

    Grazie ai fedeli auricolari, prima del walkman poi del lettore mp3, che somministravano canzoni per ogni occasione, come in un film mi ci sono davvero sentita tante volte. Mentre in una mattina torinese la voce di Patti Smith mi faceva da nocchiero nella nebbia lattiginosa, tanto spessa da cancellare Palazzo Madama. In pomeriggi inquieti di primavera a passeggiare da sola, ingollando chilometri tra gente sconosciuta in una città estranea, mentre gli Afterhours raccontavano di milanesi che ammazzano il sabato. Nell’anonimato di plastiche e lerce tappezzerie dello scompartimento di un treno notturno dalla Sicilia, con Damien Rice a cantare e lacrime silenziose dettate dal timore di non essere all’altezza del futuro che avevo scelto, che gelavano le guance nel freddo di un’aria condizionata a temperatura troppo bassa per un aprile non ancora maturo. Nelle notti insonni dell’adolescenza, distesa sul letto nel buio illuminato dalle stelline fosforescenti attaccate al soffitto o seduta alla scrivania a vergare lettere torrenziali da accartocciare e buttare nel cestino o da spedire di nascosto in buste colorate, accompagnata dagli Smashing Pumpkins, da Jeff Buckley o da Neil Young. Nel tragitto fino al liceo con Tijuana lady dei Gomez a scandire il passo. In maratone di lavoro fino alla mattina per rincorrere una scadenza e David Bowie come solo incoraggiamento.

    E anche con la pioggia a ticchettare sui vetri della cucina, in una notte rischiarata unicamente dallo schermo del computer, a considerare tra i singhiozzi la decisione che mi ha portata dove sono adesso, chiedendomi insieme agli Amor Fou cosa fosse la libertà e dandomi una risposta audace, che spero l’epilogo della storia riveli essere quella più saggia.

    Listening to:
    Only for you – Heartless Bastards

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