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  • Metafisica

    24 febbraio 2009
    Senza categoria

    Ho sempre amato le riviste di moda. Non quei mensili femminili travestiti come tali, ma in realtà pieni di inutili consigli pratici, stupidi test e diete: mi piacciono le riviste di moda e basta. Vogue soprattutto. Forse è perché sono la nipote di una sarta, oppure perché fino a quattordici anni ho giocato con le Barbie, ma mi emoziona sinceramente vedere come un buon taglio, qualche piccolo artificio e delle cuciture sapienti possano dare struttura a un tessuto, quasi contro ogni legge della fisica, oppure ricreare la fluidità dell’acqua o la consistenza impalpabile di una nuvola. E poi adoro le foto delle modelle, la loro bellezza eterea e senza difetti, quei corpi quasi privi di peso e di volume, che sembrano anche essere estranei alle comuni necessità e ai comuni bisogni. Corpi negati, che paiono solo un pretesto per portare in giro la bellezza, incidentalmente reali, come quelli delle ballerine di Degas: non sono un fine né del tutto un mezzo. In pratica, la rappresentazione a colori e bidimensionale del sogno meraviglioso e irrealizzabile di essere finalmente cavati dall’impaccio di essere umani.

    Listening to:
    Shooting star – Elliott Smith

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  • Insonnia

    23 febbraio 2009
    Riflessioni

    Non dormo. Ascolto il silenzio perfetto della casa e del palazzo e della strada e mi sento così tremendamente sola e impaurita, come se fossi l’ultimo essere vivente rimasto sulla Terra, l’ultima entità che produce rumore. Allora mi rifugio nella musica come in una preghiera.

    Listening to:
    Water & air – Cat Power

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  • La relatività in pillole

    22 febbraio 2009
    Senza categoria

    La rivoluzione scientifico-filosofica della prima metà del Novecento ha stabilito una vola per tutte che non esiste una realtà univoca, ma che vi sono tante realtà quanti sono gli osservatori. Eppure, ogni volta che ci si presenta qualche esempio lampante di tale concetto si resta sempre un po’ sbigottiti.

    Oggi ho potuto sbirciare due realtà non solo diverse, ma addirittura antitetiche: una specie di viaggio attraverso lo specchio. Il tutto nel giro di poco più di un’ora e credo di non essere stata l’unica.

    Ore 13.30, mi chiamano per il pranzo. Vado in cucina e intanto parte la sigla del TG1.
    Prima notizia: il Festival di Sanremo.
    Seconda notizia: Bonolis vero vincitore del Festival di Sanremo.
    Terza notizia: il grande successo della serata conclusiva del Festival di Sanremo.
    Quarta notizia: trionfo per Maria De Filippi, “superospite” – che brutta parola! – al Festival di Sanremo.
    Quinta notizia: quest’anno Sanremo ha contribuito enormemente alla diffusione della musica di qualità (va be’…).

    Se non si avessero altre fonti di informazione, sembrerebbe davvero di poter dare ragione a Leibnitz: viviamo nel migliore dei mondi possibili. Un mondo senza guerre, povertà, morte, disoccupazione, crisi economica, violenza, eccetera. Un mondo, insomma, piuttosto noioso, in cui non c’è nessuna notizia da raccontare e la televisione, giocoforza, si limita a essere autoreferenziale e compiacersi dei propri successi. In definitiva, un mondo versione TV Sorrisi e Canzoni: coriandoli, sorrisi smaglianti e facce da copertina patinata.
    Peccato solo che basti prendere il telecomando e cambiare canale per confrontarsi con una versione ben diversa della realtà, nella quale il numero di luci, lustrini e paillettes è drasticamente ridotto e le notizie sono di ben altro tenore.

    Ore 14.30, inizia il TG3 e già dai titoli sembra che si tratti di un telegiornale straniero: neanche il minimo accenno alla kermesse sanremese. Ma come? L’evento imprescindibile! Il clou dell’anno! In apertura, invece, c’è un servizio sul vertice europeo di Berlino contro la crisi, seguito da un altro sul congresso del PD, da un terzo su un incidente avvenuto in una miniera cinese, e così via. Fino ad arrivare all’ultima notizia ed ecco spuntare, finalmente, anche qua il famoso festival della “canzone”. Ti pareva che il TG3 potesse mancare così clamorosamente la notizia? Ma su, non scherziamo! Solo che c’è qualcosa di strano: il servizio inizia con l’esibizione del vincitore, ma senza audio. Possibile? Ci sarà di certo qualche problema tecnico. Poi, si sente la voce di Teresa Marchesi che dice (testuali parole): “questa è la canzone che ha vinto il Festival e secondo molti sarebbe meglio ascoltarla proprio così…”; e, non contenta, rincara addirittura la dose, ricordando che tutto sommato poteva andare peggio e se non ci fosse stata la “creatura” di Maria De Filippi (casualmente madrina proprio della serata finale…), ci saremmo ritrovati con Povia trionfatore della gara con il suo pezzo su Luca, che poverino era gay ma per fortuna poi è “guarito”. Da questo punto di vista, be’, decisamente non sembra più il migliore dei mondi possibili.

    Per amor di verità, va detto, però, che la seconda versione va presa con le pinze perché è noto che il TG3 nel mondo dell’informazione rappresenta una voce disfattista e che diffonde ingiustificati allarmismi. E poi, lo sanno tutti, è condotto da giornalisti dark e gotici (secondo la definizione datane dal magnate del principale polo mediatico concorrente della Rai), che inducono automaticamente i poveri telespettatori alla depressione…

    Mi è venuta un’idea: si potrebbe chiedere a Paolo Bonolis d’incaricarsi di salvare il TG3 così come ha fatto con Sanremo! Magari riuscirebbe a farsi prestare da Hugh Hefner qualche playmate adeguatamente discinta anche per leggere il notiziario. Lo share s’impennerebbe e l’umore dei cittadini risulterebbe esponenzialmente migliorato.

    Listening to:
    Bessie Smith – Emily Jane White

     

    P.S. Qualcuno là fuori, di grazia, è in grado di spiegarmi perché mi sia “impazzito” il widget di Anobii? Ho provato anche a “rigenerarlo”, ma senza successo: continua a mostrare come “in lettura” un libro che ho già terminato da tempo.
    P.P.S. Si offre impiego come correttore di bozze. Io ultimamente, oltre a fare un uso come sempre discutibile della punteggiatura, ho seri problemi di digitazione.

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  • Una cosa alla volta

    21 febbraio 2009
    Senza categoria

    In questa crema di buio senza pietà
    come sola speranza di luce
    la fiamma sottile, di fuoco,
    di un accendino da poco.
    Meglio che niente…

    Brancolo. Mi muovo a tentoni. Un centimetro alla volta, per non rischiare di fare cose che siano al di sopra delle mie limitatissime possibilità. Quella chimera che chiamano maturità mi è del tutto sconosciuta e ogni cosa per me è sempre nuova, sempre stupefacente, sempre imbarazzante, sempre misteriosa, come se fosse la prima volta e, in fin dei conti, quasi lo è davvero. Ho fatto così poco, ho visto così poco, ma soprattutto ho “vissuto” troppo poco, e quindi anche le cose facili mi sembrano assurdamente insormontabili. Non sono attrezzata per la vita reale più di quanto lo sarebbe un soprammobile: ecco la verità. Per questo vedo sempre e solo difficoltà, complicazioni e buio pesto ovunque giri lo sguardo.

    E, intanto, per fare un po’ più di luce stamattina, contrariamente alle mie abitudini, ho deciso di non rifugiarmi nella penombra e tirare su interamente la tapparella della mia stanza lasciando entrare un poco più di sole. Un piccolo passo simbolico.

    Listening to:
    Meglio che niente – Pinomarino

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  • Ottimismo(?)

    20 febbraio 2009
    Musica

    Ho messo su il mio disco preferito per ricordarmi che la vera bellezza sopravvive al proprio artefice e, quindi, un mondo che prevede una possibilità del genere non può essere così terribile come sembra.

    Listening to:
    Grace – Jeff Buckley (tutto l’album: ce ne ho messo di tempo per scrivere queste poche righe!)

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  • L’eleganza del riccio

    18 febbraio 2009
    Riflessioni
    febbraio 2009

    Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che
    forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante
    di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali
    creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove
    in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai.
    Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel
    niente. Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca del sempre nel mai.
    La bellezza, qui, in questo mondo.

    Queste ultime righe le ho lette con estrema fatica, cercando di interpretare i segni confusi che vedevo attraverso la spessa patina umida che ormai aveva rivestito i miei occhi e aspettava solo che arrivassi alla fine per potersi finalmente staccare e colare giù. Quindi ho richiuso il libro, l’ho stretto forte tra le mani gelate, mi sono raggomitolata su me stessa come un gatto e ho messo la testa sotto la coperta, perché il mio pianto sommesso risultasse ancora più attutito e nessuno in casa potesse sentirlo. Tutti erano già a dormire e non mi piace disturbare. Ma, soprattutto, avrei detestato essere disturbata. Non sopporto che qualcuno m’interrompa quando mi abbandono a una commozione autentica e non riesco a piangere “in pubblico”.

    Avvolta nel buio caldo della coperta mi è sembrato di sentire un rumore cadenzato, come di passi dentro il cervello, ma era solo il mio cuore che, traboccante d’emozione, si era messo a galoppare. Sono rimasta così per dieci minuti abbondanti, incapace perfino di pensare, inchiodata dalla sensazione rara e preziosa di aver letto qualcosa che raccontava allo stesso tempo a me e di me. Pensavo di leggere un libro, invece stavo solo guardandomi allo specchio.

    Listening to:
    Il Paese è reale – Afterhours

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  • Campanelli d’allarme

    18 febbraio 2009
    Senza categoria

    Mi secca così tanto doverlo ammettere, eppure Freud aveva ragione: lapsus e atti mancati, in quanto “finestre” che si aprono improvvisamente sul nostro inconscio, sono assai più rivelatori di ogni altro gesto che compiamo o parola che pronunciamo. Il problema è riuscire a capire esattamente che tipo di verità vogliano indicarci, il che non è sempre ovvio come si potrebbe supporre.

    Io, per esempio, ultimamente devo essere gravemente turbata da qualcosa; altrimenti come spiegare il fatto che ieri abbia commesso non uno, ma ben due gravi errori d’ortografia? Proprio io, che non li facevo nemmeno alle elementari? Io che amo le parole con un trasporto a volte un poco esagerato e detesto la trascuratezza linguistica quasi più delle bestemmie? Dio sa se non preferirei sprofondare sotto terra, piuttosto che dimenticarmi un apostrofo! E tuttavia è successo.
    E che ragione dare del fatto che lunedì mi sia completamente dimenticata della laurea di Corrado, quando di norma tengo a mente compleanni, onomastici e ogni altra ricorrenza – anche quelle più trascurabili – delle persone che mi stanno a cuore?

    Collegare tra loro i due eventi e tentare un’interpretazione è tutt’altro che facile, perciò sono ore che mi arrovello senza riuscire a cavare un ragno dal buco. Cosa avranno mai in comune l’ortografia e la laurea di un amico è un mistero che al momento mi appare insondabile. In realtà, ho formulato un paio di ipotesi (alcune non necessariamente di natura psichica), nessuna delle quali mi convince a sufficienza. Che siano i prodromi dell’Alzheimer mi sento di escluderlo con ragionevole sicurezza: l’anamnesi familiare è negativa e, dato non trascurabile, ho solo venticinque anni. Ciononostante, qualcosa deve pur esserci: in fin dei conti, sebbene a prima vista possano sembrare incidenti di scarsa importanza, chi mi conosce bene sa che le probabilità che eventi del genere si verifichino tendono drasticamente allo zero e che, nel malaugurato caso in cui comunque occorrano, inezie di questo tipo bastano a rovinarmi completamente una giornata.

    Ad ogni modo, pensando e ripensando si sono fatte quasi le 2.00 e ho l’impressione che a questo punto, vista anche l’improduttività delle ultime cinque ore spese a macerarmi, sia conveniente che vada a dormire, nella speranza, forse vana, di preservare quello sparuto gruppo di neuroni che paiono ancora assolvere decentemente le loro funzioni. Magari – chi lo sa? – è stato tutto frutto della suggestione derivante dall’aver ri-sfogliato di recente Psicopatologia della Vita Quotidiana. Del resto, io l’ho sempre detto che la psicanalisi è solo quella disciplina che tenta di risolvere tutti quei problemi che prima di avvicinarti a essa non avevi affatto.

    Listening to:
    Not a robot, but a ghost – Andrew Bird

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  • In ritardo

    17 febbraio 2009
    Riflessioni
    febbraio 2009

    Ormai non sono nemmeno più sorpresa.

    Inizio davvero a essere sopraffatta dalla singolare acausalità che sembra contraddistinguere ogni cosa io faccia o mi accada ultimamente, tanto che a volte avverto quasi un senso di disagio, perché pare che non ci sia più nulla di insignificante nella mia vita. Sembra che ogni cosa ed ogni evento siano rivestiti di un’importanza fatale (nel senso proprio del termine), come se una volontà esterna e superiore stesse costantemente adoperandosi per inviarmi dei messaggi; il che per certi versi mi imbarazza, perché mi pare di essere sufficientemente indegna di tanta attenzione, e d’altra parte mi fa sentire sotto pressione perché, sebbene non nutra grande fiducia nelle mie capacità di decodifica, mi spiacerebbe deludere una tale mole di sforzi.

    Al di là della sgradevole sensazione di essere una marionetta disarticolata in balìa di un destino al quale, peraltro, non ho mai creduto, mi resta la consapevolezza di aver appreso una lezione importante da tutta questa serie di eventi sincronistici. In verità, si tratta di una lezione tanto rilevante quanto banale, che la maggior parte degli esseri umani interiorizza nei primi anni di vita, ma che a me pareva sfuggire in continuazione nonostante svariate evidenze. Mi chiedo come mai non mi fosse balenato questo pensiero nemmeno quando scoprii che si può arrivare a 25 anni, avere un discreto titolo di studio e credere che Livorno si trovi in Liguria; o quando in un’aula universitaria torinese vidi un manipolo di studenti di un corso di laurea specialistica di una facoltà umanistica annaspare di fronte al termine “esoterico”. Più lapalissiano di così! Eppure – chissà perché – sono sempre stata tanto ottusa da non pensare che un titolo o un’etichetta in realtà celano molto di più di quanto non lascino trapelare. Mi ci sono voluti anni, una serie di coincidenze e L’Eleganza del Riccio per capire che la superficie è quanto di più opaco ci si possa immaginare e può nascondere qualsiasi tipo di verità, anche le meno “probabili”.
    Listening to:
    Conceived – Beth Orton

    Edit: Santi numi! Mi era sfuggito un refuso imbarazzante. Chiedo umilmente perdono inginocchiandomi sui ceci e cospargendomi il capo di cenere. Dopo quanto ho scritto, tra l’altro, la cosa puzza un bel po’ di nemesi…
    Ri–edit: I refusi erano due. Se imparassi a rileggere prima di pubblicare i post, non sarebbe un male. Annichilita dalla vergogna, ringrazio per le solerti segnalazioni.

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  • Noble Beast

    16 febbraio 2009
    Musica

    A volte, se non parlo di qualcosa, non è perché mi sia sfuggita o non mi piaccia. A volte è solo che mi ha stregata così tanto che non ho parole per descriverla. Si tratta di una specie di afasia, che mi assale quando sono sopraffatta dalla bellezza, e chissà che non si possa classificarla come una variante della sindrome di Stendhal. Invero, Andrew Bird mi ha causato parecchi di questi attacchi di mutismo estatico, non ultimo quello attuale.

    Si può tranquillamente dire che il post di oggi sia del tutto inutile (ammesso che gli altri non lo siano…): qualsiasi cosa scrivessi di “Noble Beast” non gli renderebbe giustizia. È un album pieno di sfaccettature, che soggioga già al primo ascolto e al decimo riesce ancora a sorprendere. Gli arrangiamenti sono stupendi e ogni pezzo è pervaso dalla grazia lieve e pensosa tipica del cantautore di Chicago (grazie anche al solito sapiente uso del violino e del suo famoso fischio), con un pizzico di folk in più rispetto ad “Armchair Apocrypha” e “Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs”, come si evince fin dalla copertina. Se sia oggettivamente migliore o peggiore dei precedenti, non saprei; di certo è diverso, pure se qua e là emerge comunque una certa continuità (l’attacco di “Masterswarm”, per esempio, secondo me ricorda un po’ “Action/Adventure”) e ogni tanto si sente perfino qualche eco di musica altrui (vedi “Tenuousness”, che a tratti, a mio avviso, richiama vagamente la ritmica di “Do the whirlwind” degli Architecture in Helsinki).

    È un vero peccato che in Italia quest’artista non abbia nessun mercato e che, di conseguenza, sia impossibile vederlo dal vivo.

    Listening to:
    The privateers – Andrew Bird

     

    P.S. Stefano, come avrai capito, il post di oggi è una risposta al tuo commento di stamattina.
    P.P.S. Per un piccolo assaggio del disco, cliccate qui.

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  • Fabula

    15 febbraio 2009
    Riflessioni
    febbraio 2009

    Probabilmente, l’unico vero traguardo nella vita è riuscire a trovare una coerenza narrativa nella propria esistenza. In fondo, non siamo che storie…

    Listening to:
    Senza voltarsi – Marco Parente

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NIENTE DI ALIENO

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